Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

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LE "CLASSI" E LE "CASTE" ANTIDEMOCRATICHE

Post n°1013 pubblicato il 25 Febbraio 2021 da rteo1

LE "CLASSI" E LE "CASTE" ANTIDEMOCRATICHE

 Se si scrive per dare delle soluzioni allora vuol dire che l'autore è giunto al suo capolinea ed è il momento di non scrivere più. Diversamente, invece, quando si scrive per trovare prima di tutto in se stessi e per se stessi una spiegazione degli avvenimenti del mondo e per invitare i destinatari dei propri scritti (i lettori) ad una profonda riflessione sugli accadimenti. È certamente questa seconda ragione che spinge i collaboratori della Rivista Nuovo Meridionalismo. Nessuna soluzione definitiva, quindi, ai dilemmi della storia politica e umana degli italiani ma lo stimolo ad interrogarsi per uscire dal guado e vedere le prime luci dell'alba dopo il lungo periodo delle tenebre. E allora bisogna incominciare col dire che non c'è alcuna possibilità di sottrarsi alla ciclicità degli eventi naturali. Tutto è in movimento, e per fortuna, occorre dire, perché altrimenti sarebbe la fine di tutto. Nulla, infatti, nell'universo sta fermo, ma tutto è in "cammino", e l'inizio della vita continua passando per la sua trasformazione grazie alla quale tutto si rinnova, ossia "risorge". Questo processo "evolutivo" ricomprende tutto. Non lascia nulla al di fuori di sé. Gli uomini s'illudono di governare questi processi universali ma è soltanto illusione, così come è illusione, per la falsa rappresentazione della realtà, quella di lasciare in eredità ai posteri i propri monumenti alla memoria, che non sono altro che le "cattedrali nel deserto". Si tramanderanno, invece, e di sicuro, le "informazioni", e la prova più evidente è data dall'esistenza del DNA (e RNA), ossia del codice genetico che passa da una generazione all'altra. Per ora, però, in questa occasione, credo che sia opportuno limitare la riflessione al campo politico, che costituisce la migliore "fonte" immaginata dagli esseri umani per organizzare la vita associata. Come a tutti noto le forme di governo sperimentate nel tempo e a tutte le latitudini e longitudini sono state le più disparate. I Re, sono stati la più antica soluzione adottata dagli ordinamenti primitivi (e ancora se ne rinvengono nelle società contemporanee, e anche in Europa). Anche le assemblee hanno avuto un ruolo, sia costituite in modo elitario (oligarchie) sia in modo da ricomprendere tutti i cittadini, i Parlamenti. Dal secondo dopoguerra questi ultimi hanno avuto un ruolo centrale e la democrazia è stata la forma di governo adottata in occidente. La "democrazia", però, non è ancora riuscita ad affermare e attuare in modo compiuto il suo principio fondamentale, ossia il principio dell'eguaglianza reale, sostanziale, effettiva. Come mai ? perché la forma di governo "del popolo, dal popolo e per il popolo" (come la definì A. Lincoln a Gettysburg) ha finora mostrato tutti i suoli limiti, tanto da essere messa in discussione ? Bisogna allora dire che il "difetto" non è nella democrazia, che è uno strumento politico, così come non è nella monarchia o nell'aristocrazia (od oligarchia, oggi riferita e limitata ai "tecnici"). Il "difetto è, invece, nel suo autore: l'essere umano. È questi, infatti, difettoso sin dall'origine, pertanto non è assolutamente possibile che un essere difettoso possa realizzare un progetto (politico) che sia privo di difetti. La forma di governo democratica, perciò, rispecchia, è la proiezione, dell'essere difettoso, ossia dell'uomo, del "Popolo". Tuttavia tale progetto può essere migliorato, ma il processo deve passare attraverso la "manutenzione" dell'uomo. Solo quando questi, infatti, sarà riuscito a vincere contro l'ingordigia del proprio corpo e l'idolatria dell'Io, a controllare le emozioni e la ragione, con l'approdo al superiore livello di conoscenza, allora sarà anche possibile realizzare una "democrazia" dell'eguaglianza, o con il minimo di discriminazioni sociali. Si tratta certamente di una impresa che richiede impegno e capacità non comuni, sostenute da una sorta di spiritualità d'animo e intellettuale. Osservando oggi la forma democratica italiana si rileva che essa è lo specchio di una miriade di classi e caste che si lottano per occupare le leve del potere di governo. La "maggioranza" e la "minoranza" parlamentare (e sociale) costituiscono due fronti d'interessi in perenne conflitto. Nessuno dei due "eserciti politici" ha come obbiettivo "sostanziale" l'interesse generale, seppur propagandato e sbandierato, e ciò è l'inevitabile conseguenza della divisione per classi e caste dei cittadini (esclusi i disoccupati e gli emarginati, fintanto che non si costituiranno anch'essi in associazioni, o classi). Facciamo, allora, un breve excursus. La vigente Carta costituzionale ha avuto lo scopo di "pacificare" il popolo italiano e di gettare le basi per una nuova organizzazione dei rapporti sociali e politici da costruire sui pilastri della Repubblica democratica e sulle macerie della precedente monarchia e del fascismo. È stato detto che un ordinamento giuridico nasce per evitare che i cittadini vengano alle armi (ne cives ad arma ruant), come hanno tramandato gli antichi legislatori dell'impero romano. Eppure questa esigenza di impedire la "guerra" tra i cittadini non ha mai trovato un'adeguata e definitiva soluzione legale, neppure col concorso dei princìpi e regole etiche e religiose. Infatti, nella realtà è costantemente accaduto che nella vita associata il conflitto, sia all'interno delle comunità (locali e nazionali) che all'esterno (tra Stati), è stato una costante ineliminabile, all'ombra della quale hanno continuato a godere dei privilegi i diversi gruppi sociali organizzati, che hanno sottomesso gli altri gruppi e i singoli meno organizzati o privi di potere sociale e professionale. L'avvento della "democrazia" nelle istituzioni, col riconoscimento teorico della sovranità al popolo, aveva illuso molti cittadini i quali avevano creduto che finalmente fosse stata trovata la "panacea politica" nel cosiddetto principio di "eguaglianza". Ma il tempo ha reso palese che non esiste alcuna formula magica, almeno finché non cambierà ed evolverà l'essere umano. È quest'ultimo, infatti, come già sopra detto, il vero problema ma anche la soluzione, per organizzare una "Comunità di eguali, seppur nella differenza" dei ruoli, funzioni e compiti sociali e politici. Purtroppo finora non si è riusciti a realizzare una Comunità in cui ognuno dia il meglio di se stesso