Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

Area personale

 

Tag

 

Archivio messaggi

 
 << Agosto 2021 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
            1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31          
 
 

Cerca in questo Blog

  Trova
 

FACEBOOK

 
 

I miei Blog Amici

- PAESAGGI DELLANIMA
- Donne
- back to black
- Van&igrave;...
- filtr
- annavera
- magica
- mediterranea
- ~ Anima in volo ~
- A= Amicizia
- Per me
- La mia dimensione
- Anna
- ASCOLTA IL TUO CUORE
- arcobleno blu
- Lampi di follia 2
- vita di una donna
- KRISTALL
- Silenzio
- L antro di Morgana
- TRIKELIA e dintorni
- Al di la del mare
- Ginevra...
- CREATIVECHARME
- CHE MONDO DI CARTA!
- MARCO PICCOLO
- putpurr&igrave;
- principessabionda
- Mary
- A LADYBUGS LIFE
- La Ballerina Triste
- pensa e sogna
- Cenerentolasiribella
- la vita mia
- DIAMONDS
- LA SCIENZA
- le mie giornate
- VOLARE...ALTO
- Da Bruco a Farfalla
- misteriosa
- SWEET WOMAN
- Calamity Jane
- Ariannaeil Minotauro
- Il bianco e il nero
- BLOG PENNA CALAMAIO
- MINICAOS IN LIBERTA
- Volto in pensiero
- anima libera
- Mi viene il vomito
- GOCCE DI CRISTALLO!!
- EMOZIONANDOMI.......
- ..MaNo NeLLa MaNo..
- Sale del mondo
- interrogativi
- Urlo di Farfalla
- SONO LIBERA.........
- VOCE IN CAPITOLO
- sciolta e naturale
- tuttiscrittori
- sognami
- La vita &egrave; meraviglia
- 3menda
- ...r&eacute;veil en Italie
- chioscofelice
- dagherrotipi
- Suggestioni effimere
- ARIA FRESCA...
- LADY NOTTE
- Origami
- Red Rose
- Rever
- DURA LEX, SED LEX
- La Specola
- buonagiornata
- C&egrave; stato un prima
- Anima on line
- my blog femminile
- La farmacia depoca
- IL MIO MONDO BLOG
- ...STREGATA...
- ADORO ROMA
- Angolo Pensatoio
- tsunami di emozioni
- ECHI
- UTOPIAPOSSIBILE
- antropoetico
- A R T E
- Le note dellAnima !
- VOLANTINAGGIO
- sous le ciel de ...
- omerostd
- PROLAK
 
Citazioni nei Blog Amici: 29
 

Ultime visite al Blog

rteo1massimocoppacostanzatorrelli46letizia_arcurinurse01cp2471967salvalevadaunfioretempestadamore_1967Quivisunusdepopulomisteropaganoamici.futuroieriITALIANOinATTESAmoon_I
 

Chi può scrivere sul blog

Tutti gli utenti registrati possono pubblicare messaggi e commenti in questo Blog.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

 

VERSO LA REPUBBLICA IDEALE E LA DEMOCRAZIA COMPIUTA

Post n°1027 pubblicato il 21 Agosto 2021 da rteo1

VERSO LA REPUBBLICA IDEALE E LA DEMOCRAZIA COMPIUTA

Il "costituzionalismo" ha posto dei limiti al legislatore "democratico" (La "sovranità" appartiene al popolo che la esercita "nelle forme e nei limiti"...). Un "limite" è certamente quello posto alla "democrazia diretta", che consente al "Popolo" solo l'iniziativa legislativa mediante la "proposta", da parte di cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli" (art.71, comma 2). Lo stesso "Popolo", poi, può intervenire sulle leggi già approvate mediante "referendum popolare" per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori...(art.75, comma 1). Ma anche questa "facoltà" è stata più volte limitata dall'intervento della Corte costituzionale che ha ritenuto inammissibili alcuni quesiti referendari, tra cui quelli in materia di leggi elettorali (pur non rientrando, queste leggi, nell'elenco di cui al comma 2 dell'art.75). La Corte costituzionale, quindi, costituisce il "guardiano della Carta". Eppure il "Popolo" non ha alcun potere (diretto) in ordine alla elezione dei suoi quindici giudici (cinque di nomina del PdR, cinque dal Parlamento in seduta comune, cinque scelti dalle supreme magistrature ordinarie e amministrative). E neppure il giuramento di fedeltà dei membri della Corte avviene dinanzi al Parlamento, quale organo rappresentativo della generale volontà popolare. La "legge", quindi, che in democrazia avrebbe dovuto essere lo "strumento" del Popolo per "autoregolamentarsi" e attribuire i benefici economici a tutti; che era stata finalmente sottratta al monopolio e arbitrio dei regnanti e delle oligarchie autoritarie per poter realizzare l'eguaglianza "sostanziale" (e non solo formale dinanzi alla legge) e l'equità sociale, non ha finora conseguito i risultati politicamente attesi. Ovviamente tutto è sinora avvenuto, come anche nel passato, secondo la logica della lotta per la conquista e gestione del potere politico, che è anche il "trasformatore" (ma anche il veleno) delle società, le quali preferiscono dare preminenza alle istituzioni anziché agli esseri umani. E questa tendenza a "istituzionalizzarsi" ha reso la società liquida e l'uomo un'appendice di un sistema sempre più minuziosamente regolamentato, articolato e complesso che continua ad accrescersi assorbendo sempre più risorse economiche a svantaggio di tanti esseri umani. Nella Bibbia si narra che quando Mosè scese dal monte Sinai, dopo aver ricevuto le Tavole dei Dieci Comandamenti, constatò che il Popolo in sua assenza aveva forgiato il suo nuovo idolo, il vitello d'oro, da adorare (Esodo 32.4). Passano i secoli, i millenni, ma l'essere (o ente, essente, o organismo vivente) chiamato "uomo" non sa dove andare e perché esista, e continua a lottare contro la sua irrazionalità con la forza della "ragione", che tuttavia è anch'essa frutto dell'irrazionalità. Così come quando "lotta", ma inutilmente, contro il tempo, che  è "il senso della vita", scorre per tutti e solo in avanti e ha in sé il potere di trasformare l'universo intero. Emanuele Severino sosteneva che l'uomo, in quanto ente, appartenente all'Essere, non può andare nel nulla, ma entra ed esce dal "cerchio dell'apparire". Una visione, la sua, che "salva" l'esigenza dell'eternità degli uomini. Ma non tutti sono d'accordo. Tuttavia la domanda rimane: quale "missione" deve avere il singolo uomo e la Comunità durante il tempo in cui "si esce e si rientra nel cerchio dell'apparire" ? Bisogna "produrre" beni e servizi (ossia "trasformare" l'ambiente) in funzione degli "idoli" oppure dedicarsi agli altri uomini e a tutte le "altre forme" di vita ? Il nichilismo ormai dilaga. Nietzsche aveva previsto bene quello che sarebbe accaduto dopo di lui. Ma non è questo il vero problema, bensì quello di non riuscire più a liberare il pensiero dalle sovrastrutture mentali. Di non comprendere più se l'uomo debba essere oggetto o soggetto, attore o spettatore in contemplazione, strumento o fine, individuo o relazione, libero o schiavo. Baruch Spinoza sosteneva che la natura, sempre presente nell'animo umano, rende l'uomo prigioniero delle passioni. Solo la "Politica", con la virtù dell'etica, può salvarlo. I risultati finora conseguiti non fanno ben sperare, e sono ormai tanti ad essere disillusi. E tuttavia bisogna continuare a provarci, e ancora riprovarci, così come hanno già fatto le generazioni passate, anche per lasciare traccia alle generazioni future. Un contributo "minimo", per ora, può essere quello di prospettare un modello sociale fondato su maggiore equità umana e comunitaria, da contrapporre a quello che si è ormai consolidato sulle ineguaglianze, le discriminazioni, i privilegi ingiustificabili. E ciò anche se gli spazi politici "nazionali" si stanno sempre di più riducendo, rispetto all'Unione europea e alla poliarchia mondiale, con la Cina che sta espandendo il potere economico, militare e tecnologico rispetto agli USA. Occorre, quindi, sviluppare nuove soluzioni socio-politiche, anche per contrastare i rischi di deriva verso forme autoritarie degli Stati e delle istituzioni. E con questa finalità bisogna anche riflettere sul "moloch" dei contemporanei, ossia la "legge", per far sì che si comprenda che una cosa è che essa sia strumento di equità altra cosa, invece, che essa sia fine a sé, o, peggio, mezzo per il vantaggio della sola parte della società istituzionalizzata. E se necessario bisogna anche "strappare il velo di Maya", per portare alla luce la vera sostanza delle "legge", e far emergere quanto essa si sia ormai allontanata dalla guida spirituale e morale dell'immaginario mondo metafisico e sia diventata solo espressione della volontà di potenza umana di una parte degli esseri umani.

