Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

Area personale

 

Tag

 

Archivio messaggi

 
 << Maggio 2019 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31    
 
 

Cerca in questo Blog

  Trova
 

FACEBOOK

 
 

I miei Blog Amici

- PAESAGGI DELLANIMA
- Donne
- back to black
- Van&igrave;...
- filtr
- annavera
- magica
- mediterranea
- ~ Anima in volo ~
- A= Amicizia
- Per me
- La mia dimensione
- Anna
- ASCOLTA IL TUO CUORE
- arcobleno blu
- Lampi di follia 2
- vita di una donna
- KRISTALL
- Silenzio
- L antro di Morgana
- TRIKELIA e dintorni
- Al di la del mare
- Ginevra...
- CREATIVECHARME
- CHE MONDO DI CARTA!
- MARCO PICCOLO
- putpurr&igrave;
- principessabionda
- Mary
- A LADYBUGS LIFE
- La Ballerina Triste
- pensa e sogna
- Cenerentolasiribella
- la vita mia
- DIAMONDS
- LA SCIENZA
- le mie giornate
- VOLARE...ALTO
- Da Bruco a Farfalla
- misteriosa
- SWEET WOMAN
- Calamity Jane
- Ariannaeil Minotauro
- Il bianco e il nero
- BLOG PENNA CALAMAIO
- MINICAOS IN LIBERTA
- Volto in pensiero
- anima libera
- Mi viene il vomito
- GOCCE DI CRISTALLO!!
- EMOZIONANDOMI.......
- ..MaNo NeLLa MaNo..
- Sale del mondo
- interrogativi
- Urlo di Farfalla
- SONO LIBERA.........
- VOCE IN CAPITOLO
- sciolta e naturale
- tuttiscrittori
- sognami
- La vita &egrave; meraviglia
- 3menda
- ...r&eacute;veil en Italie
- chioscofelice
- dagherrotipi
- Suggestioni effimere
- ARIA FRESCA...
- LADY NOTTE
- Origami
- Red Rose
- Rever
- DURA LEX, SED LEX
- La Specola
- buonagiornata
- C&egrave; stato un prima
- Anima on line
- my blog femminile
- La farmacia depoca
- IL MIO MONDO BLOG
- ...STREGATA...
- ADORO ROMA
- Angolo Pensatoio
- tsunami di emozioni
- ECHI
- UTOPIAPOSSIBILE
- antropoetico
- A R T E
- Le note dellAnima !
- VOLANTINAGGIO
- sous le ciel de ...
- omerostd
- PROLAK
 
Citazioni nei Blog Amici: 29
 

Ultime visite al Blog

Smeraldo08eric65vElemento.Scostanteazaryelmassimocopparteo1surfinia60Quivisunusdepopulovincenzo10vcTerzo_Blog.Giuskatya_adavinlubopoITALIANOinATTESAmax542011moschettiere62
 

Chi puņ scrivere sul blog

Tutti gli utenti registrati possono pubblicare messaggi e commenti in questo Blog.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

 

LA PROPRIETĄ (ARTICOLO CENSURATO !)

Post n°982 pubblicato il 18 Maggio 2019 da rteo1

LA PROPRIETÀ (ARTICOLO CENSURATO !)

