Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

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IL DERBY SULLA SEA WATCH

Post n°984 pubblicato il 02 Luglio 2019 da rteo1

IL DERBY SULLA SEA WATCH

Sembra proprio che il popolo italiano sia incline ad affrontare tutte le tematiche sociali come quando si giochi un derby calcistico.

Ognuna delle due curve - sud e nord - tifa per la vittoria della propria squadra, sia che giochi bene sia che giochi male la partita.

Anche il caso della nave Sea Watch ha scatenato le tifoserie.

Il fatto grave - a mio avviso - è che tra le due curve spesso vi sono anche persone che solitamente sono equilibrate.

Riporto un caso che mi ha visto spettatore: Ho assistito ad uno scontro verbale tra due insegnanti, da una parte, e tre comuni cittadini, dall'altra. I primi, le insegnanti, sostenevano con vigore che il salvataggio dei migranti fosse giusto e doveroso e che la capitana della nave avesse fatto bene a sbarcarli a Lampedusa; gli altri, invece, i comuni cittadini, erano convinti che le leggi vigenti in Italia dovessero comunque essere rispettate.

Di  fronte al contrasto le due insegnanti hanno affermato con furore di non tollerare quelli che la pensavano diversamente da loro.

Confesso che ho avvertito un certo disagio perchè l'intolleranza di coloro che per dovere civile dovrebbero insegnare la tolleranza mi ha lasciato piuttosto amareggiato, ma anche preoccupato, perchè ho pensato alle conseguenze sugli studenti.

Ciò premesso, ritengo di poter sostenere che in Italia la Repubblica - piaccia o meno - ha recepito il principio della separazione dei poteri. Pertanto nè quelle due insegnanti nè quei comun cittadini dovranno decidere se la capitana della nave (subito eletta ad eroina, con la solita disinvoltura) abbia osservato o meno tutte le leggi, sia quelle internazionali sul salvataggio dei naufraghi sia quelle nazionali italiane. Peraltro, soltanto la magistratura inquirente del luogo dello sbarco e quella giudicante hanno avuto il potere di acquisire tutti gli atti (e comunque una buona parte) utili per il processo.

Tali organi dello Stato, perciò, si dovranno pronunciare e sarà soltanto il loro giudizio - piaccia o meno - a rendere criminale o meno il comportamento della capitana.

Basta, perciò, con le tifoserie a prescindere. Se quelle due insegnanti vogliono giudicare entrino in magistratura, così come quei tre comuni cittadini. Nel nostro ordinamento - piaccia o meno - tutti devono rimettersi alla verità giuridica  accertata e sancita nelle sentenze dai magistrati, che tutti i consociati hanno accettato convenzionalemente; perciò un po' di pazienza, in attesa del responso, può fare solo bene e si eviteranno inutili esagerazioni da derby calcistico.

P.S. Alla luce del pronunciamento del GIP, che ha ritenuto insussistenti le ipotesi di reato a carico della capitana, non si può fare altro che accettare la decisione.

Altra cosa, ovviamente, è ipotizzare una Riforma della giurisdizione, dal momento che, per comune sentire, molti pronunciamenti non sembrano essere neutrali bensì carichi di motivazioni ideologiche e politiche.

A tal riguardo credo di poter sottolineare che il combinato diSposto degli artt. 102, co.3, e 106, co.2, della Costituzione consentirebbero di prevedere la "partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia" mediante la nomina per elezione  per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli. Il GIP, pertanto, nominato mediante elezione popolare, come soluzione, che consentirebbe di salvaguardare la neutralità della magistratura di "ruolo" rispetto a decisioni che, in qualche modo, hanno anche dei risvolti politici.

