Creato da Paintedonmyheart il 04/02/2015

TuttacolpadellaLuna

"...quando si avvicina troppo alla terra, fa impazzire tutti". William Shakespeare

 

A denti stretti e cuore largo

Post n°10 pubblicato il 13 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

Posso sembrare un po' pazza ma a me quest'età piace tantissimo. 

Ormai ho quasi cinquantuno anni, ma mai mi sono sentita così bene con me stessa. Sono lontana da tutte quelle ansie che mi tormentavano, frutto di illusioni infrante e di desideri di cose impossibili. Lontana dall'avere un occhio sempre più in là del mio presente, perché soprattutto proiettata in avanti con progetti di vita, che un soffio di vento un po' più forte, poi, può spazzare via all'improvviso. Lontana da quelle insicurezze e paure, che mettevano un freno alla mia voglia di vivere. Lontana dal desiderio di piacere agli altri, che oscurava quello ben più importante di piacere prima di tutto a me stessa. 

Sono qui, ora.

Con la solidità del mio presente e l'esperienza che mi rende forte. Con i dolori che mi rendono umana e le delusioni che mi aprono gli occhi. Con l'amore che ho conosciuto e che mi permette di saperlo riconoscere e apprezzare in chi incontro e in chi amo. Con il mio corpo sempre un po' più stanco, che rende perciò  prezioso ogni giorno che passa.

Sono qui, ora.

A denti stretti e cuore largo.

 


 

(…e mi faccio bella per me)

 
 
 

Raccontami una storia

Post n°9 pubblicato il 11 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

 

 

Raccontami una storia

ma una storia bella.

Che sappia di pane, di olio e di sale

che abbia il colore della pelle al sole

che splenda di luce di luna sul mare

e che mi svegli senza fare rumore

Che dopo il tramonto non mi lasci mai sola

Che sappia capire quando l'anima vola

Che abbia sempre una parola da dire, da fare

ed un'altra da colorare e sognare.

Che sia piena di pagine scritte

da stringere al petto quando son triste

Una storia che scriva a matita

tutti i suoi "no, non posso, è finita"

Che esca fuori di giorno a ballare

e che il silenzio lo faccia cantare

Che abbia il profumo della terra bagnata

e biglietti per voli di sola andata

dove non esistono castelli, principesse e re, 

ma solo occhi pieni di me e di te

di noi che c'incontrammo

e che mai più ci lasciammo

di noi che abbiam sofferto

lasciando sempre un cassetto aperto

di te che non vuoi andare

e di me che ti faccio restare

Regalami una storia

una storia così

ed io l’abiterò…

 


 
 
 

Ricordi

Post n°7 pubblicato il 07 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

Vecchio post, ricordi sempre attuali.

 

Ci siamo incontrati per caso al supermercato.

Lui sempre ben vestito, inappuntabile nel suo bel soprabito, e sempre con quell'aria fresca e profumata. Ho avuto un sussulto nel trovarlo inaspettatamente davanti, tutta presa com'ero dal leggere etichette minuscole che la vista, sempre più calante, rende ormai indecifrabili. Mi ha sorriso, con quella sua espressione impertinente, e mi ha preso in giro per l'età che avanza e per il fatto che non mi decida ad indossare gli occhiali. Divertita, gli ho ricordato che la sua testa ormai rapata a zero, non è certo per questione di moda. Poi, come sempre, l'imbarazzo ha preso il sopravvento, e sembra assurdo a dirlo, ma dopo 24 anni di unione e di amore, qualche battutina ironica è il massimo a cui ancora permettiamo di esistere tra noi.

Mi ha salutata e ha continuato il suo giro. So già che comprerà: l'ho fatto sempre io per lui nei tanti anni che ci hanno visti sposati.

Lo guardo allontanarsi ed un groppo alla gola mi costringe a deglutire più volte per mandarlo di nuovo giù: dove deve stare.

Ma la mente è ormai lì, in altri giorni che ci hanno visti insieme: un'altra vita, in cui essere felici e avere mille cose da dirci sembravano gli unici modi di viverci.

