Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

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IL PARASSITISMO DI ALCUNI DIRIGENTI PUBBLICI

Post n°967 pubblicato il 11 Gennaio 2019 da rteo1

IL PARASSITISMO DI ALCUNI DIRIGENTI PUBBLICI

Cari lettori, seppur di numero esiguo, che occasionalemte transitate per questo blog, anzitutto vi saluto, dopo un relativo breve periodo durante il quale sono stato costretto da eventi di forza maggiore ad assentarmi. Detto ciò, sento di dover lasciare in questa sede una mia rifllessione fatta durante la mia assenza. Soltanto una breve riflessione, per ora.

Dico subito che esistono, in generale e per summa capita, due mondi nella società civile organizzata: il primo produttivo e il secondo "improduttivo".

Il primo, cioè, è quello che produce beni primari, essenziali per il nutrimento e l'esistenza degli esseri umani costituiti in società; il secondo, invece, è quello dei servizi, strumentale (o almeno così dovrebbe essere), rispetto alle esigenze del primo.

Sicuramente appartiene al secondo mondo tutto il pubblico impiego. Ebbene, relativamente a questo, sento di poter affermare che esistono all'interno di esso delle professionalità, delle eccellenze, sebbene siano poche, oserei dire scarse, almeno per quanto concerne la mia recentissima esperienza. Tutto il resto, o buona parte di tale ambito lavorativo, è spesso costituito da persone inadeguate, che svolgono i propri compiti con massimo disinteresse, e hanno come solo fine e stimolo quello della retribuzione mensile, dell'indennità incentivante, dei premi di produzione, del ticket mensa, e altre ruberie sindacalizzate. Relativamente al mondo sanitario, delle Aziende ospedaliere, cui intendo, quì, fare specifico riferimento, ho avuto occasione di verificare che i "primari" competenti, efficienti, che operano con spirito di abnegazione, che si curano del corpo degli esseri umani (i pazienti) come se fossero i propri sono delle rarità ma quando ti capita d'incontrali rimani così favorevolmente colpito tanto da comprendere quanto sia importante che nella società civile ci siano Ospedali che si curino della salute dei cittadini. Ho avuto occasione di conoscerne qualcuno e confesso che è proprio questa la sanità che vorrei, e mi auguro che lo diventi, sebbene la pletora di dirigenti ospedalieri e sanitari in genere sia costituita da persone che definirei "parassitarie", che il corpo civile dovrebbe poter espellere come fa il corpo umano che reagisce agli attacchi virali e batterici. Purtroppo questo non è possibile perchè la legislazione corporativa di questo Paese, che ha sinora protetto a prescidendere le proprie sacche elettorali, impedisce ai cittadini di poter far "cacciare" dagli ospedali, col proprio giudizio, mediante atti sottoscritti di censura e di biasimo, tutti i dirigenti sanitari parassitari.

Nessun governo finora, soprattutto quelli di centro sinistra, ha riconosciuto ai cittadini - pazienti - tale diritto e di poter far mettere alla porta alcuni dirigenti saprofiti che percepiscono alcune migliaia di euro al mese (che vengono periodicamente rimpinguati con fantasiose indennità) senza alcun vantaggio per la Comunità. L'auspicio è che questo governo in carica (che sembra però piuttosto traballante) o quello che lo sostituirà, mettendo da parte anche i sindacati, se necessario, riconosca finalmente un ruolo primario nella valutazione dei dirigenti della sanità ai cittadini/pazienti e non alle istituzioni e agli organi sanitari che fanno sempre prevalere le ragioni della corporazione e non della cittadinanza.

