Creato da kayfakayfa il 10/01/2006

LA VOCE DI KAYFA

IL BLOG DI ENZO GIARRITIELLO

 

 

M5S, LE GAFFE FAVORISCONO IL SISTEMA

Post n°1829 pubblicato il 24 Luglio 2017 da kayfakayfa
Foto di kayfakayfa

Le ambizioni di governo del M5S vengono puntualmente sminuite dai suoi stessi leader e rappresentanti che, nella foga di condannare i vecchi partiti - rei ai loro cocchi, e non solo ai loro, di avere l'assurda pretesa di proporsi come unici possessori delle ricette per salvarlo, dopo averlo portato allo sfascio – si perdono in misere gaffe che, se da un un lato ne evidenziano la genuina innocenza, dall'altro ne testimoniano la prematura aspirazione governativa.

Note sono le gaffe di Di Maio, candidato in pectore alla Presidenza del Consiglio del M5S - ammise di non aver capito la email invitagli dall'allora Assessore all'ambiente di Roma Paola Muraro in cui la stessa gli comunicava di aver ricevuto un avviso di garanzia; localizzò in Venezuela anziché in Cile la dittatura di Pinochet; si attribuì il merito di aver sollecitato la Francia, attraverso l'ambasciata, l'invio di canadair per spegnere gli incendi sul Vesuvio durante l'emergenza piromani di questi giorni, smentito clamorosamente dalla stessa ambasciata.

Alle gaffe di Di Maio ieri s'è aggiunta quella non meno eclatante di Di Battista che, paragonando Macron a Napoleone, ha confuso Austerlitz, dove l'imperatore francese fu clamorosamente sconfitto, con Auschwitz tristemente nota per i campi di concentramento nazisti.

Per carità, i vecchi partiti non sono certamente scevri da gaffeur. A cominciare da Forza Italia con il suo leader Berlusconi che, durante i suoi premierati e non, ne ha collezionate alcune davvero eccezionali: indimenticabile il rimbrotto della regina Elisabetta all'ex cavaliere il quale, durante il G20 a Londra del 2009, dopo la foto di rito con tutti i leader presenti, scendendo dalla pedana urlò “mister Obama” per attirare su di sé l'attenzione del Presidente americano, suscitando il fastidio della sovrana che lo rimproverò chiedendogli perché urlasse così!?

Sempre Berlusconi, commentando l'elezione di Obama, lo definì, giovane, bello e abbronzato. Se poi vogliamo entrare in meriti “culturali”, ancora l'ex cavaliere da Bruno Vespa, parlando dei fratelli Cervi fucilati dai fascisti, disse che avrebbe voluto conoscere il padre. Purtroppo per lui defunto!

A gaffe non sta certo messo meglio Renzi. Ultima in ordine di tempo quella la scorsa settimana a Bersaglio Mobile da Mentana: volendosi dare un tono classico, lo statista di Rignano sull'Arno se ne uscì con la citazione latina “Amore omnia vincit”. Mentana lo corresse con “amor omnia vincit”. Entrambi sbagliarono in quanto la frase, tratta dalle Bucoliche di Virgilio, è omnia amor vincit!

E che dire dell'Italicum , la legge elettorale varata dal suo governo e bocciata dalla Consulta per incostituzionalità che, stando a Renzi, ce l'avrebbe copiato mezza Europa?...

Di gaffe dell'ex premier, alias ex rottamatore, ce ne sono tante, alcune riferite da Il Fatto Quotidiano in quest'articolo.

Dunque, come si evince dai fatti incontestabili, Di Maio e Di Battista non sono gli unici politici nostrani a commettere gaffe, alcune clamorose perché vere e proprie millanterie. Eppure solo le loro fanno rumore mentre quelle degli altri sembrano avere la sordina o al massimo suscitano l'ilarità come se fossero una barzzelletta.

Il punto è che da un partito, o movimento, che dichiara d'essere diverso da tutti gli altri partiti sia per atteggiamento etico sia per coerenza tra il dire e il fare, uno si aspetterebbe che i propri rappresentanti siano diversi in meglio, anche in termini di conoscenze culturali, rispetto a quelli di vecchio stampo.