 L'ordine socio-naturale e politico è strettamente correlato all'istituto della proprietà. Come il terremoto in natura provoca disordine e sconquassi così nelle società organizzate il diritto di proprietà sui beni economici provoca disordini e conflitti costanti, ridotti e attenuati dal potere sovrano mediante la soluzione politico-giuridica della legge che tutela, da una parte, e punisce, dall'altra, i trasgressori delle regole che ne disciplinano i modi di acquisto e di trasferimento. Tra i diversi istituti giuridici elaborati dalla mente umana per "mettere ordine" e regolare i rapporti sociali e politici all'interno delle Comunità costituite quello della proprietà sui beni economicamente utili a soddisfare dei bisogni umani costituisce di sicuro lo strumento più raffinato, ma anche quello sostanzialmente più ingiusto, sia rispetto ai valori etici e religiosi sia alle ragioni fondamentali della nascita e dei fini delle Comunità. Occorre dire, sin d'ora, che fin dalle più antiche civiltà la proprietà sui beni, che ha sempre fatto la differenza tra i ricchi e i poveri, ha costituito il fondamento degli ordinamenti giuridici. La proprietà, quindi, centrale nella legislazione di ogni Stato, diffonde poi i suoi effetti - si irradia - in tutti gli altri istituti giuridici. Ne sono impregnati, infatti, nel settore privato, le successioni, le obbligazioni, le imprese e persino il diritto di famiglia, in cui dovrebbero prevalere l'affetto e la condivisione. Anche il settore penale contiene sempre una serie di reati che hanno la proprietà dei beni come elemento costitutivo e interesse protetto; ed è oggetto del diritto tributario come indice di ricchezza dei cittadini su cui lo Stato esige i tributi, nonché, nel settore del diritto amministrativo, soprattutto a causa dei frequenti abusi in materia edilizia e urbanistica. In generale, secondo i vari ordinamenti giuridici, la proprietà può essere sia pubblica che privata. Tutto, però, dipende dal modello di regime di governo e dal relativo sistema economico e produttivo. Nei moderni ordinamenti di stampo liberale che hanno ispirato il capitalismo economico del libero mercato la proprietà è prevalentemente privata mentre in quelli d'ispirazione socialista, con le economie e i mercati programmati dallo Stato centrale (come erano una volta quelli dell'URSS e della Cina), è tendenzialmente pubblica. Negli Stati occidentali riorganizzati dopo il secondo conflitto mondiale, caratterizzati dalla partecipazione democratica nei governi dello Stato, sia aventi la forma repubblicana che monarchica, la proprietà è pubblica e privata, con una prevalenza dell'interesse pubblico, come, ad es., sancisce l'art.42 della Costituzione italiana. Ma in cosa consiste la "proprietà" e da dove si origina ? Questo interrogativo ha impegnato i massimi studiosi, soprattutto dei tempi passati. Forse oggi non è più utile né "politicamente corretto", come si dice, né opportuno, riproporre la stessa domanda, dal momento che la proprietà è diventata ormai un "fatto acquisito", consolidato, più "sacro" di un dogma religioso, su cui si è strutturato il cosiddetto "ordine costituito", che ha anche ingessato e sclerotizzato la "scalata sociale" nelle magistrature pubbliche con l'esclusione di molti giovani talenti e la promozione dei mediocri. Tuttavia una ricerca e relativa riflessione teorica, come la presente intende essere, non ne può prescindere, al di là degli effetti sulla confutazione o meno del dato fattuale ormai consolidato; ed anche perché non si può escludere che nel futuro, prossimo o remoto che sia, risorga il problema della proprietà sui beni del mondo (o perfino extra-planetari), anche a seguito di mutamenti, ambientali, climatici, politici e istituzionali, derivanti o meno da eventi esogeni o endogeni rispetto all'aggregazione umana considerata e alle sue istituzioni. E allora bisogna dire che la "proprietà" è generalmente intesa come un potere relativamente assoluto riconosciuto in esclusiva a una persona (fisica o giuridica) sui beni economici; cioè su tutti quei beni che sono idonei a soddisfare dei bisogni degli esseri umani