Creato da kayfakayfa il 10/01/2006

LA VOCE DI KAYFA

IL BLOG DI ENZO GIARRITIELLO

 

 

IL TRIBUTO DI POZZUOLI ALLA REGISTA MARIA DI RAZZA

Post n°1950 pubblicato il 10 Novembre 2018 da kayfakayfa
 

Pozzuoli non poteva scegliere modo migliore per onorare una propria "figlia", la regista Maria Di Razza premiata al Festival del Cinema di Venezia 2018 per il cortometraggio animato Goodbye Marilyn: venerdì 9 novembre nella sala Consiliare di Palazzo Migliaresi gremita di pubblico, in presenza dell'Assessore alla Cultura Maria Teresa Di Fraia e dell'esperto di cinema Giuseppe Borrone, raggiunti a fine serata dal Sindaco di Pozzuoli Vincenzo Figliolia trattenuto altrove da impegni istituzionali, è stato tributato il giusto riconoscimento a una donna che ha saputo trasformare la propria passione per il cinema in attività costruttiva e vincente, affiancando umilmente il proprio nome a quello della Loren tra i puteolani finora distintisi nel mondo del cinema.

Giaà autrice di tre ortometraggi animati altrettanto apprezzati dalla critica - Forbici sul femminicidio; Facing off sull'ossessione del rifacimento estetico del proprio corpo; (In) felix sul dramma della Terra dei fuochi - e del cortometraggio Ipazia dedicato alla filosofa greca  trucidata dal fanatismo cristiano, con Goodbye Marilyn la Di Razza ha attualmente raggiunto l'apice della propria carriera cinematografica.

Durante la serata, culminante con la proiezione di Goodbye Marilyn, sono stati proiettati in sequenza cronologica i primi tre cartoni della regista dalla caratteristica di essere muti ma dotati di immagini potenti che denunciano il degrado a vari livelli in cui versa la nostra società. In modo particolare (In)Felix - film a cui la Di Razza ha ammesso d'essere molto legata, ringraziando pubblicamente il disegnatore Domenico Di Francia e l'animatore  Costantino Sgamato entrambi presenti in sala - è un'aperta accusa dell'inquinamento criminale in atto nella Terra Dei fuochi. Il film trae ispirazione dalla relazione finale del geologo Giovanni Balestri sulle condizioni di quel territorio: secondo Balestri entro il 2064 i rifiuti tossici avranno avvelenato le falde acquifere, determinando la sparizione di ogni forma di vita in quelle zone!

Per quanto riguarda Goodbye Marilyn, trattandosi della trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Francesco Barilli edito da BeccoGiallo Editore dove si immagina l'ultima intervista di una Marilyn Monroe novantenne a un giornalista, la necessità dell'utilizzo vocale ha spinto la regista a scegliere come doppiatori Maria Pia Di Meo voce italiana di Meryl Streep e il giornalista di Sky Gianni Canova. La bellezza della pellicola è accentuata dalla colonna sonora curata da Antonio Fresa.

Al termine delle proiezioni, la di Razza è stata onorata pubblicamente dal sindaco Figliolia con un breve ma commosso discorso, culminato in un abbraccio fraterno essendo i due amici.

Nei saluti di commiato la regista ha precisato che nel film  la frase finale rivolta da Marilyn al giornalista, "La prego, non mi faccia apparire ridicola", è la stessa proferita da Marilyn Monroe nella sua ultima intervista prima di suicidarsi.

A conclusione un lungo applauso ha salutato la Di Razza che non ha nascosto le proprie ambizioni da Oscar per il 2020, a conferma che i vincenti pensano sempre in grande.

A questo punto non resta che incrociare le dita augurandole IN BOCCA AL LUPO!

 
 
 

DRAMMATURGIA PRIVATA, LA POESIA DI ANGELA SCHIAVONE

Post n°1949 pubblicato il 09 Novembre 2018 da kayfakayfa
 

 

(nella foto il professor Andrea Bonajuto membro dell'associazione Quarto Bene Comune, lo scrittore Luca Marano e la poetessa Angela Schiavone)

Ieri sera presso la sede dell'Associazione Quarto Bene Comune ho assistito alla presentazione del volume Drammaturgia Privata, edito da Giuliano Ladolfi Editore, pluripremiata raccolta di poesie, opera prima di Angela Schiavone.