I greci avevano immaginato l'esistenza sovraumana di Thèmis (Θέμίς), figlia di Urano (il cielo) e di Gea (la terra), la quale, sposa di Zeus - suprema divinità dell'ordine universale -, aveva generato le Ore (Eunomia, Dike e Irene) e le Mòire. Per i greci il significato di Themis era quello di "irremovibile" e forse per questo fu considerata non tanto una dea ma la personificazione dell'ordine legale, della giustizia eterna e delle norme, tanto che si usava invocarla nel momento in cui qualcuno doveva prestare giuramento. Inizialmente era ritenuta la dea della legge naturale, che vigilava su ciò che era lecito e illecito; poi passò a designare la legge e l'ordine. Il Nomos, invece, era lo spirito delle leggi, degli statuti e delle ordinanze. Il suo significato in origine era quello di "consuetudine", costumi,  ma a partire dal V sec. a.C. assunse il diverso significato di "legge dell'uomo" in contrapposizione alla "legge naturale" (phisis). Il "processo evolutivo" della "legge" passa, come si vede, dalla credenza dell'esistenza di entità superiori alla stessa legge, che ne condizionano il contenuto, fino all'affrancazione degli esseri umani dalle divinità (anche se queste, mediante i loro rappresentanti "terrestri", ritornano ciclicamente). La contrapposizione, ma anche "l'alleanza" con le divinità, quindi, non è stata mai del tutto eliminata dagli ordinamenti statali. Le civiltà contemporanee e occidentali (ovvero le élites dominanti), sempre di più "laicizzate", e anche ormai tendenzialmente ateizzate, ispirate dal puro materialismo, dalla logica del mercato, dal consumismo, dalla crescita  e sviluppo senza limiti, e osannanti la tecno-scienza, hanno risolto in se stesse il problema delle interferenze tra i diversi piani ideologici, culturali e religiosi imponendo l'assoluto "primato della legge". E così i princìpi di legalità, dello Stato di diritto, le Carte costituzionali, le istituzioni, sono diventati la nuova e moderna Themis, ma con una differenza non proprio marginale, e cioè che ora il potere politico degli Stati pone solo in se stesso (se, come e quando vuole) i suoi limiti, senza riconoscere più alcuna supremazia oltre se stesso, né nella natura né nel trascendente, e neppure rispetto alla "sovranità popolare" (intesa come reale e diretta espressione della volontà generale di coloro che sono i destinatari delle decisioni politiche) sancita nei regimi democratici. La "legge", così, è diventata la misura universale e assoluta di tutte le attività umane e dei fenomeni del mondo. La legge, quindi, è subentrata nel ruolo dell'antico mito, diventando il nuovo mito contemporaneo, confermando, in questo modo, che gli uomini, per quanto civilizzati, tuttavia non riescono ad immaginare una vita individuale e collettiva senza la guida dei miti. Il culto della "legge", però, come fonte suprema e misura a sé e di ogni cosa umana e ultraumana, rischia di finire come Icaro che volle sfidare le supreme leggi della natura e la volontà degli dei. La "legge", così, intesa come generale espressione del potere di governo, che ha il monopolio della forza fisica legittimata dallo stesso potere, non lascia più spazi di libertà (politica, etica, spirituale e religiosa) ai cittadini perché ha avocato a sé anche il potere di decidere cosa è bene e cosa è male, anche rispetto al "senso della vita" (e il fine vita). Così anche il parametro dell'equo umano, comunitario, non va più ricercato altrove perché esso è riservato alla stessa legge. È soltanto questa, perciò, che riconosce anche benefici economici, privilegi, onori, e disciplina i rapporti all'interno (e all'esterno) della Comunità statale (la Repubblica). In essa è anche racchiuso il principio del "giusto", che corrisponde al "giusto legale", che è solo quello che in fondo interessa al legislatore contemporaneo. Eppure, va detto, che a volte i cittadini (almeno una parte) hanno la "percezione", la "sensazione", che la soluzione normativa adottata non risponda al principio ideale di "fare - o dare - agli altri ciò che si vorrebbe per sé", per cui la soluzione adottata risulta in contrasto con l'equità umana e comunitaria. Se questo è vero, come è vero, perché allora accade ? È questa la domanda che merita una risposta, ma anche una soluzione, andando oltre i formalismi e, se necessario, anche oltre il "politicamente corretto". E così, per capire meglio, allora, le ragioni delle discriminazioni sociali occorre necessariamente interrogarsi sul "primato assoluto" finora  attribuito alla "legge" senza tener conto dell'autore, ossia l'uomo. Bisogna, perciò, "scavare", andare oltre la forma e più in profondità, rispetto a ciò che appare, a ciò che si osserva a valle, e risalire a monte, per poter integrare la forma con la sostanza, che coincide con la realtà, come il "Re nudo" della fiaba di Andersen. Nelle democrazie il "primato" politico della legge è riservato ai parlamenti (con il concorso procedurale, interno ed esterno, di altri organi e poteri dello Stato, che in qualche misura ne limitano e condizionano la funzione). La Costituzione italiana sancisce che i parlamentari rappresentano la Nazione. Essi non hanno vincoli di mandato, e non sono perseguibili per le opinioni espresse e i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. I "parlamentari", però, sono anche delle persone in carne e ossa, che vivono e agiscono nell'ambito familiare, sociale, professionale e politico. E questa loro collocazione fisica, materiale, oltre a quella partitica (che già vuol dire essere di "parte"), influenza e indirizza il loro agire nella sede istituzionale. È sufficiente, perciò, "radiografare" i profili culturali e socio-professionali dei singoli parlamentari (come già fece Umberto Nobile nell'Assemblea Costituente, quando intervenne per sostenere la scelta del monocameralismo, rilevando, in seno all'Assemblea, la presenza di 69 professori universitari, 36 professori medi, 153 avvocati, 29 medici, 26 ingegneri, 16 industriali, 15 operai, 9 agricoltori, 3 magistrati, 4 Generali, ecc.). Il dato che in questo modo si rileva è di fondamentale importanza, così come anche quello relativo al singolo curriculum vitae. È da questi dati, infatti, che si può comprendere meglio la dinamica legislativa e si possono spiegare le diverse soluzioni normative adottate nel tempo. Soprattutto quando si attribuiscano privilegi e si marginalizzino alcune frange sociali, che spesso coincidono con coloro che non hanno "peso socio-politico". Le "iniquità sostanziali", perciò, tra i cittadini, nella distribuzione delle risorse e degli onori e privilegi, non derivano dalla "legge" bensì dai "produttori" della legge, a cui, poi, si aggiungono, purtroppo, come sostiene Gustavo Zagrebelsky, anche "coloro che le applicano": «Tra le leggi e le cose c'è di mezzo, se non il mare, uno spazio riempito dalle azioni di coloro che le applicano e che il legislatore non è in grado di prevedere e controllare. In altri termini la vita ingloba il diritto» (La riforma della giustizia, la Repubblica, 13.5.2021).

