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UN BUCO NEL CIELO - CAP. XIV

Post n°1361 pubblicato il 02 Agosto 2012 da non.sono.io
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Il cielo smise di piangere insieme ad Aureliano. I due si osservarono: il primo con il suo immenso occhio nero, inespressivo come sempre, il secondo con lo sguardo vitreo, stanco, cercando di farsi venire in mente una qualche supplica da porgergli tuttavia senza trovarla. La gamba aveva smesso di dolergli, e questo lui lo interpretava con un cattivo presagio, aspettandosi un peggioramento della situazione. Istintivamente portò una mano a investigare il suo stato di dolore già che di guardare non trovava coraggio. Così lasciò al suo tatto il compito di fare l’analisi, e alla sua immaginazione quello di proferire la diagnosi. Sentiva come se il suo stesso corpo fosse città, anzi un pianeta che dotato di vita propria, dedito a seguire leggi indipendenti dalla sua volontà di regnare su di esso. Avvertiva le cellule morire, riprodursi, evolversi; il sangue scorrergli all’interno dentro canali fini come fogli di carta di riso senza che lui nemmeno lo avvertisse; organi regolati come orologi, funzionare al ritmo di ingranaggi atavici. Tutto ciò avveniva ogni secondo dentro di lui ed era grazie a quel misterioso operare di particelle se Aureliano stesso viveva. Ma loro non lo sapevano, ne era sicuro. Il suo corpo non sapeva, non poteva saperlo che tutto quel trambusto serviva solo a che la sua esistenza continuasse. Il fegato non aveva nessuna coscienza di ciò che era, e così le reni e le vesciche e tutto il resto. Nessuno di loro conosceva qual era in verità il suo scopo. E allora perché non si fermavano? Perché continuavano a darsi tanto da fare ignorando il fine delle loro azioni? Forse avevano un altro scopo, qualcosa che Aureliano non poteva comprendere semplicemente perché lui era la causa di quel non senso, lui era la soluzione alla domanda che le sue membra non avevano mai pronunciato. Si afferrò il petto come per parare l’attacco di un aggressore. D’un tratto anche il rumore che produceva il suo cuore battendo gli sembrò un suono sinistro, minaccioso, estraneo. Quello squarcio nella sua gamba, quella moria di tessuti vivi fino a prima dell’incidenti, corrispondeva al buco nel cielo di quell’universo parallelo che brulicava dentro di lui. Ora i misteriosi abitatori del suo corpo, poteva immaginarlo benissimo, erano spaventati da quella infausta novità all’interno di un meccanismo perfetto. Osservavano con timore quello stillicidio di cellule, e sicuramente iniziavano a farsi delle domande: cosa c’è fuori da quella ferita?
Lui, certo, conosceva la risposta. Al di là del taglio avrebbero incontrato di nuovo loro stessi ma con un’altra forma, quella che assumono i molti quando si fanno uno. Il suo “dentro” sarebbe stato capace di riconoscere in Aureliano il prodotto del suo esistere?
Si concentrò e si sforzò di ascoltare il brusio che avrebbe dovuto produrre tutto quel costante aprirsi e chiudersi di valvole, quel secernere e fluire, quel comprimersi ed espandersi di materiale organico, e invece nulla. Tutto taceva seppellito da una nevicata di silenzio, proprio come intorno a lui. Pensò che quell’assenza di suono doveva essere sicuramente perché stavano tramando qualcosa: bisbigliavano tra loro e usavano più cura nel loro operare, proprio per non attirare l’attenzione. Qualcuno tra di loro preso dal panico della ferita sicuramente già stava pensando di opporsi a quel futuro di certa agonia. “E’ così”, pensò, “che iniziano le rivoluzioni”. Bisognava fermarli, rassicurarli, farli tornare all’ordine, e l’unico modo per farlo era saturare la ferita, ristabilire la normalità. Allora nervoso si guardò intorno per cercare qualcosa adatto a curarsi. Con furia isterica prese ad aprire le carcasse di automobili con calci, pugni, sfondando i finestrini con i gomiti, nella spasmodica ricerca anche solo di un cerotto. Nella prima c’era una borsa con dei costumi e asciugamani null’altro. In un'altra trovò delle corde, una busta di plastica con dei panini. Ma quando aprì la terza rimase a bocca aperta.
Incastrato tra lo schienale dei sedili anteriori e quelli posteriori, accucciato per terra con la faccina sporca di fango, c’era un bambino, che quando vide Aureliano sbucare dallo sportello prima sgranò gli occhi poi si portò le braccia sopra la testa a proteggersi.
In un baleno Aureliano si dimenticò della rivoluzione che secondo lui stava montando a sua insaputa. Quel ragazzino lo catapultò in un’altra dimensione, parallela eppure completamente diversa da quella in cui stava vivendo fino a pochi istanti prima.
E il suo corpo tirò un sospiro di sollievo. Stava quasi per essere scoperto.

 
 
 
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