In assoluta sintonia con lo stile elegante, colto e discreto dell'autrice, le poesie che danno vita al volumetto sono un compendio dei tanti versi scritti da Angela nel corso degli anni su quadernetti dove traduceva in poesia i tormenti del proprio Io. Anche in questo caso, come ha più volte sottolineato il relatore, professor/scrittore Luca Marano, la scrittura, in particolare la poesia, conferma il proprio valore terapeutico cui affidarsi per ricucire le ferite dell'anima.

Nella loro semplicità, i versi della Schiavone non sono né banali né algidi, a riprova che la sua poesia non è affatto un costrutto laboratoriale finalizzato a suscitare a tutti i costi emozioni nel lettore e nell'ascoltatore, bensì un frammento istantaneo di sincera emozione, a cui il poeta sente l'impellente necessità di dare eco attraverso il componimento, affrancandolo dai meandri del proprio io per porlo alla luce del sole, ricomponendo con le lettere il puzzle emozionale del dolore esistenziale che ne tormenta l'anima.

Mai come nel caso della Schiavone, la cui poesia Marano non ha avuto dubbi a definire "dotta" per via dei ripetuti richiami ai miti greci, potremmo parlare di poesia al femminile - seppure la stessa autrice ammette che qualunque forma d'arte travalica il genere -, ciò perché Angela nella costruzione dei propri versi è delicata e pudica come solo una donna sa essere anche quando parla dell'amore carnale.

Tra i tanti versi che meriterebbero d'essere citati uno a uno per la potenza metaforica e icastica che caratterizzano la poesia della Schiavone, mi soffermo su quello in cui la poetessa a un certo punto recita  "un orizzonte inerme/e la certezza che terra è piatta", chiaro riferimento all'appiattimento dei sentimenti umani che, mai come oggi, caratterizzano la società, dove l'apparire ha soppiantato l'essere.

La serata si è conclusa con la lettura di un inedito dedicato al marito Flavio. Mentre leggeva, Angela non ha saputo contenere la commozione, coinvolgendo emotivamente la platea che al termine l'ha a lungo applaudita, ringraziando lei e Marano per la bella serata.

 
 
 

LA VOCE DEL FIUME

Post n°1948 pubblicato il 07 Novembre 2018 da kayfakayfa
 

   Come al solito, seppur domenica, Lorenzo si svegliò che ancora era buio malgrado fossero quasi le otto del mattino. Lì in montagna albeggiava sempre tardi, per via della nebbia fitta che non si dissolveva prima del levarsi del sole. E se il sole avesse avuto difficoltà a penetrare con i propri raggi il banco ovattato causa il maltempo, per tutto il giorno il paese e il panorama circostante sarebbero stati fantasmi la cui presenza era percettibile solo a chi si fosse avventurato nello spasso manto di umidità.

