
Mai allora scostò leggermente il suo volto da quello di Aureliano. Tentò di far coincidere gli sguardi cercando di comunicare senza usare le parole. Le sopracciglia del ragazzo si corrugarono verso il centro verso all’attaccatura del naso, e gli occhi gli si ingrandirono mostrandosi tersi ed arsi da mordente curiosità. Era una domanda quella che Mai voleva fare ad Aureliano e, anche se non si spiegò mai come, capì pure qual era. Ma nel momento stesso in cui la intese tutte le parole che aveva accumulato in quei giorni di totale isolamento presero a scorrere come l’acqua da una diga infranta.
“Ho paura Mai. No, non è la parola giusta, scusami: è qualcosa che assomiglia di più ad un panico controllato, uno sforzo continuo di filtrare la realtà attraverso una luce ottimista e per questo finta. C’è una messa in scena che ho dovuto mettere in piedi alla bene e meglio, tappandomi il naso, solo per non pensare l’unica cosa che si può pensare in questi casi e cioè che è tutto finito. Che non c’è futuro, che io non posso sopravvivere in un mondo senza esseri umani e che quindi, caro amico mio, sono fottuto. Bada bene che del resto del Mondo non me ne frega proprio nulla, l’unica disperazione che ho è per me. Questa fatica, questo tappo di giustificazioni e promesse a malapena riesce a trattenere la mia coscienza che scalpita come una bestia ferita, spaventata, e vuole a tutti i costi sapere la verità. Ma la verità non si può raccontare Mai. C’è un buco sopra le nostre teste, capisci?”, Aureliano s’interruppe, guardò in alto ridacchiando e poi continuò “L’umanità sembra scomparsa. Evaporata. Non parlo con un essere vivente da tre giorni, non ascolto un suono dallo stesso tempo, non ho mangiato né bevuto, sono ferito. Non è possibile nascondersi troppo a lungo le proprie sorti, non pensi?”. Mai annuì, ma Aureliano non era ben sicuro che stesse comprendendo il discorso. “Ecco, e proprio nel momento in cui in qualche modo me ne stavo andando pure io, sei apparso tu”. Fece un'altra pausa, scattando con il viso come se avesse visto qualcosa di strano all’improvviso. Mirò al suolo polveroso verso un punto indefinito assorto in un ragionamento urgente e complesso. Dopo poco si riprese, avvicinò le sue labbra all’orecchio del ragazzo sussurrandogli: “Ricapitolando: le persone sono sparite quando io gli ho ordinato di farlo, tu sei apparso proprio quando avevo bisogno di aiuto. Sembra che qualcuno non voglia che io muoia, non ti pare?”. Mai riuscì solo ad annuire un’altra volta. “Forse quel buco è dio”. Mai alzò lo sguardo verso il buco. Aveva visto dei libri che parlavano di dio, ma lui si ricordava fosse un tizio vecchio con la barba, non un foro nero nel cielo. Fece un’espressione di stupore. “Cosa c’è? Non ci credi? E allora spiegami: perché solo io sono sopravvissuto?”. Mai subito indicò se stesso puntandosi l’indice sul petto. “No, tu non sei qui per le stesse mie ragioni… Tu sei funzionale alla mia storia, al piano di dio, sei come Giuda, un mero ingranaggio che serve affinché le cose vadano come devono andare. Chissà, magari nemmeno sei reale…”.
Mai udita quella frase si scostò da Aureliano e si allontanò da lui di due passi. I due si guardarono negli occhi proprio come quando si erano conosciuti, ma gli umori di quelle occhiate erano cambiate. Il ragazzino adesso si era ripreso indietro quelle once di fiducia che troppo frettolosamente aveva concesso. Aureliano invece sembrava incapace di concentrarsi su qualcosa di concreto e che tutte le sue idee si fossero radunate d’emergenza per spiegare tutta quella sequenza di fatti misteriosi. “Staremo zitti però un po’”, annunciò Aureliano senza badare troppo alla reazione di Mai. “Ho bisogno di pensare per qualche tempo. Ti precederò nel cammino, tu seguimi. Se c’è qualcosa che non va mi busserai sulla schiena. Buon viaggio”.
Mai al principio rimase immobile. Osservava il suo compagno allontanarsi ma non sapeva decidersi se convenisse seguire quello che in fondo era uno sconosciuto, o fermarsi in quel punto. Poi si guardò intorno. La strada era deserta di esseri viventi a parte lui, non si udiva nulla a parte i passi sempre più sbiaditi di Aureliano. Le ombre delle carcasse di automobili, intersecandosi con quelle degli alberi, formavano sull’asfalto strane figure spaventose e a Mai una di quelle gli parve allungare una zampa da insetto verso di lui. Così scattò spaventato nell’intento di raggiungere Aureliano. Corse per qualche decina di metri fino a quando non scorse il suo profilo scuro; solo allora riuscì a calmarsi. Anche se si era convinto che nessun mostro lo stava seguendo, non riuscì a stabilire se uno di loro gli stava venendo incontro.
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