Tra le tante "diseguaglianze" primeggia certamente quella dei differenti trattamenti economici attribuiti dalla "legge" secondo il "giusto legale". In verità, in nessun altro caso il "giusto legale" si trova così tanto agli antipodi rispetto al "giusto in sé", oppure nei riguardi dell'equità umana e comunitaria, racchiusa nel suddetto principio di "fare - o dare - agli altri ciò che si vorrebbe per sé". Esaminando, infatti, il mondo dei trattamenti economici (e pensionistici) si riscontra che molti cittadini percepiscono importi mensili (e annuali) superiori a circa 100 volte l'importo minimo di base di €.515,18 (pensione mensile a carico del FPDL). La vigente legislazione, indotta da un generale disagio politico e morale diffusosi alcuni anni addietro, ha fissato un tetto di circa €. 250.000 annuali, previsti per il PdR, per le retribuzioni a carico del bilancio pubblico, ma tale limite è stato sistematicamente derogato dalla legge (alcune alte magistrature percepiscono circa €.500.000 all'anno, oltre ad altri benefici e onori). Negli anni '50, cui ora si fa spesso riferimento per "suonare la carica" della ricrescita economica dell'Italia, l'amministratore delegato della Fiat, Vittorio Valletta, percepiva un trattamento economico pari a circa 5 volte il salario di un operaio. Un rapporto, questo, di uno a cinque, ritenuto da Platone più che giusto e congruo per giustificare la diseguaglianza economico-sociale in rapporto al "merito". In verità lo stesso filosofo non ignorava il modello politico di tipo comunitario, ma conoscendo gli uomini, che bramano differenziarsi (e ornarsi e "camuffarsi"), prospettava anche regimi di governo diversi, fermo restando tale rapporto retributivo  di uno a cinque. Dagli anni '70-'80 ad oggi in Italia è saltato ogni ragionevole rapporto tra le retribuzioni, ed è stata bandita anche la "sana" gestione del debito pubblico, diventato ormai ingestibile (e anche il recovery plan non avrà nulla di "miracoloso" perchè una parte è debito scaricato sulle generazioni future !). E neppure può servire la giustificazione spesso fornita dai "governanti di turno" (preoccupati del consenso dei propri elettori fidelizzati e protetti) che sono le regole di mercato a stabilire il "giusto" trattamento economico perché l'appartenenza ad una Comunità-statale impone dei doveri verso quest'ultima, che prescindono dal "vile compenso" (Aristotele metteva in guardia dal pericolo che il medico curasse il malato solo per il compenso anziché per guarirlo). Peraltro, la Repubblica oltre al trattamento economico riconosce ai dipendenti (e collaboratori di ogni genere) anche una miriade di onori e benefici vari (pure dopo la cessazione dagli incarichi), che dovrebbero, in qualche modo, ben compensare un trattamento economico contenuto nei limiti del suddetto rapporto di uno a cinque. E che questa soluzione sia anche nello spirito dei princìpi della Costituzione (se ben finalizzati) si evince anche dall'art.4, comma 2, della Costituzione il quale sancisce che "Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società". Non risulta possibile, perciò, trovare alcuna giustificazione rispetto ad un modello di "Comunità democratica", che aspiri ad essere equa e solidale, l'elargizione di trattamenti economici esorbitanti (fino a 100 volte maggiori dei minimi) in favore di alcuni cittadini in base alle diverse attività o funzioni svolte perché così perdono di "dignità sociale" tutte le altre e diverse attività e funzioni, come, ad es., il lavoro produttivo di beni alimentari degli agricoltori, di cui la società non può fare a meno, come invece ben potrebbe di molti servizi "improduttivi", pubblici e privati. Occorre, perciò, "smitizzare" il primato della "legge", andando oltre, ancora "più in alto",  per far prevalere il suddetto principio umano e comunitario di "fare - o dare - agli altri ciò che si vorrebbe per sé", affermando, così,  la "giustizia"  sostanziale e "l'equità" nell'intera Comunità. È perciò tale principio che dovrebbe costituire la moderna Themis, visto che gli uomini hanno dimostrato di avere sempre e comunque bisogno di "entità" o "ideali" supremi. E un buon inizio di cambiamento dell'ordinamento giuridico verso "la Repubblica ideale" e "la democrazia compiuta" potrebbe essere quello di garantire un minimo di risorse vitali ad ogni singolo cittadino e fissare un limite massimo inviolabile entro cinque volte il trattamento economico minimo, per qualsiasi attività o funzione pubblica o politica. E questo deve valere anche quando il cittadino cessi dalla "vita attiva" ed è collocato in "quiescenza", anche al fine di facilitare il suo "reinserimento" nell'eguaglianza sociale, in attesa che si concluda il suo spazio-tempo e scompaia nel "cerchio delle apparenze" di Severino, ossia nel luogo degli "eterni", dove regnano le leggi della fisica quantistica e, forse, della metafisica. 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

LA "FUGA" DALL'AFGHANISTAN E IL "BUONISMO" DI FACCIATA

Post n°1026 pubblicato il 17 Agosto 2021 da rteo1

LA "FUGA" DALL'AFGHANISTAN E IL "BUONISMO" DI FACCIATA

Il caso Afghanistan è l'ultimo della serie. Tantissimi l'hanno preceduto e altri ancora lo seguiranno. C'è una "maledizione", che potremmo definire "universale", ossia di sistema, insita nella natura, che spinge l'uomo a sopraffare gli altri uomini e a voler sottomettere tutto il mondo dei viventi. Anche oltre la stessa terra, colonizzando, in futuro, l'intero sistema solare. L'occidente, USA in testa, e la Nato, sono andati in Afghanistan, come è stato detto, per "combattere il terrorismo" islamico. Dopo l'attacco alle Torri gemelle nel 2001 l'America ha deciso di dare un segnale forte, di tipo militare, al paese che, a suo dire, ospitava e alimentava le organizzazioni terroristiche di Al Quaeda. Gli Europei hanno preso parte alle missioni e a loro vanto hanno detto che avevano esportato la pace, che avrebbero ricostruito il Paese, istruito i talebani, costruito ospedali e scuole, e insegnato la democrazia e i valori e i diritti fondamentali degli uomini. Nessuno, però, si è mai posto il problema di se fossero o meno graditi dagli ospiti (od occupati ?), né quali fondamenti avesse la loro cultura, soprattutto di tipo religioso (islamica), che, a dire degli occidentali, è "integralista", "fondamentalista". Indubbiamente, i tempi delle "crociate" sono lontani per poter capire al volo che cosa significhi il "fondamentalismo religioso", tuttavia occorreva porsi la domanda se i "valori della democrazia, delle libertà e dei diritti umani", coniati in occidenti (ma anche qui spesso disattesi e abiurati) potessero avere presa sulla cultura religiosa dei talebani. Comunque il problema è molto più complesso, e ogni analisi, soprattutto se affrettata, rischia di non avvicinarsi alla verità. Va sempre considerato, in ogni valutazione, che tutte le operazioni militari, civili, diplomatiche, economiche e commerciali degli Stati occidentali (e ora anche di quelli Asiatici, Cina in testa, che tuttavia, per ora, sta adottato un metodo "felpato", ossia senza ricorrere al potenziale militare) hanno come fine quello dello sfruttamento delle risorse naturali del territorio dello Stato occupato. E il territorio dell'Afghanistan, per quanto noto, è ricco di ferro, rame, cobalto, oro e metalli preziosi, oltre ad essere sede di transito di importanti gasdotti e oleodotti. Perciò il "buonismo", soprattutto italico, è solo una farsa, perché, in verità, nessuno è disposto a rinunciare al proprio tenore di vita, al proprio livello di benessere, che è conseguenza dello sfruttamento di risorse degli altri territori, come quello dell'Afghanistan. L'occidente consuma i quattro quinti delle risorse mondiali ma ha una popolazione pari a un quinto di quella mondiale. E' ben evidente la contraddizione e l'iniquità. Ma questo status quo non può neppure essere modificato, se non intervenendo sulle regole del capitalismo, perché sono queste, che disciplinano i mercati e generano sviluppo e ricchezza (anche se per pochi).  Ma i "buonisti" (che si accalorano anche per sostenere gli sbarchi dei clandestini sulle coste italiane, poi disinteressandosi del destino civile dei migranti per preoccuparsi soltanto della propria "domus aurea") sarebbero disposti a rinunciare alle innumerevoli cose inutili (in casa ognuno ha decine di borse, decine di scarpe, decine di vestiti, decine di cravatte, mobili di arredo ovunque che sottraggono spazio all'aria in case sfarzose, e redditi da lavoro esorbitanti, anche contro un bilancio pubblico in deficit di circa 3000 miliardi) ? Il problema, quindi, sta proprio qui. E peraltro non credo che sia risolvibile perchè seppure l'occidente invertisse la propria rotta, farebbe soltanto il gioco dei cinesi, ma anche dell'India e degli africani (circa un miliardo e mezzo) che certamente agirebbero secondo natura (homo homini lupus) nei confronti degli occidentali. Forse, allora, la soluzione è solo "politica" ma occorreranno certamente dei secoli prima che si possa raggiungere un livello di consapevolezza universale e un sentimento comune di "umanità". Fino ad allora, perciò, i popoli come quello afghano dovranno "evolvere" la propria coscienza, così come anche i popoli occidentali, affinché siano tutti in sintonia, si muovano con la tessa frequenza. La "democrazia" non è un valore, ma solo uno strumento di partecipazione politica al governo da parte del popolo. Lo sono invece i "diritti umani", ma finché questi non saranno effettivi, realmente garantiti a tutti e non "ciarlati", come usano spesso fare "i  buonisti", non potranno essere esportati, perché non sarebbero credibili, e la credibilità è un principio e un valore.