 
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LA TASSAZIONE DELLE SUCCESSIONI

Post n°983 pubblicato il 21 Giugno 2019 da rteo1

LA TASSAZIONE DELLE SUCCESSIONI

E' il caso di dare un po' di linfa a questo blog, dopo tanto tempo lasciato a sedimentare. Le notizie su cui soffermare le riflessioni sono molteplici. I mini-bot, il debito publico, il salario minimo, il caso CSM col solito Lotti dentro tutte le questioni dolenti del PD, ecc. Per ora voglio soltanto limitare l'attenzione alla notizia apparsa su il Corriere della sera alcuni giorni addietro, che riguarda la tassazione dei patrimoni caduti in succesione senza eredi legittimi in via retta. Come evidenzia il quotidiano, sono molte, infatti, le famiglie che non hanno figli, e anche tantissimi che non si sposano, per cui accade che alla loro morte i loro patrimoni - spesso cospicui - cadono in successione. La legge italiana prevede una serie di successibili, e per ultimo lo Stato quando sono assenti i parenti fino al sesto grado. Ciò che mette in risalto il giornalista è che in Italia esiste una tassazione di favore, a differenza degli altr paesi, sia europei che occidentali, in particolare gli USA. 

Ricordo che il tema lo trattò già Alexis de Tocqueville nel suo saggio "La democrazia in America". Lo studioso francese fu colpito dal fatto che la democrazia di quello Stato colpisse con un'aliquota elevatissima le eredità perchè aveva la convinzione che il patrimonio dovese ritornare alla Comunità. Era quest'ultima, perciò, ad avere prevalenza rispetto agli interessi economici dei singoli.

Non so se in Italia qualche politico riprenderà il tema, ma sono convinto che sia più che giusto che i patrimoni lasciati in eredità senza eredi legittimi in linea retta (figli, a parte il coniuge, ovviamente) ritornino nella disponibilità della Comunità-statale. E tanto per iniziare, occorre prevedere un'aliquota almeno del 50% - come è già previsto negli USA, ma anche in alcuni Stati europei - da applicare sui patrimoni di cui trattasi.

E forse così si eviteranno anche molte cause successorie tra i tantissimi nipoti e pronipoti che si scoprono alla morte degli zii, sebbene non si siano mai curati di loro durante la vita.

 
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ANTONINO LO TORTO: REGOLE E ETICA

Post n°981 pubblicato il 05 Maggio 2019 da rteo1
Foto di rteo1

ANTONINO LO TORTO: REGOLE E ETICA

Un'opera omnia,quella di Antonino Lo Torto, riassuntiva, nelle premesse, della lunga e travagliata storia dell'esegesi del diritto che ha impegnato i Maggiori intellettuali di tutti i tempi al fine di limitare la supremazia assoluta del potere sovrano. Una storia che passa dalla filosofia alla teologia, per le varie e diverse teorie sul diritto,  per cogliere i fondamenti delle regole politiche che organizzano e disciplinano gli aggregati umani mediante lo jus, ereditato dall'ingegno della civiltà romana. E' quest'ultima, infatti, che, come egregiamente riassume Aldo Schiavone nel suo "Jus, L'invenzione del diritto in occidente", ha imposto alla cultura occidentale, e in concorrenza con il paradigma greco della legge come manifestazione della volontà generale, l'organizzazione centrale dello Stato e delle sue ramificazioni depositarie dei principi e delle regole per fissare l'ordine giuridico e sociale della Comunità. Una soluzione, quella dello jus, che nel tempo ha dovuto coniugarsi con i ben più democratici principi della partecipazione popolare nel governo dello Stato, e che, a tutt'oggi, trova una convivenza alquanto complessa e, a volte, conflittuale. L'Autore ha, però, un fine ideale,certamente nobile, proiettato al cosiddetto bene sociale, ossia immaginare che per il futuro lo strumento giuridico possa consentire l'ingresso della cittadinanza universale in un governo mondiale globalizzato. E' una soluzione che certamente appare essere "utopistica", tuttavia ha il sicuro pregio di disegnare un percorso di civiltà alternativo ad una via senza uscite, come appaiono oggi le dinamiche conflittuali sia a livello nazionale, che europeo e mondiale. L'opera viene proposta in una fase di generale disorientamento, con la fuga dei cittadini verso ignoti lidi e con scarso impegno verso dilemmi come quelli affrontati da Lo Torto, per questo va lodato il coraggio intellettuale dell'Autore che, così, mantiene acceso il lume della coscienza umana, civile e politica dei cittadini.