Se Renzi dice una boutade o fa una gaffe, in tanti si fanno una risata, sorvolando, perché si tratta del leader del Pd, uno dei tanti vecchi partiti che nel corso degli anni si sono rifatti il maquillage per sembrare diversi da quello che sono ma, gattopardescamente, alla fine hanno cambiato tutto per non cambiare nulla.

A un leader del M5S tutto ciò non è concesso, trattandosi dell'unico partito in evidente conflitto con il vecchio sistema partitico italiano. Quel sistema che negli ultimi 25 anni ha portato allo sfascio il paese e non vuole saperne di mollare la presa!

Se davvero il M5S ambisce a governare, sarebbe il caso che i suoi leader la smettessero di fare gaffe, seppure in buona fede, e iniziassero a illustrare pubblicamente una sorta di programma di governo affinché la gente inizia a farsi un'idea su come sarebbe l'Italia se fosse governata dal M5S.

Offrirsi alla pubblica gogna con le proprie mani coma hanno fatto Di Maio e Di Battista vuol dire fare il gioco di chi non vede l'ora di screditare il M5S e i suoi rappresentanti con l'ausilio dei media filorenziani e filogovernativi.

Chi auspica il potere deve mostrarsi prima di tutto scaltro!

 
 
 

COLTO DA SINDROME DI PICASSO

Post n°1828 pubblicato il 09 Luglio 2017 da kayfakayfa

Grazie alla passione di mio padre per l’arte - la pittura in particolare che praticava con risultati più che discreti - fin da ragazzino di musei, pinacoteche e luoghi simili ne ho visitati tanti. Vedendo cose bellissime che, grazie alle spiegazioni di papà, mi sembravano ulteriormente belle. Crescendo, sia con gli amici che  con mia moglie, prima da fidanzati e poi da sposati senza e con figli, quando mi ritrovavo a viaggiare, per lo più durante le vacanze estive, seppure soggiornassi in una località balneare, cercavo sempre di informarmi se nel paese dove ci trovavamo o nei suoi pressi vi fosse qualcosa di interessante da visitare: un museo, un castello, degli scavi archeologici o quant’altro.

Così facendo ho avuto il privilegio di ammirare opere di artisti famosi e di conoscere quelle di emeriti sconosciuti o poco meno che, a mio avviso, meriterebbero maggiore visibilità. Tuttavia mai m’era successo, contemplando un’opera d’arte, di emozionarmi al punto da sentire l’esigenza di dovermi sedere, restandola a guardare rapito con commosso stupore.

So che ci sono persone che, trovandosi al cospetto di opera d’arte, sono colte da un vortice emozionale al punto da svenire – questa patologia è denominata sindrome di Stendhal . Personalmente mai m’è successo qualcosa del genere.

Mai, fino a questa mattina quando, insieme a mia moglie, sono stato al museo di Capodimonte per visitare la mostra di Picasso Parade a Napoli.

Parade è un balletto di Leonide Massine, tratto da un poema di Jean Cocteau, musicato da Erik Satie, di cui Picasso curò la scenografia e i costumi.

Lo stesso Picasso dipinse il sipario che è la sua opera più imponente: una tempera su tela di 10,50 x16,40, ribattezzata Parade.

Entrando nella sala del museo dove è  esposto l’enorme dipinto, levando gli occhi su quella tela che sembrava non finisse mai, sono stato colto da uno senso di smarrimento mai provato fino a quel momento.

Istintivamente mi sono seduto su uno dei sgabelli posti al suo cospetto. Mentre l'ammiravo, aumentava in me il senso di smarrimento che mi aveva colto entrando nella sala. Fissando Parade percepivo con sempre maggiore chiarezza la mia pochezza di uomo rispetto alla grandezza di Picasso.

Tuttora mentre con la mente ritorno a quei momenti, ripensando al dipinto, fatico a trattenere la commozione che la sua immagine mentale mi suscita.

Cosa può aver scatenato in me quella reazione emotiva, non lo saprò mai. Magari essa è frutto del gioco di luci creato dagli allestitori nel salone dove è esposto per dargli maggior risalto, riproponendo con quelle luci suffuse l’atmosfera che si accompagna in teatro allorché le luci in sala lentamente si spengono prima dell’apertura del sipario.

