Creato da kayfakayfa il 10/01/2006

LA VOCE DI KAYFA

IL BLOG DI ENZO GIARRITIELLO

 

 

"IL FALSARIO DI RELIQUIE" DI CARLO ANIMATO

Post n°1808 pubblicato il 01 Maggio 2017 da kayfakayfa

Quando mi capita di dover recensire un romanzo di un autore poco conosciuto o agli esordi, cerco, nei limiti del possibile, di darne sempre un’immagine positiva. Non fosse altro perché, coltivando anch’io la passione per la scrittura, so bene quanta fatica richieda immaginare e raccontare una storia di fantasia. Fosse solo un raccontino di mezzo foglio. Figuriamoci un romanzo di oltre 300 pagine dove realtà e fantasia si tengono per mano.

Fortunatamente non è questo il caso de IL FALSARIO DI RELIQUIE, edito dalla TEA, del napoletano Carlo Animato, vincitore del torneo letterario IOSCRITTORE 2015.

Il lettore attento, fin dai primi righi, percepisce di trovarsi al cospetto di un’opera ben strutturata, sia per l’articolata architettura della trama, sia per la capacità narrativa. La scrittura asciutta e fluida che dà vita a dialoghi efficaci che mai scadono nella banalità, testimonia che non ci si trova al cospetto di un autore agli esordi. Infatti, in terza di copertina leggiamo che Animato è giornalista, saggista e correttore di bozze. Nonché esperto di ermetismo e agiografia, ossia vita dei santi. Aspetto, quest’ultimo, determinante per lo sviluppo della storia che anima il libro che, come lo stesso autore spiega nelle Note poste alla fine del tomo, “prende spunto da una storia vera. Vera e bizzarra”, avvenuta a Berna agli inizi del 1500.

La vicenda racconta della lotta tra i francescani, nel romanzo sostituiti da un convento di monache clarisse, e i domenicani nell’accaparramento di reliquie miracolose al fine di affermare la potenza di un ordine sull’altro.

Dall’inizio alla fine, attraverso una trama ben strutturata, sostenuta da una scrittura robusta dai forti connotati icastici che rendono “visibile” al lettore i fatti narrati come se assistesse a un film, il romanzo si dipana come si conviene a un thriller, inchiodando il lettore sulle pagine fino alla fine per scoprire la sorprendente soluzione del “giallo”.

Unitamente alle proprie conoscenze agiografiche, l’autore si diverte a dare respiro anche a quelle ermetiche instillando nella trama, in maniera apparentemente casuale, alcuni aspetti misteriosofici, quasi gettasse indifferentemente un sasso nell’acqua, che solo quanti hanno conoscenze in merito possono cogliere e apprezzare. Una sorta di messaggio cifrato, comprensibile solo a chi è in possesso della chiave di accesso a quel mondo fatto di simboli e metafore qual è l’ermetismo di cui animato è esperto conoscitore.    

Con sapiente abilità, quasi fosse egli stesso un fornaio al pari del protagonista della vicenda,  Animato impasta storia e fantasia in maniera così armoniosa risultando il vincitore della letteral tenzone, tanto da alimentare nel lettore il dubbio dov’è che finisce la fantasia e inizia la realtà. Facendo nello stesso tempo lievitare la speranza che IL FALSARIO DI RELIQUIE sia solo il primo di una serie di romanzi “polizieschi” ambientati agli inizi del 1500 in svizzera con il fornaio Mathis Sinner nei panni di alfiere- investigatore, coadiuvato nelle “indagini” dalla sua amata Silvana e da sua figlia Amalia.

Avendoci abituati il mondo letterario a tutta una serie di collane narrative dove a farla da padrone sono sempre gli stessi personaggi, francamente non dispiace l’idea che possa nascere un filone Mathis Sinner.

Sarebbe un vero peccato che a un personaggio così simpatico, cui ci si affeziona dal primo istante che lo si “incontra” , non venga concessa possibilità di replica nel deliziare il lettore con il proprio acume. Valido pretesto per saggiare una volta di più il talento narrativo di Carlo Animato che come autore di thriller storici, per quanto mi riguarda,  mostra di non essere secondo a nessuno.