 
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PADRONI E SCHIAVI

Post n°966 pubblicato il 22 Dicembre 2018 da rteo1

PADRONI E SCHIAVI 

Nell'alveo delle polarizzazioni antagoniste e conflittuali che si generano all'interno degli organismi politici si inserisce anche il rapporto tra padroni e schiavi, mai totalmente eradicato dal tessuto connettivo delle Comunità, non solo di quelle tribali ma anche di quelle dette "civili". Mentre, però, relativamente alle prime - le "tribali" - si può anche comprendere, stante l'arretratezza culturale dei suoi membri che agiscono seguendo prevalentemente i loro primitivi rituali e gli istinti primordiali, nelle seconde - le "civili" -, invece, tali rapporti sono da ritenere inaccettabili perché le Comunità, che agiscono secondo le regole convenzionali della politica e del diritto, non possono violare i fini originari di garantire benessere, protezione e tutela della dignità a tutti i membri della stessa Comunità. Se, perciò, in queste Comunità dette "civili" continuano a persistere dei rapporti "padrone-schiavo" vuol dire che le norme, e quindi, in senso ampio, le leggi, hanno violato il "patto originario" tra i consociati, per cui le regole hanno solo la veste formale della volontà generale del popolo ma in realtà sono degli strumenti che consentono di conservare nella società l'antico istinto predatorio naturale, che è esercitato dall'élite al governo dello Stato. In questi casi, perciò, il rapporto "civile", che trova la sua fonte nella legge, è soltanto "legale" ma non potrà mai diventare etico né "giusto", in assoluto; e sarà sempre un rapporto tendenzialmente instabile, che potrà essere gestito soltanto mediante l'uso della forza della legge e dei suoi strumenti istituzionali ma senza alcuna condivisione generale dell'intera Comunità sociale perché la parte della società resa schiava subirà sempre questa condizione come una violenza politica. Va riconosciuto che, almeno formalmente, il rapporto di "schiavitù" è stato bandito da tutti gli ordinamenti giuridici delle civiltà occidentali, a partire dalla "guerra di secessione" del 1861 tra gli Stati del Nord America contro quelli schiavisti del Sud. Purtroppo, però, la schiavitù persiste tuttora "nei fatti", soprattutto nei rapporti di lavoro, dove massimamente si manifesta l'uomo-animale. Il "lavoratore", in questo modo, collocato in un sistema economico e politico tendenzialmente gerarchizzato, diventa la "preda civile" del "datore di lavoro", anche quando questo è una pubblica istituzione perché questa, quale persona giuridica, è sempre impersonata da un essere umano, spesso incapace di controllare i suoi istinti primordiali. E così, nel mondo "civile", a seconda di quanta "libertà" sia riuscito a conquistarsi legalmente ogni singolo cittadino rispetto al potere e agli altri cittadini, nel mondo del lavoro sono state "coniate" espressioni, del tipo, lavoratore "subordinato", lavoratore "autonomo", libero professionista, lavoratore pubblico, lavoratore privato; inoltre, lavoratore "di ruolo" e "non di ruolo", con contratto a termine e a tempo indeterminato, di collaborazione coordinata e continuativa e a progetto, e altre tipologie di difficile comprensione per le poche, ormai, menti sane e normali poiché "create" dal pensiero politico deviato e deformato. Appartengono a questa categoria sicuramente le "classi dirigenti" dei partiti e quelle economico-finanziarie, a cui vanno associate quelle dei "giuristi" e legulei, sempre avvezze agli inutili e deleteri bizantinismi. In verità il "lavoro", in una Comunità civile, non dovrebbe essere altro che l'impegno fisico e mentale che ogni essere umano ha il "dovere" di compiere per apportare il suo contributo alla Comunità di appartenenza affinché tutti i componenti "vivano bene"; perciò, è questo -il vivere bene dell'intera Comunità - il fine del lavoro, per cui ogni singolo "lavoratore" ha la stessa dignità sociale e politica di ogni altro lavoratore, pur differenziandosi per il tipo di mansione espletata. Vale la pena, a questo riguardo, evidenziare che le diverse tipologie di lavoro, ossia le "specializzazioni", in una società democratica non possono assolutamente discriminare i lavoratori mediante il riconoscimento di diverse quote di risorse perché tali "specializzazioni" sono soltanto necessarie per conseguire il migliore risultato sociale, che altrimenti non sarebbe possibile ottenere se, ad es., tutti i cittadini espletassero la medesima attività, oppure se tutti svolgessero compiti per i quali non hanno competenze (ad es. un agricoltore che svolge il ruolo di medico o viceversa). La "specializzazione", perciò, nel complesso mondo dell'attività lavorativa, è soltanto il frutto di una pura e semplice esigenza organizzativa di ogni Comunità, il cui fine, come acutamente sottolineato da Aristotele, è quello di... (seguirà...)

 
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IL SINDACO È IL “PRIMO CITTADINO” ?

