Creato da vitotroiano il 08/01/2008
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Il futuro di Letta dipende dal suo partito

Post n°231 pubblicato il 06 Agosto 2013 da vitotroiano

Non saranno Silvio Berlusconi ed il Pdl a provocare la crisi di governo. A stabilirlo non c'è stata solo la rassicurazione fornita dal Cavaliere nel corso del comizio di via del Plebiscito. Neppure la ostentata assenza dei cinque ministri Pdl della manifestazione. E, se proprio vogliamo, neppure l'assenza di toni ribaldi od eversivi registrata in una piazza traboccante di rabbia per la liquidazione per via giudiziaria del proprio leader politico. La vera garanzia che non sarà il centro destra a mandare a picco il governo di larghe intese è data dall'interesse concreto che il Pdl e lo stesso Berlusconi hanno nell'evitare una crisi al buio dagli esiti assolutamente imprevedibili. Non solo le elezioni anticipate, infatti, ma come ha ipotizzato Stefano Rodotà ormai calato definitivamente nei panni del guru della sinistra più ottusa ed oltranzista, anche un governo di parte del Pd, un pezzo di Scelta civica, Sel e Movimento Cinque Stelle.

 Dal versante del centro destra, quindi, sempre che l'accanimento giudiziario nei confronti di Berlusconi non comporti anche l'eventualità di domiciliari muti, cioè la pretesa di impedire al leader condannato di far sentire la propria voce ai propri simpatizzanti ed elettori, Letta non deve aspettarsi sorprese negative. Per il Presidente del Consiglio, infatti, il vero pericolo viene dal fuoco amico, quello che potrebbe venire dal Partito Democratico. Non per detronizzarlo e preparare il terreno per l'esecutivo evocato da quel profeta di sciagure che è diventato Stefano Rodotà. Ma, paradossalmente, per intronizzarlo non più come semplice presidente del consiglio ma anche come leader del partito in alternativa a quel Matteo Renzi che punta ossessivamente allo stesso obbiettivo. Intendiamoci, il pericolo del fuoco amico non è per l'immediato. Anche il Pd non ha interesse ad assumersi la responsabilità di aprire la crisi nel bel mezzo dell'estate senza sapere dove potrebbe portare una avventura del genere

Sia perché il gruppo dirigente del Pd appare talmente frastornato e terrorizzato dal rottamatore toscano dall'essere disposto ad inventare qualsiasi manovra, anche la più azzardata, pur di annullare il nemico in agguato. In realtà, comunque, non c'è nulla di avventuroso nel pensare di contrapporre Enrico Letta a Matteo Renzi. E non c'è nulla di irrealistico nel prevedere che in autunno le larghe intese possano aver concluso la loro missione e debbano lasciare il campo ad una campagna elettorale di chiarimento politico definitivo destinata a concludersi con un voto nella prossima primavera. Anzi, una prospettiva del genere non solo è realistica ma anche auspicabile. Il paese ha bisogno di chiarezza e di un governo stabile. Non di un esecutivo paralizzato.

 
 
 

La stupefacente durata dei processi

Post n°230 pubblicato il 03 Luglio 2013 da vitotroiano

 

La Corte d’Appello è “troppo spesso vittima e allo stesso tempo carnefice della stupefacente durata dei processi”. Lo spiega alla perfezione il Procuratore generale della Corte di Cassazione nella relazione sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2009. Il secondo magistrato d’Italia ricorda che “il Ministero della giustizia ha pagato, fino al 2009, 150 milioni di euro di risarcimento per legge-Pinto, ha un debito ancora esistente, fino al 2008, di 86 milioni di euro e per il solo anno 2009 sono già stati contratti 31 milioni di debiti, per un totale ammontante a 267 milioni di euro”. La legge-Pinto, che fa onore alla Repubblica, prevede un’equa riparazione per i cittadini incappati in processi troppo lunghi.

Sulla domanda di risarcimento giudicano le corti d’appello. La lentezza ordinaria della giustizia ha prodotto un notevole incremento di domande. Con questa paradossale conseguenza: che i ricorsi non riguardano più soltanto il ritardo del processo originario, ma anche il ritardo del processo riparatorio, che genera a catena altri ricorsi per il ritardo del ritardo! Perciò il Procuratore generale invoca una riforma che riduca significativamente “quegli incresciosi fenomeni della cosiddetta “Pinto-bis”, ossia la richiesta del danno anche per il ritardo nella conclusione del procedimento-Pinto; ci sono ormai casi anche di Pinto-ter e di Pinto-quater”.

