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UN BUCO NEL CIELO - CAP. XII

Post n°1359 pubblicato il 25 Luglio 2012 da non.sono.io
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La montagna scomparve all’alba. Dai pini si staccarono a milioni le loro foglie a forma di aghi che si alzarono in volo come spinte da volontà propria. Salirono verso il buco nel cielo seguendo il tragitto segnato da un mulinello d’aria potente e impercettibile, sino a raggiungere le nubi per poi prodursi in danze multiformi come alla maniera gli storni nella stagione dell’amore. Poi seguendo un piano prestabilito noto solo a loro, si serrarono compatti a formare una specie di coperta  per dopo scendere in picchiata verso il monte che ad un tratto fu totalmente ricoperto d’aghi di pino. Quando anche l’ultimo sassolino della montagna fu nascosto al resto del mondo, caddero tutte le foglie a terra, e dove prima un ammasso enorme di roccia copriva la vista dell’orizzonte intero restò solo il vuoto.
Aureliano si perse completamente tutta la scena. Lui giaceva ancora sdraiato a terra, debole, e crocefisso al suolo polveroso. Anche se si era prefissato di arrivare alla spiaggia prima di sera, si riebbe solo all’alba del giorno dopo. Ci mise un po’ a riprendere del tutto conoscenza. Rimase molto tempo immobile con gli occhi aperti, così che gli passarono intere mandrie di pensieri delle specie più disparate a pascolare la sua mente. Gli tornarono alla memoria scene di quella festa in cui si ubriacò fino a dimenticare di esserci stato. Gente sconosciuta ballando; la musica che sembrava il rumore di un treno a vapore in marcia; una ragazza, ubriaca anche lei, mettergli le braccia al collo e ridere senza motivo. Ma già sembrava fosse passato un secolo da quella notte che fu l’ultima che visse nel mondo così come lo conosceva. Si sorprese a sorridere dei rimpianti che stava provando. Appena due giorni prima passava il tempo a maledire l’umanità, a sognarne la scomparsa, e forse era stato proprio lui con il suo scatto d’ira a provocare l’estinzione degli esseri umani. E invece adesso, riosservando il passato attraverso la lente benevola della memoria, gli sembrava che non fosse poi così male quel pianeta lì se messo in confronto alla situazione che gli toccava adesso. Quella sorta di pietà non durò molto. A pensarci bene, gli uomini si erano lasciati trascinare via senza opporre resistenza. Erano usciti tutti da quel buco che avevano accettato come una cosa naturale nella sua innaturalità, senza preoccuparsi di lui, facendo finta di niente fino a quando il niente se li inghiottì. Chissà  se lui era l’ultimo rappresentante della sua specie. Chissà perché il nulla non se l’era portato via. Chissà se ormai aveva un qualche significato trovare una risposta a queste domande.
Si trattene ancora a giocare con i suoi pensieri. Notò che mentre il suo corpo tentava di abbandonarsi all’oblio, la sua ragione scalciava come un neonato nel grembo materno, nel tentativo inutile di liberarsi di quella realtà. Ma la realtà andava cambiata prima, non manipolata attraverso i sogni e le speranze nel vano tentativo di dargli un sapore accettabile. Quanto tempo si era sprecato inseguendo il filo di parole inutili che non avevano fatto altro che portarci all’estinzione, mentre la felicità era lì, a portata di mano, bastava prendere delle decisioni e non rimanere impassibili mentre si formava quel buco.
I pensieri precedettero se stessi così velocemente, che giunse ad una conclusione prima ancora di essersi accorto di averla colta. Alzò un poco il viso a guardare di nuovo quel foro nella volta celeste, e per un istante si illuse di aver capito cosa fosse. 
Forse il buco era la mancanza che abitava l’umanità, il vuoto che forniva alle nostre paure la scusa per rimanere pietrificati, la punizione per l’ignavia con la quale avevamo provato a dipanare la matassa indistricabile del nostro futuro. E noi a veder passare la vita legata come una marionetta a fili agganciati in nessun posto. Il buco era il malessere dal quale tentavamo di fuggire e che invece di ha raggiunto.
Aureliano si asciugò la fronte dal sudore. Alla fine anche lui non sapeva far altro che ipotizzare. Nessuna certezza, neanche tra i suoi pensieri, e mentre tentava di raccogliere le forze per rimettersi in cammino, annunciato da un rombo di tuoni lontani, arrivò un temporale.
La terza visione la ebbe poco dopo. La pioggia l’aveva inzuppato ma allo stesso tempo gli aveva lavato lo sporco dal volto e parte del sangue dalla gamba. Quando le prime gocce gli bagnarono le labbra, si accorse di avere una sete terribile. Mise le mani a conca per tentare di raccogliere abbastanza acqua da poter bere, ma ne prese troppo poca per soddisfarsi. Con un terribile sforzo, tenendosi aggrappato allo sportello di una di quelle macchine morte, si mise in piedi e si guardò attorno. A quel punto Aureliano vide sull’altra carreggiata a qualche centinaio di metri da lui, il retro di un’automobile grigia che emanava fumo dal tubo di scappamento. Questo voleva dire che era accesa. Poi sporgendosi meglio notò che quel veicolo era condotto da qualcuno, un essere umano e vivo, proprio come lui. Tentò di correre con tutta l’energia che ancora gli rimaneva in corpo. Scavalcò i cespugli che crescevano in mezzo allo spartitraffico rovinando a terra e sbattendo uno zigomo. Ma non si arrese. Si avvicinò ancora. Adesso udiva in lontananza il rumore del motore, e riusciva a vedere bene la silhouette del conducente, forse una donna. Tra lui e lei c’erano solo poche vetture da superare, ma Aureliano era stanchissimo e la ferita gli doleva; si fermò un secondo a riprendere fiato e a studiare il percorso più breve per arrivare. Ma proprio in quel momento l’automobile si mise in marcia in maniera rapida e scomparve dietro la curva.

Fu il giorno in cui cielo pianse di se stesso e le sue lacrime fattesi pioggia, si confusero con quelle di Aureliano.

 
 
 
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