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CUORE IN VIAGGIO

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Ebony & Ivory

Post n°395 pubblicato il 11 Luglio 2011 da xteneraladyx

 

 

 

Non dimenticherò mai la prima volta che ebbi un incontro ravvicinato con una persona con il colore della pelle diversa….

 

Era una domenica pomeriggio come tante, di quelle domeniche passate nell’oratorio delle suore,a giocare, scherzare con altre bambine, perché i maschietti non potevano varcare la soglia di quel portone.

Per me ragazzina timida, era sempre un trauma la domenica pomeriggio.

Diciamolo, non ci andavo granchè volentieri in quell’oratorio, ma i miei genitori sostenevano che ero troppo introversa e stavo troppo da sola. Era necessario che io socializzassi con bambine della mia età, che stessi con le mie coetanee, anche in momenti diversi dalla scuola.

Non è, che a otto anni puoi far tanto la difficile, comandano loro e si ubbidisce.

Cominciamo con il dire, che io avevo somme difficoltà a relazionarmi con buona parte delle frequentatrici dell’oratorio, che essendo anche un istituto scolastico privato, raccoglieva tra le sue file gran parte delle pulzelle della borghesia locale (cioè, piene di boria e puzza sotto il naso).

Io non ero per mia fortuna un alunna dell’istituto.

Figlia di operai, facevo parte del proletariato locale.

Diciamo che per far passare quelle tre ore della domenica pomeriggio, mi ingegnavo parecchio, a cercarmi angoletti tranquilli in cui far passare il tempo, senza essere obbligata a sentirmi guardare dall’alto verso il basso ad ogni piè sospinto.

Ricordo quel pomeriggio, nel cortile c’era una giostrina in ferro, nella quale ci si sedeva e a suon di muscoli si faceva girare.

Io ci salivo solo se riuscivo a stare da sola, perché soffrendo di vertigini, trovavo sempre qualche idiota che voleva girare come una trottola, e quando scendevo ero sempre ubriaca con la testa che mi girava a mille e la voglia di vomitare tutte le  caramelle gommose che mi ero mangiata prima di salire sul trabiccolo.

Quel giorno  stranamente nessuno la voleva usare, io ero ferma in un angolo e cercavo di capire il motivo, poi il motivo lo intuii, era per causa di una ragazzina seduta con lo sguardo malinconico, ma con due occhi neri enormi, era anche un po’ più grande di me, ma era nera.

L’alta borghesia non la riteneva probabilmente degna di giocare con loro.

Io mi avvicinai e le dissi “Ciao, sei nuova che non ti ho mai visto?”

Lei mi guardò incredula, forse ero la prima, che in tutto il pomeriggio avesse avuto il buon gusto di rivolgerle la parola.

Mi sorrise “che denti bianchissimi e che sorriso smagliante ha” pensai tra me….

Mi disse di chiamarsi Lea, veniva dal Burkina Faso tramite i missionari che si occupavano del suo villaggio, era venuta da noi per studiare.

Nei programmi avrebbe dovuto diventare infermiera, per poi tornare  ed essere d’aiuto al suo paese con le conoscenze mediche che avesse acquisito.

Gli dissi sorridendo “Se prometti che giri piano, salgo sulla giostra con te

Lei mi disse “Girala tu, così andremo alla velocità che preferisci

Passai tutto il pomeriggio con lei, che tra parentesi volò, al contrario delle altre volte.

Alla fine mi disse grazie, per aver avuto il coraggio di parlarle e di stare con lei.

Io le dissi “Non preoccuparti, anch’io mi sono sentita spesso di un colore diverso qua dentro, eppure avevo lo stesso colore delle altre ragazzine”.

Nelle domeniche successive la ritrovai ancora, e anche se era più grande di me, non la lasciai mai più da sola…c’era sempre qualcosa da dire, io le insegnavo a parlare meglio l’italiano e lei si sentiva meno sola e distante dalla sua casa.

Poi la vita ci ha separato, lei si è diplomata infermiera.

E’ tornata in Africa, nel dispensario medico dove lavorava, ha conosciuto un medico italiano e si sono sposati ed è diventata mamma di ben tre figli.

Non ho mai dimenticato i suoi occhi e il suo sorriso.

E non ho mai ricordato che avesse un colore diverso dal mio.

 

 

 

 

 
 
 
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