E conclude con un interrogativo che sorprende per la sua lapalissiana evidenza: “Perché continuare a sprecare tante risorse per risarcire i danni dell’arretrato, quando potrebbero essere destinate a smaltirlo?”. Già, perché? Forse perché, parafrasando Orazio, in Italia “omne desinit in piscem”. Pure le cose buone si pervertono.

 
 
 

Podestà teme per la sua carriera

Post n°229 pubblicato il 12 Giugno 2013 da vitotroiano
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Il Presidente della provincia di Milano Guido Podestà è preoccupato per la sua carriera politica. Ha ragione, il primo gennaio dell'anno prossimo la Provincia di Milano dovrebbe essere sciolta e quindi Podestà potrebbe terminare la sua inopinata carriera amministrativa. Amministratore Delegato Edilnord di Paolo e Silvio Berlusconi fu scelto da quest'ultimo per un cursus straordinario che lo portò dapprima al Parlamento Europeo di Bruxelles, poi direttamente alla presidenza della prestigiosa Provincia di Milano. Prestigiosa ma non quanto forse lo stesso Podestà sperava perché nel breve tempo di pochi anni l'insorgere della crisi e la necessità di realizzare economie ha portato il governo a sciogliere gli Enti inutili e tra questi, come da tempo si chiedeva, le provincie. La cosa non è così semplice perché occorre una legge costituzionale che deve essere approvata, come si sa, in doppia lettura dalle due camere ma per la Provincia di Milano, ahimè, la cosa è più semplice perché da vent'anni si deve costituire la Città Metropolitana milanese cioè un Ente che comprenda non solo il comune di Milano ma molte decine di comuni limitrofi in modo da costituire una omogenea struttura urbana. Vent'anni fa, e questo lasciava tranquillo il presidente Podestà, i suoi assessori e consiglieri, vent'anni fa ripeto, era stata varata una legge che prevedeva la costituzione della Città Metropolitana di Milano incaricando la Regione Lombardia di delimitarne i confini stabilendo che se non l'avesse fatto entro quattro anni, a ciò avrebbe provveduto direttamente il Ministero degli Interni: nulla è stato fatto.
Insomma, tutte queste piccole sfarzosità da corte rinascimentale ( qualche milione di euro) stanno per scomparire e il presidente, molto giustamente se ne preoccupa al punto di collocarsi in una situazione politica anomala quasi marginale al Pdl. Per dirla tutta, in una posizione di lancio forse nella direzione di Scelta Civica che nel frattempo, su iniziativa del senatore Valditara, ha aperto una bella sede in Corso Venezia. Quasi sempre vuota.



 
 
 