Di sicuro, osservando la maestosità del capolavoro, nella mia anima s’è aperto uno spiraglio, ma forse sarebbe più corretto dire “s’è levato il sipario”, consentendomi di percepire tutta la grandezza dell’artista e, contestualmente, la mia vacuità di uomo rispetto all’universo.

E probabilmente questa deve essere la funzione di un vero artista: comunicare all’umanità, attraverso la grandezza del proprio genio riflessa nella plasticità della sua arte, quanto effimera sia l’esistenza umana, rapportata alla maestosità del creato, se non viene accompagna dall’espressione artistica, qualunque essa sia, unica condizione capace di elevare l’uomo, ossia l’artista, al rango divino.

In Parade riecheggia maestosa la voce di Picasso e, per suo tramite, quella di Dio. Il suo tono stentoreo, espresso dalla bellezza e potenza simbolica delle immagini si è imposto all’orecchio della mia anima; comunicandole un messaggio codificato che sicuramente essa ha recepito e decodificato a mia insaputa. Per questo l’emozione m’ha colto mentre lo osservavo incredulo.

L’inconscio ha compreso quello che comunica Parade.

Chissà quando la coscienza intenderà a sua volta l’essenza ermetica del quadro.

 
 
 

RENZI, SI SGONFIA IL MITO DEL GRANDE COMUNICATORE

Post n°1827 pubblicato il 03 Luglio 2017 da kayfakayfa

Da “sempre” Matteo Renzi è considerato “un grande comunicatore, una risorsa per il centro sinistra italiano”. Ma lo è davvero?

Gli insuccessi del suo governo e le divisioni nel Pd conseguenti alla gestione della sua segreteria indurrebbero a ritenere il contrario: un grande comunicatore mai avrebbe perso malamente il referendum costituzionale, dopo gli ampi spazi avuti in concessione dai media rispetto a quelli riservati agli antagonisti; un grande comunicatore avrebbe coeso, anziché disgregarlo, il partito; un grande comunicatore mai avrebbe presentato una legge elettorale come la più bella del mondo per poi vedersela malamente bocciare dalla Consulta per evidenti aspetti di incostituzionalità.

Un grande comunicatore avrebbe percorso la penisola in lungo e largo per sostenere i propri candidati ai ballottaggi delle ultime amministrative, invece di sparire del tutto dai video e dai giornali quasi temesse che la propria presenze al loro fianco avrebbe potuto compromettere l'esito elettorale; un grande comunicatore non si sarebbe mai messo nell'imbarazzante condizione di essere contraddetto e bacchettato dai suoi fidi invitando un ex illustre esponente del suo partito, Romano Prodi, a starsene lontano dal Pd.

La sensazione è che a presentarci Renzi come “grande comunicatore”, perfino migliore di Berlusconi, fosse lo storytelling renziano praticato dai media per accreditarne a ogni costo l'immagine presso l’opinione pubblica.

Un grande comunicatore non avrebbe mai detto, “se perdo il referendum mi dimetto da Premier e mi ritiro dalla politica” e poi, una volta sconfitto, dopo essersi dimesso dalla Presidenza del Consiglio e da quella del partito, avrebbe fatto carte false per riappropriarsi della Segreteria del Pd, spingendo successivamente per le elezioni anticipate con il chiaro proposito di farsi rinominare Premier.

Un grande comunicatore mai si sarebbe lasciato sfuggire “non pensavo mi odiassero così tanto”, assistendo all'esultanza, perfino all'interno del proprio partito, per la vittoria del No al referendum Costituzionale.

Se Renzi fosse davvero quel grande comunicatore che dicono sia, si presenterebbe alle elezioni per farsi eleggere direttamente dai cittadini anziché farsi nominare d’ufficio dal partito!

Ovviamente se la prossima legge elettorale con cui andremo a votare sarà in sintonia con la Costituzione, secondo cui gli elettori devono votare non solo il simbolo -com'è stato in maniera incostituzionale dal 2006 con il Porcellum berlusconiano e si sarebbe ripetuto con l'Italicum renziano - bensì anche il proprio candidato!