Stamane i quotidiani, dopo l'abbandono frettoloso dell'Afghanistan degli occidentali  e la rapida ripresa di possesso delle istituzioni da parte dei talebani, che restaureranno l'antico governo dell'Emirato islamico, riportano che in circa vent'anni di missione sono stati spesi oltre tremila miliardi, e l'Italia ne avrebbe speso oltre 9, lasciando sul suolo afghano anche alcune decine di vittime italiane. Moltissime, invece, le vittime tra civili Afghanistan. Come sempre accade nei territori di "guerra", dove continuano a pagare donne, bambini e vecchi inermi.

Ora si dice che è stata una "sorpresa" che "l'esercito afghano" del governo in carica non abbia opposto resistenza e si sia dato alla fuga. Così come ha fatto il Capo del governo messo in piedi dalle Forze politico-militari dell'Alleanza atlantica. È evidente, invece, che la realtà immaginata si è rivelata ben diversa da quella concreta, effettiva. Il mondo occidentale, con i suoi "valori" non è il mondo intero, e questo va capito una volta per tutte, se si vuole evitare di ricadere negli stessi errori. E ripensare anche alla logica del capitalismo occidentale e iniziare ad occuparsi anche dei problemi quotidiani dei propri cittadini, relazionando con gli altri Stati sulla base del reciproco rispetto dei principi e valori può portare solo benefici. E zittire i "buonisti della domenica", invitandoli a dare per primi il buon esempio agli altri, potrà contribuire a migliorale il livello di fratellanza tra i Popoli, perché sono i buon esempi la migliore medicina e non le promesse e le teorie.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