 
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LIBERI O SCHIAVI ?

Post n°980 pubblicato il 01 Maggio 2019 da rteo1

LIBERI O SCHIAVI ?

"In principio era la libertà". È questo il titolo del saggio edito da "ilmiolibro"(Feltrinelli) col quale Michela dell'Aglio affronta la non semplice impresa di dimostrare che "la libertà" è il fondamento di tutto l'Universo. Un dilemma di non facile soluzione che, come conseguenza, induce il lettore a confrontarsi con la domanda se l'uomo nasca libero oppure schiavo.  E', questa, una domanda che ha trovato una prima risposta formale soltanto nei tempi recenti, nella Dichiarazione Universale dei diritti umani, che all'art.1 ha sancito il principio che "Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza".  Trattasi, come noto, di una dichiarazione di principio, purtroppo costantemente e generalmente disattesa dagli Stati autoritari, e a volte anche negli Stati democratici. Anche Dante attribuiva grande rilevanza alla libertà, quando riporta le parole che Virgilio rivolge a Catone Uticense: "Libertà va cercando, ch'è sì cara... (Purgatorio, Canto I, v.71); così come anche Rousseau che nel "Contratto sociale" affermava che "L'uomo è nato libero, ma in ogni luogo è in catene".  E', perciò, di grande importanza intellettuale   e sempre di cogente attualità il tema della libertà, affrontato e sviluppato nel saggio dalla dell'Aglio. Con la sua tesi l'Autrice eleva alla massima potenza la fonte della libertà, travalicando gli angusti limiti degli esseri umani. Ella colloca la libertà direttamente in Dio, ritenendola una Sua espressione. E, al riguardo di Dio, sostiene: " Innanzitutto bisogna dire che egli non è l'essere, in quanto lo precede e ne dispone in misura tale da potere decidere da sé della propria stessa esistenza; in secondo luogo, che è origine della realtà (è quello che intendiamo dire affermando che ha creato il mondo). Dio è l'unica entità che esiste perché vuole, esattamente ciò che vuole essere, non è determinato né dalla natura né da alcuna necessità, ma solo dalla sua libertà. Per questo ne abbiamo concluso che Dio è innanzitutto libertà assoluta e senza limiti. Il che non significa che la libertà sia Dio, ma che a lui essa appartiene, ne è il primo e fondamentale attributo. Anche dal punto di vista di Dio, l'uscire da sé è un evento, una scelta, un atto di libertà che esprime una dinamica interna a lui stesso. Si verifica, per così dire, un cambiamento nella vita divina da una condizione - stare in sé stesso - a un'altra - uscire da se stesso".  L'Autrice, in estrema sintesi, ritiene che "La libertà attesti l'esistenza dell'amore come impulso primario della libertà stessa e come intelligenza amante; eterna scelta del bene, sì irrevocabile alla vita, senso e meta di tutta l'avventura del vivente. Come la libertà, anche l'amore è trascendente e immanente, una realtà indefinibile...". 

Si può dire, perciò, che l'opera proposta da Michela dell'Aglio ha il merito di prendere una posizione chiara, netta, argomentata, sulla libertà, che così assurge a principio sacro, in quanto trova la fonte nel Divino, per questo dà una efficace tutela agli esseri umani nei rapporti con le istituzioni statali non sempre sensibili all'esigenza di libertà dei cittadini.