     Levatosi dal letto, Lorenzo indossò la giacca da camera piegata ai piedi del letto; accese la stufa a gas posta in un angolo per riscaldare l'ambiente. Quindi aprì la finestra per rinnovare l'aria nella casa. La folata di gelo, come un schiaffo violento, filtrò nella stanza, facendo rabbrividire l'uomo che subito richiuse le imposte per non gelare. Rabbrividendo, andò in cucina; mise sul fornello la caffettiera, preparata la sera prima, e accese il fuoco. Nell'attesa che il caffè fosse pronto, andò in bagno. Il gorgoglio del caffè lo colse che era ancora seduto sulla tazza a leggere i messaggi sullo smartphone. Incespicando nel pantalone del pigiama calato ai piedi, strusciando i piedi sul pavimento, uscì dal bagno. Levò la caffettiera dal fuoco e versò il caffè nella tazzina poggiata sul tavolo. Bevve, facendo attenzione a non bruciarsi. Poi rientrò in bagno per lavarsi. Terminata la toilette, indossò il vestito della domenica; guardandosi nello specchio dell'armadio, fece il nodo alla cravatta. Calzò le scarpe nere, lucidate la sera prima in maniera ossessiva fino a farle brillare come se fossero nuove; indossò il soprabito; prese l'ombrello e aprì la porta di casa. Fermo sulla soglia, levò gli occhi al cielo: minacciosi nuvoloni scuri si addensavano sui tetti delle case. Stando alle previsioni meteo, quel giorno, per le nove, un violento temporale si sarebbe abbattuto sul paese. Come accadeva sempre in quelle occasioni, lo scrosciare dell'acqua avrebbe alimentato il piccolo fiume che, scendendo dalla montagna, attraversava il paese, trasformandolo in un fiume in piena. Scorrendo vorticosamente, l'acqua si sarebbe riversata tra i massi e gli alberi che sorgevano nell'alveo, dando vita a una melodia di suoni che, alle sue orecchie e a quelle dei suoi compaesani, risuonavano eco assordante di misteriosa voce.

      Come lui, tutti gli abitanti del paese, a loro volta vestiti a festa e muniti di ombrello, uscirono di casa per raggiungere le sponde del fiume per assistere allo spettacolo che di lì a poco la natura avrebbe offerto gratuitamente.

    Lorenzo e gli altri si sistemarono sulle rocce poste in alto al letto del fiume per ripararsi dalla violenza dell'acqua che a breve si sarebbe riversata giù dalla montagna. Ognuno di loro stringeva nella mano il telefonino, facendo attenzione a riparlo con l'ombrello non appena le prime gocce d'acqua iniziarono a precipitare dal cielo.

     Bastarono pochi istanti e la pioggerellina si trasformò in temporale, trasformando il fiumiciattolo in fiume in piena. Man mano che l'acqua sciabordava velocemente tra i massi, gli alberi e tronchi dell'alveo, nell'aria si librava un'intensa melodia. Incuranti della pioggia che, malgrado gli ombrelli e gli impermeabili, entrava fin nelle ossa, gli spettatori fradici restarono a lungo su quell'arena naturale per assistere la cascata che, impetuosa, scendeva giù dalla montagna verso il mare lontano, di cui molti di loro avevano sentito solo parlare ma mai visto: lo immaginavano come un immenso lago salato, chiedendosi se il sale lo si sarebbe dovuto mettere comunque nell'acqua per cucinare o bastava quello che naturalmente già c'era.

     Quando la pioggia e il freddo divennero insopportabili, uno alla volta gli spettatori rientrarono in casa.

     Non appena furono all'asciutto delle proprie abitazioni di pietra riscaldate dai camini e dalle stufe a pallet, ognuno di loro corse in bagno ad asciugarsi e indossare abiti asciutti. Quindi seduti a tavola, bevendo un bicchiere di vino e mangiando un pezzo di formaggio con il pane, da soli o in compagnia, in assoluto silenzio, avviarono la riproduzione della registrazione audio effettuata sulla riva mentre l'acqua scorreva. All'orecchio di una persona comune, il suono che si diffondeva dall'apparecchio sarebbe risuonato per ciò che era, uno scrosciare d'acqua. Per gli abitanti del paese invece esso era la voce del fiume. Ognuno di loro l'ascoltava in religioso silenzio per cogliervi l'insegnamento di vita racchiuso. Infatti, da sempre, per chi abitava in quei luoghi, il fiume non era semplicemente un corso d'acqua da sfruttare per irrigare i campi e, anticamente, la fonte da cui attingere l'acqua per bere, cucinare e lavarsi. La credenza popolare riteneva che provenendo dall'alto delle cime, l'acqua trasportasse con sé un messaggio divino, comprensibile solo a loro.

     Anche Lorenzo!