Sorpresa. Ecco la rivoluzione del Pd per il Quirinale

Post n°228 pubblicato il 25 Maggio 2013 da vitotroiano

Tratto dal foglio.it Claudio Cerasa

All’interno del dibattito un po’ minimalista relativo al futuro della legge elettorale fino a oggi la discussione tra i partiti è stata tutta centrata sul seguente tema: come diavolo si può modificare questo dannato Porcellum per evitare che alle prossime elezioni si venga a creare una situazione simile a quella che si è verificata alle ultime elezioni? C’è chi dice con un piccolo premio di maggioranza nazionale da applicare al Senato, c’è chi dice con una soglia da raggiungere per avere il premio alla camera, c’è chi chiede di tornare al Mattarellum, chi propone la legge dei sindaci, chi propone piccole modiche al porcellum, qualcuno pensa al modello ungherese, altri sognano il modello australiano, e quasi nessuno invece – tranne rarissime eccezioni – ammette che l’unico modo per dare una stabilità al nostro paese, garantire il bipolarismo, aiutare il sistema dell’alternanza e rottamare i piccoli partiti, è quello di lavorare per trasformare il sistema istituzionale italiano in un sistema simile a quello francese: elezione diretta del capo dello stato con doppio turno, appunto, alla francese. Negli ultimi giorni, a sponsorizzare questo modello, sono stati a sinistra Renzi e Veltroni e a destra il ministro Quagliariello. Molte parole, ma poco di più. C’è però una novità che potrebbe animare il dibattito, e la discussione sul tema sistema elettorale, ed è una proposta di legge che è stata depositata la scorsa settimana alla Camera da un gruppo di deputati di ogni corrente del Pd e che punta a introdurre nel nostro paese proprio il sistema presidenziale francese. Uguale. Identico. Elezione diretta del capo dello stato e doppio turno. Una rivoluzione. I sostenitori di questo disegno di legge sono Vinicio Peluffo (veltroniano), Roberto Giachetti (renziano), Enzo Amendola (dalemiano), Dario Parrini (renziano), Andrea Manciulli (dalemiano), Chiara Braga (area dem), Walter Verini (veltroniano), Antonio Misiani (bersaniano), Andrea Martella (veltroniano), Alan Ferrari (Area Dem). La proposta c’è. Il fronte del Pd che lo appoggia è trasversale. Il Pdl lo vuole. Renzi lo vuole. D’Alema lo vuole da tempo. Veltroni lo vuole da tempo. Bersani lo vuole da tempo. Tutti lo vogliono da tempo. Che aspettate? Se non ora quando?

 

 
 
 

Secondo settennato di Napolitano

Post n°227 pubblicato il 26 Aprile 2013 da vitotroiano

La rielezione di Giorgio Napolitano è frutto di una partita giocata novanta minuti è, al novantunesimo l'arbitro fischia un rigore e di fronte al rischio, ormai concreto, per il Parlamento di eleggere un Presidente della Repubblica “per caso” e per il Pd e la sinistra italiana di votare il candidato di un movimento antistatale e di incerta fisionomia democratica.
Il discorso con cui Napolitano ha avviato il suo secondo mandato sembra quindi delineare non una ‘prorogatio’, ma la possibilità di una inversione di tendenza: “ultimo richiamo” per “un colpo di reni”.
E’ la denuncia di “un paio di decenni” in cui l’Italia è stata più divisa e avvelenata di quando si viveva all’epoca della “guerra fredda”. Non c’è nostalgia del passato, ma rabbia per mancato rinnovamento.
Ma non essendo seguaci del “culto della personalità”, non manchiamo anche di fare una considerazione critica nei confronti del discorso del Capo dello Stato. In esso vi è un silenzio assordante sulla magistratura politicizzata. Da dove ha anche origine la demonizzazione dell’avversario politico? Da dove vengono il fuoco che infiamma le piazze contro il Parlamento e il veleno che ha impedito le necessarie intese per modificare la Costituzione e rinnovare le istituzioni?
Dopo che il Pd ha votato Napolitano (e non insieme a Grillo), un ex esponente del pool di Mani Pulite ha annunciato che si sarebbe immediatamente iscritto al Pd solo per poterne stracciare la tessera.

 

 
 
 

Legge elettorale, il Pd teme il doppio gioco del Pdl. Gasparri: bluffano

Post n°226 pubblicato il 31 Luglio 2012 da vitotroiano
Foto di vitotroiano

 - Restano lontane le posizioni dei partiti su una riforma condivisa della legge elettorale. In particolare a bloccare la situazione è il timore del Pd che il Pdl intenda portare avanti “doppio gioco”, risuscitando l’alleanza con la Lega come per il semipresidenzialismo. Una posizione resa esplicita sabato da Pier Luigi Bersani, che ha evocato il rischio di una “rottura irrimediabile” nella maggioranza che sostiene il governo Monti. A dare voce ai timori del Partito democratico è il senatore Nicola Latorre in un’intervista a La Stampa: “Il Pdl sta facendo il doppio gioco - afferma il parlamentare -. Gioca alla doppia maggioranza, una che sostiene il governo Monti e una che lo vuole minare. Se non cambia registro, c’è il serio rischio che salti la maggioranza di governo. È esplicito, un film già visto con le riforme costituzionali, dove c’era un’intesa che il Pdl ha stracciato dopo le amministrative, per ritrovare un asse con la Lega. Stanno facendo la stessa cosa con la riforma elettorale”. A poco sembrano valere le rassicurazioni del Pdl che il partito non è intenzionato a mettere all'angolo il Pd votando una legge elettorale con la Lega e (eventualmente) Udc. Ma il malumore cova.