 
 
 

DISUGUAGLIANZE DI STATO ITALIANE

Post n°1826 pubblicato il 28 Giugno 2017 da kayfakayfa

In uno dei suoi tanti scontri verbali a distanza con Beppe Grillo e il M5S, il segretario del Pd, Matteo Renzi, il 20 maggio di quest’anno, intervenendo alla scuola politica del Pd a Milano, definì incostituzionale il reddito di cittadinanza, da sempre cavallo di battaglia dei grillini perché, a suo dire, l’introduzione di una simile norma nel nostro ordinamento giuridico lederebbe il principio primo della Costituzione che recita: “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”!

Considerando che ad aprile del 2017, stando all’Istat, la disoccupazione era al 11,1%,  - quella giovanile al 34% - ossia circa 7 milioni di italiani sono senza lavoro, adottando lo stesso metodo di ragionamento del segretario del Pd, analizzando tutta una serie di anomalie istituzionali che avvengono nel nostro paese, legittimamente sovviene il dubbio che viviamo in un paese incostituzionale.  

Se a questi dati aggiungiamo i ripetuti salvataggi delle banche in sofferenza a spese dello stato – ultimo quello delle banche venete- con ripercussioni negative sui correntisti e sui piccoli investitori, è ovvio che nelle persone si acuisce terribilmente la sensazione di vivere in un paese dove la politica, anziché fare gli interessi dei cittadini, tutela quelli delle lobby o di pochi intimi e ricchi amici.

Questa inversa logica  robinhoodiana - si leva ai “poveri” per dare ai “ricchi” – ha partorito tante tragedie familiari di imprenditori e padri di famiglia suicidatisi perché vittime della crisi. Tra questi ne citaimao ad esempio due: il suicidio nel dicembre del 2015 di Luigino D’angelo, il pensionato di Civitavecchia che con il fallimento di Banca Etruria - la banca di cui all’epoca vicepresidente era il papà Maria Elena Boschi, allora Ministro delle riforme, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio - vide andare in fumo i propri risparmi investiti in obbligazioni subordinate e per il dolore si tolse la vita; ieri il darsi fuoco presso lo sportello dell’Inps di Settimo Torinese di Concetta Candido, licenziata e per mesi senza assegno di disoccupazione, ora in lotta contro la morte al CTO di Torino.

Due storie apparentemente diverse quella di Luigino e di Concetta, eppure tenute insieme da un comune denominatore che le rende facce distinte di un’unica medaglia: la mancanza di tutele, o poco meno, da parte delle istituzioni verso i cittadini “comuni”.

Infatti, per quanto concerne i truffati dal crack di Banca Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti, checché ne dica il Ministro Padoan secondo cui saranno rimborsati circa 190 milioni, per il Codacons la cifra stimata dal governo copre appena il 44% dell’ammontare complessivo che è di 441 milioni di euro.

Dunque molti clienti che videro andare in fumo i propri risparmi non riceveranno alcunché.

Per quanto invece riguarda il salvataggio delle banche venete,  se da un lato lo Stato è pronto a investire 5,2 miliardi provenienti dal fondo salva banche che è di complessivi 20 miliardi, per le stesse si prevedono nel tempo ulteriori coperture statali per altri 12 miliardi che farebbero  schizzare la cifra del salvataggio a 17 miliardi.

A queste cifre astronomiche  che lo Stato sarebbe pronto a versare per salvare le banche venete non possiamo non aggiungere i 90 miliardi di euro evasi dai concessionari di slot machine e condonati nel 2012 dalla Corte dei Conti ad “appena”  2,5 miliardi di euro, successivamente ridotti a poco meno di 860 milioni di euro.

Un caso di sanatoria, quest’ultimo, così eclatante e anticostituzionale in quanto lede palesemente i diritti dei cittadini onesti, eppure nessuno più ne parla, nemmeno il M5S.