 
 
 

ALITALIA, TRISTE CARTINA DI TORNASOLE

Post n°1807 pubblicato il 27 Aprile 2017 da kayfakayfa

 

La triste vicenda Alitalia – è ormai certa la cessione della fu compagnia di bandiera italiana a una straniera, si vocifera Lufthansa, dopo il No dei dipendenti all'ennesimo piano di risanamento proposto dai sindacati che prevedeva tagli al personale e una diminuzione degli stipendi inferiore rispetto a quelli preventivati dall'azienda – può essere considerata a tutti gli effetti la cartina di tornasole che evidenzia la scarsa qualità della classe dirigente nostrana, politica e imprenditoriale, salvo ovviamente rare eccezioni.

L'agonia di Alitalia dura da ben quarant'anni. In tutti questi anni a nulla è servito il reiterato pompaggio di denaro pubblico nelle casse della compagnia da parte dei vari governi che si sono succeduti nel tempo. Nè a nulla sono servite le svariate politiche di risanamento che contemplavano tagli al personale. Né si sono rivelate efficaci le cordate di imprenditori nostrani, ribattezzate enfaticamente dal premier dell'epoca, leggi Silvio Berlusconi, “capitani coraggiosi”, pronti a intervenire a difesa dell'italianità della compagnia per evitare che venisse rilevata da una estera.

Oggi Alitalia si avvia mestamente a essere assorbita da una compagnia di bandiera straniera che, dettando legge, presumibilmente non si farà scrupoli a tagliare il personale, ridurre gli stipendi, snellire la flotta e le linee di percorrenza pur di non ritrovarsi sul groppone un peso.

C'è da scommettere che così come avvenne con i “capitani coraggiosi” di berlusconiana memoria, anche in questo caso, prima di essere “svenduta”, la compagnia verrà scissa in due tronconi, good company e bad company: la good company in cui convergeranno tutti gli aspetti finanziari positivi, premessi ve ne fossero, che verrebbe rilevata dall'acquirente; la bad company, concernente il passivo aziendale che, anche in questo caso come fu per i capitani coraggiosi, verrebbe scaricato sulle spalle dello Stato dunque dei contribuenti.

Per come Alitalia è stata finora (in)gestita, è evidente che le responsabilità sono della politica e di chi aveva materialmente il compito di guidarla a livello manageriale.

Ergo, se l'agonia di Alitalia dura da ben quarant'anni, è ovvio che i “dottori” che nel corso degli anni si sono avvicendati al suo capezzale erano quantomeno inadeguati, se non addirittura incapaci.

Da alcune settimane gira in rete un video del 13 ottobre 2015 in cui si vede l'allora Premier Renzi raggiante il quale, parlando ai dipendenti Alitalia durante la presentazione della nuova livrea, solennemente affermava, “Alitalia tornerà in utile nel 2017. difenderemo il nostro obiettivo con le unghie e con i denti e, con la vostra volontà di accettare il cambiamento, ce la faremo”. Aggiungendo, “sul futuro della compagnia ci metto la mia faccia con passione e convinzione e ci metto anche la mia camicia. E alla mia camicia tengo molto”.

Il 2017 è arrivato, Alitalia è fallita. Renzi ha perso sia la faccia che la camicia.

E domenica, quasi certamente, ormai privo di faccia e camicia, sarà rieletto Segretario del Pd!

 
 
 

MACRON, QUANTO PESERA' IL COMPLESSO DI EDIPO?

Post n°1806 pubblicato il 25 Aprile 2017 da kayfakayfa

Siamo onesti, fino e domenica a tarda sera, ossia solo dopo che furono ufficializzati i risultati delle primarie presidenziali francesi che rimandavano al ballottaggio Emmanuel Macron di En Marche con oltre il 24% di voti contro Marie Le Pen di FN con poco più del 21% di preferenze, in pochi sapevamo chi fosse Emmanuel  Macron.

E, allorché lo  abbiamo conosciuto, più che a approfondire e ammirare la sua fulminea ascesa politica da enfant prodige, ci ha colpiti la sua relazione coniugale con una donna di ventiquattro anni  più grande di lui, sua ex professoressa di liceo, alla quale promise di sposarla quando aveva solo 17 anni. Mentre lei ne aveva già 41, era sposata e con tre figli.

In un mondo come quello politico italiano che ci ha abituati a rapporti coniugali o a relazioni dove è sempre il politico di turno a sposare,  a convivere o semplicemente a “frequentare” donne molto più giovane di lui – Berlusconi docet – l’idea che un potenziale uomo di potere possa “accontentarsi” di stare accanto a una donna molto più grande al punto da poter essere addirittura “sua” madre, non solo alimenta fantasie pruriginose ma induce anche a chiedersi se fosse realmente il caso di affidare la guida di una nazione a chi dà l’impressione di avere bisogno di avere accanto più una mamma che non una compagna.