Lo dimostra l’intervista rilasciata, sempre a La Stampa, dal capogruppo Pdl a Palazzo Madama Maurizio Gasparri, che definisce “un bluff” i timori del Pd: “Non sopporto di essere accusato di voler fare un colpo di mano sulla legge elettorale - afferma il presidente dei senatori -. Noi vogliamo discutere, non creare lacerazioni”. Tanto più, osserva Gasparri, che “se anche il Pd discutesse al suo interno” il partito potrebbe cambiare posizione, dal momento che sulle preferenze sono molti i dirigenti a essere favorevoli, “come Letta, Fioroni e Bindi”. “Anche Casini vuole le preferenze e allora perché dobbiamo fare quello che vogliono loro?”, domanda retoricamente Gasparri. Insomma, “un clima di sospetti e qualche veleno”, come lo definisce Repubblica, che non aiuta il clima. Al punto che il vertice Abc, “mai fissato ma annunciato da tutti”, non si terrà. Quanto meno questa settimana. Il confronto sotterraneo tuttavia continua e in giornata torneranno a riunirsi gli sherpa di Pd, Pdl e Udc.  

 
 
 

Riforma elettorale, ennesima farsa

Post n°225 pubblicato il 11 Luglio 2012 da vitotroiano
Foto di vitotroiano

 

I ripetuti, quasi ossesssionanti, richiami del Quirinale alle forze politiche sui diversi temi, in primis, sulla  legge elettorale, rivelano ciò che alla politica è nascosto da anni, mostrano una verità elusa, svelano il mistero: della loro perduta identità. O della loro stessa ragion d’essere.Sono richiami assolutamente politici che, tuttavia sembrano come scoprire un passato lontano, remoto, quasi arcano, il tempo cioè in cui le parole erano precise, forti, chiare perché avevano riferimenti chiari e incontrovertibili, ovvero i partiti e, dietro questi, se non dentro i partiti stessi, delle idee precise, forti, da combattimento e da governo. Le parole avevano un senso perché la politica possedeva quella capacità di avvincere e di convincere proprio perché ogni partitio aveva un’idea del paese, del mondo, della storia. Se oggi dovessimo chiedere al Pdl o al Pd, all’Udc o a Sel (l’Idv è il dipietrismo più il grillismo = giustizialismo) che paese ipotizzino, che futuro propongano, che idea rilancino e quali progetti sostengano per l’Italia che verrà, ascolteremmo borbottii sul liberalismo condito di decisionismo, gargarismi sul progressismo, ideuzze sul cattolicesimo liberale, slogan straconosciuti sulla ecosostenibilità.

Su tutto, l’assordante  chiacchiericcio pseudopolitico, simile a un pavone cangiante e coloratissimo, ovvero il  sistema elettorale preferito: ed ecco il  maggioritario da non abbandonare, il proporzionale da non scartare, sia pure con lo sbarramento, le preferenze da non buttare e, ancora, il semi-presidenzialismo, il doppio turno, il premio di maggioranza o di partito, collegi alla spagnola, senato federale e via elucubrando. Mettono il carro davanti ai buoi, in una sarabanda di proposte e controproposte al fondo delle quali l’ottimo Napolitano ha scorto, e non era tanto difficile scorgerlo, il cattivo genio del lasciamo le cose così, teniamoci il porcellum, e...amici, o nemici, come prima. E’ chiaro e lampante che così impostato, senza cioè un rilancio dello sforzo progettuale di ciascun partito rispetto al proprio paese, il tema della riforma elettorale, meglio, del sistema elettorale, finirà in archivio. Ma c’è un ma, grande come una casa. E lo hanno ripetuto in tanti, compresi alcuni nei diversi schieramenti consapevoli che il Porcellum è una delle grandi cause dell’attuale degrado e astensionismo. 

