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UN BUCO NEL CIELO - CAP. X

Post n°1357 pubblicato il 23 Luglio 2012 da non.sono.io
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Aureliano percorse un paio di centinaia di metri trascinando la gamba ferita e mordendosi le labbra per il dolore ad ogni passo. Grazie alla maglietta legata stretta alla coscia sanguinava molto di meno, ciò però non toglieva il fatto che muoversi in questo stato richiedeva una grande fatica.

La prima visione la ebbe appena superò una  piccola curva. C’era una donna, vestita con una tuta rossa in ciabatte, in piedi a qualche centinaio di metri da lui, in cima ad un tronco di albero bruciato. Agitava le braccia per attirare l’attenzione di Aureliano e mentre lo faceva gridava qualcosa, ma era troppo lontana e lui non capì niente di quello che voleva dirgli. Avvicinarsi a lei gli sarebbe costato troppo dolore, per questo le urlava di alzare la voce mentre con le mano gli indicava di venirgli incontro. Ma quella sembrava non poterlo udire a sua volta. Proseguiva imperterrita i suoi discorsi sbracciandosi per disegnare qualcosa nell’aria. Poi all’improvviso si fermò immobile, e puntò l’indice verso il buco. Lui alzò lo sguardo e si mise ad osservarlo anche lui. Non ci trovò nulla di strano. Era sempre il solito normale buco nel cielo.
Una fitta violenta alla gamba, ricordò ad Aureliano che era ferito, che aveva bisogno di aiuto e che a pochi metri da lui c’era un essere umano. Stavano tutti e due immobili a guardare quel foro mentre lui stava per morire. Allora Aureliano riprese a urlare rivolto a quella donna cercando di spiegargli la sua situazione, afferrandosi la coscia con le mani per cercare di fargli capire che sanguinava, ma lei da quando aveva alzato il braccio verso il buco nel cielo sembrava come assorta, distante, e non pronunciava più alcuna parola. Aureliano a quel punto decise si avvicinarsi. Usando il serpentone di carcasse di automobili come appoggio, si trascinò verso quella figura misteriosa e solo quando fu a non più di tre metri da lei si abbandonò ad un verso di dolore cascando a terra. La donna fissava ancora il cielo ignorandolo.
“Signora”, chiamò Aureliano, “Signora sono ferito, ho perso molto sangue e ho bisogno d’aiuto. Da dove viene lei?”. Ma quella non si scompose nemmeno un po’, non lo guardò e si comportò esattamente come se non ci fosse nessuno lì oltre a lei. Aureliano faticosamente si rimise in piedi e si mosse per arrivare quasi a poterla toccare. “Signora… Sto male. Mi aiuti per cortesia”, la supplicò Aureliano.
La donna si girò verso di lui, e gli sorrise. Scese dal tronco e gli porse una mano sul viso sudicio, accarezzandolo. Poi correndo sparì dentro la pineta lasciando di nuovo Aureliano solo che svenne per lo sforzo.
Si riprese quasi subito. Ripensò a quell’apparizione ma non si ricordava più se fosse frutto di un sogno o se era successo sul serio. Diete un’occhiata per terra per scoprire delle tracce del passaggio di quella signora in tuta, ma non scorse orme. Si aggrappò a  un pezzo di lamiera di un’auto accanto a lui, si tirò su e riprese ancora più lentamente il cammino. Il sole era alto. Ad occhio potevano essere le quindici del pomeriggio. Aureliano voleva evitare a tutti i costi di rimanere un’altra notte in quel posto, e si era prefissato di arrivare in città in serata. Così sempre tenendosi appoggiato alle macchine riprese il cammino.
Passò meno di un’ora dal nuovo inizio di quella marcia tragica, quando Aureliano ebbe la seconda visione. Gli sembrò incredibile non essersene accorto prima, ma ad un certo punto, da dietro le fronde dei pini, iniziò a scorgere la cima di una montagna, e più camminava più questo monte si faceva alto, possente, fino a che, entrato in una piccola radura, potè osservarlo in tutta la sua maestosità. Era una montagna altissima, quasi alpina, e proprio come un monte delle Alpi era ricoperto per metà di neve. Lo sapeva benissimo che una montagna alpina non ha senso nel Lazio, eppure era lì davanti a lui e sembrava crescere di volume ed altezza di minuto in minuto. Adesso non riusciva più a distinguerne la cima che era scomparsa immersa tra uno sparuto gruppo di nuvole raminghe. Gli bastarono pochi passi in più per trovarsi la strada completamente occupata dalla montagna che gli sbarrò la strada come un muro posto a dividere un confine. Ad Aureliano quello sembrò un imprevisto impossibile da affrontare. Era troppo alta quella montagna, troppo larga e lui troppo debole per poter solo pensare di scalare il monte e portarsi dall’altro lato.
Aureliano chiuse gli occhi e si lasciò cadere a sedersi sull’asfalto bollente.
Ritornò a domandarsi se valeva la pena quel suo trascinarsi verso un’ipotesi di salvezza, e si scoprì senza risposte utili. Il suo istinto di sopravvivenza era rimasto schiacciato dalla montagna e la ragione non lo aiutò a trovare la forza d’animo necessaria a studiare un piano alternativo per superare quell’ostacolo.
Trovò dolce e meritato abbandonarsi a questo senso di impotenza.
“E’ finita”. Si disse.
Sorrise e si sdraiò a braccia aperte in attesa la morte se lo portasse via.

 
 
 
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