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Storia dell’illuminazione a gas nella città di Napoli

Post n°2167 pubblicato il 16 Aprile 2012 da luger2
 

Con la scoperta dell’illuminazione a gas, l’umanità ha fatto un significativo passo avanti verso il desiderio di prolungare il giorno mediante la luce artificiale. L’illuminazione a gas fu anzitutto utilizzata negli interni, ma solo conl’estensione alla pubblica illuminazione acquisirà il giusto merito. La città di Napoli vanta il primato di essere stata nel 1837 la prima città italiana e la terza in Europa, dopo Londra e Parigi, adessere illuminata a gas.

Importanza dell’illuminazione notturna: i primi impianti a olio Il problema della pubblica illuminazione, realizzata dapprima mediante lanterne a olio, già verso la fine del Settecento era molto sentito nelle grandi capitali europee, infatti al calare delle tenebre le città venivano consegnate ai malfattori e quindi si imponevano delle urgenti misure di ordine pubblico per limitare reati e crimini che si perpetravano con il favore della notte.

A Napoli il problema fu affrontato per la prima volta nel 1770, quando per disposizione del governo, fu ordinato che tutti gli edifici pubblici, i palazzi dei ministri, degli ambasciatori e dei nobili di grande casato fossero dotati di fanali accesi tutta la notte alle porte ed agli angoli delle case. Dopo alterne vicende si cominciano a sviluppare i primi impianti di illuminazione notturna, dal “Monitore Napolitano” si apprende che il 15 dicembre 1806 Napoli ha finalmente il suo primo impianto di illuminazione a olio, attrezzato e funzionante come quelli già esistenti nelle altre grandi città europee dove nel frattempo si stava sperimentando un nuovo sistema di illuminazione che utilizzava il gas.  

  

Il gas compare a Napoli il 1 gennaio1817 quando con decreto reale 611, Ferdinando I (già IV), concede la privativa per l’illuminazione a gas idrogeno della città di Napoli a Pietro Andriel di Montpellier, tale diritto non verrà mai esercitato. Si dovrà attendere sino al 1837 quando il francese cav. Giovanni De Frigiere, in società con M.Bodin, A.Cottin e A.Jumel, chiede ed ottiene da Ferdinando II di poter illuminare la città con il gas prodotto dall’olio di oliva.

Il giovane sovrano, salito al trono nel 1830, amava il progresso come dimostrerà in più di un’occasione favorendo l’applicazione delle invenzioni più recenti, avendo poi visitato Parigi illuminata dalla luce che i fanali a gas diffondevano e di cui era rimasto entusiasta, si trovò particolarmente favorevole alle richieste del Cav. De Frigiere e chiese espressamente un saggio relativo alla illuminazione a gas.

Il 10 settembre 1837, sotto gli occhi del re, delle autorità e del popolo entusiasta, si tenne il primo esperimento per illuminare a gas il porticato della basilica di San Francesco di Paola. Al calar del sole le 29 lanterne disposte nel porticato si accesero una dopo l’altra brillando di una luce bianchissima. Era nato il primo impianto di illuminazione a gas. Si tratta infatti della prima realizzazione, in Italia, di un impianto di produzione e distribuzione del gas. L’impianto sperimentale era costituito da un piccolo opificio retrostante ai portici della basilica di San Francesco di Paola, si trattava di un impianto per il cracking di olio d’oliva la cui erogazione oraria, occorrente per l’alimentazione dei 29 fanali (ciascuno dotato di due becchi della portata complessiva di circa 200lt/h), è stimata dell’ordine di 6mc. L’impianto di concezione francese era particolarmente ingegnoso, era costituito da un fornello che su un lato esterno presentava un recipiente di latta da cui veniva distillato goccia pergoccia dell’olio in un tubo di ferro del diametro di due pollici che attraversava il fornello. Il tubo veniva riscaldato e reso incandescente dal calore del carbone vegetale o fossile che serviva per tenere acceso il fornello, a seguito del riscaldamento si aveva la formazione del gas che passando attraverso una tubazione in piombo veniva avviato in alcune vaschette di olio per consentirne la purificazione ed eliminare parte del cattivo odore che il gas stesso emanava. A seguito del successo dell’esperimento, il re chiese di estendere l’illuminazione anche a Palazzo Reale ed alle strade adiacenti. Prima di procedere all’affidamento dell’appalto furono fatte alcune considerazioni in merito all’illuminazione a gas per stabilire se questo innovativo sistema potesse nuocere alla salute pubblica ed alla purezza dell’aria a causa delle esalazioni emesse, che tra l’altro erano presenti anche negli impianti di illuminazione ad olio. A riguardo furono interpellati illustri clinici e chimici del tempo che concordarono sul fatto che il gas sviluppato dall’olio non comportava alcun nocumento. Il 13 dicembre 1838 viene stipulato il contratto di appalto dell’illuminazione a gas con De Frigiere a cui si associano i napoletani Andrea Rocco e Nicola Scala appaltatori per l’illuminazione ad olio allora in funzione.