per il benessere generale ("progresso materiale o spirituale", secondo il principio dell'art.4, co.2, della Costituzione), senza pretendere in cambio un differenziato riconoscimento economico personale e qualche titolo onorifico per distinguersi dagli altri. Il tema è antico, e finora irrisolto. Anche Aristotele rifletteva sull'eguaglianza, e ne proponeva una versione proporzionata o secondo il merito. Non vi è dubbio che il "merito", che valorizzi le capacità e le competenze dei singoli cittadini, sia un elemento essenziale per l'attribuzione dei ruoli e delle funzioni (anche i Greci che attribuivano gli incarichi pubblici mediante l'estrazione a sorte si resero conto che per non perdere le guerre occorreva affidare la carica di comandante dell'esercito a colui che ne avesse le capacità e qualità, il Polemarco) ma questo non implica automaticamente un particolare e differenziato trattamento economico. Indubbiamente è difficile, soprattutto oggi, in un sistema di tipo capitalistico, in cui si rapporta tutto e solo al danaro (anche la moralità e il rispetto sociale), accettare un principio che tenga distinti il merito (ossia la selezione per l'attribuzione delle funzioni in base alle capacità) dal corrispettivo economico, tuttavia se si riuscisse ad accettarlo forse la società farebbe un salto culturale ed evolutivo e così, finalmente, potrebbe a buon ragione essere definita Comunità. Ed avrebbe senso anche parlare di "Unità" dei cittadini (o della "nazione"), che certamente non può esistere finché anche un solo cittadino non abbia le risorse necessarie per una vita dignitosa e decorosa. E anche la "coscienza", da tutti evocata ma anche ignorata, ne trarrebbe beneficio. Occorrerebbe, perciò, iniziare a cancellare dal lessico sociale i termini di "maggioranza" e "minoranza", relegandoli al solo ambito delle deliberazioni politiche, e sanzionare (almeno civilmente) le espressioni che richiamino il concetto di "Classe". In particolare quando con "classe" si evochi l'idea gerarchica e piramidale della società, come spesso usano fare alcuni dirigenti pubblici ed eletti del popolo ("classe dirigente"), per marcare la differenza dagli altri "non Classe" perché "non dirigenti", anziché considerare questi ultimi alla stessa stregua, dal momento che "ognuno eccelle in una sola cosa" e "tutti hanno bisogno di tutti" in una Comunità-statale. Non vi è dubbio che la "differenza" dei cittadini esista, dal punto di vista naturale,  nei fatti, nella realtà che appare: C'è chi è alto, chi è basso, chi è grasso e chi è magro; chi è malato e chi è sano; chi è bianco e chi è nero; chi muore giovane e chi vive oltre cent'anni (per quanto sia del tutto irrilevante la durata ma sia invece importante l'intensità, la profondità, l'ampiezza, ovvero vivere la vita in senso pieno e compiuto, come accade per le Effimere - Efemerotteri -, che nascono, crescono, si riproducono e muoiono nell'arco di ventiquattrore). Detta differenza fisica, naturale, però, non ha nulla a che fare con quelle sociali e politiche, che sono, invece, disciplinate dalle regole convenzionali e, perciò, sono nell'assoluto dominio delle leggi degli uomini. Sono gli uomini, perciò, che con i propri artifici, con i propri strumenti legislativi (la "bibbia" degli umani), possono, se solo lo volessero, eliminare (o almeno ridurre all'insignificanza) l'ineguaglianza materiale tra i cittadini. L'art. 3 della Carta costituzionale sancisce il principio che "Tutti i cittadini sono eguali dinanzi alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali". Non si rivengono nell'elencazione le Caste e le Classi che oggi costituiscono una delle cause della degenerazione del regime democratico e dell'intero tessuto connettivo della società. È utile sottolineare che secondo una generica definizione la "Casta" è un sistema chiuso perché l'appartenenza ad essa dipende dalla nascita, mentre la "classe" è un sistema diffuso nelle società industrializzate che si basa sulle differenze economiche degli individui. Un'analoga definizione («La razza può essere un concetto fluido e superficiale, la casta è rigida e profonda») si rinviene nel saggio Caste, di Isabel Wilkerson, che raffronta due democrazie, quella americana e quella indiana, per metterne in evidenza le notevoli contraddizioni, giacché nella prima non è stato risolto il problema della "separazione razziale" e nella seconda non è stata superata la rigida regolamentazione per legge delle caste. Sono di tutta evidenza, perciò, le ipocrisie e incoerenze dei regimi di governo democratico, che pure hanno fatto (soprattutto a parole) del principio dell'eguaglianza dei cittadini il proprio segno distintivo, per marcare la differenza, per segnare il solco, con le satrapie orientali, le dittature dell'est europeo e asiatiche. Vale la pena, comunque, sottolineare che la distinzione tra "Caste" e "Classi", innanzi evidenziata, "fotografa" una situazione cristallizzata che però non tiene conto della loro origine sociale e della dinamica nel tempo. Non vi è dubbio che la "Casta" sia un sistema chiuso, che tende a "cementare" l'ordine pubblico avversando qualunque riformismo progressista e mobilità sociale, ma essa prima di diventare "casta" è stata classe. L'appartenenza per nascita, infatti, arriva dopo, quando cioè la "classe" si è assicurata il potere di trasferire per successione familiare i propri patrimoni e privilegi, anche occupazionali (soprattutto nello Stato e negli enti pubblici). Infatti, i politici della Repubblica democratica e tutti i vari e diversi "dirigenti" pubblici (per fare qualche esempio), non sono nati come "Casta" ma lo sono diventati mediante l'utilizzo di strumenti associativi (di tipo corporativo), che seppur da una parte costituiscano la migliore espressione delle libertà fondamentali, tuttavia in molti casi sono diventati degli strumenti per esercitare il potere sociale e politico. Ecco, allora, perché, si renda necessario contrastare (e "punire", se necessario, per l'avvenire) le "Caste", e prim'ancora le "Classi", che ne costituiscono l'embrione, se si vuole mettere al riparo la forma di governo democratico e dare origine a una Comunità, che sia realmente unita e solidale. Certamente oggi appare come un'impresa quasi impossibile, tuttavia tentar non nuoce. Occorrerà somministrare un efficace "vaccino sociale" che impedisca ad ogni associazione di degradarsi e degenerare in "classe" perché questa inevitabilmente è destinata a trasformarsi in "Casta", che è un "veleno sociale" in grado di distruggere il principio di eguaglianza e la stessa democrazia.

