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UN BUCO NEL CIELO - CAP. XVIII

Post n°1367 pubblicato il 03 Settembre 2012 da non.sono.io
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“Ricordo che non avevo assolutamente voglia di andare a quella festa. Cioè, quando dissi di sì a Chiara mi sembrava una buona idea per togliere un po’ di polvere dalla mia routine, ma poi, una volta uscita dalla fabbrica, mi resi conto che quelle otto ore a condire patatine avevano annacquato qualsiasi mia aspirazione di vita sociale. Avevo fame di silenzio, di pacifica noia casalinga, di una doccia, del mio programma preferito e di un letto capace di abbracciami come fosse mio padre. Temendo la reazione di Chiara, uscii dalla fabbrica senza salutare per non essere costretta a confermare l’appuntamento. Corsi a casa sorridendo come una ragazzina alla quale gli era appena riuscito di rubare impunita la marmellata.
Una volta al sicuro, mi spogliai completamente nuda senza badare a dove atterravano i vestiti, e mi diressi verso la vasca da bagno, tra le cui bolle di sapone tentai di recuperare tutta l’umanità perduta nell’espletare quello per cui mi pagavano. Ma un attimo prima di giungere all’agognato confine che mi separava dal punto di non ritorno, sentii giungere da lontano un motivetto di pianoforte: la suoneria del mio cellulare. Rimasi indecisa se interrompere quell’attimo d’amore con me stessa permettendo al mondo di raggiungermi, o lasciare che le tiepide acque pubbliche sollazzassero ancora la mia esigenza di consolazione. A pensarci bene, quello è stato il mio “sliding doors”, quei bivi che assecondano il destino nel suo lavoro di muratore di esistenze. Avrei potuto non alzarmi, rimanere lì a sguazzare, lasciando che la melodia a suonare verso nessun pubblico, e così facendo evitare tutto questo svolgersi tragico del seguito della vicenda. Forse non sarebbe nemmeno apparso il buco nel cielo, la gente non sarebbe scomparsa ed io non mi ritroverei ad attendere che un muro d’acqua mi spappoli. Invece chissà quale scusa trovai per scendere le scale e premere il pulsante di accettazione della chiamata. C’è sempre una scusa a rovinare le opere migliori dell’istinto.
Neanche a dirlo, era Chiara. Minacciò che se non fossi venuta di mia spontanea volontà, sarebbe venuta lei a prendermi per i capelli. Io risi pensando alla scena della mia amica trascinandomi per i ricci verso casa sua, e poi naturalmente le dissi di darmi solo il tempo per prepararmi. 
Quando suonai al campanello, fu lei stessa a ricevermi. Fece un passo avanti di fatto spingedomi verso il centro del pianerottolo, poi mi abbracciò fortissimo sussurrandomi all’orecchio con un tono isterico: “Tesoro! Non sai nemmeno quanta bella gente c’è. E’ venuto pure Salvo, ti ricordi di Salvo?”. Io non mi ricordavo di lui, ma annuì senza dire nulla. Chiara mi prese per una mano trascinandomi con forza all’interno dell’appartamento, io non ebbi il tempo di tentare nessuna reazione. Una volta dentro mi annunciò urlando a tutti quanti che trasalirono, alcuni anche con spavento. Dichiarò che ero la sua migliore amica, la più bella e simpatica. Dio che vergogna. Dopo mi lasciò lì, in mezzo alla stanza, con gli occhi di tutti puntati su di me che ero rimasta immobile, con una bottiglia di spumante da un euro e cinquanta in mano, i capelli spettinati e l’espressione di chi vorrebbe che la scienza fosse riuscita finalmente a trovare una risposta all’annoso problema del teletrasporto. Con la scusa di dover mettere il vino in frigo, sparì dalla scena veloce come un geco inseguito da ragazzini sadici. 
Alle feste di solito ci sono tre tipi di personaggi: quello che non parla, quello che non smette di parlare un attimo, quello che si procura un gruppetto tendando di fare la festa nella festa. Io naturalmente ero quella che aveva deciso di passare la serata nell’angolo più remoto nell’attesa arrivasse un’ora decente per dire “sono stanca, ho le mestruazioni, ho la vergine in quadratura con il mio segno, ho dimenticato il gas aperto, mi sta morendo mamma”, insomma una cosa qualunque per andarmene. Il logorroico era Carlo, un amico di Chiara, che non aveva smesso di ridere e fare battute nemmeno quando ero stata gettata in pasto al pubblico. Più giù in fondo, con un bicchiere in mano e tre persone intorno al lui nell’apparente atteggiamento di chi ascolta attentamente, c’era Salvo. 
Le mie feste, di solito, si svolgono tutte allo stesso modo. La prima ora la passo osservando, ascoltando, bevendo e fumando. Dopo quel tempo l’alcool ha già iniziato il suo lavoro di massaggiatore delle inibizioni, così che sono più sciolta e mi rimane più facile interagire. Passate due ore sono tecnicamente ubriaca, anche se secondo me non si nota, e da quel momento può succedere di tutto. Spesso succede di tutto. Quella sera seguendo la scia dei tramezzini mi ritrovai accanto al gruppetto di Salvo. Vicino a lui c’erano due ragazze, una delle quali vistosamente truccata e abbigliata, e un ragazzo giovane. Stavano discutendo di verità, o qualcosa del genere. Salvo parlava, parlava, gesticolava ma alla mia mente annebbiata arrivava il due per cento di quello che diceva. Mentre cercavo di costringere il mio cervello a concentrarsi, i miei pensieri ormai liberi di seguire le regole che loro stessi si erano dati, indugiavano su altri particolari.  Lui indossava una camicetta bianca, di lino, come ho fatto a dimenticarmene?, aperta quasi fino all’ombelico. Nel petto i calanchi prodotti dai muscoli pettorali tonici, senza peli, ambrati di quel colore scuro di cui si tinge la pelle dei pescatori. Il mio sguardo scivolò in basso, lasciandomi immaginare gli addominali, perfetti come quelli di una statua greca, e poi più giù verso… Ma in quel momento intercettai il suo sguardo. Io arrossii annuendo come se avessi seguito il loro discorso. “Dunque sei d’accordo anche tu”, mi chiese profondamente convinto che stessi ascoltando”, “e che mi rispondi se affermo: io sto mentendo?”. Degluidii. Mi sentii una ragazzina impreparata all’interrogazione, e proprio come allora cercai negli occhi degli altri una qualche forma di soccorso, che puntualmente non venne.
Pensai al mio letto, a come sia l’unico che mi accoglie senza chiedermi nulla". 

 
 
 
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