 
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TRIBUNALI DEL POPOLO

Post n°978 pubblicato il 23 Aprile 2019 da rteo1

TRIBUNALI DEL POPOLO

Parlare di Tribunali vuol dire affrontare il tema della giustizia. Ma che cosa è la giustizia ? Questo sostantivo viene reiteratamente chiamato in causa (sia nelle espressioni correnti sia in riferimento al mondo giudiziario e suoi dintorni). Tutti i cittadini vi si appellano in continuazione, soprattutto  quando hanno la necessità di disapprovare un comportamento o un provvedimento normativo o giudiziario ritenuto "ingiusto"; così come vi fanno ricorso molti rappresentanti delle istituzioni e dei partiti, anche se spesso sono proprio loro ad essere sottoposti al "giudizio" dei cittadini. Spesso la "giustizia" diventa un vessillo individuale o di esclusivo appannaggio di una fazione politica, che la invoca a fasi alterne, a seconda delle proprie convenienze; essa assurge anche a totem intangibile, sacro, da onorare, così come, di riflesso, se ne ammantano tutti i suoi sacerdoti e sagrestani proprietari dei riti. Va detto che la "giustizia" deriva da "giusto", ossia da ciò che secondo coscienza umana è comunemente ritenuto "giusto", anche se non sono mancati cultori del diritto, soprattutto dei tempi andati, che hanno sostenuto che sia il "giusto" a derivare dalla giustizia e che quest'ultima è insita nella "legge" (è, cioè, la legge, che nelle sue norme instilla, trasferisce, il senso generale del "giusto"). Ad ogni buon conto, per mettere pace (meglio, per ora, lasciare da parte le disquisizioni), la giustizia e il giusto sono tra di loro interconnessi, collegati, come consorti. I Greci impersonificavano la giustizia con la Dea Themis, intesa come governatrice dell'ordine generale che si esprime non solo nel diritto ma anche nel procedere naturale delle cose; dall'unione di Themis e Zeus avevano fatto nascere Dike, la Dea della giustizia degli umani, sorella di eunomia e Irene. Due piani, a quanto pare, uno sopra, a livello divino, e l'altro sotto, a livello umano. Una separazione che, purtroppo, ha storicamente dato luogo a frequenti conflitti tra coloro che in terra hanno ritenuto di avere titoli per esercitare in esclusiva le funzioni di rappresentanti celesti e terreni, così come avvenne anche nella Grecia classica, secondo la ben nota tragedia di Sofocle, Antigone, la quale, per dare degna sepoltura al fratello, invocava le  "leggi non scritte, e innate, degli Dei, contro la legge di Creonte, re di Tebe. Comunque, il tema della "giustizia" richiama quello dei "Tribunali", ossia delle sedi istituzionali ove si giudicano i comportamenti degli uomini in rapporto alle leggi vigenti. I principali provvedimenti che da tali istituzioni vengono prodotti sono le "sentenze", ovvero le decisioni che al termine del rito, come gli oracoli della Pizia del tempio di Apollo, danno il responso finale. Ogni ordinamento statale prevede la possibilità del riesame (appello) della sentenza, ma non sono mancati casi, nella storia passata, di decisioni inappellabili. La Costituzione italiana, che ha strutturato la forma di Stato e di governo come Repubblica democratica, all'art.101, comma 1, sancisce che "La giustizia è amministrata in nome del popolo" mentre, all'art.102, comma 3, prevede che "La legge regola i casi  le forme della partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia". La vigente legge sull'ordinamento giudiziario ha finora previsto la partecipazione "popolare" in alcuni Collegi giudicanti (Corte di assise e di Assise d'appello) e la magistratura "onoraria", oggi riassunta nell'ufficio del "Giudice onorario di Pace" e dei Vice procuratori onorari. Non esiste nella legislazione vigente alcuna previsione della elezione democratica dei magistrati giudicanti e inquirenti. Eppure in una "democrazia" la scelta mediante elezione dei "rappresentanti del popolo" cui affidare l'amministrazione della giustizia dovrebbe costituire la via maestra. Non vi è dubbio che una soluzione di questo tipo incontrerebbe molti ostacoli, sia tra i depositari istituzionali dei riti che tra gli "onorari" selezionati dallo Stato centrale, tuttavia l'elezione diretta dei giudici e degli inquirenti costituisce la massima espressione democratica della Repubblica, che così potrà arricchire il suo ordinamento con i "Tribunali del Popolo".  

 
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