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UN BUCO NEL CIELO - CAP. VIII

Post n°1355 pubblicato il 17 Luglio 2012 da non.sono.io
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Quando riaprì gli occhi, il cielo stava cadendo a pezzi. Ormai era chiaro che quelli erano tutti aeroplani, senza più nessuno a bordo a cercare di farli stare in aria, diretti verso il vicino aeroporto, ma Aureliano non ci trovò nulla di consolatorio nell’averlo scoperto. Non riusciva a far altro che stringersi forte la ferita che continuava a bagnargli la mano di sangue, mentre tutto intorno a lui risuonavano i lugubri tonfi degli aerei che si schiantavano al suolo. Bagliori di esplosioni all’orizzonte e un cielo bucato color pelle di tigre sopra la testa: la sua vita, così come lui l’aveva conosciuta fino a quel momento, gli sembrò più che mai irrimediabilmente irraggiungibile. Non si ricordava nemmeno cosa aveva mangiato a colazione, l’ultima parola che aveva pronunciato e a chi. Il presente, come al solito, aveva completamente stravolto il significato del passato e il futuro, che in quella occasione aveva issato a proprio vessillo null’altro che un foro, qualcosa da rimandare il più possibile. Sdraiato in mezzo ad una pineta in fiamme, ferito in un mondo privo ormai di qualunque aspirazione paterna, Aureliano comprese che anche lui stava per volare via, forse attraverso quel buco nel cielo. Non c’era più tempo per cercare di dare un senso a ciò che si spiega solo esistendo. Il rimorso di tutta l’esistenza spesa a non esistere, lo morse alla pancia costringendolo in un pianto.
E Aureliano pianse. Pianse per ore. Le lacrime, miste alla fuliggine gli avevano disegnato dei simboli che ricordavano delle incisioni maya, tanto si erano sovrapposte e cancellate a vicenda nel loro cammino verso l’evaporazione; aveva i muscoli della faccia contriti in un’espressione di disperazione più che di dolore e gli occhi stretti forte nella ricerca inutile di frenare quello sfogo. Piangendo torniamo bambini, è la presa di coscienza momentanea della nostra condizione di cercatori di sicurezza senza fortuna. Non si smette mai, in fondo, di avere voglia della mano di mamma. E forse fu per quello che ad Aureliano venne in mente di chiamare la madre.
Si ricordò del cellullare, lo cercò nelle tasche e lo trovò. Controllò lo stato delle batterie e se ci fosse campo: tutto sembrava in ordine. Fece scorrere i nomi sulla sua rubrica fino a quando non scorse il numero giusto, poi esitò un momento. Cercò in tutti i modi di smettere di piangere, come per timore di spaventare chi gli avrebbe risposto. Appoggiò il telefonino sul petto e, con la manica del braccio che non era occupato a tamponare la ferita, si pulì il viso. Solo quando fu sicuro di aver recuperato un poco di sicurezza, pigiò il tasto di chiamata.
Ma nessun suono uscì mai da quell’apparecchio.
Dall’altra parte tutto pareva essere stato risucchiato da quel silenzio innaturale in cui era sprofondata la pineta dopo il canto isterico degli uccelli. Ci riprovò, ma senza esito. Ora era un orfano.
Le esplosioni erano cessate. Questo voleva dire che in quella zona tutti gli areoplani si erano schiantati, anche se quelli che ci viaggiavano dentro non videro mai il momento dell’impatto con la terra. Nell’aria solo un pungente odore di legna bruciata, ma nemmeno un suono, come ormai era divenuto normale. Aureliano si mise seduto su un gomito, per rendersi meglio conto della situazione. Valutò che se tutto quello che aveva fino a quel momento capito era corretto, non c’era più un essere umano vivo oltre a lui, forse non esisteva più nessun essere vivente. Rimaneva da scegliere se lasciarsi morire in quella radura nera, o andare a morire trascinandosi verso il mare. Calcolò pure che in fondo non aveva la prova matematica delle sue conclusioni, e che se ci fosse stata anche una piccola probabilità di errore nelle sue certezze, sicuramente spostarsi da dove era in quel momento gli dava più occasioni di trovare aiuto. Si perse per un lungo istante a rimirare un punto sperduto nel nulla, prigioniero di una questione che di tutte le premesse è la più essenziale, e cioè se aveva una qualche utilità quel suo attaccarsi alla vita con l’aspettativa di dover poi, nella migliore delle ipotesi, limitarsi a sopravvivere. Magari anche zoppo. E sicuramente solo. 
Mentre ancora cercava di rispondersi, però, già stava togliendosi la maglietta di cotone per farne una benda da applicarsi alla gamba. Che a cercare di ragionare sugli istinti, si diventa preti.


 
 
 
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