 

 

 
 
 

"UN'ORA PER CAMBIARE", UN LIBRO ESTREMAMENTE ATTUALE

Post n°1947 pubblicato il 29 Ottobre 2018 da kayfakayfa
 

Di seguito la recensione integrale a UN'ORA PER CAMBIARE pubblicata su comunicare senza frontiere

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"Un'ora per cambiare", scritto a quattro mani da Bruno Esposito e Giuseppe Terminiello, edito da Lettere Italiane Guida, è un piccolo ma prezioso libretto in cui gli autori - ingegnere elettronico, il primo; ingegnere meccanico, il secondo - attraverso una sorta di dialogo platonico tra quattro personaggi - Bruno, Dario, Giuseppe e Matteo - (prendendo spunto dal "Saggio Sulla Libertà" di John Stuart Mill) affrontano l'argomento lavoro, toccando tutti gli aspetti che lo caratterizzano.

 

Non manca il riferimento al licenziamento in tarda età, come è accaduto realmente a Bruno (per oltre vent'anni dirigente della Olivetti) licenziato a 51 anni e costretto a rimettersi in gioco nel mercato del lavoro a un'età in cui, in una società com'è strutturata quella italiana, se per un giovane è difficilissimo trovare lavoro, per chi ha più di cinquant'anni è quasi impossibile.

Scritto in modo semplice e diretto, il dialogo pone a confronto quattro generazioni: il cinquantenne Bruno, ingegnere elettronico; il quarantenne Giuseppe, ingegnere meccanico impiegato presso un'azienda aerospaziale; il trentenne Matteo, laureato in giurisprudenza; il ventenne Dario, figlio di Bruno, a sua volta ingegnere elettronico.

Le quattro generazioni, parlando delle reciproche esperienze lavorative (conversando anche di politica e mercati; la globalizzazione e la delocalizzazione in Cina) evidenziano come in Italia la crisi del lavoro sia conseguenza di una totale assenza di politiche mirate prima di tutto alla valorizzazione degli individui.

Man mano che il dialogo si svolge viene messo in risalto che un'azienda se vuole davvero crescere ed espandersi, oltre investire in strutture tecnologiche, deve assumere manodopera qualificata che garantisca risorse umane di formazione professionale (non solo tecnica ma anche culturale).

In sintonia con la visione di Adriano Olivetti, "la fabbrica deve essere luogo in cui formare uomini, non operai", istruire l'individuo per svolgere una professione, unito alla crescita culturale, rappresenta un elemento trainante per la costruzione di una società civile migliore.

Nella storia, il discorso si estende agli USA, società iper-tecnologica, dove i giovani (e non solo) non hanno timore di crescere e confrontarsi con la realtà.

Crescere, tra le altre cose, significa mettere al mondo dei figli: la società americana è giovane, in quanto consapevoli di vivere in un paese che offre loro tutte le opportunità e le garanzie. Quest'ultime, necessarie per emergere e affermarsi, sono alla base per costruire ai propri figli un futuro altrettanto roseo.

Purtroppo, questo "ricambio generazionale" in Italia non avviene così facilmente.  A causa della crisi del lavoro, gli italiani fanno sempre meno figli con conseguente invecchiamento della società, delegando tale funzione di rinnovo agli immigrati che, speranzosi del futuro, non hanno timore di fare figli.

Scritto nel 2006 (due anni prima che scoppiasse la crisi economica che investì l'America per poi estendersi al mondo intero), sarebbe interessante sapere se oggi gli autori riscrivessero il dialogo così come lo impostarono all'epoca o se avessero un approccio diverso, magari più critico nei confronti del mercato americano rispetto a quello italiano. Ad ogni modo, dispiace dirlo, a distanza di dodici anni il nostro Paese non è cambiato affatto...se non in peggio.

Sarebbe interessante una versione aggiornata del dialogo. Non solo per sapere nel frattempo come è cambiato il punto di vista degli autori, ma anche per capire in base alle loro successive esperienze professionali e personali, quali alternative suggeriscono alla società italiana (dove il precariato e l'assistenzialismo tendono sempre più a radicarsi)  per ritrovare smalto e vigore in campo lavorativo e sociale.