 
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CONTRO LA VOLONTÀ DI POTENZA E DI VIVERE

Post n°1012 pubblicato il 11 Gennaio 2021 da rteo1

CONTRO LA VOLONTÀ DI POTENZA E DI VIVERE

Può esistere un mondo "umanizzato", ossia ordinato in modo diverso (e "migliore") da quello che ci appare e nel quale siamo inseriti ? Leibnitz sosteneva che questo fosse "il migliore dei mondi possibili" e Voltaire, di rimando, con la sua non comune vivacità intellettuale, rispondeva col suo Candido, cominciando la narrazione con la citazione delle migliaia di morti a causa del disastroso terremoto con conseguente maremoto avvenuto nel 1755 che aveva distrutto la città di Lisbona, e proseguiva oltre, raccontando tutte le stragi e le inutili carneficine degli aborigeni dei paesi colonizzati dagli iberici, avvenute anche nel nome della civilizzazione e dell'evangelizzazione (così come oggi, con la "democratizzazione" e i "valori" europei, pretende di fare l'U.E. nei confronti del "terzo mondo" e degli Stati terzi) a cui il povero Candido aveva assistito. Di primo acchito, sembrerebbe che non sia umanamente possibile cambiare la natura così com'è. La "ragione", che si fonda sull'esperienza e la verifica dei dati della storia (per quanto scritta sempre ad usum Delphini, ossia dei vincitori e per le loro esigenze politiche), si fonda sul fatto che l'agire umano è conseguenza della "volontà di potenza", come definita da Nietzsche, o dalla "volontà di vivere", secondo Schopenhauer. Queste volontà (degli Stati, dei Popoli e degli individui), che albergano nell'inconscio umano e rendono l'uomo un "funzionario della specie", in conflitto aspro e perenne con il suo "Io" (che crede di essere il dominatore del mondo ma è terrorizzato dall'evento morte), spingono gli uomini (e tutte le specie viventi) a "lottare" per la sopravvivenza e per il primato sugli altri e sull'ambiente. Una lotta, a quanto pare, ineliminabile dall'ecosistema, già nota ai Greci, tanto che Eraclìto sosteneva che il mondo si fonda sul conflitto (il polemos). Ma dove porterà questo eterno conflitto, se effettivamente dovesse costituire l'essenza della vita, e che spinge l'uomo a cibarsi delle altre specie viventi (e dei propri simili) nel ciclo alimentare ed economico ? La filosofia indiana riporta l'episodio del Re Arjuna che non voleva scendere in guerra contro i popoli fratelli per evitare inutili stragi e che intervenne Krishna per spiegargli che non si sarebbe dovuto preoccupare delle migliaia di morti perché ciò sarebbe stato del tutto indifferente per l'universo. E allora veramente "non ha senso" preoccuparsi del ciclo della morte e della vita, dal momento che la natura è del tutto indifferente rispetto alle illusioni e rappresentazioni del mondo da parte della specie umana ?  E se fosse così, come sembra che sia, che senso avrebbe "vivere" secondo "gabbie giuridiche", sociali, morali, economiche, teologiche, politiche, con goffi rituali, mitizzazioni e divinizzazioni di esseri vacui e di simbolismi eccentrici del potere, anziché vivere tutti secondo le immutabili e universali leggi della natura ? Credo che non avrebbe alcun senso! Mangiarsi tutti, reciprocamente, per poi, alla fine, fagocitare se stessi può anche essere quanto sembri accadere secondo natura ma sarebbe "senza senso", e gli uomini non possono accettare di vivere una vita senza senso. Penso, perciò, che l'uomo, grazie all'autocoscienza (che secondo Kant consente all'universo di conoscere se stesso, come guardarsi allo specchio), possa immaginarsi di avere ricevuto il primato di attribuire (o cambiare) il (non) senso alla vita ma per farlo dovrebbe iniziare ad agire "Contro la volontà di potenza e di vivere". Trattasi certamente di una scelta di vita difficile, apparentemente impossibile, ma nel tempo (lungo o lunghissimo) potrebbe portare al cambiamento dell'attuale essenza del mondo, non più fondato sull'odio ma sull'amore, non più sulla morte ma sulla vita, non più sulla guerra ma sulla pace né sulle tenebre ma sulla luce. E che questo fine o scopo possa essere la vera sfida della specie umana ben si può comprendere dal fatto che non c'è, invece, nulla di "eroico" né di nobile continuare a "mangiarsi l'un l'altro" oppure a continuare a fare stragi di esseri