Per quanti sforzi facciamo per paragonare Macron a qualche politico italiano -  per la giovane età può essere associato a Renzi? Oppure, per la sua propensione all’utilizzo del web  come mezzo per fare politica e al suo dichiararsi né di destra né di sinistra, è più simile ai cinque stelle? - alla fine l’unica cosa certa è che egli non è lontanamente paragonabile, almeno in fatto di gusti femminili, a un Berlusconi il quale non si fece scrupoli di sostenere che pensava che Ruby rubacuori, la minorenne marocchina frequentatrice delle sue “feste eleganti”, fosse la nipote di Mubarak. Teoria suffragata in Parlamento da un voto unanime dell’allora maggioranza di governo berlusconiana che in quel modo screditò senza ritegno le istituzioni agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale pur di salvare la faccia al proprio leader.

Molto probabilmente tra due settimane Macron sarà eletto Presidente della Repubblica Francese e sua moglie Brigitte Trognoux diventerà première dame.

Eppure forte è il dubbio che proprio l’enorme differenza di età tra Macron e sua moglie potrebbe alla fine risolversi come sprone perché molti francesi, pur turandosi il naso, decidano di votare Le Pen.

Non sarà  facile scegliere tra un candidato giovane, lungimirante, europeista ma affetto da evidente complesso di Edipo e una candidata nazionalista – diciamo fascista? -, antieuropeista, che minaccia di chiudere le frontiere e ripristinare il franco ma, apparentemente, senza alcuna patologia psicologica.

Ai francesi l’ardua sentenza!   

 
 
 

GABRIELE DEL GRANDE E LE IPOCRISIE DELLA POLITICA

Post n°1805 pubblicato il 20 Aprile 2017 da kayfakayfa

Neppure al cospetto di una vicenda complessa come quella di Gabriele Del Grande, il reporter italiano da quasi due settimane bloccato in Turchia dalla polizia perché, secondo fonti ufficiali, sprovvisto dei visti per intervistare i profughi siriani per poi scrivere un libro su di loro, la politica italiana non perde occasione di dimostrarsi incoerente con se stessa, se non addirittura ipocrita.

Mentre Del Grande è tenuto fermo in Turchia senza possibilità di comunicare con l'esterno né di essere visitato dal console italiano e da un avvocato a tutela dei propri diritti, in Italia monta il caso Report - la trasmissione di inchieste giornalistiche di Rai Tre sotto il tiro della politica, in particolare del Pd, da quando due settimane fa ha trasmesso un'inchiesta sui presunti legami tra l'imprenditore Pessina e il salvataggio del quotidiano l'Unità – l'imprenditore avrebbe acquistato il quotidiano fondato da Gramsci in cambio di commesse all'estero, precisamente in Kazakistan, avallate dal governo Renzi; e lunedì sera un servizio sui presunti danni prodotti dal vaccino contro il Papilloma virus, tanto che da più parti, soprattutto in ambienti targati Pd si auspicherebbe la sospensione del programma.

Molti di coloro che vorrebbero tacitare la trasmissione, si indignano per la detenzione del reporter italiano, invocandone la liberazione ritenendo la libertà d'informazione emblema di ogni democrazia che si rispetti.

Tale paradossale situazione ricorda la famosa marcia a Parigi, all'indomani della strage al settimanale satirico Charlie Hebdo, di capi di stato e di governo di tutto il mondo in difesa della libertà di espressione. Fa niente se in alcuni di quegli stessi paesi i cui governanti sfilavano in bella mostra a Parigi, la libertà di stampa e internet fossero controllati dal governo o del tutto soppressi e molti giornalisti e blogger marciscano nelle patrie galere, o addirittura spariscano nel nulla.

Ascoltare politici italiani di diverso colore invocare in maniera trasversale la liberazione di Del Grande in nome della libertà di stampa e poi pensare che molti di loro vorrebbero porre sotto controllo la rete, impedire la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche e altre “oscenità” simili per stoppare la diffusione di notizie che potrebbero ledere alla propria immagine e a quella del partito che rappresentano è un paradosso che non sfugge a tutti quei cittadini che si informano e seguono le italiche vicende.

Che le autorità italiane si adoperino presso quelle turche con ogni mezzo, e attraverso ogni canale, perché Del Grande torni presto libero è sacrosanto.

