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UN BUCO NEL CIELO - CAP. XI

Post n°1358 pubblicato il 24 Luglio 2012 da non.sono.io
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Vista dalla visuale del buco nel cielo, la città non era altro che una macchia grigia lambita da schizzi di colore verde in tutte le sue sfumature. I riflessi del sole scivolavano sulle strade seguendo la loro rotazione naturale e facendo brillare le vetrate dei palazzi così che, usando l’immaginazione, il panorama dall’alto assomigliava ad un firmamento d’estate poco prima dell’alba, quando le stelle ancora non sono tornate ad abitare invisibili il cosmo. Fu il giorno in cui cielo si specchiò per la prima volta, e rimase muto ad osservarsi e a cercare di capire che forma avesse. Perché conosceva benissimo i venti che passavano costanti attraverso di lui, la rotondità della luna e il bagliore del sole, l’intangibilità delle nuvole e il volo miracoloso degli uccelli. Aveva coscienza di tutto quello che conteneva, ma non il suo aspetto. Il cielo credette di riconoscere in quella città, costretta a mero intersecarsi di coordinate al di sotto di uno spazio immenso e silente, il suo stesso umore, la sua stessa infinita solitudine. Si commosse di sé stesso e della sua sorte da osservatore inerte che in quel momento la Terra stava condividendo con lui. Gli scese una lacrima di pura malinconia, alla quale ne seguirono altre in quantità tale che una pioggia fitta e costante prese a bagnare tutto ciò che era rimasto su questo pianeta.
Leonora procedeva con la sua piccola vettura grigia metallizzata cercando di evitare le auto ferme che ingombravano le strade. La pioggia non la scompose. Rifletteva sul dove le sarebbe convenuto dirigersi, ma non gli veniva in mente niente. Non c’era rimasto più nessuno da raggiungere, e quando non si ha nessuno da andare a trovare, ogni posto è uguale ad un altro. Non si era fatta nessun piano di sopravvivenza, proprio non ci pensava. Sapeva che sarebbe potuta sopravvivere andando di tanto in tanto a prelevare quello che gli serviva direttamente dai frigoriferi dei supermercati, che avrebbe potuto abitare qualsiasi appartamento gli fosse piaciuto. Era tranquilla, non si sentiva in pericolo, al contrario: quel silenzio così profondo, l’assenza di caos vivo, la mettevano di buon umore, la rilassavano. Persino la pioggia, che da un po’ aveva cominciato a cadere incessante, sembrava contribuire a questo suo stato d’animo cheto come le acque di un lago. Osservava il panorama irreale che la circondava con la curiosità di un bambino al parco giochi, conduceva lentamente stando attenta a non andare a sbattere da qualche parte e, quando la zona della città le sembrava particolarmente interessante, si fermava proprio come fosse una turista davanti a un monumento sconosciuto. Quella nuova realtà, a Leonora, non le dispiaceva affatto, almeno per il momento.
Poi prese a scegliere solo grandi vie dove fosse più facile evitare le carcasse delle automobili, e così si lanciò verso la tangenziale fino a quando non si trovò su una stradina troppo piccola secondo i suoi nuovi canoni. Svoltò quindi per un’altra strada abbastanza larga e poi per un’altra ancora fino a quando non iniziò a percorrere il vialone che porta direttamente al mare. A Leonora piacque quella scelta involontaria e l’idea di andare a passeggiare sulla spiaggia, nonostante il tempo, sembrò rianimarla da quello stato di torpore mentale in cui era entrata dopo essere uscita dalla fabbrica. Ora aveva un posto da raggiungere, anche se non sapeva il perché.
Quando ebbe percorso circa un quarto del cammino, Leonora frenò perché a quel punto non era più possibile proseguire. Una lunga striscia di automobili pietrificate occupava tutta la carreggiata non lasciandole spazio. Si fermò qualche minuto ad osservare la pineta ai suoi lati, in parte bruciata, dove in tra gli alberi sbucava un pezzo di aereo ancora fumante, simile a quello che aveva visto in città. Si voltò a destra e a sinistra come per cercare l’ispirazione per un nuovo percorso, poi decise di fare retromarcia e cercare una strada alternativa per giungere al mare. 

 
 
 
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