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Creato da: manu_80.m il 22/02/2007
Come perdere la concentrazione possa causare conseguenze irreparabili
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DALL'ALBA AL TRAMONTO (E RITORNO)
Post n°96 pubblicato il 18 Luglio 2007 da manu_80.m
Tag: giornata della Manu h 7.00: suona la sveglia, le mie orecchie la sentono, ma i miei neuroni ancora col pigiamino di seta a pois no, o fanno finta, non l’ho mai capito. Le mie orecchie impartiscono ordine alla mia mano sinistra di avvicinarsi al comodino e scaraventare l’aggeggio infernale dentro l’ammasso di vestiti che ricoprono il pavimento (lì è sicuro che il suono non riuscirà a propagarsi). A questo punto mi “sveglio”, sbatto gli occhi tre volte, assumo un’ espressione di terrore, quindi, come ogni mattina da 12 anni a questa parte, avvicino istintivamente le mani al mio petto (questa volta per ordine dei miei neuroni, i quali, nel frattempo, stanno facendo colazione, banchettando con ciò che resta della mia corteccia cerebrale) per verificare se nella notte qualche miracolo sia avvenuto a livello di grasso mammario. Constato delusa per l’ennesima volta che certe fortune capitano solo a svedesi (dotate di ancor meno corteccia cerebrale rispetto a me, su una cosa almeno risulto io più fornita) sposate con furbetti del quartierino dal mento imponente. Mi alzo, inciampo sulle mie ciabatte, le insulto chiamandole zoccole, mi trascino fino in bagno, non prima però di aver inviato via psiche un enorme suca, ricco di implicazioni sataniche, al gattaccio nero che, nell’altra stanza, ronfa sereno sul divano di pelle. Mi guardo allo specchio, ma prima di infilarmi le lenti a contatto: questo è un trucco fondamentale per il mio equilibrio mentale, come si suol dire, occhio non vede Picassi cuore non patisce collassi. Impiego mezz’ora per ridare al mio corpo una parvenza umana e se il mio ragazzo, appena alzatosi, mi dice: “buongiorno amore” e non: “esci da casa mia, sennò chiamo l’accalappiacani” vuol dire che i miei trenta minuti di spalma, stucca, livella, gonfia, pinza, appiccica, scava, striglia, sfoltisci, sono serviti a qualcosa. Molto bene, la giornata può cominciare. h 8.00: arrivo in ufficio, credo sia ora di scoprire se sono ancora dotata di voce. Nessuna sillaba ha avuto ancora l’onore di far lavorare le mie corde vocali, appena rifornite da me della loro prima, e necessaria, dose giornaliera di monossido di carbonio. Ecco, da questo momento fino alle 16.30-17 il mio subconscio mi ingiunge di smetterla di dedicarmi esclusivamente a pensieri contorti e inconcludenti del tipo: “ma se Gisele Bundchen è la modella più pagata sulla faccia della terra, perché io non sono la cazzara più foraggiata di tutto il creato?”, di sforzarmi affinché tutta la mia attenzione e i miei scampoli di intelligenza si armonizzino e operino in sincronia per il benessere dell’azienda per la quale lavoro, cercando, se possibile, di non mandarla in fallimento prima della mia età pensionabile, di evitare di far esplodere il pc, di non gettare i mozziconi di sigaretta ancora accesi su quel mucchio di foglie secche (stranamente ancora in giro da quest’autunno) su cui sta lavorando di rastrello il giardiniere (trasformare un uomo in una torcia umana in fuga sarebbe un atto passibile di licenziamento in tronco?), di guardarmi bene dal non inciampare su qualche cavo sparso per la stanza, finendo di testa contro il vetro della finestra, disintegrandolo e facendo suonare l’allarme centralizzato, rimediando così un cazziatone leggendario pesantemente farcito di parole quali goffaggine, squilibrata, peggio, cavallette. A fine giornata sono molto affatica, evitare questi disastri implica uno sforzo non indifferente. Ah sì già, poi c’è da lavorare, ma lì mi viene in soccorso il pilota automatico, almeno fino a quando non spaccherò anche quello. Datemi tempo. h 17.00: esco dall’ufficio, mi infilo in auto, pigio il piedino nervoso sull’acceleratore, arrivo a casa, mi struscio contro la porta di casa, che bello rivederla, sono tentata di fare una pisciatina di affetto sullo zerbino peloso, desisto, ma solo perché Carrie Bradshaw non l’avrebbe mai fatto.
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