Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

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SUA ECCELLENZA, E LEI NON SA CHI SONO IO.

Post n°975 pubblicato il 13 Marzo 2019 da rteo1

SUA ECCELLENZA, E LEI NON SA CHI SONO IO. 

Montesquieu sosteneva che i titoli onorifici sono tipici di un ordinamento aristocratico. Solone, nel suo avvento al potere per dirimere le controversie tra gli ateniesi, aristocratici e popolo, diede una svolta in senso democratico all'ordinamento e, tra le diverse misure, dispose l'abolizione dei titoli onorifici quando non connessi all'esercizio effettivo delle funzioni. Gli imperatori romani ne fecero grandissimo uso politico, anche non collegati a funzioni pubbliche ma solo per la "pompa magna" dell'aristocrazia. Sono, ormai, trascorsi molti secoli, da quelli antichi, e, tuttavia, è rimasta radicata nelle consuetudini sociali e nella mentalità degli uomini la brama di titoli e onorificenze varie per potersi distinguere dai propri simili. E neppure il regime democratico dei tempi attuali è riuscito a scardinare tale abitudine pur fondandosi sul principio di eguaglianza dei cittadini. È frequente, infatti, che anche nelle odierne repubbliche democratiche si elargiscano onorificenze e titoli, di cui i cittadini si fregiano, sia quando sono ancora in attività di servizio sia quando non lo sono più; e si  fa ricorso a tali titoli persino quando i cittadini (non tutti, a dire il vero) trapassano a "miglior vita", con l'elenco dei titoli pubblici che sono stati acquisiti anzichè invocare una prece per le loro anime di peccatori.

Una trovata alquanto bizzarra è stata anche quella di aver "coniato" il titolo di "Emerito", tanto che è piaciuto persino al Papa Benedetto XVI, che se ne è fregiato per distinguersi dal successore Papa Francesco.

Un titolo, tuttavia, che mi lascia molto perplesso è quello di "Sua Eccellenza" attribuito ad alcuni funzionari della Repubblica (ma anche della gerarchia ecclesiastica, che dovrebbe essere immune dai vizi temporali). Al di là del fatto che tale titolo trova la sua origine nella remota storia della monarchia e del passato governo fascista, che lo aveva confermato e replicato, ciò che mi lascia dubbioso è la sua stessa etimologia: Anzitutto, il pronome possessivo "Sua", di terza persona singolare, che mal si concilia con il diretto rapporto che si instaura tra gli interlocutori. In altri termini, quando un cittadino entra in relazione con il funzionario, se non è possibile darsi del Tu, stante - secondo i canoni civili (?) - l'eccessiva confidenza, allora si dovrebbe fare ricorso all'uso del Lei (molto più elegante, secondo gli stessi canoni civili, che genera le "giuste" distanze tra le persone); invece, rispetto all'autorità (non a tutte, come noto) si dice "Sua" (o, peggio, vostra), come se non ci si riferisse all'interlocutore presente (l'autorità) ma a un terzo astratto, impersonale, assente ed estraneo.

In secondo luogo, "Eccellenza". Questo sostantivo deriva da "eccellente", che sta a significare che la persona "eccelle" rispetto a qualcuno in qualche cosa (è questa la definizione che risulta da molti dizionari). In altri termini, il soggetto a cui si dà il titolo di "Eccellenza", eccelle rispetto a qualcun'altro (e non rispetto a tutti i cittadini, ovviamente, per cui è un giudizio relativo), e in qualche cosa (e non in tutte le altre attività e funzioni pubbliche e professionali).

E allora dove sta la particolarità (o la "genialità") della persona indicata come "eccellenza", visto che è così per tutti ? Non è, infatti, vero che c'è sempre un avvocato che "eccelle" rispetto agli altri avvocati in qualche cosa ? (ad esempio, un penalista, che eccelle tra i colleghi penalisti); oppure, non è vero che c'è sempre un medico che eccelle sugli altri medici in qualche cosa ? (ad esempio l'oculista nei confronti dei colleghi oculisti); o il gigolò, il calciatore che eccellono nei propri campi, e non in altri, rispetto ai colleghi, pur credendo di essere unici ?  