Seppure politicamente di chiara impronta progressista (come messo in risalto da Nerio Nesi nella sua Nota al testo), personalmente penso che questo libricino meriti d'essere letto da chiunque.

Al di là dei singoli orientamenti politici, affrontare un argomento trasversale come il tema lavoro, serve a porre diversi spunti di riflessione e costruttivo confronto su una questione che mai come oggi, almeno in Italia, continua a non trovare soluzioni.

Auguro buona lettura a quanti avranno la fortuna di leggerlo, con la convinzione che non si pentiranno di avervi dedicato un'ora della propria vita...soprattutto se dopo averlo letto, percepiranno nell'animo che qualcosa sta effettivamente cambiando, anche solo in termini di pensiero!

 

 

 
 
 

INTERVISTA A NIKO MUCCI

Post n°1946 pubblicato il 24 Ottobre 2018 da kayfakayfa
 

 

Di seguito ripropongo in  versione integrale l'intervista all'attore Niko Mucci pubblicata su comunicaresenzafrontiere  


Niko tu non sei napoletano...

No,ho origini abruzzesi e pugliesi. Ma, a parte qualche breve periodo della mia infanzia, ho vissuto tutta la mia vita a Portici. Per sbaglio sono nato in Piemonte.

Ti senti napoletano adottivo o napoletano a tutti gli effetti?

Mi sento un napoletano adottivo nella misura in cui mi ritengo un meridionale: di Napoli percepisco pregi e difetti. L'avere più origini e l'aver soggiornato in diversi luoghi del meridione d'Italia ha fatto sì che la mia formazione culturale fosse napoletanaNon dimentichiamo che a Napoli fu istituita la prima università italiana, e che Napoli e le sue province per secoli sono state, e lo sono tuttora, un'attrattiva per quanti in Europa e nel mondo, nel corso dei secoli, volendo formarsi culturalmente, inserivano la città partenopea nei propri viaggi di formazione. A Napoli e nelle sue province hanno visto la luce tanti uomini e donne che hanno condizionato e condizionano tuttora la cultura mondiale.

Uno di questi è sicuramente Gianbattista Basile di cui ti sei divertito a trasporre in teatro le favole del Pentamerone.

Questo è un progetto che iniziò a maturare quando ero ancora giovane. Caso ha voluto che successivamente, in età matura, mi incontrassi con un discendete di Basile, il regista Domenico Basile, il quale ha tradotto dal napoletano antico, non da quello moderno che noi oggi conosciamo, le cinque favole del Pentamerone e insieme ne abbiamo fatto delle rappresentazioni teatrali in strada a Giugliano, paese natio di Basile. In precedenza già mi ero cimentato con Basile. Per la precisione lavorando con Renato Carpentieri con il quale in ben due occasioni abbiamo portato in scena le favole di Basile. Questo mi ha imposto di studiare il napoletano, non solo da autori moderni, ma da autori del passato come appunto Basile.

So che sei appassionato della letteratura latino/americana. E definisci la cultura napoletana antecedente il terremoto dell'ottanta molto affine a quel tipo di cultura sudamericana. Puoi spiegare questa sottile caratterizzazione?

Prima di tutto penso che sia chiaro a chiunque abbia a vissuto Napoli, sia culturalmente che praticamente, che la città dopo il terremoto è cambiata a livello di impostazione culturale e politica; così come è cambiato il rapporto che la città aveva con la politica e con i propri sentimenti. Ritengo che dopo il terremoto la città sia diventata più cinica, più distaccata da tutta una serie di cose che, seppure facessero parte di un'oleografia, erano insite nel napoletano. Mentre dopo sono diventate solo cartolina. Viceversa un'attenzione non cinica verso i sentimenti, a mio avviso, è rimasta nella cultura di lingua spagnola, sudamericana in particolare. C'è una generazione di scrittori sudamericani moderni che, senza smarrire la classica verve surrealista che caratterizza da sempre quel tipo di letteratura, affrontano in maniera molto incisiva tematiche realistiche. Uno è De La Parra - uno psichiatra - di cui metterò in scena un testo; un altro è Jorge Accame di cui ho già proposto "Avana", un lavoro molto bello che in Italia non era mai stato rappresentato. Entrambi mantengono un sottofondo di poesia a fronte di un cinismo realistico che possiamo ritrovare in Moscato e in altri autori napoletani, dando vita a una sorta di teatro della crudeltà alla napoletana.