Visto l’alto numero di votanti al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 – quello che bocciò la riforma Renzi/Boschi - in controtendenza con l’astensionismo che caratterizza solitamente le elezioni nazionali e locali, ne deduciamo che i cittadini non hanno affatto fiducia nella politica tanto che quando si concede loro la possibilità di esprimere liberamente il proprio parere - senza la coercizione delle liste bloccate o quant’altro ne limiti il voto in maniera anche questa palesemente incostituzionale – non hanno problemi a recarsi ai seggi per esprimere il proprio parere.

Visto che anche l’Italicum, la legge elettorale varata dal governo Renzi - quella che tutti ci avrebbero copiato - poi bocciata dalla Consulta per incostituzionalità a causa delle liste bloccate e per l’abnorme premio di maggioranza che assegnava alla lista vincente, c’è da chiedersi perché solo quando si tratta del  reddito di cittadinanza il segretario del Pd e altri come lui vi si oppongono fermamente appellandosi ai valori della Costituzione.

Quegli stessi valori non sono lesi dai milioni di disoccupati, da una legge elettorale che impedisce ai cittadini di scegliersi i candidati, al salvataggio degli evasori con condoni vari e delle banche a spese dei poveri investitori e risparmiatori?

Tutto ciò non è diseguaglianza di Stato in quanto pare distinguere i cittadini in distinte categorie di serie A e serie B; contravvenendo all’articolo 3 della Costituzione che recita “ Tutti i cittadini hanno pari dignita' sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta' e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese?

 

 

 
 
 

MARCIALONGA IN SALITA, PELLEGRINI DELLO SPORT

Post n°1825 pubblicato il 25 Giugno 2017 da kayfakayfa
 
Tag: RUNNER

Se è vero, e lo è, che ogni gara è una storia sé, è altrettanto vero che ogni sport, sia a livello agonistico che amatoriale, è segnato da sfide che ne fanno la storia. Per quanto concerne il podismo, alias running, in Italia ci sono diverse gare che ricoprono tale ruolo, sia per la complessità del percorso, sia per  la lunghezza del chilometraggio, unitamente alla bellezza dello scenario in cui sono ambientate: la 100 chilometri del passatore, sogno e incubo di ogni runner; la Pistoia- Abetone; la Cortina- Dobbiaco; la Strasimeno,l’ultramaratona del lago Trasimeno; la Seiore dei  Templari, per citarne alcune.

Per quanto concerne la Campania, tra le più famose  la Coast to Coast (Sorrento-Positano-Sorrento) che quest’anno, oltre alle classiche maratona e mezza maratona, avrà anche l’ultramaratona di 59 km; la 25 km di Maddaloni - maratonina della mela annurca - con passaggio nel centro storico di Sant’agata dei Goti e suggestivo attraversamento sui ponti della valle al suono dell’inno di Mameli; la Maree Monti con partenza e arrivo a Sorrento, scollinando su  Massalubrense;  la San Lorenzo di Cava dei tirreni, la gara più “antica” del circuito campano, giunta alla 56°edizione; la marcialonga in salita Mercogliano-Montevergine, 16 km tutti in ascesa,senza un attimo di respiro,  fino al Santuario di Mamma Schiavona.

Gare dal sapore epico, seppure mi rendo conto dell’esagerazione lessicale, perché di notevole complessità tanto che chi decide di parteciparvi ammette la propria follia.

Personalmente non so se sia follia o cos’altro a spingere un runner  a cimentarsi in simili sfide che,bisogna ammetterlo, pongono a dura prova il fisico e la mente, imponendo degli allenamenti impegnativi e un attento stile di vita, soprattutto a tavola, con il solo obiettivo di arrivare al traguardo senza troppa sofferenza. Almeno per me è così.

Del resto chi mi conosce sa che non vivo in maniera ossessiva e ossessionante la passione per la corsa. Per me correre rappresenta prima di tutto un pretesto per stare con gli amici e divertirmi con loro. Il risultato cronometrico non mi ha mai assillato più del dovuto. Seppure quandomi succede di correre una 10 km sotto i 50 minuti o una 21 km sotto l’ora e cinquanta, lo ammetto, mi sento soddisfatto.

Ieri si è corsa la ventesima edizione della marcialonga in salita, una gara tremenda a detta di chi l’ha corsa almeno una volta. Sedici chilometri tutti in salita-  in alcuni tratti con il 10% di pendenza, soprattutto negli ultimi tre chilometri.