viventi, a depredare gli altri, a sopraffare ed imporre schiavitù e diseguaglianza perché tutto questo sarebbe, a quanto pare, "secondo natura", ossia secondo il modo di esplicitarsi della suprema "volontà di vivere". La vera sfida, perciò, che varrebbe la pena accettare, come specie intellettualmente evoluta, che ha ricevuto il dono dell'autocoscienza (che ha consentito di capire le attuali regole del gioco, di ideare e immaginare il mondo, anche diverso da quello che appare attualmente), può anche essere quella di "mutare" il verso della stessa natura. Per far sì che quest'ultima possa cambiare la sua essenza che ora è intimamente conflittuale, e che si riflette nell'autocoscienza umana, la quale avendo finora supinamente agito secondo la "volontà di vivere", ossia come "funzionario", diligente si ma ignaro e stolto, della specie, si è "macchiato" anche di "correità". Ha cioè finora concorso a realizzare un disegno privo di senso che ora, però, potrebbe finalmente avere bisogno di senso. Mito o storia che sia non importa, ma Davide riuscì a sconfiggere Golia. Anche Spartaco lottò per l'idea di libertà a costo della vita, e non rileva se la perse perché i romani poterono prendere solo il suo corpo esanime ma non cancellare l'idea della libertà. Agli spartani quando andavano in guerra i padri dicevano di ritornare con lo scudo o sopra lo scudo anziché diventare schiavi dell'esercito nemico. Noi abbiamo passivamente accettato di vivere secondo la legge della volontà di potenza che non si cura degli esseri viventi ma soltanto di se stessa. È la volontà che vuole vivere e sopravvivere, ma essa, a quanto pare, non ha alcuno scopo, e nessun senso. Un filosofo contemporaneo, grande affabulatore, grazie alla sua spiccata intelligenza e vasta e profonda cultura, ha anch'egli colto il "non senso" della natura e lo ha accettato come ineluttabilità della vita e della volontà di potenza. Non vi è dubbio che la sua constatazione sia corretta e coerente rispetto a quella che appare come realtà. Le cose, infatti, sembra che stiano effettivamente così, come egli dice, perché la volontà di vivere si preoccupa soltanto della sua "economia" (sopravvivenza) mentre si disinteressa degli uomini dopo che questi abbiano procreato e accudito la prole. La vita, così, ha bisogno della morte, e viceversa, in un ciclo che si ripete senza sosta all'infinito e nell'eternità. E questo ciclo ricomprende tutte le specie viventi, nessuna esclusa, così come oggi stiamo vedendo con la propagazione virale e gli effetti della pandemia, che stanno ciecamente "selezionando" secondo natura gli esseri umani. Eppure, se è vero, come credeva Platone, che il mondo delle idee è il luogo degli universali, dell'assoluto, allora non si può escludere che in tale mondo esista anche l'idea di "un mondo umanizzato", ossia di un mondo che possa cambiare la sua essenza fondata sul conflitto, sulla cieca volontà di potenza e di vivere, diventando invece un mondo nuovo e diverso, proprio grazie all'opera degli esseri umani, i quali potrebbero anche non vederne gli effetti e la realizzazione ma potrebbero poi essere ricordati da tutti gli organismi viventi, che sopraggiungeranno nel tempo, come i seminatori della nuova idea del mondo. Certamente non sarà un'impresa facile, perché il cambiamento dovrà sia riguardare le coscienze individuali che gli apparati statali, i quali hanno in sé proprio l'essenza della volontà di potenza. Sarà, per questo, quasi un evento sovrannaturale, se gli Stati (come ad es. oggi gli USA, la Cina, la Russia, l'India, la Turchia, la Francia, l'Inghilterra, la Germania, etc.), anche grazie all'autocoscienza degli uomini, riusciranno a superare se stessi e a diventare, finalmente, strumenti di servizio e non più di sopraffazione. E così avrà avuto ragione Schopenhauer che conclude il suo saggio più noto, Il mondo come volontà e rappresentazione, affermando: «Noi... lo ammettiamo apertamente: quello che rimane dopo la completa soppressione della volontà è, per tutti coloro che sono pieni di volontà, senza dubbio il nulla. Ma, al contrario, per coloro nei quali la volontà si è rivolta contro se stessa e ha negato se stessa, è questo il nostro  mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, a essere nulla».