o che, in qualche modo, sono d'interesse di questi ultimi. Ci sono beni economici essenziali e beni voluttuari; i primi sono indispensabili per poter vivere (per nutrirsi e sopravvivere) mentre i secondi sono utili per vivere agiatamente, piacevolmente, ossia per "godersi la vita" (sempre appannaggio di pochi, che può avvenire soltanto schiavizzando i molti). Non vi è dubbio che sono certamente i secondi - i beni voluttuari che danno piacere - nella disponibilità esclusiva dei cosiddetti ricchi, i quali, tuttavia, possiedono in grande quantità anche i beni essenziali. E forse sta proprio in questa sproporzione, ossia nella proprietà eccessiva di "beni essenziali" da parte di una minoranza a discapito della maggioranza, che ne possiede, invece, una quantità limitata o non li possiede affatto (i poveri assoluti), che gli Stati moderni e contemporanei hanno fondato i propri ordinamenti giuridici e i propri sistemi economici e finanziari. Il problema, tuttavia, più imbarazzante, almeno sotto il profilo etico e religioso, è quello dell'origine della "proprietà". Una regola fissata dal codice civile italiano disciplina la "continuità delle trascrizioni" che consente di conoscere tutti i passaggi del titolo di proprietà sui beni immobili. Si può, così, anche risalire indietro nel tempo, fino all'origine, che per convenzione coincide con la cosiddetta "usucapione". Ma l'usucapione è soltanto un'altra finzione della legge perché si sa bene che la vera origine è soltanto quella naturale, collegata alla nascita del pianeta terra. E così l'ordinamento giuridico trova l'escamotage della finzione, così come lo sono lo stesso diritto e tutte le altre elaborazioni sociali, politiche e istituzionali. La terra, però, per quanto finora noto, venuta in essere nel nostro sistema solare circa quattro miliardi e mezzo di anni fa, non è stata mai venduta da nessuno né acquistata da qualcuno, così come nessun altro pianeta, né nessun astro della galassia. E neppure si può provare che la terra sia stata "donata" a qualcuno in particolare, tra gli esseri umani, escludendo tutti gli altri esseri viventi. Se, pertanto, tutta la terra e i suoi beni non sono stati venduti, né donati, né acquistati, come allora si spiega la proprietà piena ed esclusiva esercitata dai titolari dei beni ?  Rousseau, che si era posto il problema con la sua opera sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza tra gli uomini, riteneva che la terra non fosse di nessuno e che i frutti appartenessero a tutti; e sosteneva che vi era stato qualcuno che, un giorno, abusando della sua forza fisica, ma anche dell'indifferenza e indolenza degli altri, si era recintato un pezzo di terra e aveva affermato: «questo è mio». E così, in quel preciso istante, è nata la "proprietà esclusiva". Non tutti, però, nel tempo, hanno riconosciuto tale godimento esclusivo, per cui si è reso necessario "legalizzarlo", tutelarlo, sia col diritto interno degli Stati sia col diritto internazionale. Nascono, così, le norme negli ordinamenti giuridici che hanno iniziato a difendere la proprietà, riconosciuta, in generale, come diritto esclusivo sul bene. E chi sono stati i "legislatori" ? Coloro che avevano la proprietà sui beni oppure coloro che ne erano privi ? Ovviamente non questi ultimi! Secondo De Martino, noto storico del diritto romano nonché parlamentare della Repubblica italiana, gli ordinamenti giuridici, e quindi gli Stati, sono nati per proteggere, in primis, il diritto di proprietà esclusiva e che gli Stati si giustificano perché la società è costituita in classi e la classe dominate è quella che detiene il governo dello Stato. Da tanto ne deriva, perciò, che la proprietà è ormai un diritto disciplinato e fondamentale di ogni ordinamento statale ma esso non è, né sarà, mai giusto, né relativamente all'origine naturale né rispetto ai principi etici e religiosi, ma sarà soltanto "legale" perché ha un "difetto d'origine, in quanto deriva dalla sottrazione agli altri del godimento dei beni della terra che non appartengono a nessuno, giacché la terra e il sistema solare non sono di nessuno. Di tempo tuttavia, ne