Post n°957 pubblicato il 28 Ottobre 2018 da rteo1

IL SINDACO È IL "PRIMO CITTADINO" ? 

Accade alquanto di frequente che quando i cittadini si riferiscano alla persona titolare della funzione di Sindaco anziché identificarla con questa sua carica istituzionale gli attribuiscano, invece, il titolo di "primo cittadino", come se i titoli fossero equipollenti, alternativi. La questione può sembrare priva di rilevanza, e forse per alcuni aspetti lo potrebbe pure essere, tuttavia rispetto all'emancipazione culturale della comunità tale comportamento dei cittadini va necessariamente corretto perché anzitutto contrasta con il senso democratico della funzione istituzionale, che deve essere di servizio in un quadro di eguaglianza e alternanza dei ruoli e funzioni; inoltre, evidenzia una certa soggezione psicologica nei confronti del titolare del "potere locale" tipica del remoto mondo feudale e baronale che impedisce la crescita civile e morale dei cittadini. Non va mai dimenticato che le parole hanno sempre un significato e un valore in sé, e che quando esse si allontanano dai termini giuridici utilizzati per identificare gli enti e gli organi pubblici occorre essere particolarmente accorti e cauti perché a seconda dell'uso corretto o meno s'introducono nel sistema sociale e politico dei concetti spuri che alterano i fragili rapporti tra i cittadini e il potere, dando ai titolari di questo la sensazione di essere considerati come delle "divinità" politiche e sociali. Definire, quindi, come "primo cittadino", un qualunque cittadino che ha provvisoriamente assunto la carica istituzionale di Sindaco (ma la riflessione può valere anche per tutte le altre cariche pubbliche), equivale ad esprimere un giudizio di paragone, di raffronto, con tutti gli altri cittadini della stessa comunità, stabilendo, così, un ordine gerarchico, in virtù del quale - se c'è un primo - è inevitabile che tutti gli altri seguano tale ordine discendente (il secondo, il terzo, etc., imponendo, così, di individuare anche chi sia "l'ultimo cittadino"). Al di là del fatto che non vi è nessuna norma che preveda tale attribuzione del "primato" (non vi è, infatti, alcuna vigente disposizione di legge in tal senso), per cui il "primato" viene riconosciuto al di fuori della legge, tuttavia, qualora si voglia conservare questa "tradizione paesana" allora si rende senz'altro necessario fissare almeno alcuni requisiti minimi di base affinché si possa attribuire ad un Sindaco tale primato di "primo cittadino" rispetto a tutti gli altri concittadini. E allora occorre cominciare col riconoscere che non è ovviamente sufficiente essere stato eletto Sindaco del Comune, ma che è necessario che tale cittadino possegga anche altri ulteriori requisiti diversi da quelli politici. Credo che l'elenco dei requisiti dovrebbe sempre essere quanto più lungo possibile, tanto da distanziare sempre tutti gli altri cittadini, a cominciare dal "secondo". Tra i requisiti dovrebbero certamente primeggiare la conoscenza, la saggezza, il senso etico e della moralità pubblica; l'assenza di qualunque procedimento penale a carico; il rispetto per il bene comune e lo spirito di servizio verso la collettività. Individuati, così, tali parametri valoriali minimi occorre, indi, verificare se il cittadino-Sindaco ne sia o meno in possesso qualora gli si voglia attribuire il "titolo" di "primo cittadino". Soltanto all'esito, perciò, di tale riscontro, sarà eventualmente possibile attribuire detto "primato", e sempreché non ci sia qualche altro cittadino che pur non ricoprendo la carica di Sindaco (e forse proprio per questo), abbia ben altri e ulteriori requisiti rispetto a quelli minimi del Sindaco perché in tal caso il titolo di "primo cittadino" dovrebbe essere riservato a tale semplice cittadino e non al Sindaco. Indubbiamente un procedimento di questo tipo comporta una serie di difficoltà e inconvenienti, e rende complicato poter attribuire - come invece ora si fa a cuor leggero - il titolo di "primo cittadino" a un Sindaco qualunque, tuttavia, così operando, si potrà essere più sicuri di aver fatto la scelta migliore. Diversamente, coloro che non amano soffermarsi più di tanto a "cavillare", possono limitarsi a dire soltanto «Il Mio primo cittadino» anziché «Il primo cittadino», perché così esprimeranno solo un giudizio personale e relativo senza coinvolgere tutti quegli altri cittadini che non amano fare ricorso ad alcuna scala piramidale per differenziare i cittadini e che valutano questi solo per ciò che fanno e non per i titoli e le cariche che ricoprono.