E rivedo una strada. Quella che ci portava dalla cittadina sull'Adriatico, in cui eravamo andati a vivere appena sposati, a Napoli, città in cui siamo entrambi nati e cresciuti, e dove ancora ci recavamo spesso per salutare le rispettive famiglie. 
Abbiamo avuto la nostra prima casa lì, in quel piccolo tratto di costa del Molise, una casa che ci ha sorriso dal primo giorno in cui ci siamo entrati (sì, anche le case possono sorridere). 
Le uniche strade che attraversano gli Appennini da quella zona sono due, chiamate la "Trignina" e la "Bifernina" dai nomi dei fiumi che hanno scavato la via, e mai strada ci è sembrata più bella ogni volta che insieme percorrevamo l'una o l'altra.

Rivedo quella natura ancora incontaminata che ci accompagnava durante quegli spostamenti, e che bellissima ed affascinante, come una donna ad una festa, si vestiva dei colori delle stagioni che si avvicendavano. 

Rivedo il lago di Guardialfiera, che improvviso compariva in mezzo alle montagne, un suggestivo squarcio d'azzuro in mezzo a tutto quel verde, attraversato da un lungo viadotto che in alcuni punti ci faceva viaggiare completamente immersi in quel colore inaspettato, come sospesi: né cielo né terra, ma sul punto di poter toccare sia l'uno che l'altra. Come forse si dovrebbe vivere.

Percorrere quelle strade mi dava una serenità incredibile...

Ci impiegavamo circa due ore e mezzo per arrivare a casa, e per tutto il tragitto con mio marito non facevamo altro che stuzzicarci e ridere.

Un giorno, dopo l'ennesima risata, mi toccai il pancione, che intanto era cresciuto, e guardandolo con la commozione di chi è consapevole di vivere un sogno, gli dissi che nostra figlia sarebbe stata fortunata ad avere dei genitori che si amavano e sapevano divertirsi tra loro in una maniera così bella e forte. 
Ci sorridemmo senza più parlare. Lui mi prese la mano e me la baciò con gli occhi che gli brillavano di felicità: attimo infinito…
 Avevo trent'anni ed erano già dodici anni che stavamo insieme, ma per me era come se fosse un giorno.

Tutto il resto che è arrivato l'ho affrontato come un gioco, con la leggerezza e l'entusiasmo di chi non desiderava altro che quel che aveva già, nonostante vivessi praticamente da sola, e per di più lontanissima dalla vita che ero abituata a respirare in una città come Napoli, che dal cuore non va più via. 
Lui non c'era mai per lavoro, spesso anche di notte, a volte per giorni, ed io nel trasferirmi avevo lasciato tutto: le mie supplenze a scuola, i miei alunni di pianoforte, ed ovviamente tutti gli affetti,  amici, famiglia, ed il mio amato cane, la mia ombra, rimasto a Napoli perché non ero l'unica ad amarlo così tanto.

Lontana da tutto ciò che fino a quel momento era stato il mio mondo, crescevo nostra figlia e mi occupavo di tutto da sola, ma niente mi pesava, se non la mancanza di condivisione di tutte le piccole conquiste della mia bimba con qualcuno d'importante per me, e il conseguente senso di solitudine.

Eppure ero felice...

Poi, è arrivata la seconda figlia e con lei nuovi trasferimenti.

E poi…

E poi…

E poi…

E poi tutto ha avuto fine. 

Inutile ricercarne le colpe, so solo che l'amore non basta, non basta mai, di certo non è bastato il mio.

Lo guardo oggi allontanarsi lungo la corsia di un supermercato stranamente vuoto, e penso che sarebbe bastato restare.

Restare non solo con il corpo, ma con l'impegno, con la volontà a farlo, con la rinuncia del futile, con la disperazione di chi sa che sta perdendo tutto ciò che di bello aveva, con la rabbia contro la vita che ci ha voluti così fragili e sconfitti, con la forza di chi sa amare fino in fondo, perché sa che è da lì che ci si può dare la spinta per risalire verso l'alto e muovere così i propri passi in una direzione piuttosto che in un'altra.