Ora, se è vero (come è vero) che lo scibile umano è diventato immenso, non può ritenersi che chi "eccelle" soltanto in una cosa (in un solo ambito, in una sola funzione) rispetto ad un altro (o a pochi altri) sia, tutto sommato, "limitato" ?; e, inoltre, che professionalmente, socialmente e culturalmente è forse anche inadeguato dal momento che dimostra di aver bisogno di schermirsi con i titoli e le distanze formali anziché rapportarsi agli altri col suo patrimonio di virtù, moralità e conoscenza ?

Stando così le cose, ne deriva che attribuire a qualche funzionario il titolo di "Sua Eccellenza" può anche sottintendere un giudizio riduttivo, perché potrebbe significare che il funzionario sarebbe soltanto capace di esercitare in modo "eccellente", rispetto ad altri suoi colleghi, solo quella pubblica funzione. Per questo forse sarebbe più che utile, ormai, e politicamente opportuno, che si cancellasse dall'ordinamento giuridico l'uso di tali titoli nei rapporti tra i cittadini, ritenendo tali titoli ormai anacronistici e in distonia col regime repubblicano e democratico, soprattutto quando il funzionario non è nell'esercizio della sua funzione.

E così in democrazia non sarebbe più possibile a nessuno poter dire "Lei non sa chi sono io", o, peggio, "chi sono stato io", dal momento che tutti sarebbero comuni cittadini, e si indurrebbe tutti ad occuparsi un po' delle proprie anime in attesa di passare "a miglior vita".

 
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ONOREVOLE ? MA MI FACCIA IL PIACERE !

Post n°974 pubblicato il 09 Marzo 2019 da rteo1

ONOREVOLE ? MA MI FACCIA IL PIACERE !

Premetto che so bene che ci sono tantissimi problemi gravi, per cui trattare un argomento come quello indicato in epigrafe è del tutto futile: Sempre più negozi stanno chiudendo i battenti; la crisi morde, e moltissime categorie, che prima avevano una posizione sociale alquanto garantita, stanno per essere messe ai margini della competizione globale.

Tuttavia, con un po' di leggerezza, che non fa mai male, mi sembra utile dire qualcosa anche in ordine al titolo di "Onorevole" che con molta disinvoltura viene attribuito dai cittadini ad altri cittadini chiamati (o eletti) ad esercitare cariche pubbliche. E la ragione è semplice: spesso si coglie, nei cittadini, uno stato di inferiorità che di certo non aiuta a crescere una Popolazione.

Va detto che per "onorevole" s'intende colui che è meritevole di onori; che è degno, per ciò che fa e per come lo fa, di onori da parte della collettività. Si tratta di un titolo tipico di un ordinamento monarchico che si fonda sulla distinzione dei cittadini per classi, tra le quali primeggia sempre quella aristocratica.

Non appartiene, invece, in senso stretto, ad un regime democratico perché questo si fonda essenzialmente sull'eguaglianza dei cittadini (e non soltanto dinanzi alla legge!). E allora come si spiega che anche in un ordinamento democratico esistano anche titoli onorifici che distinguono i cittadini tra bravi e cattivi ?

Perché, in realtà, non esiste alcun ordinamento democratico allo stato puro.

Ad ogni buon conto, sono anche altri gli elementi del regime democratico: la certezza del diritto e il principio di legalità.

Ebbene, relativamente a tali principi, nessuno troverà alcuna legge vigente che sancisca l'attribuzione del titolo di "Onorevole" a qualunque cittadino. Troverà, invece, il titolo di Deputato, di Senatore, di Consigliere regionale, etc.

E allora, non è il caso di rispettare le leggi, senza crearne di nuove per consuetudini popolari, tutelando, così, la dignità di tutti i cittadini ?

Pertanto, non è il caso di dire, come diceva Totò: Onorevole ? Ma mi faccia il piacere !

 
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O IL LAVORO O IL REDDITO

Post n°970 pubblicato il 08 Febbraio 2019 da rteo1

O IL LAVORO O IL REDDITO*

Stamattina ho deciso di scrivere come farebbe un uomo ebbro. Si, perché credo che ormai sia l'unico modo per dire delle cose sensate. Visto tutto quello che sta accadendo in Italia e all'estero quella che finora è stata inopportunamente definita "ragione" non ha più alcun ruolo né più cittadinanza.