è ormai passato, da quando, come ipotizzato da Rousseau, qualcuno iniziò a prendere possesso esclusivo dei beni comuni, perciò, nei tempi attuali, qualunque ordinamento giuridico non può non disciplinare il diritto di proprietà. Se questo è vero, tuttavia la "Politica" non può avere un semplice ruolo "notarile" ma deve intervenire per far sì che nella Comunità si realizzi sempre un equilibrio tra le opposte polarizzazioni sociali: ricchi e poveri, affinché né i primi né i secondi diventino "ricchi in assoluto" o "poveri in assoluto". Aristotele, come noto, era assertore dell'idea che una "virtù politica" fosse quella del "giusto mezzo". Di tempo ne è passato, ormai, da quando Egli lo teorizzava, eppure, finora, risulta ancora la migliore soluzione politica contro le estremizzazioni, sempre violente, che si producono nell'ambito delle Comunità sociali. Il "giusto mezzo", ovvero, il punto d'incontro, l'equilibrio, tra i diversificati interessi sociali, costituisce, come detto, la sfida principe di ogni forza politica che si proponga per il governo della Comunità statale, nella prospettiva dell'eguaglianza assoluta. Così, relativamente alla proprietà dei beni economici, è necessario che la "Politica", con la forza della legge, nell'attesa che maturino nel tempo a venire i valori della condivisione e dell'eguaglianza tra i membri della stessa Comunità statale, programmi come suo obiettivo principale quello della distribuzione delle risorse secondo il criterio del "giusto mezzo" e, in tale ottica, garantisca, fin da subito, a ciascun membro della Comunità, un minimo di risorse vitali. Per questo i beni economici essenziali non devono essere oggetto di speculazione commerciale né finanziaria perché hanno il fine primario del "nutrimento" per sussistere e vivere degli esseri umani e di tutti gli altri esseri viventi. Paolino da Bordeax1 sosteneva che "le ricchezze del mondo, considerate in se stesse, non sono né buone né cattive, ma diventano tali a seconda dell'uso che ne fa colui che ne possiede". E l'uso corretto, almeno per quanto concerne i Cristiani, deve essere quello di sostenere i poveri. Il "fine" dei beni, perciò, per chi ha una fede religiosa, è quello di soddisfare le esigenze dei poveri e, in questo senso, va letto il precetto del Vangelo2 "Se vuoi essere perfetto, va' vendi tutto quello che possiedi, e i soldi dalli ai poveri...". Indubbiamente le società contemporanee sono andate in tutt'altra direzione; l'economia è finalizzata al profitto, così come il commercio e i mercati, e la ricchezza individuale costituisce il principale parametro per valutare le virtù dell'essere umano nell'ambito della Comunità di appartenenza. Questa, perciò, non è più considerata come un consorzio di vita ma soltanto come un limite alle proprie aspirazioni, al godimento irrefrenabile dei beni e al piacere assoluto. La logica della proprietà ha pervaso l'intero tessuto sociale e così anche gli affetti, le relazioni, la procreazione, la genitorialità e altro ancora sono rivendicati come "diritti" in un'ottica meramente economica e finanziaria della vita associata. "Tutto ha un prezzo", dicevano, e forse ancora dicono, coloro che per esperienza ritenevano che tutto fosse possibile comprare, anche l'anima dei cittadini. Non vi è dubbio che esista un tale modo di pensare e di organizzare la vita associata; ma esiste, altresì, anche un modello opposto, in base al "dualismo cosmico". Per questo, senza voler prendere parte - pur condividendo la visione di coloro che si ascrivono alla seconda parte -, è necessario che le forze politiche tengano la "barra al centro", come regola generale da valere sempre e comunque, a prescindere da chi sia a prevalere nel governo della Comunità. In altri termini, per evitare oscillazioni estreme ad ogni cambio di guida del governo dello Stato, è necessario e utile per tutti che sia seguito il criterio del "giusto mezzo", fissando dei minimi e dei massimi nella distribuzione delle risorse, fermo restando che il progetto politico da perseguire deve essere sempre quello della democratizzazione, o massimizzazione, della proprietà privata.