Sia per la concessione ai boss partitici della facoltà incontrollata di nominare chiunque in Parlamento sottraendo all’elettore la libertà di scelta del proprio candidato, sia quello spropositato premio di maggioranza che lungi dal garantire la stabilità ha favorito scissioni,gruppuscoli, ricatti e destabilizzazioni, condite di ruberie e di mirabolanti rimborsi di cui il caso Belsito e Lusi sono la punta di un iceberg ben più gigantesco. Ed è infatti contro questo iceberg che è andato a schiantarsi il Titanic Italia, salvato, per ora, da Napolitano con  un governo extraparlamentare che esegue la lettera della Bce dell’agosto scorso (governo Berlusconi). Una salvezza pro tempore, come si sa, che tuttavia sta ingannando i protagonisti, sia con l’ipotesi non del tutto sbagliata, del governo presente e futuro di larghe intese tipo Grosse Koalition, sia con la speranziella del Pd di vincere a mani basse nel 2013 grazie al sopravvisuto Porcellum, con alleanze variabili ora con ora senza Casini.

Tutti, o quasi, se si eccettua il giovane e intelligente Renzi che ha sfoderato un suo programma fatto non solo di rottamazioni ma di progetti antichi e futuri a volte in chiave blairiana se non craxiana, sembrano catturati dallo sforzo di inventarsi un sistema elettorale ad personam. E i programmi, e le idee, e i progetti? Così, tanto per dire: il Pdl di Alfano e soci, che ha a che fare con il Dna prodotto da una leadership storica, che Italia vuole? Che idea di paese ha? Quale Europa intende promuovere? Quale pogettualità ha in serbo su cui mobilitare il corpo stanco e deluso del centro destra? Dove è finito lo spirito liberale, di cui questo giornale e il suo direttore, hanno quotidianamente richiesto il rilancio? Si ritorni ai fondamentali, verrebbe voglia di dire, anche se la stessa parola “liberale” è stata così sbadatamente bistratta dal mai nato partito liberale di massa...

 
 
 

L'eterna giovinezza.

Post n°224 pubblicato il 31 Gennaio 2012 da vitotroiano

Non volere accorgersi che l'avvento del governo dei tecnici ha cambiato radicalmente il panorama politico italiano, significa – soprattutto - non volere prendere atto della fine di un'epoca storica che ha preso il nome di bipolarismo. Berlusconi lo ha fatto, mentre Bossi che ricorda, qua e là la metafora struggente di Oscar Wilde che ne “Il ritratto di Dorian Gray" inseguiva l''impossibile eterna giovinezza col risultato di finire travolto dall'inesorabile incalzare del tempo.
Non volere accorgersi che l'avvento del governo dei tecnici ha cambiato radicalmente il panorama politico italiano, significa – soprattutto - non volere prendere atto della fine di un'epoca storica che ha preso il nome di bipolarismo. Incardinato, ovviamente, su Silvio Berlusconi del quale ricorre in questi giorni il diciottesimo anniversario della discesa in campo.
Uno dei più tenaci negazionisti del cambiamento drastico avvenuto è Umberto Bossi che ricorda, qua e là la metafora struggente di Oscar Wilde che ne “Il ritratto di Dorian Gray" inseguiva l''impossibile eterna giovinezza col risultato di finire travolto dall'inesorabile incalzare del tempo.
Altro che spadone di Alberto da Giussano, qui siamo in piena reverie d'un tempo che non torna più, di una stagione destinata all'archivio. L'uscita dalla scena governativa (non politica, intendiamoci) di Silvio Berlusconi ha significato innanzitutto l'esaurirsi di una alleanza, già messa in crisi irreversibile da Fini e da un Terzo Polo che, come dice la parola stessa, butta al macero il concetto di bipolarismo, ma anche dalle (ir)responsabilità della Lega nell'opporsi, stando nei ministeri, alle richieste europee cui Tremonti era invece attento, finendo con la destablizzazione del Governo Berlusconi.
E siccome la sinistra aveva paura di nuove elezioni temendo di vincerle, ecco che dal cappello del Quirinale è uscita la sorpresa Monti. Dal trauma, il più rapido a riprendersi è stato il Cavaliere che ha avvertito fin da subito l'impotenzaaaaaa di qualsiasi posizione oppositoria, specialmente da parte sua e del Pdl, ben consapevole che la patente di statista si può conquistare non solo stando a Palazzo Chigi, meglio ancora se fuori, con in mano la golden share del nuovo governo di Supermario.
Berlusconi e lo stesso Alfano, sanno di giocare una partita con ottime carte ma pur sempre complessa, a volte simile a una scommessa date le tensioni dentro il corpaccione di un Pdl leaderistico dai tratti anarchici, ma con molteplici opzioni, in primis con Casini oltre che con Bersani. Al contrario, Bossi e i suoi boys peraltro in piena guerra civile di successione, tengono l'orizzonte basso, ristretto ed obbligato dell'opposizione condita di insulti.
Che altro può fare una simile Lega se non opporsi a Monti, per di più muovendosi in un Nord che ha assolutamente bisogno di risposte nazionali e internazionali, come mandano a dire i suoi ceti produttivi col popolo delle partite Iva già fedeli al Senatur, e che lo guardano ora con crescente disappunto in preda a violenti dissensi interni che interessano esclusivamente lo zoccolo duro e il cerchio magico.
Peraltro, che fastidio può provocare nel gelido governo Monti il turbinio disordinato dell'opposizione leghista se non qualche battito impercettibile di ciglia? Se persino Di Pietro, una specie di sottoprodotto berlusconiano privato del suo artefice, spera in un paso doble con Vendola per ricatturare Bersani, che resta da fare all'opposizione se non abbaiare alla luna? Prendendosela, come fa il Bossi, con le mezze cartucce nell'illusione che l'insulto da bar rinsangui una leadership allo stremo, col risultato di rafforzare il disegno stabilizzante del Cavaliere, le scelte di Monti e una complessiva convergenza dei tre poli verso una politica destinata, prima o poi, a riprendere in mano proprie le vicende italiane.
Qui emergono i rischi e i limiti vistosi della Lega. La sua crisi è politica segnala la fine di un'epoca, accentuata dal trauma del governo tecnico che ha causato un surplus di guai, oltre la dissidenza maroniana, oltre la grave malattia del suo leader: che credibilità ha infatti oggi un movimento che si spaccia per separatista avendo fatto dal '94 ad oggi, tutte le politiche e il loro opposto, trovandosi ora scaricato dal governo prima e poi dal potere notevolissimo accumulato (si pensi solo alla Rai), e che adesso minaccia la giunta di Formigoni, ben conscidel fatto che se riuscisse ad avere la sua testa, cadrebbero subito dopo quelle di Cota e di Zaia.
Bingo!