Poichè la realizzazione degli impianti a gas non permetteva che l’appalto si facesse per un periodo breve,si convenne una durata di quindici anni, a decorrere dal 1 gennaio1839, per il servizio a gas, e di sei anni per il servizio ad olio.

Nel contratto il cav. De Frigiere siimpegnava ad illuminare entro 15 giorni Palazzo Reale e l’inizio di via Toledo (avvalendosi dell’impianto retrostante la basilica di San Francesco di Paola) e entro un anno di installare 408 fanali,di cui 204 entro il primo semestre e gli altri nel secondo, realizzando per l’alimentazione dell’impianto una canalizzazione interrata lunga 16,120 km, il cui percorso era individuato in alcune piazze e vie principali della città racchiuse nel perimetro comprendente: via Toledo, via Chiaia, riviera di Chiaia, Chiatamone, largo Castello, Guantai Nuovi, Pignasecca, Monteoliveto, Port’Alba, via Tribunali, via Foria, Porta Nolana, strada Basso Porto. Il resto della città veniva illuminato ad olio fin quando una richiesta del Comune non avesse provocato l’estensione delle canalizzazioni e quindi la progressiva sostituzione delle lanterne adolio con i fanali a gas. Il contratto riporta minuziosamente informazioni e prescrizioni sulle modalità di erogazione del servizio di illuminazione. Tra l’altro, l’effetto della luce prodotta con il gas doveva essere non meno del doppio di quella prodotta con le lanterne ad olio. Le spese per l’impianto del gasometro, delle officine e della canalizzazione erano interamente a carico degli appaltatori. Riguardo all’olio da usare per la produzione del gas per ottenere un’illuminazione brillante veniva richiesto espressamente olio di oliva per rispettare una delle principali produzioni del regno e nel contempo si escludeva tassativamente la produzione del gas illuminante mediante l’uso del carbone sia fossile, che di legno. Particolarmente interessante è ilc apitolo relativo alle penali applicate agli appaltatori nei casi di ritardata accensione o anticipo dello spegnimento, non accensione, mancata pulizia delle lanterne, mancanza di gas etc. Il cav. De Frigiere, cede con atto notarile del 11marzo 1839 al sig De Boissieu, negoziante di Lione, il contratto per l’illuminazione pubblica di Napoli. Questi insieme a cinque soci, tutti cittadini francesi, si fa carico di dirigere i lavori previsti dal contratto. Inoltre a seguito dell’osservanza di una disposizione reale, De Boissieu e Co. si impegnarono a riservare un quarto delle azioni della costituenda società anonima a cittadini napoletani, tra questi figurano banchieri, industriali, commercianti e tra gli altri il fratello del re, don Leopoldo di Borbone, conte di Siracusa, il gen. Carlo Filangieri, principe di Satriano, il conte Ettore Lucchesi Palli.