 
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BUON NATALE E BUONE FESTE, ANCHE A COVID-19

Post n°1011 pubblicato il 24 Dicembre 2020 da rteo1

BUON NATALE E BUONE FESTE, ANCHE A COVID-19

Ebbene si, anche al famigerato Covid-19, che tanta pena sta dando alla specie umana !

È  follia, fare questo tipo di auguri ?

Può darsi, ma la "follia", si sa (o almeno i più "dotti" così sostengono), è l'unico stato psicologico e mentale che consenta di travalicare gli ostacoli culturali e sociali (detti "razionali") per avvicinarsi alla soglia della "Verità".

Per chi ha fede, è indubitabile che, stando al libro della Genesi, Dio abbia creato tutto l'universo intero e, quindi, oltre all'uomo anche tutte le altre specie viventi. Quindi, anche i virus, e oggi Covid-19. Una "creatura" di Dio, questo virus, che, pertanto, merita rispetto perché mediante essa Dio manifesta la Sua volontà. Una volontà che, secondo qualche filosofo di tendenza, non ha alcun fine, perché avere un fine, od uno "scopo", è soltanto tipico degli umani. Eppure non è detto che sia così (almeno così credo), perché come si può escludere che la "volontà" di Dio, che si esprime mediante la realtà sensibile della Natura, non abbia alcun fine così è altrettanto possibile credere che abbia un fine. E neppure si può escludere che questo "fine" non possa essere compreso dalla limitata mente umana e a causa della illimitata presunzione antropocentrica.