E allora: viva l'ebbrezza. E così vengo al dunque: Un ritornello da quasi tutti sempre condiviso è stato che «Il lavoro nobilita l'uomo». I "fanatici" di alcuni partiti politici nei tempi più recenti, poi, pur di avversare il c.d. "reddito di cittadinanza" (che peraltro non ha nulla a che vedere con i fondamentali dello status di cittadino, a causa della insanabile ignoranza dei suoi sostenitori, che l'hanno collegato a una sorta di slalom gigante tra "navigator a vista" e centri per l'impiego senza impiego), hanno affermato che «Solo il lavoro dà dignità».

Nulla di più falso !

In verità il lavoro serve soltanto al "maschio alpha" per sollazzarsi a discapito del "maschio beta", così, mentre quest'ultimo lavora (o, meglio, è schiavizzato dal sistema), il primo - il maschio alpha" - se la gode (in tutti i sensi, anche sessuali), e accumula all'infinito ricchezze, spoliando quasi del tutto gli altri appartenenti alla stessa Comunità, sia nazionale che globale.

È, infattti, il reddito, e soltanto il reddito che dà dignità all'essere umano, e il lavoro è soltanto strumentale.

Poiché, però, non c'è lavoro per tutti allora che si fa ? Si fa la "guerra" tra i cittadini per accaparrarsi un posto di lavoro e chi rimane escluso, fuori dal mondo produttivo di beni e servizi (spesso, questi ultimi, inutili e parassitari), non ha "diritto" a partecipare alla spartizione delle ricchezze.

Tra i vari settori organizzati dalla specie umana prevale certamente quello pubblico ove uno dei modi di accedere all'impiego è il "pubblico concorso". A sentire quelli che hanno "vinto" la gara, sembrerebbe che coloro che sono stati assunti siano risultati i migliori. Ma è proprio così ? Può darsi che in qualche caso sia anche così ma, per quello che finora ho avuto modo di constatare, non credo proprio. E dico perché: In quasi tutti i settori pubblici circa il 70/80 percento è figlio, fratello, nipote o parente di chi ha, o ha avuto, il posto nel pubblico impiego. E sfido chiunque a dimostrare il contrario ! ma si potrebbe anche ribattere: d'accordo, ma il restante 20/30 per cento ? Ebbene, si tratta di posti che si rendono liberi per "natura", nel senso che sono tutti quei posti liberati da coloro che non si sono sposati, non hanno avuto figli, oppure questi hanno inseguito le loro utopie facendo dannare i propri genitori che hanno cercato, ma inutilmente, di spingerli verso il posto fisso. Il "pubblico concorso", pertanto, nella maggior parte dei casi (70/80 percento) è soltanto un "feudo" che si tramanda nell'ambito delle stesse famiglie (ognuno può fare un'opportuna verifica !).

E allora come devono salvarsi tutti quei cittadini "figli di di N.N." (come un tempo si diceva) ?

Pretendendo di avere un lavoro oppure un reddito, a carico della comunità che "lavora".

Perciò, O un reddito o un lavoro ! È soltanto questa l'alternativa possibile. E si tratta di un "diritto naturale" incoercibile, insopprimibile, inalienabile, che nasce con la prima cellula umana (è insito nel DNA), per cui non deve essere costituito da alcun ordinamento giuridico, il quale deve soltanto riconoscerlo e dargli attuazione ! E la sua eventuale inattuazione fa maturare un credito imprescrittibile, trasmissibile di generazione in generazione!

* Sostenete questo mio programma politico !

 
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IL TETTO AGLI STIPENDI PUBBLICI