Tu svolgi la tua attività teatrale in un cosiddetto teatro di frontiera perché situato in una zona periferica e "particolare" della città

Il TAN di Piscinola, ai confini con Scampia, Miano, Chiano; comuni dove non c'è un cinema, un teatro, non c'è nulla perché la gente possa divagarsi senza doversi spostare.

Pregi e difetti del lavorare in una zona di frontiera

Prima di tutto, lasciami dire che è bellissimo! Per quanto riguarda i difetti, una sorta di provincialismo da parte di alcuni abitanti di quelle zone che preferiscono spostarsi a Napoli, malgrado noi facciamo molte attività come quelle che si svolgono in città. Provincialismo che io ho già testato a Portici: noi facevamo una proposta e la gente invece preferiva spostarsi a Napoli per vedere o fare le stesse cose da noi proposte.

Non pensi che, più che provincialismo, possa trattarsi di una sorta di precauzione, nel senso che l'idea di dover andare in un luogo deputato "pericoloso" incida sulle scelte delle persone?

Questo sicuramente: tante volte, ai miei inviti a vederci a vedere al TAN, mi sento rispondere, "ma non è pericoloso?". La mia risposta è sempre la stessa: ci vado da venticinque anni e non mi è mai successo niente! Purtroppo è difficile sradicare un luogo comune dall'anima della gente. Questo è l'aspetto critico dello stare in periferia. Il grosso pregio invece è che in quella zona esiste un associazionismo spinto e un interesse per fare le cose al fine di dire "noi non siamo la camorra, noi non siamo lo spaccio. Noi siamo gente che vuole vivere la cultura".

Qual è stata la risposta del pubblico a questo vostro impegno?

All'inizio ottima: eravamo seguiti da un nutrito pubblico tanto da arrivare ad avere per una stagione teatrale circa cento abbonati che è tanto per un piccolo teatro come il nostro. Abbiamo creato una rete con altri teatri e un pulmino che porta la gente da Napoli centro fino a noi e poi la riaccompagna in città. Ma soprattutto abbiamo riscontrato un interesse e una voglia di fare da parte degli abitanti del posto che ci fanno venire la voglia di continuare. Considera che io vado da Portici a Piscinola, il nostro direttore artistico viene da Fuorigrotta. Malgrado le distanze, ci spostiamo con gioia perché in quel territorio c'è fermento culturale per dimostrare di essere la parte buona di Napoli!

Passiamo per un attimo alla tua passione per la poesia, come nasce?

Quando da ragazzo suonavo, avevo la tendenza a fare il cantautore quindi mi scrivevo i testi delle canzoni e molti li mettevo da parte. Molti anni dopo, lavorando in teatro, una sera che eravamo in tournée, nell'attesa che la compagnia che ci ospitava finisse le prove, cominciai a improvvisare dei versi e la cosa mi divertì molto. Visto che poi le persone a cui li feci leggere si divertirono a loro volta, cominciai a scrivere con continuità. Inoltre la scrittura mi è stata di grande aiuto nei momenti di depressione derivanti dallo stare lontano per lungo tempo dalla famiglia a causa del lavoro. Quando poi le iniziai a pubblicare su Facebook, più di un amico mi chiese perché non le raccogliessi in un libro. E così nacque la prima raccolta di poesie, ATTORI A BABORDO, tutte scritte in tournée. Avevo come punto di riferimento Isa Danieli con la quale lavoravo: un giorno, mentre eravamo in pausa, prese una mia poesia, la lesse e disse " a mme 'e rime nun me piaceno, ma chesta poesia è bella". A quel punto mi sentii incoraggiato e decisi di pubblicare.