Lentamente l'ho visto sparire tra gli scaffali...

Ma quell'uomo che ho tanto amato è ancora lì, su quella strada lussureggiante in mezzo alle montagne, anche lui incontaminato da tutto il male che è venuto dopo. 

I suoi occhi innamorati e il suo sorriso impertinente per sempre in me.

 

"Un-Break My Heart" di Gheorghe Zamfir


(ed è arrivato anche quel momento,
quello del sigillo definitivo alla parola "fine",
che sbatte la porta in faccia a quella piccola illusione ancora rimasta,
e che neanche sapevo di avere,
che fosse stato tutto vero,
che eravamo davvero invincibili...)

 

 
 
 

Sorprendersi

Post n°6 pubblicato il 05 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

Ciò che desidererei di più adesso?

Sorprendermi sorpresa. 

Stupirsi è il segno meraviglioso dell'essere ancora vivi. Il sorprendersi sorpresi ci lascia fuori equlibrio, perchè ci dice che dentro ancora vivono tutte quelle cose che la vita vorrebbe uccidere.

Sarebbe come accorgermi che, una bella mattina,  dietro di me sia sempre attaccato quello stupendo paio di grandi ali, che pensavo di aver perso.

E il cielo tornerebbe a riempirsi anche di me. 


 

 (E poi mi sorprendo, invece,

di come a volte

sia il viaggio la vera sorpresa.

 Anche una balena

può avere il suo fiume da risalire,

ma lungo il tragitto:

quanti mondi da scoprire,

quanta vita da vivere...)


 
 
 

C' tempo

Post n°5 pubblicato il 01 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

Dalle mie finestre vedo l’alba. 

Mi piace questa casa e la sensazione che mi lascia ogni volta che vi entro e la trovo inondata di luce. La grande porta finestra del salotto dona un bel senso di continuità con l’esterno e c’è quasi sempre un attimo, dopo esservi entrata, in cui mi fermo per lasciarmi avvolgere dalla luce che vi entra  e dalla prepotente allegria dei colori dei fiori che si intravedono e che stanno esplodendo nelle grandi fioriere del terrazzino.

Non so di cosa stia scrivendo.

Lascio andare i miei pensieri, perché sono giorni che non li capisco. Saltellano di qua e di là, e, strattonandomi, mi trascinano con loro. Mi spingono su a ritrovare tutte le sensazioni più belle, tra ricordi e nuovi sogni, e un attimo dopo giù in picchiata, lasciandomi annegare tra tutti quelli che per anni sono stati il "leit motiv" della mia vita. Affollano disordinatamente tutta la mia testa e qualche volta mi fanno qualche dispetto, scacciando quelli che sarebbero più urgenti, con il disappunto delle mie figlie e di chi mi vive da vicino.

Il grande orologio della cucina segna ancora un'ora indietro, forse a ricordarmi che c'è ancora tempo.

Ma tempo per cosa? 

A volte mi sento come il Bianconiglio di Alice: perennemente di fretta, con tanta voglia di andare in nessun posto, ma andare purché si vada.

Ma dalle mie finestre vedo l'alba.

E lo so che anche oggi è un nuovo giorno.

 

 

 

 

(quello che non so dire)

 

 

 

 
 
 

Rifarsi una vita

Post n°4 pubblicato il 28 Aprile 2017 da Paintedonmyheart


E' da quando mi sono separata che la maggior parte delle persone, quando m’incontra, puntualmente mi rivolge la stessa identica domanda:

- Ma non ti sei rifatta ancora una vita?

Che tradotto in maniera un po' meno poetica, e con un tono quasi sullo scandalizzato, vorrebbe dire:

- Ma non hai ancora un nuovo compagno?!

Eh sì, perché è così che ragiona questa "maggior parte delle persone": la vita da single...non è vita!