Post n°969 pubblicato il 04 Febbraio 2019 da rteo1

IL TETTO AGLI STIPENDI PUBBLICI

Una domanda, sinora rimasta priva di risposta seria, onesta e corretta, è stata quella di stabilire quale sia la giusta retribuzione da corrispondere a un dirigente pubblico, o a un funzionario o dipendente dello Stato, in genere. La "giungla" retributiva del pubblico impiego - in cui vanno inclusi anche, e soprattutto, i dipendenti delle due Camere legislative - è come la foresta amazzonica: impenetrabile! Eppure qualsiasi opera di moralizzazione in ordine all'equa distribuzione delle risorse tra i cittadini deve necessariamente iniziare da quel mondo, che ancora resiste abbarbicato sui suoi privilegi. Nelle passate legislature i diversi governi, pressati e sospinti dall'opinione pubblica, hanno fissato il tetto massimo degli stipendi pubblici in euro 294.000., che corrisponde a quello del primo presidente della Corte di Cassazione, ma anche di euro 240.000, che è l'appannaggio riconosciuto al Presidente della Repubblica (il quale gode anche del privilegio dell'alloggio al Quirinale, della tenuta di Castel Porziano e della villa Roserbery a Napoli). Questi tetti, però, sono sempre stati derogati, con la giustificazione che per alcuni ruoli occorre tenere conto delle regole di mercato. Al di là del fatto che sia molto discutibile questa giustificazione, di certo lo è ancor più il criterio che è stato adottato. In altri termini, non si è mai pubblicamente stabilito a quante volte il minimo sociale deve corrispondere la massima retribuzione da riconoscere per un impiego o una funzione pubblica. Ammesso che, secondo i dati dell'Inps, il minimo vitale dovrebbe essere di euro 780 mensili, la domanda che attende una risposta è: per quante volte deve essere moltiplicato tale minimo affinché sia giusta le retribuzione (o l'indennità) pubblica ? Per fare due conti: prendendo a riferimento la retribuzione di 290.000 euro ne deriva che il rapporto col minimo vitale è di circa 28 volte. Questo vuol dire che se un operaio per vivere (dignitosamente ?) deve percepire almeno 780 euro mensili un alto dirigente pubblico ne deve avere circa 23.000. Non escludo che di fronte a questi dati ci possa essere anche chi sia convinto che occorrerebbe perfino aumentare tale divario, ma è probabile anche che ci sia chi sia di avviso contrario. E questa probabile divergenza di opinione e di valutazione del "giusto" sta certamente ad indicare quanto sia ormai consolidata l'idea che la diseguaglianza sociale sia giusta. E cioè che sia giusto dare di più a chi ha "maggiori responsabilità" (anche se non svolga un ruolo produttivo, in senso stretto) rispetto a chi non ne ha (anche se poi costituisce la parte produttiva del paese, come ad es. gli agricoltori). Ma ammesso - e non concesso - che sia pur "giusto" (solo politicamente, ovviamente) remunerare di più chi ha "alte responsabilità pubbliche" è altrettanto "giusto" (socialmente, ed eticamente) attribuire una somma pari a 28 volte il minimo ? Prima di dare una risposta bisogna chiedersi se una Comunità sia un organismo costituito occasionalmente da tanti individui isolati oppure se sia un'unica entità, politica, economica e morale che persegua gli stessi fini. Nel primo caso, ben si può certamente lasciare alla libera contrattazione dei singolo, come nel calcio mercato) la giusta remunerazione; nel secondo caso, invece, il vincolo comunitario lo impedisce perché deve sempre prevalere il bene di tutti, quello detto "Comune". La "responsabilità", perciò, di chi assuma cariche pubbliche o politiche equivale al ruolo del cittadino impegnato a produrre beni e servizi in favore della Comunità. Anzi, in verità è questa seconda attività ad essere maggiormente essenziale, e meno la prima. E non è neppure vero che chi ha le competenze per assumere "alte funzioni pubbliche" sarebbe altrettanto capace di svolgere quelle meno alte, come ad esempio fare l'agricoltore o il minatore, ma anche il militare, dove occorrono anche idoneità psicofisiche, doni della natura. Ecco, allora, perché, è necessario mettere all'ordine del giorno il problema del "tetto" agli stipendi pubblici, anche perché il peso del debito sovrano non può più gravare sulle sole classi meno abbienti. E occorrerà estirpare anche tutte quelle prebende, come le indennità e i premi variopinti, che gonfiano ulteriormente, a dismisura, le buste paghe mensili, facendo diventare lo stipendio una parte residuale delle retribuzioni. È possibile invertire la rotta ? Certamente si, basta volerlo; e anche perché altrimenti si dissolve la Comunità.

 
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IL SINDACO È IL “PRIMO CITTADINO” ?

Post n°957 pubblicato il 28 Ottobre 2018 da rteo1

IL SINDACO È IL "PRIMO CITTADINO" ? 