___

1 G. SANTANIELLO, Vita di Paolino di Bordeax Vescovo di Nola, libreria editrice Redenzione, 2015, p.283

2  MARCO, 10, 17-31

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

ANTONINO LO TORTO: REGOLE E ETICA

Post n°981 pubblicato il 05 Maggio 2019 da rteo1
Foto di rteo1

ANTONINO LO TORTO: REGOLE E ETICA

Un'opera omnia,quella di Antonino Lo Torto, riassuntiva, nelle premesse, della lunga e travagliata storia dell'esegesi del diritto che ha impegnato i Maggiori intellettuali di tutti i tempi al fine di limitare la supremazia assoluta del potere sovrano. Una storia che passa dalla filosofia alla teologia, per le varie e diverse teorie sul diritto,  per cogliere i fondamenti delle regole politiche che organizzano e disciplinano gli aggregati umani mediante lo jus, ereditato dall'ingegno della civiltà romana. E' quest'ultima, infatti, che, come egregiamente riassume Aldo Schiavone nel suo "Jus, L'invenzione del diritto in occidente", ha imposto alla cultura occidentale, e in concorrenza con il paradigma greco della legge come manifestazione della volontà generale, l'organizzazione centrale dello Stato e delle sue ramificazioni depositarie dei principi e delle regole per fissare l'ordine giuridico e sociale della Comunità. Una soluzione, quella dello jus, che nel tempo ha dovuto coniugarsi con i ben più democratici principi della partecipazione popolare nel governo dello Stato, e che, a tutt'oggi, trova una convivenza alquanto complessa e, a volte, conflittuale. L'Autore ha, però, un fine ideale,certamente nobile, proiettato al cosiddetto bene sociale, ossia immaginare che per il futuro lo strumento giuridico possa consentire l'ingresso della cittadinanza universale in un governo mondiale globalizzato. E' una soluzione che certamente appare essere "utopistica", tuttavia ha il sicuro pregio di disegnare un percorso di civiltà alternativo ad una via senza uscite, come appaiono oggi le dinamiche conflittuali sia a livello nazionale, che europeo e mondiale. L'opera viene proposta in una fase di generale disorientamento, con la fuga dei cittadini verso ignoti lidi e con scarso impegno verso dilemmi come quelli affrontati da Lo Torto, per questo va lodato il coraggio intellettuale dell'Autore che, così, mantiene acceso il lume della coscienza umana, civile e politica dei cittadini.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

LIBERI O SCHIAVI ?

Post n°980 pubblicato il 01 Maggio 2019 da rteo1

LIBERI O SCHIAVI ?

"In principio era la libertà". È questo il titolo del saggio edito da "ilmiolibro"(Feltrinelli) col quale Michela dell'Aglio affronta la non semplice impresa di dimostrare che "la libertà" è il fondamento di tutto l'Universo. Un dilemma di non facile soluzione che, come conseguenza, induce il lettore a confrontarsi con la domanda se l'uomo nasca libero oppure schiavo.  E', questa, una domanda che ha trovato una prima risposta formale soltanto nei tempi recenti, nella Dichiarazione Universale dei diritti umani, che all'art.1 ha sancito il principio che "Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza".  Trattasi, come noto, di una dichiarazione di principio, purtroppo costantemente e generalmente disattesa dagli Stati autoritari, e a volte anche negli Stati democratici. Anche Dante attribuiva grande rilevanza alla libertà, quando riporta le parole che Virgilio rivolge a Catone Uticense: "Libertà va cercando, ch'è sì cara... (Purgatorio, Canto I, v.71); così come anche Rousseau che nel "Contratto sociale" affermava che "L'uomo è nato libero, ma in ogni luogo è in catene".  E', perciò, di grande importanza intellettuale   e sempre di cogente attualità il tema della libertà, affrontato e sviluppato nel saggio dalla dell'Aglio. Con la sua tesi l'Autrice eleva alla massima potenza la fonte della libertà, travalicando gli angusti limiti degli esseri umani. Ella colloca la libertà direttamente in Dio, ritenendola una Sua espressione. E, al riguardo di Dio, sostiene: " Innanzitutto bisogna dire che egli non è l'essere, in quanto lo precede e ne dispone in misura tale da potere decidere da sé della propria stessa esistenza; in secondo luogo, che è origine della realtà (è quello che intendiamo dire affermando che ha creato il mondo). Dio è l'unica entità che esiste perché vuole, esattamente ciò che vuole essere, non è determinato né dalla natura né da alcuna necessità, ma solo dalla sua libertà. Per questo ne abbiamo concluso che Dio è innanzitutto libertà assoluta e senza limiti. Il che non significa che la libertà sia Dio, ma che a lui essa appartiene, ne è il primo e fondamentale attributo. Anche dal punto di vista di Dio, l'uscire da sé è un evento, una scelta, un atto di libertà che esprime una dinamica interna a lui stesso. Si verifica, per così dire, un cambiamento nella vita divina da una condizione - stare in sé stesso - a un'altra - uscire da se stesso".  L'Autrice, in estrema sintesi, ritiene che "La libertà attesti l'esistenza dell'amore come impulso primario della libertà stessa e come intelligenza amante; eterna scelta del bene, sì irrevocabile alla vita, senso e meta di tutta l'avventura del vivente. Come la libertà, anche l'amore è trascendente e immanente, una realtà indefinibile...". 