 
 
 

In molti a sinistra dovrebbero chiedere scusa a Craxi

Post n°223 pubblicato il 10 Ottobre 2011 da vitotroiano

Parlando a Lucera, in provincia di Foggia, dove ha inaugurato una sezione del Psi intestata al padre Bettino, Bobo Craxi ha dichiarato che “un moderno Partito socialista non può non ispirarsi agli orientamenti di fondo della migliore stagione riformista dei socialisti degli anni ’80. Allora”, ha proseguito Craxi, “con ben altro ‘piglio’ venne aggredita la crisi economica riportando l’Italia nella serie ‘A’ dei Paesi industrializzati: oggi, invece, siamo in zona retrocessione e recessione. Si rispolvera con orgoglio”, ha aggiunto, “la stagione di De Gaperi e la moralità di Berlinguer. Noi rispettiamo tali riflessioni, ma è bene ricordare che Craxi non fu da meno e, forse per questo, criminalizzato con ignominia. Dopo tutte le ‘lezioncine’ a sinistra sulla questione morale, vedere a Milano autorevoli dirigenti del Pci finire sotto processo per tangenti fa un certo amaro effetto. Solo per questo”, ha concluso il dirigente socialista, “in molti dovrebbero chiedere scusa”. 

 

 
 
 

La politica è morta, la giustizia è malata

Post n°222 pubblicato il 26 Luglio 2011 da vitotroiano

Rino Formica

Prende nuovo e diverso corpo la questione giustizia che in questi ultimi trent’anni è stata influenzata da interferenze politiche.

Lo scontro tra garantismo e giustizialismo vedeva in campo due contrastanti legioni: i garantisti che si richiamavano al principio costituzionale del giudice “ soggetto solo alla legge”; i giustizialisti che si appellavano ad una forzata interpretazione della norma costituzionale per invocare il diritto del giudice a leggere la legge in stretta connessione con l’evoluzione politica e sociale della società.

Questa discussione si sta esaurendo perchè i pregi ed i difetti delle due interpretazioni producono assoluzioni e condanne in tutte le aree politiche. E’ in via di esaurimento il sostegno assoluto e acritico di una parte politica ad una tendenza partigiana della magistratura.