San Francesco ringraziava "Sora morte corporale" perché riconosceva a questa un ruolo di strumento del Signore. Alcuni popoli venerano altri animali (in India la mucca è sacra, e i buddisti rispettano ogni tipo di vita, anche i vermi) e credono nella reincarnazione.

Già Pitagora, che aveva studiato le tradizioni di altre civiltà passate, insegnava la metempsicosi.

Covid-19, perciò, ha piena legittimazione ad esistere in natura e a svolgere il mandato che gli è stato affidato o che appartenga al suo essere, che lo custodisce nel suo DNA (o mRNA).

E anche pensare che oggi Covid-19 stia in "guerra" con gli umani è del tutto assurdo, perchè è sufficiente evidenziare che anche questi - gli umani - sono in continua guerra tra di loro, e non solo da oggi, visto che la pur breve storia ha finora registrato centinaia di milioni di vittime e genocidi. E anche all'interno delle stesse società o Nazioni la "guerra fratricida" è costante e cruenta, e i ricchi schiavizzano i poveri, privati della dignità e delle risorse minime per sopravvivere. Così come i governanti, a tutti i livelli, e le diverse classi dirigenti, esercitano il monopolio della forza e della violenza fisica, morale, politica e giuridica nei confronti dei cittadini e loro sottoposti, anche mascherando il potere col fine fittizio del bene comune.

Perciò, auguri di Buon Natale e di Buon anno a tutti, e anche a Covid-19, con la speranza che il suo intervento possa finalmente migliorare la specie umana e farla vivere almeno in armonia con se stessa, abbandonando la bramosia delle ricchezze a vantaggio dello spirito, dell'eguaglianza e della fraternità tra i popoli e dell'armonia della Natura.

 
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ONOREVOLE CONTADINO E OPERATORE SANITARIO EMERITO

Post n°1010 pubblicato il 18 Dicembre 2020 da rteo1

Il filosofo Galimberti sostiene che "l'identità è un dono sociale". Nessuno nasce con  una propria identità ma è la società che te l'attribuisce. Forse ha ragione. E perciò tutti coloro che ritengano di essere altro, oppure anche altro, rispetto all'identità che viene loro attribuita dalla società, dovrebbero riflettere e comunque non farsi illusioni. Non dovrebbero pensare, perciò, di essere degli artisti, dei poeti, degli scrittori, se, ad es., sono dei semplici uscieri o addirittura dei disoccupati. Personalmente,in verità, nutro dei forti dubbi al riguardo. So bene con quanta disinvoltura la società attribuisca oggi tanti titoli, come ad ed. quelli di onorevole, di emerito, eccellenza, eminenza e altri ancora. Perciò, anche se fossi controtendenza, penso di poter mettere in dubbio la fondatezza dell'unicità della fonte sociale dell'attribuzione dell'identità personale e dei relativi titoli onorifici. E così mi viene da pensare alla prima fase del lockdown durante la quale grazie ai prodotti agricoli è stato possibile resistere  da reclusi nelle proprie abitazioni. Cosi come grazie all'opera dei sanitari è stato possibile lottare contro la pandemia. E allora, precisato che i titoli e le identificazioni delle persone solo mediante il ruolo o la funzione non hanno alcun senso  credo che oggi sia più che mai doveroso rivolgersoi soprattutto ai contadini e agli operatori sanitari mediante il titolo di onorevole e di attribuire agli stessi il titolo di emerito quando cesseranno di svolgere la loro fondamentale attività sociale e professionale. In attesa, ovviamente,che l'eguaglianza democratica cancelli dall'ordinamento politico tutti i residuati onorifici che Montesquieu definiva come tipici del regime di governo regale e aristocratico.

 
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IL GIURAMENTO DI FEDELTÀ ALLA DEMOCRAZIA