Si può dire, perciò, che l'opera proposta da Michela dell'Aglio ha il merito di prendere una posizione chiara, netta, argomentata, sulla libertà, che così assurge a principio sacro, in quanto trova la fonte nel Divino, per questo dà una efficace tutela agli esseri umani nei rapporti con le istituzioni statali non sempre sensibili all'esigenza di libertà dei cittadini.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

TRIBUNALI DEL POPOLO

Post n°978 pubblicato il 23 Aprile 2019 da rteo1

TRIBUNALI DEL POPOLO

Parlare di Tribunali vuol dire affrontare il tema della giustizia. Ma che cosa è la giustizia ? Questo sostantivo viene reiteratamente chiamato in causa (sia nelle espressioni correnti sia in riferimento al mondo giudiziario e suoi dintorni). Tutti i cittadini vi si appellano in continuazione, soprattutto  quando hanno la necessità di disapprovare un comportamento o un provvedimento normativo o giudiziario ritenuto "ingiusto"; così come vi fanno ricorso molti rappresentanti delle istituzioni e dei partiti, anche se spesso sono proprio loro ad essere sottoposti al "giudizio" dei cittadini. Spesso la "giustizia" diventa un vessillo individuale o di esclusivo appannaggio di una fazione politica, che la invoca a fasi alterne, a seconda delle proprie convenienze; essa assurge anche a totem intangibile, sacro, da onorare, così come, di riflesso, se ne ammantano tutti i suoi sacerdoti e sagrestani proprietari dei riti. Va detto che la "giustizia" deriva da "giusto", ossia da ciò che secondo coscienza umana è comunemente ritenuto "giusto", anche se non sono mancati cultori del diritto, soprattutto dei tempi andati, che hanno sostenuto che sia il "giusto" a derivare dalla giustizia e che quest'ultima è insita nella "legge" (è, cioè, la legge, che nelle sue norme instilla, trasferisce, il senso generale del "giusto"). Ad ogni buon conto, per mettere pace (meglio, per ora, lasciare da parte le disquisizioni), la giustizia e il giusto sono tra di loro interconnessi, collegati, come consorti. I Greci impersonificavano la giustizia con la Dea Themis, intesa come governatrice dell'ordine generale che si esprime non solo nel diritto ma anche nel procedere naturale delle cose; dall'unione di Themis e Zeus avevano fatto nascere Dike, la Dea della giustizia degli umani, sorella di eunomia e Irene. Due piani, a quanto pare, uno sopra, a livello divino, e l'altro sotto, a livello umano. Una separazione che, purtroppo, ha storicamente dato luogo a frequenti conflitti tra coloro che in terra hanno ritenuto di avere titoli per esercitare in esclusiva le funzioni di rappresentanti celesti e terreni, così come avvenne anche nella Grecia classica, secondo la ben nota tragedia di Sofocle, Antigone, la quale, per dare degna sepoltura al fratello, invocava le  "leggi non scritte, e innate, degli Dei, contro la legge di Creonte, re di Tebe. Comunque, il tema della "giustizia" richiama quello dei "Tribunali", ossia delle sedi istituzionali ove si giudicano i comportamenti degli uomini in rapporto alle leggi vigenti. I principali provvedimenti che da tali istituzioni vengono prodotti sono le "sentenze", ovvero le decisioni che al termine del rito, come gli oracoli della Pizia del tempio di Apollo, danno