 
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IL “PASTO” DI CITTADINANZA

Post n°952 pubblicato il 05 Ottobre 2018 da rteo1

IL "PASTO" DI CITTADINANZA

Il cosiddetto "reddito di cittadinanza" - progetto politico del M5 stelle - è stato finora avversato da molti cittadini, ma ciò che lascia piuttosto perplessi è che è inviso anche a quelli del "mondo della sinistra", che pure dovrebbero avere a cuore le sorti degli indifesi e degli esclusi. A tale reddito fa da pendant la "pensione di cittadinanza", altro rimedio economico previsto in favore di coloro che percepiscono una pensione mensile al di sotto del livello minimo per la sopravvivenza (quantificato in euro 780 mensili). Per farla breve, si può dire che, in un modo o in un altro, il problema della povertà è stato messo al centro della politica dell'attuale governo. Indubbiamente rispetto alle soluzioni prospettate risulta possibile sollevare tutta una serie di obiezioni, a cominciare dal debito pubblico, che continua a lievitare, e allo sforamento del rapporto deficit/Pil, che mette in ansia i mercati e l'U.E. Ma detto questo, è ben evidente che rispetto al grave problema della povertà assoluta in cui versano, ormai, alcuni milioni di cittadini le "forze" politiche non governative, e in particolare quelle di sinistra, come il PD, non dimostrano di offrire soluzioni alternative né credibili. Dire, infatti, come fa tale partito, che con il "reddito di cittadinanza" si fa solo assistenzialismo, mentre, invece, occorre dare ai cittadini il lavoro, perché soltanto questo dà dignità, significa voler eludere il problema e continuare a tutelare solo quei cittadini che sono dentro il sistema politico (come è accaduto col bonus degli 80 euro e il ticket di 500 euro) e sono garantiti da redditi certi (e spesso anche ingiustamente elevati). Si può, infatti, pur aderire, in linea teorica, alla predetta obiezione, e cioè che occorra dare lavoro, ma non si può di certo pensare che in attesa di dare a tutti un lavoro (cosa peraltro impossibile in economia) chi è povero assoluto deve attendere e intanto "arrangiarsi" come può, o morire di fame. E che il problema della povertà meritasse delle risposte era stato compreso anche dal precedente governo che, seppur timidamente, e con notevole ritardo, rispetto a come invece erano stati affrontati altri problemi sociali (ad es. quello del fallimento di alcune banche), aveva previsto, all'approssimarsi delle elezioni (che facevano intravedere una probabile sconfitta dei partiti di governo),  il cosiddetto "reddito di inclusione" stanziando in un apposito fondo circa un miliardo e mezzo di euro (somma certamente insufficiente per raggiungere la stragrande maggioranza dei cittadini poveri ed emarginati). Il "problema povertà", perciò, esisteva e persiste tuttora per cui va responsabilmente affrontato, come è giusto che sia in una Comunità statale che continua a professarsi tale, anche se spesso dimostri di non crederci sino in fondo, soprattutto per poter continuare a perpetrare privilegi di classe. Vale la pena sottolineare che una Comunità, spesso evocata dai politicanti come semplice intercalare senza averne chiaro il concetto, è tale solo quando vi sia condivisione, nel bene e nel male, delle sorti di tutti i membri. La Comunità, perciò, non esiste più, ovvero è soltanto un simulacro legislativo, costituzionale e istituzionale, quando, mediante la legislazione, i cittadini sono discriminati tra ricchi e poveri, tra padroni e schiavi, riconoscendo e attribuendo le risorse economiche soprattutto ai primi. Bisogna sempre ricordare che le prime cellule sociali, che erano aggregate dal vincolo di sangue, condividevano tutto; nessuno, perciò, era privato almeno dei beni necessari alla sopravvivenza. La fusione di tali cellule in aggregazioni sociali sempre più complesse, fino a quella suprema oggi detta Stato, ha avuto il solo obiettivo di migliorare le condizioni di vita di tutti gli appartenenti alla stessa Comunità statale. È, pertanto, da escludersi in assoluto che un nucleo familiare sia entrato a farne parte senza avere le garanze che la propria condizione sociale, economica e