IL CESARISMO, MALATTIA POLITICA

Post n°1025 pubblicato il 11 Agosto 2021 da rteo1

IL CESARISMO, MALATTIA POLITICA

Un male endemico nell'essere umano è quello che deriva dall'immedesimazione col potere politico, dal sentirsi e vivere, anche in democrazia, come "autorità" anziché come semplice "mandatario", consensualmente e universalmente incaricato dell'esercizio dell'autorità per il bene collettivo. Finora nessun rimedio adottato ha consentito di eliminare il rischio che il titolare di una pubblica funzione la eserciti con tendenze autoritarie o tiranniche, ma anche per fini personali e privati. Tra le soluzioni certamente vi sono quelle della limitata durata dell'incarico, la rotazione nelle funzioni, nel caso dei dirigenti di ruolo, e la separazione dei poteri dello Stato, che prima di Montesquieu era già ben nota ai greci. Ma anche la divisione dei poteri, tuttavia, non elimina il conflitto tra i singoli organi e poteri e all'interno degli stessi, come oggi si riscontra tra la "politica" (o il Parlamento) e la magistratura, e anche all'interno di quest'ultima, a causa delle cc.dd. "correnti". Anche il riconoscimento a livello costituzionale dell'autonomia e indipendenza ad un potere o ad un organo dello Stato, con un proprio organismo di autogoverno, che in linea astratta dovrebbe consentire di eliminare interferenze tra i poteri, e anche garantire terzietà nella gestione e amministrazione della funzione giudiziaria, a volte rischia di creare una sorta di "enclave" all'interno della stessa Repubblica. L'illuminismo, la Rivoluzione francese, e le due guerre mondiali, hanno consentito ai Popoli europei di potersi (formalmente) scegliere i "pastori". Così anche le "pecore", finalmente, hanno acquisito la propria dignità e la possibilità (teorica) di difenderla. La "frammentazione" del potere, però, dei tempi attuali, a differenza dell'antica verticalizzazione, gerarchizzazione e centralizzazione, ha fatto sì che ora ci siano più apici governativi, a diversi livelli istituzionali, e se questo è un bene, da una parte, non lo è da un'altra, e non solo dal punto di vista dei costi per la collettività (la parte produttiva), che pure sono ormai diventati insostenibili. La conquista della libertà individuale e collettiva è il frutto di lunghe lotte sociali e politiche, ma tale risultato è sempre in pericolo perché non c'è nulla di meno gradito al "potere costituito" che la rivendicazione delle libertà da parte dei cittadini, o peggio ancora dei sudditi. Perciò non bisogna mai abbassare la guardia, e diffidare di tutti e di chiunque, perfino di se stessi, perché le tentazioni del potere sono diaboliche e nessuno ne è immune. Gli Stati moderni, analogamente al passato, hanno organizzato il proprio potere mediante i "propri funzionari" e le "magistrature", alcune (indirettamente) elettive ed altre nominate o concorsuali, abbinate ai posti delle "piante organiche". Tali soluzioni comunque non garantiscono ai cittadini che l'esercizio del potere avvenga per il loro benessere anziché per pure logiche di potere, per appagare bramosie personali, e, come a volte accade, anche per tramandare (di fatto) secondo linee dinastiche le funzioni statali. Gli uomini, così, continuano ad essere prigionieri del proprio "io", che non tiene a freno le pulsioni e passioni dionisiache, per dirlo con Nietzsche, e delle esigenze della specie, che pure albergano nel più profondo subconscio, ove pure dimorano Eros e Thanatos. Spinoza, come noto, per il bene collettivo invitava a dominare con l'etica-politica tali stati passionali ma, a quanto pare, il suo auspicio è ancora ben lontano dall'essere realizzato. Tra i rischi più gravi che una comunità organizzata possa correre vi è quello del "cesarismo" (o, peggio, il "cesarepapismo"), che in alcuni casi s'intravede in certi atteggiamenti dei titolari delle cariche di governo, nazionali e territoriali (oltre che a livello internazionale, da parte dei leader delle superpotenze). E anche il "leaderismo partitico" (e delle altre e diverse consorterie associative), che ne costituisce l'anticamera, il prodromo, va in tale direzione, indebolendo la democrazia parlamentare. La storia ha registrato la figura dei "Cesari pazzi" nel lontano periodo dell'impero romano. Ma la stessa storia insegna che il passato non è mai del tutto passato, il quale ritorna sempre seppur in forme del tutto diverse, ma la sostanza non cambia. Si narra che gli imperatori romani, diventavano "pazzi", secondo la straordinaria riflessione di un grande esperto, Paul Veyne, nell'opera "L'impero greco romano", perché il cesarismo "portava in sé una contraddizione: il principe era al tempo stesso cittadino e re; era l'unico detentore del vero potere ma continuava ad ostentare di essere un responsabile servitore dello Stato, ed è a tale ambivalenza che si deve l'essenza stessa del cesarismo". Seppur possa risultare strano, tale "contraddizione" è esistente ed evidente nel regime di governo democratico, così come si è strutturato in Italia e in occidente. Non bisogna, perciò, sottovalutare il rischio  del "cesarismo" che induce i titolari delle cariche pubbliche a volerle gestire in modo autarchico, o mediante autoidentificazione, sia nei ruoli istituzionali territoriali e locali che nazionali e sovranazionali. È da ritenersi, comunque, che tale comportamento degli esseri umani dotati di "autorità" sia (tendenzialmente) "fisiologico", nel senso che "è così", come dato di fatto. Per questo la "politica", ossia l'attività diretta a rendere migliori le condizioni di vita dei cittadini, deve giocare un ruolo determinante nell'eliminare, o ridurre, il "cesarismo". I risultati finora conseguiti, però, sono stati piuttosto deludenti, anche a causa del fatto che se ne ridimensionano i pericoli, o addirittura non li si vedono affatto, pensando - ma erroneamente - che la democrazia ne sia immune. Invece non è così, perché è proprio la democrazia che si trasforma i oligarchia o in monarchia (o principato). Perciò occorre tenere sempre alta la guardia e cercare di "prevenire e curare" le derive autoritarie, i comportamenti dispotici, tirannici, stravaganti e "folli", dei cittadini investiti di autorità. Il problema immanente, però è come fare, quali rimedi "terapeutici" poter adottare, per il bene collettivo e individuale, e anche dei titolari del potere politico e istituzionale. Hegel riteneva che la realtà sensibile, naturale, fosse razionale, perciò anche l'attività umana. Molti lo hanno dubitato, e forse a buon ragione, perché non vi è alcuna certezza che nella natura non vi sia anche un po' d'irrazionalità. E che, perciò, anche la c.d. "ragione", tanto esaltata dagli umani, in fondo non sia altro che la sintesi della razionalità e dell'irrazionalità, perciò potrebbe anche "essere vero" che l'una non escluda l'altra; anzi, che siano entrambe coessenziali, nel senso che nessuna delle due può esistere senza che esista anche l'altra. Quindi l'uomo sarebbe sì "ragione" ma, al tempo stesso, sarebbe anche "follia". I due stati mentali, perciò, sarebbero coesistenti, per cui ogni azione umana, ogni comportamento, sarebbe sempre e solo la sintesi del duplice processo mentale. Ed è questa "doppiezza" che si manifesta sempre e ovunque l'uomo si cimenti nell'interpretazione e nelle opere delle cose della vita e della natura, anche mediante attività costruttiva e distruttiva. E il "dualismo" è particolarmente evidente di fronte ai dilemmi esistenziali. In quest'ambito, infatti, è facile riscontrare che, in generale, si assumano due atteggiamenti: vivere il proprio mondo sensibile come percepito dai propri sensi e rapportare a se stessi tutti gli eventi della vita; oppure, "elevare" lo sguardo oltre l'umano. Tra i due estremi esiste, in verità, anche una "terza" categoria di umani, ossia coloro che si mostrano del tutto indifferenti verso tutte le problematiche socio-politiche, ma anche e soprattutto di quelle ontologiche, della metafisica, e non si preoccupano minimamente di ricercare il "principio primo" (l'archè) della vita e del mondo. Stabilire, comunque, quale sia il "giusto" comportamento è forse del tutto inutile, e non vi sarà mai alcuna certezza del primato di un comportamento sugli altri. E forse la spiegazione è che sono tutti coessenziali, se interpretati "secondo natura". La "duplicità" dei comportamenti umani e naturali, comunque, emerge con maggior evidenza nei fatti della vita. Tutto il mondo "reale" sembra manifestarsi secondo un perenne conflitto. Forse, però, si tratta solo di "conflitto apparente" perché il "bipolarismo" è necessario, è strumentale, all'esigenza di movimento e alla trasformazione del