Accade alquanto di frequente che quando i cittadini si riferiscano alla persona titolare della funzione di Sindaco anziché identificarla con questa sua carica istituzionale gli attribuiscano, invece, il titolo di "primo cittadino", come se i titoli fossero equipollenti, alternativi. La questione può sembrare priva di rilevanza, e forse per alcuni aspetti lo potrebbe pure essere, tuttavia rispetto all'emancipazione culturale della comunità tale comportamento dei cittadini va necessariamente corretto perché anzitutto contrasta con il senso democratico della funzione istituzionale, che deve essere di servizio in un quadro di eguaglianza e alternanza dei ruoli e funzioni; inoltre, evidenzia una certa soggezione psicologica nei confronti del titolare del "potere locale" tipica del remoto mondo feudale e baronale che impedisce la crescita civile e morale dei cittadini. Non va mai dimenticato che le parole hanno sempre un significato e un valore in sé, e che quando esse si allontanano dai termini giuridici utilizzati per identificare gli enti e gli organi pubblici occorre essere particolarmente accorti e cauti perché a seconda dell'uso corretto o meno s'introducono nel sistema sociale e politico dei concetti spuri che alterano i fragili rapporti tra i cittadini e il potere, dando ai titolari di questo la sensazione di essere considerati come delle "divinità" politiche e sociali. Definire, quindi, come "primo cittadino", un qualunque cittadino che ha provvisoriamente assunto la carica istituzionale di Sindaco (ma la riflessione può valere anche per tutte le altre cariche pubbliche), equivale ad esprimere un giudizio di paragone, di raffronto, con tutti gli altri cittadini della stessa comunità, stabilendo, così, un ordine gerarchico, in virtù del quale - se c'è un primo - è inevitabile che tutti gli altri seguano tale ordine discendente (il secondo, il terzo, etc., imponendo, così, di individuare anche chi sia "l'ultimo cittadino"). Al di là del fatto che non vi è nessuna norma che preveda tale attribuzione del "primato" (non vi è, infatti, alcuna vigente disposizione di legge in tal senso), per cui il "primato" viene riconosciuto al di fuori della legge, tuttavia, qualora si voglia conservare questa "tradizione paesana" allora si rende senz'altro necessario fissare almeno alcuni requisiti minimi di base affinché si possa attribuire ad un Sindaco tale primato di "primo cittadino" rispetto a tutti gli altri concittadini. E allora occorre cominciare col riconoscere che non è ovviamente sufficiente essere stato eletto Sindaco del Comune, ma che è necessario che tale cittadino possegga anche altri ulteriori requisiti diversi da quelli politici. Credo che l'elenco dei requisiti dovrebbe sempre essere quanto più lungo possibile, tanto da distanziare sempre tutti gli altri cittadini, a cominciare dal "secondo". Tra i requisiti dovrebbero certamente primeggiare la conoscenza, la saggezza, il senso etico e della moralità pubblica; l'assenza di qualunque procedimento penale a carico; il rispetto per il bene comune e lo spirito di servizio verso la collettività. Individuati, così, tali parametri valoriali minimi occorre, indi, verificare se il cittadino-Sindaco ne sia o meno in possesso qualora gli si voglia attribuire il "titolo" di "primo cittadino". Soltanto all'esito, perciò, di tale riscontro, sarà eventualmente possibile attribuire detto "primato", e sempreché non ci sia qualche altro cittadino che pur non ricoprendo la carica di Sindaco (e forse proprio per questo), abbia ben altri e ulteriori requisiti rispetto a quelli minimi del Sindaco perché in tal caso il titolo di "primo cittadino" dovrebbe essere riservato a tale semplice cittadino e non al Sindaco. Indubbiamente un procedimento di questo tipo comporta una serie di difficoltà e inconvenienti, e rende complicato poter attribuire - come invece ora si fa a cuor leggero - il titolo di "primo cittadino" a un Sindaco qualunque, tuttavia, così operando, si potrà essere più sicuri di aver fatto la scelta migliore. Diversamente, coloro che non amano soffermarsi più di tanto a "cavillare", possono limitarsi a dire soltanto «Il Mio primo cittadino» anziché «Il primo cittadino», perché così esprimeranno solo un giudizio personale e relativo senza coinvolgere tutti quegli altri cittadini che non amano fare ricorso ad alcuna scala piramidale per differenziare i cittadini e che valutano questi solo per ciò che fanno e non per i titoli e le cariche che ricoprono.

 
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