politica sarebbe stata migliore e mai peggiore di quella originaria, regolata soltanto dalle forze della natura. La "legge", perciò, quale strumento politico sostitutivo delle forze della natura, non può mai derogare al principio che ogni essere umano appartenente al Consorzio civile deve essere provvisto di risorse utili e necessarie per una vita dignitosa. Il lavoro, perciò, come sostengono i "partiti di sinistra", garantisce certamente la dignità ma questa, in assenza di lavoro per tutti, deve essere necessariamente tutelata con l'attribuzione di risorse economiche. Riguardo a queste, poi, si obietta che le casse pubbliche, stante l'elevato debito sovrano di circa 2300 mld di euro, non risulta possibile garantire a tutti i poveri un reddito minimo di cittadinanza perché il costo annuale per lo Stato, pari ad oltre dieci miliardi, sarebbe insostenibile. È del tutto evidente l'inconsistenza della obiezione, che tende, ovviamente, a conservare lo status quo dei privilegi delle diverse categorie e corporazioni. Non si può negare, infatti, che nell'ambito pubblico sono tuttora elargite remunerazioni esorbitanti, senza alcun rapporto proporzionale con un minimo da garantire a tutti. Oggi la voce stipendio della busta paga, se si esclude la riforma del 1978, che aveva fissato per livelli funzionali le retribuzioni per tutto il comparto pubblico, costituisce una voce isolata rispetto a tutte le altre e molteplici indennità strampalate, premi di produzione, premi incentivanti, ticket pasti, e altre amenità, tipiche di civiltà preistoriche, reintrodotte a causa delle azioni sindacali che hanno affermato le diverse peculiarità dei rami della burocrazia. Bisogna, perciò, iniziare a sfoltire la giungla retributiva (compensando con gli "onori pubblici" quei cittadini che li bramano) per recuperare le risorse necessarie per affrontare il problema della povertà assoluta; inoltre, occorre introdurre un inderogabile rapporto tra il minimo di reddito per la sopravvivenza riconosciuto a tutti i cittadini e il massimo di reddito per i lavoratori pubblici, secondo il giusto rapporto proposto già da Platone nella misura di uno a  cinque, che peraltro era coincidente proprio con quanto percepiva l'amministratore delegato della Fiat qualche anno addietro quando l'equità e la giustizia sociale erano dei valori generalmente condivisi. Il "reddito di cittadinanza", così, potrà entrare a pieno titolo nell'ordinamento giuridico e potrà garantire tutti, perché non è assolutamente vero che chi oggi è ricco lo sarà di sicuro anche domani o avrà sempre garantito un posto di lavoro. È il caso anche di ricordare che nella Grecia antica in alcune polis erano stati prescritti i "sissizi", ossia i pasti comuni; questi consentivano di instaurare e consolidare i vincoli di appartenenza e di solidarietà. I famosi simposi erano anch'essi una espressione, seppur in ambito privato e circoscritto, di tale idea comunitaria di condivisione del sociale. Anche le più recenti Comunità contadine - tra cui quelle irpine - praticavano spesso la consumazione di pasti in comune (una sorta delle sagre paesane dei tempi moderni). Si potrebbe, perciò, recuperare anche quella remota esperienza socio-politica per garantire nell'immediato a tutti i cittadini indigenti almeno un "buono pasto", come peraltro viene attribuito ai lavoratori che poi lo spendono mensilmente nei supermercati. Un "pasto di cittadinanza", perciò, come diritto fondamentale e non come elargizione del potere, potrebbe intanto costituire un primo e rapido passo in sintonia con l'istituzionalizzazione del reddito e della pensione di cittadinanza perché tale pasto giornaliero non lede certamente la dignità - come forse eccepiranno in mala fede alcuni cittadini che non ne hanno assolutamente bisogno (e beati loro) - ma impedisce a chiunque sia in una condizione di povertà di dover fare la fila presso la Caritas o di rovistare tra i cassonetti, di fronte alla totale indifferenza di tanti cittadini democratici che predicano l'accoglienza indiscriminata ma tengono chiuse e sigillate le porte delle loro abitazioni.

 
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