Anche la tua seconda raccolta di poesie ha un titolo che richiama il mare, NAVIGARE E' TARDI, ci spieghi perché questo legame con il mare e la navigazione?

Ho sempre accostato la compagnia di teatro all'equipaggio di una nave, obbligato per tutto il viaggio a stare insieme, decidendo se accoltellarsi o collaborare per portare la nave in porto. E poi mi porto dentro il monologo iniziale di Ismaele in Moby Dick che termina dicendo, "il mare, dove ciascuno come uno specchio ritrova se stesso."

Tua moglie è l'attrice Nunzia Schiano, il vostro è un rapporto in cui prevale l'intesa o il conflitto?, ovviamente mi riferisco alla vostra attività teatrale.

Per un lungo periodo siamo andati di amore e d'accordo su tante cose. Negli ultimi tempi qualche conflitto nasce rispetto alle valutazioni sui giovani attori: io sono più possibilista, lei invece è molto rigida. Le nostre discussioni vertono sulla misurabilità del concetto di talento, ossia se il talento si può misurare o no: io dico che esistono vari gradi di talento; lei invece sostiene che il talento o c'è o non c'è! E su questo ci facciamo delle battaglie ideologiche che mi sono divertito a traslare in un testo teatrale: l'anno scorso ho proposto a mia moglie un copione in cui io e lei eravamo una specie di aspettando Godot, due ex attori settantenni che su una spiaggia rivedono il loro percorso. Mi ha risposto,"non lo farò mai, sono contraria all'autoanalisi in teatro".

Ultima domanda, tuo figlio ha anche lui intrapreso l'attività nel modo dello spettacolo, seppure da regista cinematografico. Il suo cortometraggio 'Corduroy' è tra i finalisti per la categoria al Festival del cinema di Roma: come padre sei orgoglioso, preoccupato o cosa?

Di mio figlio sono molto orgoglioso per il percorso che ha fatto: come me ha iniziato a suonare; quindi si è interessato di cinema; si è laureato al DAMS; ha fatto dei master. Tuttavia vorrebbe fare lo sceneggiatore. Ma quello che mi ha reso particolarmente orgoglioso è il modo con cui ha gestito la compagnia durante i tre giorni di riprese. Secondo me ha fatto un solo errore: nel cortometraggio Nunzia interpreta il ruolo di protagonista; un giorno le disse, "mamma devi metterti qua", anziché chiamarla Nunzia. Per il resto ha gestito in maniera egregia una compagnia composta da persone più esperte di lui; ascoltando e portando avanti il suo progetto, mediandolo con l'aiuto degli altri. Non è cosa da tutti.

Niko progetti per il futuro?

L'uscita del terzo libro di poesie che si chiama BAIONETTE LE PAROLE, in cui sono racchiuse tutta una serie di poesie che scrissi quando fui costretto in ospedale in seguito all'incidente per cui ho rischiato la vita e che mi ha limitato nei movimenti. Ma che mi ha anche obbligato a una profonda riflessione su me stesso per capire come avrei dovuto rivedere la mia vita, a valutarla in modo diverso. Per quanto concerne il teatro, sono costretto a passare più tempo dietro le quinte, lavorando come regista,che non a stare sul palco come attore. Ma ti assicuro che ciò non sminuisce affatto la mia passione per il teatro. È solo un inversione di ruolo, per alcuni aspetti anche più affascinante della recitazione stessa. Seppure il contatto che hai con in pubblico quando sei in scena è tutta un'altra emozione.

Fatti una domanda e datti una risposta.

Quali pensi siano i punti finali del tuo percorso?... Citando Flaiano, speriamo che la morte ci trovi ancora in vita!

 

Poco prima di pubblicare l'intervista, apprendiamo che l'attrice Nunzia Schiano, al Festival del Cinema di Roma, ha vinto il primo premio come attrice protagonista nel cortometraggio "Corduroy" girato dal regista Francesco Mucci.
A Niko, Nunzia e Francesco i complimenti della redazione di Comunicare Senza Frontiere.

 

 

 
 
 
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