Dissacrante è che molti di quei politici che rivestono ruoli istituzionali e, in nome della libertà di stampa, invocano la liberazione di del giornalista italiano, nelle vicende interne non si fanno scrupoli a minacciare la censura dei giornali, del web e di qualunque altro media pur di evitare la diffusione di notizie “fastidiose”. Almeno per loro!

 

 

 

 
 
 

REPORT, UNA SPINA NEL FIANCO DI RENZI E DEL PD

Post n°1804 pubblicato il 16 Aprile 2017 da kayfakayfa

È proprio vero, quello che si vede in Italia non lo si vede in nessun’altra parte del mondo, o quasi. Ovviamente non mi riferisco alle bellezze paesaggistiche, artistiche e culturali fiore all’occhiello del non nostro paese. Bensì alla facilità con cui una classe politica si possa trasformare in un battito di ciglia o poco più da sostenitrice a inquisitrice di un programma di informazione televisiva.

È quanto da una settimana sta avvenendo con Report, il programma di approfondimento di RAI Tre, per anni condotto da Milena Gabanelli, cui è succeduta Sigfrido Ranucci; ossia da quando, esattamente domenica scorsa, la trasmissione ha trasmesso un ‘inchiesta in cui si raccontava “il salvataggio de L’Unità, organo di informazione ufficiale del Pd renziano,  da parte dell’imprenditore Massimo Pessina in cambio di presunti appalti”. La vicenda sarebbe iniziata nel 2014 all’epoca in cui Renzi, oltre a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio, era Segretario del PD. Per cui presumibilmente l’ex Premier non poteva non essere a conoscenza dei risvolti della vicenda, avallandoli.

Apriti cielo! È bastata che l’inchiesta fosse anticipata da Il Fatto Quotidiano e poi trasmessa integralmente in televisione perché  coloro che fino a “ieri” sostenevano Report a spada tratta - soprattutto quando attaccava Berlusconi e tutto quanto girava intorno al suo “universo” politico e imprenditoriale - definendolo un gioiello dell’informazione televisiva italiana, voltassero direzione invocandone la messa al bando.

Quanto è accaduto domenica scorsa pare si stia replicando per la puntata che andrà in onda domani a causa di un inchiesta su Papigno, il paesino umbro in cui Roberto Benigni girò Pinocchio, non proprio un successo, e dove il comico toscano voleva allestire una sorta di Cinecittà umbra. Per tale progetto sarebbero stati investite ingenti risorse pubbliche per un totale di 16milioni di euro secondo Report. Purtroppo tutto andò in fumo, accumulando un passivo di ben 5 milioni. In parte sanato nel 2005 da un intervento di Cinecittà Studios che rivela 3,9 milioni dei 5 milioni di debiti. Ma il progetto Papigno non parte, anzi si arena del tutto. Intervistato dai redattori della trasmissione il comico avrebbe risposto con una battuta, “non sa quanto soldi ci ho perso”. E poi si sarebbe affidato agli avvocati, al pari dell’ex Premier Renzi, per querelare la trasmissione.    

Tralasciando gli aspetti giuridici della vicenda, in attesa di conoscerne gli sviluppi, sarebbe interessante sapere cosa ne pensano a riguardo i sostenitori del Pd i quali  identificavano in Report un inespugnabile baluardo a difesa della libertà d’informazione nel nostro paese. Se condividono l’attacco di Renzi e del Pd al programma oppure lo criticano.

In quest’ultimo caso, tacciono perché non ci si può schierare apertamente contro la ditta, Bersani docet,  aspettando le elezioni politiche per punire il Pd e Renzi nel segreto dell’urna? Puniranno l’ex Premier già alle primarie del Pd, bocciandone a sorpresa la scontata elezione? Diserteranno le primarie, in attesa di conoscere meglio i fatti sulla vicenda Report, per poi eventualmente, esprimersi nelle urne a livello nazionale; magari astenendosi dall’andare a votare, se proprio restassero delusi dal comportamento del proprio partito e del proprio leader per quanto concerne l’atteggiamento inquisitorio verso la trasmissione, imponendone la chiusura?

Gli scenari sono molteplici. Di sicuro un partito e il proprio leader che fino a ieri difendevano a prescindere Report e le sue inchieste, e ora lo condannano perché si permette di fare inchieste in cui si “toccano” loro stessi, non sono affatto credibili quando si propongono come paladini della democrazia e baluardi al populismo!

 
 
 

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