La fase esecutiva dell’appalto chesi rivelerà più lenta del previsto. Nel maggio del 1840 sono illuminati il teatro San Carlo ed altre importanti vie ma non risultano installati i 204 fanali programmati per il primo semestre. Lo stabilimento per la produzione del gas viene realizzato in una area di proprietà del Municipio situata nella contrada vico Cupa a Chiaia, i gasometri installati sono di produzione francese, mentre le tubazioni, i raccordi, gli strumenti e gli utensili provengono dalla fonderia napoletana Zino, Henry e Co. inizia così il benefico effetto dell’industria del gas sull’economia locale. Lo stabilimento si estende originariamente su una superficie di 550mq, in esso vengono ospitate 14 storte per la produzione del gas cheliberano i prodotti della combustione mediante un camino di 34m. Inoltre in adiacenza allo stabilimento vi sono due padiglioni di 500mq utilizzati per gli uffici ed i magazzini. La capacità gasometrica di primo impianto era di 2.000 mc su due unità uguali, la potenzialità dell’impianto era di circa 200mc/h, il processo produttivo era basato sul cracking dell’olio secondo un brevetto inglese che tra l’altro aveva avuto poche applicazioni in quanto era una tecnica poco progredita rispetto alla produzione del gas dal carbone di terra (litantrace) che a Napoli non si era voluto adottare. Lo stabilimento fu inaugurato il 28 maggio 1840 e subito dopo iniziano i primi problemi dovuti alla resa inadeguata dell’impianto attribuibile al ritardo nella consegna dello scisto, un elemento indispensabile per aumentare il potere illuminante del gas, ed in parte alle perdite di gas sulle canalizzazioni derivanti dalle varie giunzioni che sierano rese necessarie a seguito della presenza di altri sotto servizinel sottosuolo (tubazioni d’acqua, serbatoi, fogne) che avevano impedito un’uniforme posa delle tubazioni. Il 15 giugno 1840 un’esplosione, fortunatamente senza danni, destò molta impressione nell’opinione pubblica al punto di chiamare alla direzione dello stabilimento l’ingegnere Manduit. Ben presto si provvede alle necessarie riparazioni e si intensificano le azioni per vincere la resistenza all’utilizzo del gas anche per l’illuminazione domestica.

Gli impianti di illuminazione erano costituiti da pali in ghisa o da mensole su cui erano installate le lanterne o fanali a gas, la cui alimentazione proveniva dalle tubazioni stradali, ogni palo era dotato di un sistema di intercettazione del gas, le lanterne erano generalmente equipaggiate da due becchi che venivano accesi mediante un cerino da un accenditore o “lampionaio”, un miglioramento delle caratteristiche dell’emissione della luce si fu ottenuta successivamente con l’introduzione dei becchi areati che consentivano una più uniforme regolazione della fiamma e quindi della stabilità della luce emessa rispetto a quelli a fiamma libera. Le operazioni di accensione e spegnimento erano garantite da squadre di accenditori, dotate di una lunga asta con in cima un lumino e di lunghe e strette scale a pioli per gli interventi di manutenzione, tali squadre erano sottoposte al controllo di ispettori che verificavano l’andamento regolare del servizio.

Anche se la funzione di illuminazione pubblica a gas è cessata da tempo, la tradizione dell’illuminazione a gas è sempre stata presente nella città di Napoli a ricordo dell’indiscutibile primato che vanta. Attualmente nella città di Napoli sono in esercizio e perfettamente funzionanti quattro impianti di illuminazione a gas. La Compagnia Napoletana di Illuminazione e Scaldamento col Gas costituita nel 1862, è entrata a far parte del gruppo Italgas nel 1982 ed ha assunto la denominazione di Napoletanagas. Dopo aver trasformato a metano la rete cittadina di distribuzione del gas, ha donato alla città di Napoli il 28 gennaio 1985, l’impianto di illuminazione a gas del pontile di Castel dell’Ovo,costituito da 38 candelabri in bronzo, con una disposizione dei centri luminosi del tipo bilaterale affacciata. Ogni fila è formatada 19 candelabri equipaggiati con 3 lanterne all’inizio e alla fine e condue lanterne nei restanti per un totale di 72 lanterne, ogni lanterna è dotata di 6 reticelle Auer.

 
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