il responso finale. Ogni ordinamento statale prevede la possibilità del riesame (appello) della sentenza, ma non sono mancati casi, nella storia passata, di decisioni inappellabili. La Costituzione italiana, che ha strutturato la forma di Stato e di governo come Repubblica democratica, all'art.101, comma 1, sancisce che "La giustizia è amministrata in nome del popolo" mentre, all'art.102, comma 3, prevede che "La legge regola i casi  le forme della partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia". La vigente legge sull'ordinamento giudiziario ha finora previsto la partecipazione "popolare" in alcuni Collegi giudicanti (Corte di assise e di Assise d'appello) e la magistratura "onoraria", oggi riassunta nell'ufficio del "Giudice onorario di Pace" e dei Vice procuratori onorari. Non esiste nella legislazione vigente alcuna previsione della elezione democratica dei magistrati giudicanti e inquirenti. Eppure in una "democrazia" la scelta mediante elezione dei "rappresentanti del popolo" cui affidare l'amministrazione della giustizia dovrebbe costituire la via maestra. Non vi è dubbio che una soluzione di questo tipo incontrerebbe molti ostacoli, sia tra i depositari istituzionali dei riti che tra gli "onorari" selezionati dallo Stato centrale, tuttavia l'elezione diretta dei giudici e degli inquirenti costituisce la massima espressione democratica della Repubblica, che così potrà arricchire il suo ordinamento con i "Tribunali del Popolo".  

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

SUA ECCELLENZA, E LEI NON SA CHI SONO IO.

Post n°975 pubblicato il 13 Marzo 2019 da rteo1

SUA ECCELLENZA, E LEI NON SA CHI SONO IO. 

Montesquieu sosteneva che i titoli onorifici sono tipici di un ordinamento aristocratico. Solone, nel suo avvento al potere per dirimere le controversie tra gli ateniesi, aristocratici e popolo, diede una svolta in senso democratico all'ordinamento e, tra le diverse misure, dispose l'abolizione dei titoli onorifici quando non connessi all'esercizio effettivo delle funzioni. Gli imperatori romani ne fecero grandissimo uso politico, anche non collegati a funzioni pubbliche ma solo per la "pompa magna" dell'aristocrazia. Sono, ormai, trascorsi molti secoli, da quelli antichi, e, tuttavia, è rimasta radicata nelle consuetudini sociali e nella mentalità degli uomini la brama di titoli e onorificenze varie per potersi distinguere dai propri simili. E neppure il regime democratico dei tempi attuali è riuscito a scardinare tale abitudine pur fondandosi sul principio di eguaglianza dei cittadini. È frequente, infatti, che anche nelle odierne repubbliche democratiche si elargiscano onorificenze e titoli, di cui i cittadini si fregiano, sia quando sono ancora in attività di servizio sia quando non lo sono più; e si  fa ricorso a tali titoli persino quando i cittadini (non tutti, a dire il vero) trapassano a "miglior vita", con l'elenco dei titoli pubblici che sono stati acquisiti anzichè invocare una prece per le loro anime di peccatori.

Una trovata alquanto bizzarra è stata anche quella di aver "coniato" il titolo di "Emerito", tanto che è piaciuto persino al Papa Benedetto XVI, che se ne è fregiato per distinguersi dal successore Papa Francesco.