Post n°1008 pubblicato il 15 Novembre 2020 da rteo1

IL GIURAMENTO DI FEDELTÀ ALLA DEMOCRAZIA

Gli esseri umani, ormai sempre più privi dell'ausilio degli istinti e affidatisi alla guida della "ragione", hanno bisogno di dare un senso, un valore, un significato, anche trascendente - se necessario -, alle ideazioni e immaginazioni della mente e alle creazioni e manifestazioni visibili della natura. Così i simboli, i riti, sebbene artificiali, diventano "realtà sociali", che convivono con la realtà naturale, in un equilibrio però precario, sempre sul limite tra la "ragione" e la follia. In verità nulla di ciò che è prodotto dall'umana volontà di potenza è verità assoluta, ma quando tutti ci credono, per omologazione o per fede (politica, religiosa, ecc.), accade che ogni cosa e simbolo acquistino un proprio spazio-tempo (sociale, politico, e istituzionale). Essi, così, assumono un proprio significato, una propria identità sociale e un ruolo storico. Spesso diventano perfino oggetti sacri, ossia degni di venerazione, anche quando si identifichino con una persona fisica. La maggior parte delle manifestazioni esteriori sia degli esseri viventi, in generale, che degli umani, in particolare, avviene mediante i "riti". Trattasi di procedure solenni, regolamentate con estrema e inflessibile formalità, come quando la Pizia in stato di estasi recitava gli oracoli a Delfi nel tempio di Apollo. Sottostante ai riti c'è l'esigenza umana di uscire dall'indeterminatezza, dall'incertezza, dal dubbio esistenziale che l'uomo non sia ciò che crede di essere (gli eterni essenti della filosofia) e di essere, invece, parte di ciò che non è (il nulla, da cui anche l'uomo esce e ritorna). Tra i rituali vanno annoverati i "giuramenti", i quali hanno origini antiche e sono tuttora previsti nelle diverse manifestazioni pubbliche (ma anche private) delle moderne civiltà, sia occidentali che orientali. Tra i diversi giuramenti, che avvengono nei più disparati ambiti della vita umana aggregata (noto, alla stragrande maggioranza dei cittadini è sicuramente quello reso in udienza dinanzi al giudice), soffermerò la mia analisi, in questa sede, soltanto su quelli previsti in caso di assunzione di cariche e ruoli pubblici e istituzionali con lo scopo di vagliare se essi siano o meno coerenti con la sovranità popolare e lo spirito democratico che caratterizzano la vigente Carta costituzionale. E, qualora dovesse appalesarsi una qualche incoerenza politica, si potrà valutare l'opportunità di avanzare una proposta normativa per riformare la vigente legislazione, costituzionale e ordinaria. Ciò detto, va ricordato, anzitutto, che tra quelli più remoti, che si rinvengono nei testi e frammenti tramandatici, si trova un riferimento ne La Costituzione degli ateniesi, di Aristotele, il quale riferisce che gli Arconti prestavano giuramento ("i nove arconti giurano di prestare giuramento «come sotto Acasto»). E, inoltre, ha certamente un rilevante significato politico, tanto che si richiamerà più avanti come paradigma rispetto all'attuale Repubblica democratica italiana, il giuramento riportato nel "Decreto a difesa della Democrazia" (attribuito ad Andocide, Atene, 440-390 a.C.) in virtù del quale si dichiarava: « Ucciderò con la parola, con l'opera, con il voto e con la mia stessa mano, se ne sarò capace, colui che cerchi di distruggere la democrazia ad Atene, o che qualcuno in avvenire, abbattuta la democrazia, sostenga qualche carica o che qualcuno sorga per farsi tiranno o appoggi il tiranno». Anche durante la Repubblica dell'impero romano la storia ha registrato che i senatori giuravano di conservare tutti i comandamenti dell'imperatore regnante e dei suoi predecessori. Venendo, invece, ai tempi ed eventi storici più recenti, che hanno condizionato, in qualche modo, l'organizzazione dell'attuale Repubblica italiana, occorre ricordare che lo Statuto Albertino, all'art.22, sanciva che "Il Re, salendo al Trono, presta il giuramento di osservare lealmente il presente Statuto" e all'art.23 che "Il Reggente prima d'entrare in funzioni, presta il giuramento di essere fedele al Re, e di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato". Lo stesso Statuto, inoltre, prevedeva, all'art. 49, che "I Senatori ed i Deputati prima di essere ammessi all'esercizio delle loro funzioni prestano il giuramento di essere fedeli al Re, di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato e di esercitare le loro funzioni col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria". È evidente, da quanto precede, che i Senatori e i Deputati (così come il Reggente) prestavano il giuramento di fedeltà al sovrano, ossia il Re. Il destinatario, perciò, del giuramento di fedeltà, era, e non poteva che essere, secondo l'ordinamento monarchico costituzionale di allora, il Re, che era anche il "Capo Supremo dello Stato" (art.5 dello Statuto).

Passando, ora, all'esame della vigente Costituzione italiana va, prima di tutto, evidenziato che "Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato..." (art.87), così come lo era il Re nella passata monarchia costituzionale. La "sovranità", invece, è stata riconosciuta al Popolo (art.1: La sovranità appartiene al Popolo), ed è in perfetta coerenza col principio fondamentale che "L'Italia è una Repubblica democratica". È, perciò, rispetto a questa forma di Stato, repubblicano e democratico, che occorre valutare la conformità del giuramento di fedeltà dei diversi poteri e organi statali. Dall'analisi dell'art.91 della Costituzione si rileva che "Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune". La stessa Carta, all'art.93, comma 1, sancisce che "Il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica".