Tutto. L'apparente "conflitto" è perciò soggiogato dall'esigenza della "necessità" (Ananke) del Destino. Ogni cosa e ognuno nell'universo e nel mondo è un "ente" (anche una singola particella), quale espressione e rappresentazione del Tutto, la cui "missione" è ignota, almeno fino all'uscita dalla scena dell'apparire. Nessun ente ha alcun privilegio rispetto agli altri enti perché tutti sono la rappresentazione del Destino (la Necessità), da cui derivano e al quale sono sempre collegati. Le medaglie, i trofei, i vessilli, le bandiere, i nastrini, i titoli, dinastici, nobiliari, o le cariche pubbliche e private, sono, perciò, solo il prodotto di esigenze umane per distinguersi nell'ambito della Comunità e dagli altri animali. Ma le "distinzioni" operate dall'uomo non incidono in alcun modo sull'essere ente e il dover essere dell'ente, sia che nel divenire diventi altro da sé e vada nel nulla sia che, invece, non diventi altro da sé e come ente eterno rientri nel "cerchio dell'apparire", come ipotizzato da E. Severino. Apparentemente gli uomini hanno l'esigenza biologica di "nutrirsi", di "mangiare", e per questo lottano tra di loro e contro le altre specie, visibili e invisibili, per "sopravvivere" e accaparrarsi il cibo, e altre risorse economiche, sia necessarie che voluttuarie. E queste ultime, poi, sono quelle che servono agli uomini per distinguersi dai propri simili (e sono anche la causa della schiavitù). Eppure il mangiare, piacevole al palato e agli altri sensi, è altro rispetto a ciò che appare: è, infatti, l'opera di trasformazione della materia in energia, anche sotto forma di pensiero. E viceversa. Null'altro e forse niente di più. L'uomo, quindi, appare come un "ente macchina" che concorre nell'opera di movimento e di trasformazione della realtà fenomenica del mondo. Le sue esigenze di possedere più risorse rispetto a quante gliene occorrano appagano solo delle inutili vanità, che non incidono sul Destino, né sull'essere ente dell'ente (o aggregato di particelle che vibrano insieme e rispetto al Tutto) né sul divenire. Va qui precisato, soprattutto per coloro che negano l'esistenza del Tutto, o del Destino, che rivendicano il libero arbitrio e si professano atei come scelta distintiva rispetto ai propri simili, che col termine Destino non s'intende affermare l'esistenza di un "Deus ex machina" bensì lo stare così delle cose, il loro "esser sé"; il non poter cambiare le leggi universali della natura né il verso del tempo, e che non si possa escludere che la pretesa libertà di scelta e di decidere per la propria vita sia solo l'illusione degli umani di essere liberi di volere e potere. Ben potrebbe, perciò, non esserci alcuna libertà di scelta, per cui tutto e tutti partecipano solo all'opera di movimento e di trasformazione, che è la più bella opera del Mistero. L'uomo, però, soffre perché è troppo affezionato alla sua sagoma tridimensionale (forse come effetto olografico), alla sua ombra; e sarebbe disposto ad ogni sacrificio pur di conservare in eterno la sua immagine. O anche di credere che il suo "corpo" risorgerà comunque così com'è (magari nella versione giovanile). Per fortuna l'esigenza del suo "Io" non ha alcuna incidenza sulla  necessaria trasformazione operata dal Destino che incessantemente continua il rinnovamento, la rinascita di tutte le forme esistenti degli enti. Le recenti scoperte della fisica quantistica hanno fatto comprendere che nel mondo subatomico, senza la presenza di un osservatore,  le particelle sono e agiscono anche come onde per cui, a quel livello di profondità del mondo, sono possibili tutte le realtà immaginabili. Ciò che si manifesta ai sensi, perciò, come enti-fenomeni, è solo il prodotto del pensiero che ha operato la scelta. E non si può neppure escludere che tutte le possibilità diventino "realtà" in altri mondi paralleli (multiverso). Quindi, anche il Re è mendicante e questi è re, essendo entrambe incluse nelle infinite possibilità. Ma una parte degli uomini di questo mondo antropizzato - i terrestri, i terreni -, respingono e denigrano i "modelli ontologici", e "pancia a terra" continuano nell'accaparramento delle risorse e di vanagloria, senza rendersi conto di agire come la catena di montaggio delle fabbriche, che trasformano, dall'ingresso della bocca e fino al termine del ciclo digestivo, quella che appare essere la materia inerte, ma che è, in realtà, anch'essa la manifestazione del Destino. Per Parmenide l'Essere è e non può non essere e il non essere non è e non può essere. Severino decise di ritornare a Parmenide per ripetere il "parricidio" di Platone e affermare che l'Essere non può andare nel nulla col divenire degli enti ma che questi entrano ed escono dal "cerchio dell'apparire" e sono la manifestazione degli eterni. Nessuno può dimostrare se avesse ragione o torto, e neppure se fossero nel giusto i suoi allievi che non lo hanno seguito nella sua teoria, sia perché qualcuno di loro era convinto che tutto finisce nel nulla, sia per la mancanza di prove incontrovertibili dell'eternità degli enti. Senza voler prendere parte a tale "conflitto filosofico", credo, tuttavia, che l'Essere e il Non Essere siano solo una distinzione operata dall'uomo per separare dall'Essere le cose del mondo, ossia il "reale", che si manifesta ai sensi, ma questa logica ha impedito di pensare al Tutto e di poter comprendere se esista o meno una relazione tra gli enti e l'Essere in rapporto all'eternità. Gli uomini si azzuffano da millenni sull'esclusiva della "verità" ! Alcuni sostengono che ognuno ne sia in possesso, essendo cioè parte della "verità"; altri, invece, ritengono che occorra ricercarla, trovare la via che conduca ad essa. Ma che cos'è la verità ? domandava Pilato a Cristo, prima di decidere la pena da infliggere. Lui disse: "Io sono la via, la Verità, la Vita". Crederci è fede. Ma anche non crederci è fede. Se l'uomo coltiva il dubbio è perché anche il dubbio è "ente", come pensava Severino. E allora, rispettando il dubbio, all'uomo non rimane che vivere il proprio spazio-tempo guardando anche verso il cosmo e non soltanto verso la terra affinché i sensi siano in armonia con la mente  che consente di pensare al Tutto  e al proprio esserne parte. Con questo atteggiamento mentale sarà certamente possibile contrastare le tendenze umane al "cesarismo" nella gestione delle funzioni pubbliche. Convincersi, infatti, che si è parti del "Tutto", e ragionare in questi termini, anziché seguire la vanagloria dell'Io, produrrà migliori effetti per il bene dell'intera collettività, e metterà al riparo le libertà fondamentali dei cittadini, che sono il prioritario bene della Comunità. La storia passata, ma anche la "decadenza" del presente, che può portare "il gregge" a venerare il "pastore pazzo", deve essere sempre un monito. Gli uomini contemporanei, per ripagare il giusto prezzo alle generazioni precedenti, che hanno speso la propria vita per migliorare la società civile e le condizioni umane, devono finalmente cominciare ad avere un atteggiamento responsabile, di titolari del libero consenso (e anche di dissenso, quando necessario) dei poteri conferiti all'autorità, la quale non dovrà mai essere confusa con i cittadini che pro tempore esercitano tali poteri. "L'autorità", così, dovrà essere intesa, soprattutto in democrazia, come l'insieme dei poteri e funzioni delegati da tutti i consociati (il Popolo sovrano), i quali non dovranno mai trasferire nel concetto di autorità alcun potere di vita o di morte, né la possibilità di incidere sulle libertà fondamentali dell'uomo e sulla dignità umana. Solo così sarà possibile impedire, o limitare, in democrazia il manifestarsi del "cesarismo", con l'effetto che l'"autorità", così, sarà solo il mezzo per il fine, che dev'essere sempre e solo il benessere collettivo. Per realizzare tali obbiettivi occorrerà, in concreto, adottare una specifica legislazione, anche di rango costituzionale, se necessario, che consenta anche un controllo sanzionatorio e ispettivo, diffuso e generalizzato, da parte di tutti i cittadini (cittadinanza attiva, militanza democratica) sull'esercizio dell'autorità politica, verso ogni livello istituzionale. E alcuni cardini dovranno essere quelli dell'avvicendamento costante nelle cariche pubbliche (di durata più breve possibile), col divieto di proroghe e rinnovi, e la rotazione negli incarichi e funzioni dei magistrati e funzionari di "ruolo" , affinché si possa meglio diffondere l'idea del servizio, ma anche della precarietà umana e della vita, che, in verità, è certamente un bene, perché è insita nella natura e la Natura è un bene.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