Ed io ogni volta vorrei poter dire loro che, al contrario di quel che si potrebbe pensare, ho avuto e colto la mia prima possibilità di “rifarmi una vita” proprio in quel giorno di un po’ di anni fa, quando con un fil di voce ed un dolore, che non è più andato via, ho guardato negli occhi mio marito, trovando proprio in quel dolore la forza di comunicargli la mia decisione di separarmi, ponendo così fine ad un rapporto ventennale con un uomo che amavo più della mia vita…

E vorrei dire loro che mi “rifaccio una vita” ogni volta che scelgo liberamente, 

che seguo il mio cuore, dando ascolto alla parte più nascosta, ma forse più vera di me, 

ogni volta che non mi lascio abbattere e scoraggiare dalle inevitabili delusioni e gioisco ancora delle stesse piccole cose, 

ogni volta che riesco a mostrarmi per quella che sono: un essere con tanti difetti, che io per prima devo imparare ad accettare e ad amare, se voglio che lo facciano anche gli altri, 

ogni volta che riesco a volermi bene, almeno io, ed ho il coraggio di fare scelte che mi portano esattamente là, dove posso ritrovarmi.

Ma forse basterebbe dire loro che  “rifarsi una vita”  è ogni volta che si sceglie 

semplicemente di…ESSERE…


 

Presi un Sorso di Vita

Vi dirò quanto l'ho pagato

Esattamente un'esistenza

Il prezzo di mercato, dicevano.

 

Mi pesarono, Granello per Granello

Bilanciarono Fibra con Fibra,

Poi mi porsero il valore del mio Essere

Un singolo Grammo di Cielo!

Emily Dickinson

 

 
 
 

Lentamente camminava

Post n°3 pubblicato il 25 Aprile 2017 da Paintedonmyheart

Non sempre siamo in grado di guardare oltre.
Non sempre siamo interessati a scoprire
se ciò che sembra lo sia realmente.
Ci accontentiamo delle mezze verità,
di ciò che riusciamo ad accettare
senza farci troppo male…

 

Camminava  lentamente per le vie quasi deserte della piccola città. Il rumore dei suoi passi gli teneva compagnia. Alzò lo sguardo verso l’alto, dove finestre chiuse e balconi vuoti gli ricordarono che tutto era cambiato.

Sin da piccolo era sempre stato affascinato dal candore dei panni stesi al sole ad asciugare ed ancora oggi guardava sempre, con una sorta di ammirazione, quei balconi che li sventolavano  come bandiere, a testimonianza che lì c’era una vita che andava avanti, malgrado tutto. Oppure gli capitava di non riuscire a distogliere lo sguardo da una finestra illuminata da una calda luce dorata, perché lo aveva sempre incuriosito sapere chi fossero e come vivevano quelle persone, che avevano una casa che dal di fuori sembrava così accogliente. Che sia chiaro: non aveva mai spiato nessuno. Si era sempre limitato soltanto a guardare dalla strada, e a volte anche dalla macchina in movimento, in direzione di ciò che lui amava chiamare “gli occhi delle case”, perché le finestre sono lo specchio di chi vi abita, se le sai guardare attentamente. Lui lo sapeva ed è per questo che insisteva con lo sguardo: per cercare di intravedere una qualche immagine della vita di quella casa, quasi a voler trovare una corrispondenza tra quello che appariva e quello che traspariva.