Come ben emerge, da quanto precede, il Presidente della Repubblica presta il giuramento di fedeltà alla Repubblica e non alla "Repubblica democratica". Trattasi, probabilmente, come alcuni potrebbero sostenere, di una differenza insignificante, ed è possibile che sia così. Tuttavia, in un Paese dove gli eredi dei Sofisti abbondano, non si può negare che, seppur fosse soltanto una sfumatura di natura formale (in verità è anche politica, e quindi sostanziale), una cosa è dire "Repubblica" e altra cosa è dire "Repubblica democratica". Ed è forse proprio da quest'ultima espressione che si può meglio comprendere il significato del suddetto "Decreto a difesa della democrazia" che disciplinava il giuramento nella polis democratica. Non ritengo, comunque, che sia questa la sede per dissertare sulla differenza tra l'ordinamento democratico della Grecia classica, quello repubblicano dell'impero romano e quello della Repubblica democratica ora vigente, ma è certamente utile rimettere l'approfondimento ai lettori (i quali, con l'occasione, potranno anche riflettere sull'attuale art.85, che prevede la durata del settennato presidenziale, senza alcun limite o divieto di rinnovo della carica). Per quanto mi riguarda, invece, ritengo di poter reiterare la petizione ex art.50 della Cost. della modifica della formula del giuramento di fedeltà per adeguare l'art.91 all'art.1 della Costituzione. E, a maggior ragione, credo che sarebbe opportuno modificare anche l'art.93, per inserire e precisare la formula del giuramento del Presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri. Bisogna, ora, evidenziare che oltre alle due disposizioni costituzionali, innanzi citate, l'art.54  co.2, della Costituzione prevede che i cittadini che assumono pubbliche funzioni hanno l'obbligo del preventivo giuramento prima di assumere le funzioni. Nessuna formula è tuttavia prevista. La Costituzione, infatti, come gia sopra detto, prevede solo per il Presidente della Repubblica la formula del "giuramento di fedeltà alla Repubblica" e, per il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, il dovere (e l'obbligo) del "giuramento", senza esplicitare alcuna formula. L'individuazione delle categorie dei cittadini che hanno l'obbligo del giuramento è avvenuta mediante successive fonti normative primarie e secondarie, anche per recuperare e valorizzare alcune peculiarità professionali e tradizioni storiche. Nei tempi più recenti la materia ha trovato la sua disciplina col DPR 19.4.2001, n.253, che all'art.2, comma 1, ha previsto che i  magistrati ordinari, amministrativi e contabili, gli avvocati e procuratori dello Stato, il  personale  militare  e  delle Forze di polizia di Stato, il personale della carriera diplomatica e della carriera prefettizia (a partire dalla qualifica di vice consigliere), nonché i dipendenti degli enti che svolgono la loro attività nel Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio, nella Commissione nazionale per la società e la borsa, e nell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, prestano giuramento al momento della assunzione in servizio, davanti al capo dell'ufficio, o ad un suo delegato, secondo la seguente formula: "Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi dello Stato, di adempiere ai doveri del mio ufficio nell'interesse dell'Amministrazione per il pubblico bene".

Come ben si rileva dalla formula che precede anche in questo caso non vi è alcuna specificazione che la Repubblica è di tipo "democratico", in conformità del principio dell'art.1 della Costituzione. Sembra, perciò, che per l'ordinamento giuridico italiano sia superfluo, pleonastico, o inutile specificare che la Repubblica è democratica, anche se esistono diverse tipologie oltre quella democratica (presidenziale, semipresidenziale, federale, popolare, ecc.). Ma vi è anche qualcos'altro: Nella formula non si rinviene alcun rifermento al "sovrano", ossia al Popolo. Non vi è dubbio che con la dichiarazione di "osservare lealmente la Costituzione" si potrebbe ritenere che il principio della "sovranità" sia implicitamente recepito, tuttavia, non si comprende perché non si debba esplicitare, analogamente a quanto avveniva per il giuramento di fedeltà al Re, quale sovrano, prima di tutto, e anche Capo Supremo dello Stato.

Per quanto sopra detto, perciò, si ritiene che forse potrebbe essere opportuno includere nella formula del giuramento di fedeltà anche la menzione del Popolo sovrano nonché la specificazione che la Repubblica è di tipo democratica.

Sono ben consapevole del fatto che oggi gli italiani stanno affrontando ben altri problemi tuttavia, poiché la democrazia sta vivendo una fase colma d'incertezze, non farebbe male all'ordinamento costituzionale, soprattutto per il futuro, mettere in cantiere anche la modifica dell'attuale formula del giuramento di fedeltà per adeguarla al "principio democratico" dell'art.1, prescrivendo una formula del seguente tipo: «Giuro di essere fedele alla Repubblica democratica e al Popolo sovrano, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi dello Stato».

 
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