UN'ETÀ E UNA DURATA MASSIMA PER CESSARE DALLE CARICHE PUBBLICHE

Post n°1023 pubblicato il 23 Luglio 2021 da rteo1

 

UN'ETÀ E UNA DURATA MASSIMA PER CESSARE DALLE CARICHE PUBBLICHE

Il più grave pericolo per le libertà dei cittadini deriva dalla durata delle cariche pubbliche. Più è lunga e più il rischio degli autoritarismi diventa concreto. E non perché ciò sia sempre negli intenti di coloro che assumano il governo dello Stato e delle sue istituzioni ma perché  essi, anche inconsapevolmente, nel corso del tempo, entrando sempre di più nel proprio ruolo, immedesimandosi con lo stesso, si "ammalano" e diventano alla fine vittime di un male incurabile: il Potere! È questo, infatti, che si appropria dell'animo umano, agendo come il "diavolo", per i cristiani. Ovviamente c'è qualcuno che riesce a tenere lontane le tentazioni, come avvenne nel deserto da parte di Cristo, ma tra gli umani sono pochi in odore di santità, anche se i calendari ne riportano, ormai, una infinità e il numero continua a crescere, contro la tendenza del degrado morale generale. Ridurre, perciò, al minimo la durata degli incarichi pubblici, e quando non risulti possibile, come per es. per coloro che hanno un "posto fisso", in organico, bisogna allora affidargli nuovi incarichi, e magari trasferirli di sede, in altri territori, il più possibile lontani. Solo con questi rimedi, infatti, risulta possibile ovviare al pericolo che inevitabilmente si manifesta, soprattutto per i ruoli giudiziari, di ordine pubblico, sicurezza, e altre cariche pubbliche e politiche. I Greci conoscevano i rischi derivanti dalla gestione del potere, perciò inizialmente, prima di Draconte, avevano previsto incarichi annuali per i magistrati (I Tesmoteti, ossia i legislatori, come riferisce Aristotele ne la "Costituzione degli Ateniesi). E anche i collegi giudicanti dei "Tribunali" venivano costituiti il giorno stesso dell'udienza mediante l'estrazione a sorte tra tutti i cittadini aventi diritto affinché nessun imputato potesse conoscere in anticipo chi avrebbe deciso la sua causa. Ma gli uomini al "potere" riuscirono, poi, con l'andare del tempo, e forzando i propri poteri, ad allungare la durata delle cariche istituzionali, e questo lo si riscontra anche oggi in molti Stati definiti "autoritari". Oltre alla durata delle cariche, però, occorre considerare anche l'età anagrafica dei titolari delle cariche pubbliche perché più si allunga l'età nel tempo (oltre i 70anni, ad es.) e più si rischia di identificare la persona col ruolo, con grave danno per la libertà. Relativamente a quest'ultima, un filosofo molto in voga sostiene che la libertà non esista ma che, invece, esisterebbe "l'idea di libertà" e che quando l'idea divenga generalmente condivisa, entri nel tempo, acquisti un senso ed entri a far parte di un progetto, l'idea diventa storia. La libertà, perciò, che esista come realtà o sia solo il prodotto del pensiero, oggi essa è un principio fondamentale e un valore di cui tutte le società democratiche vanno fiere (anche se, in concreto, spesse volte viene negata). Molte Carte fondamentali, approvate sia a livello internazionale che dai singoli Stati, fanno riferimento alla libertà. La Rivoluzione francese l'ha proclamata in modo solenne e racchiusa nella Costituzione. Anche Rousseau era convinto che l'uomo nascesse libero in natura e che perdesse - per libero consenso - la libertà in favore del governo democratico, di cui lo stesso cittadino (citoyen) sarebbe parte (purtroppo, sempre più solo formale che sostanziale). La Carta costituzionale italiana disciplina fra i "Rapporti civili" (artt.13 e ss.) le libertà dei cittadini. Non vi è, tuttavia, nella Costituzione alcun limite temporale massimo collegato all'età anagrafica per la cessazione definitiva da ogni carica o funzione pubblica. Indubbiamente il tema dell'età è un tema che scotta, soprattutto in un ordinamento politico-istituzionale in cui prevale la gerontocrazia (e a volte per fortuna!). Eppure andrebbe affrontato, e non perché l'età in sé sia una "malattia" ma perché, purtroppo, tutte le persone si affezionano in modo perverso al potere; si immedesimano nel ruolo, nella funzione, nell'istituzione e questo è un problema molto serio e delicato che può mettere a rischio le libertà dei cittadini oltre alla "sanità mentale" dei titolari delle funzioni. La Costituzione, all'art.84, prevede che "Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni di età...". Nulla, la norma, dice al riguardo del limite massimo di età, ma si premura solo di stabilire, all'art.85, che "Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni" senza, peraltro, fissare alcun divieto di rinnovo o un limite massimo al numero di mandati. E questo non è un bene per le libertà dei cittadini, soprattutto se si consideri che alcune forze politiche vorrebbero trasformare in Repubblica Presidenziale (o semipresidenziale) l'attuale Repubblica parlamentare. Anche per le elezioni dei Deputati e dei Senatori la Costituzione prevede dei limiti di età minimi sia per l'elettorato attivo che passivo ma non pone alcun limite massimo per la cessazione definitiva dalle funzioni parlamentari (una sorta di "incandidabilità o ineleggibilità anagrafica). Lo stesso accade per i membri della Corte costituzionale, che durano in carica nove anni, senza che sia stato previsto alcun limite massimo di età. Eppure, per quanto innanzi detto, un limite di età massima sarebbe oltremodo necessario e utile alla democrazia. Non è in discussione, ovviamente, la capacità intellettiva, perché esistono molti ultraottuagenari ben più lucidi e intelligenti di tanti giovani e meno giovani, ma è in questione il "potere", che purtroppo penetra nel profondo di ogni essere umano e lo trasforma in dottor Jekyll e Mister Hyde. Il "dovere di servizio", invece, è bello quando dura poco, o il minimo necessario, come accadde con Cincinnato, che ritornò a coltivare il suo orticello dopo aver salvato lo Stato. Ma fissare la brevità del "mandato" (o della funzione della magistratura) è anche un dovere da parte della società per far sì che un cittadino che ha dato parte della sua vita per il bene comune possa finalmente prepararsi psicologicamente per l'uscita biologica dalla vita e dalla società, sapendo che il "trapasso" non è mai semplice da accettare, soprattutto quando non si ha avuto il tempo sufficiente per prepararvisi. E, ancor peggio, più difficile ancora, quando la propria identità è stata fatta coincidere con l'istituzione,la funzione, il ruolo (perciò  oggi si è reso necessario per alcune cariche riconoscere l'uso del titolo di emerito, affinché sia  meno traumatica l'uscita di scena). Ne consegue, perciò, che è più che necessario, sia nell'interesse dei singoli interessati che per l'intera Comunità ridurre per legge, al minimo possibile, la durata di tutti gli incarichi delle magistrature dello Stato (e prevedere comunque le "rotazioni" o i trasferimenti di sede), e fissare un'età massima in generale, che sia inderogabile, per indurre tutti coloro che hanno avuto ruoli e funzioni pubbliche, soprattutto apicali, ad occuparsi finalmente di se stessi (o della propria anima, o delle proprie cose, per chi non crede nell'anima né all'ultraterreno) così come in precedenza si sono occupati della gestione del potere pubblico e politico. In questo modo ne guadagnerebbero i diretti interessati ma anche la democrazia, la libertà e l'eguaglianza. E proprio quest'ultima sarà meglio salvaguardata perché non esiste alcun rimedio altrettanto efficace in grado di far ritornare ad essere un semplice cittadino colui che ha avuto ruoli e funzioni politiche e istituzionali, che così, peraltro, potrà anche finalmente constatare e verificare quanto fosse sinceramente rispettato e ben voluto dai comuni cittadini oppure fosse riverito soltanto per il potere che esercitava.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