Non è un caso, infatti, che i ricordi più forti che aveva erano quelli legati ai suoni e agli odori, che fuoriuscivano dalle finestre spalancate e dagli usci perennemente socchiusi delle case nei vicoli di Napoli, la sua città. Sua nonna abitava lì, in un antico palazzo che una volta era stato un monastero. Scalinate altissime e gradini consumati, soffitti a volta, mura spessissime, tutte rigorosamente in tufo, una pietra di cui le viscere di Napoli sono piene. Al suo interno ogni tanto si aprivano dei cortili, di cui alcuni, memori della loro antica destinazione, serbavano ancora delle lapidi che ricordavano i frati, le cui morti si erano susseguite nel trascorrere di centinaia di anni. Questo, però, non aveva mai spaventato nessuno degli abitanti di quel palazzo, compresa sua nonna, che non capiva perché, arrivato in prossimità di quel cortile, il suo impressionabile nipotino cominciasse a correre a perdifiato per rifugiarsi tra le mura della sua vecchia e rassicurante casa. A nessun altro era mai importato di quella particolare convivenza. A Napoli, in certi quartieri, non puoi permetterti di avere degli spazi completamente tuoi, e poco male se a condividerli siano delle tombe di frati…magari porteranno anche bene. A Napoli non si è mai soli.

In quei cortili riecheggiava la vita, fatta di musica e di voci, di rumori di stoviglie e tintinnìo di bicchieri di vetro all’ora di pranzo, di richiami melodiosi e cadenzati ad alta voce da un balcone all’altro. Tutto contribuiva a riempire ogni spazio, invadendo anche quello delle altre case. Spesso le musiche si intrecciavano tra loro, creando delle assonanze che mai più avrebbe ritrovato lungo la sua strada.

Tutti partecipavano non visti della vita, che prepotente si imponeva sopra ogni altra cosa, e tutto era estremamente piacevole per lui. Persino i litigi, che sfociavano in urla, a volte stridule a volte sommesse, gli davano una visione della propria vita più accettabile. La condivisione si sa, alleggerisce gli animi. Quegli odori poi… di ragù, di fritto, di carne arrosto… Richiami invitanti di pranzi e cene preparate con cura e sapienza, frutto di ricette che nessun libro avrebbe mai potuto trasmettere.

Tutto questo gli tornava alla mente guardando la tristezza di quei balconi apparentemente disabitati.
Come c’era capitato lì… E perché, soprattutto, si ostinava a restarci?

La risposta se la diede quando capì di non essersi accorto di essere arrivato sotto casa sua, tanto era confusa tra il grigiore delle altre.

No, il suo posto non poteva essere più lì...

 

 
 
 

Tutta colpa della Luna

Post n°2 pubblicato il 23 Aprile 2017 da Paintedonmyheart

 

Elicone: Buongiorno Gaio.

Caligola: Buongiorno Elicone.

(pausa)

Elicone: Sembri affaticato.

Caligola: Ho camminato molto.

Elicone: Sì, la tua assenza è durata a lungo.

(pausa)

Caligola: Era difficile da trovare.

Elicone: Che cosa?

Caligola: Quello che volevo.

Elicone: E cosa volevi?

Caligola: La luna.

Elicone: Cosa?

Caligola: Sì, volevo la luna.

Elicone: Ah! (pausa) Per fare che?

Caligola: Ebbene!… È una delle cose che non ho.

Elicone: Certamente. E ora, è tutto a posto?

Caligola: No, non ho potuto averla.

Elicone: È seccante.

Caligola: Sì, è per questo che sono affaticato. (pausa) Elicone!

Elicone: Sì, Gaio.

Caligola: Tu pensi che io sia pazzo.

Elicone: Sai bene che io non penso mai. Sono fin troppo intelligente per pensare.

Caligola: Sì. Infine! Ma io non sono pazzo e anzi non sono mai stato così ragionevole. Semplicemente, mi sono sentito all’improvviso un bisogno di impossibile. (pausa) Le cose, così come sono, non mi sembrano soddisfacenti.

Elicone: È un’opinione abbastanza diffusa. 

Caligola: È vero. Ma prima non lo sapevo. Ora, lo so. Questo mondo, così come è fatto, non è sopportabile. Ho dunque bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, di qualcosa che sia forse insensato, ma che non sia di questo mondo.

Elicone: È un ragionamento che sta in piedi. Ma, generalmente, non lo si può sostenere fino in fondo.