Un titolo, tuttavia, che mi lascia molto perplesso è quello di "Sua Eccellenza" attribuito ad alcuni funzionari della Repubblica (ma anche della gerarchia ecclesiastica, che dovrebbe essere immune dai vizi temporali). Al di là del fatto che tale titolo trova la sua origine nella remota storia della monarchia e del passato governo fascista, che lo aveva confermato e replicato, ciò che mi lascia dubbioso è la sua stessa etimologia: Anzitutto, il pronome possessivo "Sua", di terza persona singolare, che mal si concilia con il diretto rapporto che si instaura tra gli interlocutori. In altri termini, quando un cittadino entra in relazione con il funzionario, se non è possibile darsi del Tu, stante - secondo i canoni civili (?) - l'eccessiva confidenza, allora si dovrebbe fare ricorso all'uso del Lei (molto più elegante, secondo gli stessi canoni civili, che genera le "giuste" distanze tra le persone); invece, rispetto all'autorità (non a tutte, come noto) si dice "Sua" (o, peggio, vostra), come se non ci si riferisse all'interlocutore presente (l'autorità) ma a un terzo astratto, impersonale, assente ed estraneo.

In secondo luogo, "Eccellenza". Questo sostantivo deriva da "eccellente", che sta a significare che la persona "eccelle" rispetto a qualcuno in qualche cosa (è questa la definizione che risulta da molti dizionari). In altri termini, il soggetto a cui si dà il titolo di "Eccellenza", eccelle rispetto a qualcun'altro (e non rispetto a tutti i cittadini, ovviamente, per cui è un giudizio relativo), e in qualche cosa (e non in tutte le altre attività e funzioni pubbliche e professionali).

E allora dove sta la particolarità (o la "genialità") della persona indicata come "eccellenza", visto che è così per tutti ? Non è, infatti, vero che c'è sempre un avvocato che "eccelle" rispetto agli altri avvocati in qualche cosa ? (ad esempio, un penalista, che eccelle tra i colleghi penalisti); oppure, non è vero che c'è sempre un medico che eccelle sugli altri medici in qualche cosa ? (ad esempio l'oculista nei confronti dei colleghi oculisti); o il gigolò, il calciatore che eccellono nei propri campi, e non in altri, rispetto ai colleghi, pur credendo di essere unici ?  

Ora, se è vero (come è vero) che lo scibile umano è diventato immenso, non può ritenersi che chi "eccelle" soltanto in una cosa (in un solo ambito, in una sola funzione) rispetto ad un altro (o a pochi altri) sia, tutto sommato, "limitato" ?; e, inoltre, che professionalmente, socialmente e culturalmente è forse anche inadeguato dal momento che dimostra di aver bisogno di schermirsi con i titoli e le distanze formali anziché rapportarsi agli altri col suo patrimonio di virtù, moralità e conoscenza ?

Stando così le cose, ne deriva che attribuire a qualche funzionario il titolo di "Sua Eccellenza" può anche sottintendere un giudizio riduttivo, perché potrebbe significare che il funzionario sarebbe soltanto capace di esercitare in modo "eccellente", rispetto ad altri suoi colleghi, solo quella pubblica funzione. Per questo forse sarebbe più che utile, ormai, e politicamente opportuno, che si cancellasse dall'ordinamento giuridico l'uso di tali titoli nei rapporti tra i cittadini, ritenendo tali titoli ormai anacronistici e in distonia col regime repubblicano e democratico, soprattutto quando il funzionario non è nell'esercizio della sua funzione.

E così in democrazia non sarebbe più possibile a nessuno poter dire "Lei non sa chi sono io", o, peggio, "chi sono stato io", dal momento che tutti sarebbero comuni cittadini, e si indurrebbe tutti ad occuparsi un po' delle proprie anime in attesa di passare "a miglior vita".

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 
« Precedenti Successivi »