Bene ha fatto il Presidente della Repubblica a porre la questione giustizia come crisi della giustizia all’interno di una più vasta crisi di sistema.Ciò vuol dire una cosa semplice: non bastano più le sentenze per modificare le leggi, e le leggi per correggere le sentenze.

L’attuale giustizia è un elemento di freno e di disorientamento nel processo di sviluppo e di crescita civile della società. Parlamento e C.S.M. non possono più essere camere in conflitto tra di loro, ma insieme devono ridisegnare i confini tra politica, giustizia e società per correggere le disastrose invasioni di campo prodotte dal caos politico del “novismo” anni novanta.
Ecco un bel tema posto dal Capo dello Stato.
Spetta al Parlamento e al CSM svolgerlo.
Ne saranno capaci? Vedremo!

*Tratto da "Critica Sociale"

 

 
 
 

Probabile discesa in campo di Travaglio

Post n°221 pubblicato il 26 Luglio 2011 da vitotroiano

Come per D'Alema, Travaglio vicedirettore del Fatto Quotidiano; ne ha anche per Bersani.  Ha assestato il colpo di grazia alla candidatura del segretario del Pd alla premiership per il centrosinistra.
Travaglio, dopo aver elencato i rischi di una ’sventata’ (da arresti e indagini) compagine politica bersaniana al governo in caso di vittoria, termina la sua requisitoria chiedendo retoricamente a Bersani se, “visto il suo fiuto da rabdomante nella scelta dei suoi fedelissimi, è sicuro di essere il miglior candidato del centrosinistra alle prossime elezioni”.
Che sia durata poche ore l’illusione del segretario del Pd Pierluigi Bersani di poter approfittare di apparentemente favorevoli circostanze come l’accarezzata prospettiva dell’arresto, bocciato poi al Senato, del senatore Tedesco, democratico vicinissimo a D’Alema, per liberarsi della prospettiva di un patto con Pierferdinando Casini e aprire la strada ad un accordo con Vendola e Di Pietro è cosa evidente.
Tanto più che la carcerazione di Franco Pronzato, ai tempi in cui Bersani era ministro delle Attività Produttive contemporaneamente responsabile dei trasporti del Pd e membro anche nel Cda dell’Enac e ora accusato di aver preso tangenti in una gara d’appalto e ancor più il caso di Filippo Penati, braccio destro e capo segreteriaa del segretario Pd fino a qualche mese fa adesso indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito, pesano molto e rappresentano un probabilissimo cambio di scenario all’interno del Pd.
E’ evidente, dunque, che il coinvolgimento con il caso Penati soprattutto rappresenta per Bersani una macchia sulla sua futura candidatura. Dopo D’Alema anche lui potrebbe finire in retrovia. E la lettera di Travaglio potrebbe accelerarne l’iter. Ciò che non è chiaro però è a quale mulino stia tirando l’acqua Travaglio: quello di Vendola? Anche il presidente della Regione Puglia è finito invischiato dal caso Tedesco il quale sostiene di aver operato in passato su indicazione proprio di Vendola.
O quello di Di Pietro, difficilmente candidabile per quel suo tratto vagamente ipercaratterizzato sebbene ultimamente giochi a ’moderazionando’. O Travaglio punta su de Magistris, che potrebbe sempre spendere in futuro le proprie credenziali di sindaco di Napoli alla candidatura del centrosinistra a premier? E se Marco Travaglio, invece, lavorasse per se stesso e di fronte a cotanto scompiglio del Pd pensasse di radunare la ciurma degli insoddisfatti e salpare verso lidi più prestigiosi? Almeno sulla carta?

 
 
 