Caligola: Tu non ne sai nulla. È perché non lo si sostiene mai fino in fondo che nulla è ottenuto. Ma forse basta restare logici sino alla fine. (pausa) So anche quello che pensi. Quante storie per la morte di una donna! No, non è questo. Credo di ricordarmi, è vero, che qualche giorno fa, una donna che amavo è morta. Ma cos’è l’amore? Poca cosa. Questa morte non è nulla, te lo giuro; è solamente il segno di una verità che mi rende la luna necessaria. È una verità molto semplice e molto chiara, un po’ stupida, ma difficile da scoprire e pesante da portare. 

Elicone: E qual è dunque questa verità, Gaio?

Caligola: Gli uomini muoiono e non sono felici.

(pausa) 

Elicone: Andiamo, Gaio, è una verità con la quale ci si può benissimo arrangiare. Guardati attorno. Non è questo che impedisce loro di mangiare.

Caligola: Allora, è che tutto, attorno a me, è menzogna, e io, io voglio che si viva nella verità! E ho giustappunto i mezzi per farli vivere nella verità. Perché io so ciò che manca loro, Elicone. Essi sono privi della conoscenza e manca loro un maestro che sappia ciò di cui parla.

Elicone: Non ti offendere, Gaio, di quello che sto per dirti. Ma tu dovresti anzitutto riposarti.

Caligola: Questo non è possibile, Elicone, questo non sarà mai più possibile.

Elicone: E perché dunque?

Caligola: Se dormo, chi mi darà la luna?

(pausa) 

Elicone: Questo è vero.

(pausa) 

Caligola: Ascolta, Elicone. Sento passi e rumori di voci. Mantieni il silenzio e dimentica di avermi visto. 

Elicone: Ho capito.

(pausa) 

Caligola: E, se vuoi, d’ora innanzi aiutami.

Elicone: Non ho ragioni per non farlo, Gaio. Ma so molte cose e poche mi interessano. In cosa dunque posso aiutarti?

Caligola: Nell’impossibile.

Elicone: Farò del mio meglio

Caligola (I atto, IV scena) di Albert Camus

 

 

Mi sono chiesta più di una volta

se fosse sbagliato lasciare la sicurezza di ciò che si ha per inseguire un sogno,

se fosse pazzia mettere a rischio il proprio equilibrio per sentirsi di nuovo veramente vivi, 

se fosse da stupidi anelare alla felicità, pur ben sapendo che non sia fatta che di attimi,

e se non fosse questo il vero ostacolo al sentirsi pienamente soddisfatti della propria vita.

...

Ma c'è  stata una notte di luna piena

in cui ho visto rivestire le cose di un incanto

che non vedevo più da tanto.

Il tempo si era fermato ed io con lui.

Era mio quel vento tiepido,

mie le stelle,

mia l'aria profumata di mare.

Ho guardato il cielo e mi sono specchiata nella luna:

c'era pace, silenzio ed un pizzico di follia.

È stato allora che ho capito cosa volessi diventare.


Jason Mraz - Fly me to the moon

 

 

«Siate realisti: chiedete l’impossibile»

A. Camus



 
 
 

Un due tre, prova!

Post n°1 pubblicato il 21 Aprile 2017 da Paintedonmyheart

Su su forza, non è poi così tanto difficile, lo hai fatto già altre volte, non ti lascerai mica intimorire da un foglio ancora così bianco?! Devi solo cominciare, poi il resto verrà da sé (forse) anche se adesso la sensazione è quella di non avere molto da dire o, peggio ancora, di avere solo cose banali da esprimere. Sì, lo so, anche questo che stai scrivendo ti sembra stupido, ci sarebbe da chiedersi perché pubblicarlo e non tenerlo per sé, in fondo a chi dovrebbero interessare le seghe mentali di una sconosciuta.
Il grande Pessoa, però, diceva che scrivendo ciò che sentiva, abbassava la febbre del sentire e questo, al di là della qualità di come lo si possa fare, credo possa valere un po' per tutti.
E allora mettiamola così: ho di nuovo la febbre.

Si perdoneranno i miei deliri.

 
 
 
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