Leonora a quel punto tornò verso gli spogliatoi, si tolse la divisa, la piegò con cura e, con altrettanta premura, la pose ordinatamente dentro il proprio armadietto. Poi si diresse verso il piccolo bagno, si sciacquò il viso e si pettinò lentamente come era solita fare tutti i giorni. Uscì dalla fabbrica la quale, illuminata dai raggi sguinci di un tramonto metropolitano, aveva assunto l’aspetto di una tomba enorme. Appena fuori alzò subito la testa per cercare il buco. Stava sempre lì, anche se aveva la sensazione che si fosse leggermente ristretto. Ma forse ricordava solamente male. Quando smise di ammirare il cielo e tornò ad abbassare lo sguardo verso la realtà che la circondava, per un momento ebbe una vertigine.
In un silenzio che impediva persino al vento di produrre suoni, un regista pazzo aveva costruito il set di un film di fantascienza usando la città come scenario. O almeno fu quello che venne in mente a Leonora quando si trovò di fronte a quello spettacolo. Davanti a lei erano ammassate, una sopra l’altra, decine di automobili quasi tutte semidistrutte. Questo monticolo assurdo, possedeva una coda lunga fino a quando si poteva vedere la strada, costituita da altrettante automobili incastrate tra loro come un puzzle progettato male. E poi altri veicoli si erano infilzati dentro i palazzi dopo aver scavalcato i marciapiedi. Ovunque piccoli focolai di incedi; all’orizzonte fili di fumo che tagliavano a fette il cielo amaranto. Non c’erano gatti, né cani e degli esseri umani restavano solo i loro resti: carcasse di metallo destinate a divenire ruggine per poi polverizzarsi e cancellare per sempre anche solo il ricordo dell’esistenza della nostra specie. A Leonora bastarono pochi passi lungo la strada che portava alla piazza, per assistere al colpo di scena di una tragedia che non si decideva a concludersi. Proprio dietro l’angolo, in una confusione di detriti e automobili spaccate, la carlinga di un Boing perfettamente spezzata a metà si erigeva straordinariamente dritta perpendicolare alle carreggiate, chissà, forse per un assurdo meccanismo della fisica, proprio come fosse una colonna o un obelisco.
Leonora rimase immobile di fronte a quella visione. Aveva paura che anche un impercettibile spostamento d’aria, magari provocato da un suo movimento brusco, avrebbe potuto smentire la formula matematica che spiegava quella magia, e che quindi di colpo l’aeroplano gli sarebbe precipitato addosso uccidendola. Si inchinò. Nemmeno lei si spiegò mai quel gesto che gli sorse spontaneo, eppure lo fece. Dopo iniziò semplicemente a camminare a marcia indietro, un passo alla volta con alcuni secondi di pausa tra uno e l’altro. Non diede mai le spalle al totem d’acciaio fino a quando lui non tornò a nascondersi dietro i palazzi. Solo a quel punto Leonora si rilassò.
Cercò le chiavi della sua macchina dentro le tasche dei jeans, ma la prima cosa che si ritrovò in mano fu il cellulare, così gli venne in mente di chiamare qualcuno. Sua madre per prima. Purtroppo però le bastò fare il primo tentativo per rendersi conto che non esisteva più nessun tipo di linea telefonica sulla Terra, tuttavia non si rattristò. Gli venne spontaneo il gesto ti gettare via il telefono, però all’ultimo ci ripensò. Lo ripose in tasca e afferrò le chiavi. Mentre si dirigeva verso il parcheggio non pensava a nulla. Il paesaggio era così irreale che quasi lei non riusciva a metterlo totalmente a fuoco nella sua mente. Alcuni di noi nascono con alcune diottrie di meno negli occhi, altri nel cervello. Così capita che a volte qualcuno non riesca bene a leggere un cartello da lontano, ma che i suoi pensieri centrino molti bersagli. Qualcun altro, invece, distingue perfettamente tutte le lettere della tabella dell’oculista, anche quelle piccolissime, ma poi per tutto il resto avrebbe bisogno del cane d’accompagno per i ciechi.
Leonora era una di quelle persone che avrebbe avuto bisogno di un paio di lenti correttive per la sua mente, nulla di più. Sarebbe bastato poco se non avesse trascurato la sua miopia mentale, e per questo con gli anni, come tutte le cose, non ha potuto far altro che peggiorare. Non fraintendete, non era stupida, né assumeva particolari atteggiamenti atti a far pensare fosse una sciocca. Piuttosto era una persona di quelle che l’immaginario collettivo definisce “normale”. Una vita tutto sommato regolare, stabile, con molte responsabilità tutte onorate. La miopia, infatti, non dà problemi fino a quando uno non prova a guardare più lontano.
Questo che Leonora stava vivendo, era proprio uno di quei momenti in cui una mente con problemi di vista, rivela i propri limiti. Il soggetto vede bene solo un piccolo punto al centro, mentre il resto rimane confuso, sfuocato. In questi frangenti Leonora soleva rimanere calma, affidandosi alle proprie abitudini, cercando di aggrapparsi a loro come fossero le uniche cose a non essere rimaste sfuocate.
Scavalcò un piccolo cumulo di macerie, attraversò il prato antistante al parcheggio facendo attenzione a non calpestare le cacche dei cani, e subito dopo la vide: la sua automobile. Incredibilmente illesa.
Leonora fece bene attenzione a spolverarsi le scarpe da ginnastica prima di entrare. Giusto per non sporcare troppo la tappezzeria.
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