È una gara dall’innegabile fascino mistico anche per chi come si professa non credente o addirittura ateo.

Inerpicarsi per sedici chilometri da Mercogliano fin su al monastero di Montevergine si è rivelato uno sforzo al di là dell’immaginabile.Anche perché in molti di noi albergava la speranza che, pur correndo d’estate con questo caldo africano che da settimane sta affliggendo la penisola comportando problemi di siccità,  correre alle quattro del pomeriggio in alta collina avrebbe garantito un minimo di frescura,e dunque di sollievo, rispetto all’afa che si respira al livello del mare.

Tale speranza s’è rivelata subito vana non  appena siamo giunti a Mercogliano: i 30° di temperatura esterna indicati dal termometro dell’auto e la sensazione opprimente di umidità che ci ha colti non appena siamo scesi dalla vettura hanno cancellato ogni illusione.

In tanti, prima della partenza, ci alternavamo alla fontanina posta in piazza per bagnarci il capo nel tentativo di  trovare un po’ di refrigerio. Quel sollievo che mai ci ha accolti per tutto il tragitto. I rifornimenti lungo il percorso si sono tramutati in agognati momenti per concederci  brevi docce con le bottigliette d'acqua offerte ogni quattro chilometri dai rappresentanti dello staff per lenire l’arsura e l’afa che perfino nei pochi tratti ombreggiati non ci hanno mai abbandonato rendendo faticoso respirare, inzuppando le scarpette come se stessimo correndo, magari fosse stato così!, sotto un nubifragio.

Per quanto mi riguarda penso che definire un calvario la gara di ieri non sia affatto un’esagerazione.

 Mi si obietterà che me la sono cercata. È vero, me la sono cercata, come tutti gli altri partecipanti. Eppure, quando alla fine ho tagliato il traguardo, la fatica che mi ha accompagnato per tutto il percorso s’è diradata al pensiero che dovevo affrettarmi nel cambiarmi perché, come mi ero ripromesso nei giorni precedenti,prima di andare via, ci tenevo a entrare nel santuario per omaggiare la Madonna.

Un pensiero che ho scoperto avevano tanti atleti che erano arrivati fin lassù.

Nemmeno per un istante, mentre mi arrampicavo sulla montagna, malgrado fossi preda della sofferenza dovuta al caldo torrido, mi ha sfiorato il pensiero “chi me l’ha fatto fare?”.

Ogniqualvolta sentivo le gambe venire meno, istintivamente alzavo lo sguardo al monastero incastonato nella roccia come un diamente in un anello, circondato dalla boscaglia. Come se producesse un effetto propellente, quella visione cancellava ogni barlume di spossatezza e scoramento, stimolandomi a proseguire verso la meta.

Una volta tagliato il traguardo e cambiatomi, entrando in chiesa mi ha colto un moto di commozione che ho trattenuto a fatica: per uno che si professa non credente, o quanto meno credente a modo suo - “quando gli conviene” direbbe un sacerdote che conosco – è stata certamente una reazione imprevista. Diciamo insolita. Probabilmente dovuta all’accumulo di tensione nervosa e fatica durante la gara che in quel luogo trasudante spiritualità,trovava la propria liberazione.

O forse è vero che in ognuno di noi risiede un principio divino che per manifestarsi ha bisogno che l’individuo si trovi in condizioni e situazioni emotive particolari.

Quale possa essere stata la ragione di quell’improvviso coinvolgimento spirituale in chiesa, probabilmente non lo saprò mai. Di sicuro la gara di ieri ha dimostrato che davanti alle difficoltà, l’uomo non si fa scrupoli ad affidarsi finanche all’ignoto per superarle.  

Fede, superstizione o che?, ieri in prossimità dell’arrivo c’è stato chi ha sentito addirittura il bisogno di levarsi le scarpe e coprire scalzo gli ultimi duecento metri.

A costoro va tutto il mio rispetto così come a tutti quelli che ieri hanno partecipato alla “scalata” di Montevergine.

Ieri non eravamo atleti bensì pellegrini, seppure in tanti non ne fossero consapevoli!

 
 
 

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