UN MONDO NUOVO, SENZA CODICE PENALE NÉ PENITENZIARI

Post n°1022 pubblicato il 22 Luglio 2021 da rteo1

UN MONDO NUOVO, SENZA CODICE PENALE NÉ PENITENZIARI

I have a dream, disse nel lontano 1968 Martin Luther King dinanzi al Lincoln Memorial di Washington, ma dopo poco tempo finì in tragedia. Forse è il "destino" umano dei sognatori. Ma questi non finiranno mai perchè sono la continuità del mondo fenomenico che appare, il "reale", con il "mondo quantico". Perciò chiunque "ucciderà" un "sognatore" non distruggerà mai i sogni perché questi sono l'essenza stessa della vita, e quest'ultima senza i sogni finirebbe di esistere.  E così, ora, anch'io, rispetto all'eterno dilemma umano della "giustizia" dico: I have a dream. E qual è ? Lo illustro di seguito. Fin dai primordi gli uomini organizzati in cellule sociali hanno avuto il problema di come "punire" i comportamenti dei propri consociati non in linea con le regole della Comunità. Occhio per occhio, dente per dente - la c.d. legge del "taglione" - è stata una delle tante soluzioni. Poi si è passati alla risposta comunitaria, sottraendo ai singoli privati il potere di decidere la "giusta punizione". E così il compito, nel tempo, è stato affidato ad una "casta sacerdotale di esperti". Nei tempi più recenti, con la nascita degli Stati moderni, il compito di "giudicare" è stato riservato all'istituzione statale, che con i suoi magistrati, con i codici dei reati e del processo, gestisce e amministra la "giustizia". Fin qui, sembra tutto regolare, eppure, a mio avviso, c'è un vizio d'origine, mai affrontato in modo risolutivo, che tuttora permane irrisolto, e che forse non conviene indagare perchè verrebbero in luce tante altre responsabilità, molte delle quali proprio in capo ai governanti: quali sono le cause, tutte le cause, nessuna esclusa, che hanno indotto l'essere umano a trasgredire la regola comunitaria ? Perciò l'istituzione si limita a confrontare il comportamento tenuto dalla persona con le "fattispecie astratte" del "codice dei reati", cioè il "vangelo" che consente di distinguere i "buoni" dai "cattivi", e, mediante un altro codice, il "codice di procedura", ossia il libro della "liturgia", che contiene i "dogmi della formalità, il rituale sacerdotale, decide se punire e come punire. I dati ufficiali riportano che in Italia a fronte di una disponibilità di 50.779 posti i detenuti sono 53.637, mal distribuiti, perché ci sono carceri sovraffollate e alcune semivuote. Mediante i penitenziari la società si "libera" di coloro che "non rispettano le regole", come un tempo, pur con le debite differenze, ci si "liberava" dei "pazzi" rinchiudendoli nei manicomi. Nel mio "sogno" questo metodo è sbagliato. Leibniz sosteneva che "questo è il migliore dei mondi possibili". Io credo, invece, che questo sia "UNO" dei mondi possibili, e non assolutamente il migliore. E che tutto, comunque, si può sempre migliorare, anche se "questo" dovesse essere (almeno per ora) il migliore dei mondi possibili. L'uomo nasce libero, perchè la natura l'ha voluto così, come ha voluto liberi tutti gli altri essere viventi. L'uomo ha schiavizzato altri esseri umani e posto in cattività tanti altri esseri viventi, trasgredendo il "dogma della libertà" (questo si che è un vero dogma!). Gli altri esseri viventi agiscono secondo le leggi universali della natura, alle quali non riescono a sottrarsi, ma non conoscono le prigioni, non condannano alla privazione della libertà i loro simili. Gli uomini, invece, lo fanno, e a cuor leggero, per proteggere se stessi e i propri beni anche quando siano il prodotto di ingiustizie sociali, economiche e politiche. Occorre cambiare verso; cambiare la storia. E cominciare a sognare un "mondo nuovo". Anche se l'alba dovesse sorgere nei secoli futuri. Passando all'attualità, va detto che sono anni, ormai, che il tema della "giustizia" è tra quelli più dibattuti in Italia. Anche in questi ultimi tempi il focus è sulla "giustizia" a causa dell'istituto della prescrizione dei reati che vede le frange socio-politiche etichettate come "giustizialiste" contrapposte a quelle che si definiscono "garantiste". In verità le due fazioni (a cominciare da "mani pulite") non hanno mai avuto posizioni inflessibili nel corso del tempo ed ogni volta hanno adattato le loro scelte a seconda  delle convenienze del momento. Ma non c'è niente di male, in questo, perché è tutto umano (troppo umano, per dirlo con Nietzsche), e soprattutto tipico del mondo camaleontico della politica. E poi, giacché tutto muta nel tempo, sarebbe anche impossibile che a restare immutabile fosse solo il posizionamento politico dei "giustizialisti" e dei "garantisti". In questa fase alcune forze politiche stanno raccogliendo le firme per proporre alcuni referendum popolari in ordine alla separazione delle carriere tra i magistrati giudicanti e quelli inquirenti, sulle modalità di nomina al CSM e altre diverse disposizioni. Il problema, secondo me, è tuttavia un altro, in questa società, ormai in preda al panico, alla follia, e andrebbe affrontato prima possibile. Anzitutto occorrerebbe domandarsi che cosa si debba intendere per "giustizia". Gli esseri umani sono, purtroppo, soggiogati dai "miti" e quando la realtà è dura preferiscono non vedere. E spesso si rifugiano nei rituali, nei simboli, a cui si riconnette una sacralità per fede senza alcuno spirito critico. In questo mare magnum, poi, fiorisce e prospera la spietata logica del potere, quale strumento utile per appropriarsi delle risorse economiche, del prestigio sociale e della venerazione per il proprio egocentrismo e della vanagloria. È perciò solo la lotta per il potere che vede contrapposti i "giustizialisti" e i "garantisti". La "giustizia" non c'entra affatto, e comunque essa non ha nulla a che vedere con la "Giustizia" come ente a sé; come senso dell'essere, sentimento, amore per gli altri e non per il proprio ego. Gli uomini scambiano con la "giustizia" la dura risposta dei "guardiani della legge", quando questa è violata. È invece la "legge", e quindi la "legalità", che in tali casi afferma se stessa, la propria supremazia, per il tramite di uomini a ciò preposti, ossia i magistrati dello Stato. Perciò i Tribunali dovrebbero essere denominati, più correttamente, "Tribunali giudiziari" - ossia sedi dei giudici - e non "Palazzi della giustizia". La "giustizia", infatti, è altra cosa. È un principio e anche un valore che per essere tali devono necessariamente trascendere l'essere umano, le passioni brute e tribali, e restare lì dov'è la sua sede cosmica, ossia nel mondo delle idee. Calata, invece, nella realtà mondana; strattonata dai "giustizialisti" e dai "garantisti" essa cessa di essere un principio supremo e un valore ideale e diventa soltanto un'arma letale. La società non ha bisogno di "giustizia adulterata", passionale, strumentale, nelle mani di folli, bensì di fratellanza, umanità, equità, generosità verso il prossimo prima che verso se stessi. Un uomo che viene privato delle risorse vitali e che per sopravvivere sia costretto ad approvvigionarsi come può, non dovrebbe commettere un "furto", punito dal codice penale, perché questa non sarebbe "Giustizia". La vera "Giustizia", infatti, non consente di privare alcuna persona dei beni necessari per sopravvivere, perciò diventa "ingiustizia" l'attività di punire chi è stato privato delle risorse vitali. L'uomo, come detto, nasce libero secondo natura. Imprigionarlo è una violenza intollerabile. I have a dream: una società in cui non esista più alcun codice penale e neppure le carceri. Ancora oggi tutte le forze politiche si scontrano sui diritti civili, sociali e politici ma nessuna, finora, si è mai posto l'obiettivo di demolire i penitenziari e di "bandire" i codici penali. Eppure non sarebbero imprese impossibili, visto che l'uomo è andato sulla luna, tra poco colonizzerà Marte ed è ormai in grado di mappare tutti i virus letali e contrastarli con i vaccini. Forse, allora, il motivo di non fissarsi tali obiettivi superiori e valoriali deriva dal fatto che, come sosteneva Manderville, nel suo saggio La favola delle api, il delinquente è utile alla società perché grazie a lui molti lavoratori e apparati statali giustificano la loro stessa esistenza. Ma questa è barbarie ! Tipica espressione socio-politica e culturale di un essere che è rimasto nelle caverne, il cui cervello si è inutilmente espanso. L'uomo ideale, invece, deve tendere all'Essere e credere che questi non ami l'uomo in gabbia perché altrimenti sarebbe già nato così. Occorre perciò aprire le gabbie. Destinare a scuole e musei i penitenziari e tutte le aule di "giustizia", e restituire gli uomini alla libertà naturale, affinché questa riconquisti il suo primato assoluto nell'eguaglianza. Lo Stato italiano, rinato con la forma repubblicana, ha conservato gelosamente il codice penale fascista del guardasigilli Rocco. Una vera contraddizione culturale e politica del nuovo Stato, che intendeva affermarsi come altro e diverso rispetto al passato storico della dittatura e che per questo aveva accettato l'ingresso della democrazia. Occorre perciò che le forze politiche attualmente sulla scena, prima del loro avvicendamento con altre forze, inizino uno sforzo culturale per immaginare un mondo nuovo, umanizzato, dove non ci siano più gabbie né reclusi e regni l'eguaglianza nella distribuzione delle risorse perché è soltanto l'equa distribuzione che potrà rendere inutile, insignificante (o marginale)  il codice penale e l'apparato inquirente e giudicante. Nessun altro programma socio-politico avrà mai una tale sacralità né eleverà mai l'uomo verso il sublime. È perciò soltanto la cancellazione del codice penale, delle strutture carcerarie e dell'apparato inquirente e giudicante, la vera e unica "missione" terrena degna di gloria per gli esseri umani, che sono nati per essere liberi e per servire la natura nel suo insieme, e non per essere privati nelle gabbie dei penitenziari della Libertà che la Natura ha generosamente donato. E per cominciare, più in concreto, in attesa che il sogno si realizzi, sarà sufficiente cancellare dal codice penale (e dalla miriade di leggi vigenti) tutti (o quasi) i "fatti" (i comportamenti) che costituiscono reato (sia perseguibili d'ufficio che a querela di parte) e "declassarli" a "fatti civilmente rilevanti", sanzionati con la responsabilità civile, ossia con il risarcimento dei danni, e non più con la reclusione e altre pene limitative della libertà personale.

T. R.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 
« Precedenti Successivi »