Tutti contro tutti

Post n°220 pubblicato il 28 Giugno 2011 da vitotroiano

 A Milano, culla e patria del Cavaliere, città dei trionfi di Fi, con lunghe gestioni sindacali (dal 1997 al 2011, da Albertini a Moratti, nel Pdl, con un Presidente di Provincia, Podestà, eletto lo scorso anno e un Governatore tosto e di lungo corso come Formigoni, si assiste al tutti contro tutti.
Persino sul capogruppo in Consiglio Comunale, peraltro di opposizione, non s’è trovato l’accordo. Non solo, ma la Moratti si è fatta il suo piccolo gruppo a parte. Cosa succede? A prima vista sembra trattarsi della coda dell’insuccesso elettorale. Dopo una batosta del genere, la crisi interna è sempre destinata ad esplodere alla ricerca dei responsabili in una sorta di conta destinata a ulteriori spaccature.
Ma non basta il successo, del resto insperato ma non immeritato, di Pisapia a spiegare quanto sta accadendo nel Pdl che, non va dimenticato, rimane ancora il primo partito a Milano. Il fatto è che la crisi viene da lontano e la sconfitta della Moratti ne è stato il detonatore, non la causa.
Da anni, da quasi dieci, il Pdl sta perdendo voti in città. Lo scorso anno, per dire, Podestà fu eletto al ballottaggio ma nell’ambito comunale era stato battuto dall’antagonista Penati del Pd. Quest’anno, sullo sfondo della crisi economica e della devastazione mediatico giudiziaria del Premier, la sinistra ha saputo cogliere l’occasione con una candidatura capace di attirare nella sua orbita una gran parte dell’elettorato socialista e, soprattutto, il consenso massiccio della Chiesa del Card.
Tettamanzi (parroci, volontariato, Caritas, ecc) che Pisapia ha premiato col vicesindaco. A presidiare i conti e i controlli finanziari ha incaricato Bruno Tabacci, già Governatore lombardo democristiano, uomo politico di vaglia, dalle importanti relazioni economiche, vero e proprio uomo forte nell’esecutivo municipale.
Una mossa, quella del nuovo sindaco, da non sottovalutare, anche in funzione della “copertura” politica che offre la sua promozione, simbolo, anche, di un mondo ex democristiano nel quale uomini di prestigio “cattolici” come Beppe Guzzetti, già governatore di lungo corso e attuale presidente della Fondazione Cariplo o come l’onnipotente Bazoli o Piero Bassetti, il gran borghese sponsor di Pisapia, simboleggiano un passato e, al tempo stesso, un presente in cui sanno come giocare le loro carte.
La classe, come si dice dalle nostre parti, non è acqua. Su questi ed altri aspetti della nuova realtà politica ambrosiana, il centro destra farebbe molto bene a discutere, a condurre analisi, a confrontarsi, ad assumere, in altre parole, il ruolo di opposizione. Il Pdl sta facendo esattamente l’opposto: nessuna analisi, nessuna riflessione approfondita, nessun dibattito.
Già, ma dove si dovrebbe tenere questo confronto, in che luogo politico-culturale, con chi, in quale organismo? Nel partito? Sono anni e anni che in quel partito sono in disuso il nome e la pratica della dialettica interna. Nemmeno le correnti - come si chiamavano una volta - si vedono e si sentono.
Anche perché, quando non c’è un partito non ci sono neppure le correnti. Sono scomparsi anche i circoli culturali che si aprivano all’esterno, agli elettori, allo scambio e al confronto, a cominciare da quello del senatore Dell’Utri. Sparito quello, si sono dissolti, man mano, tutti gli altri, laici, socialisti, liberali.
Dove è stato commesso l’errore? Da chi? Perché? Domande e risposte complesse ma poco utili. Il vero, grande limite, lo sbaglio più clamoroso e forse, dico forse, inemendabile non è tanto o soltanto l’avversione berlusconiana all’idea stessa di partito, quanto, soprattutto, l’assenza di organismi veri e propri con regole interne valide per tutti, la chiusura progressiva in sé.
Ovvero, l’autoreferenzialità, che via via si è installata nella creatura del Cavaliere. Secondo il sociologo tedesco Luhmann, l’autoreferenza è la proprietà, la specificità di una sistema, di un partito, di un movimento, di riferirsi a elementi e operazioni esclusivamente interne a esso, distinte nettamente, volutamente, da quelle dell’ambiente circostante.
A cominciare da quelle dei propri elettori.

 
 
 

Le tre cause della sconfitta della Moratti

Post n°219 pubblicato il 18 Maggio 2011 da vitotroiano
Foto di vitotroiano

Di fronte ai dati, c’è poco da filosofare. I risultati milanesi - in attesa del ballottaggio che, peraltro, non è mai scontato, tanto meno sotto la Madonnina - parlano chiaro. Le tre cause della sconfitta: quella berlusconiana, quella morattiana e quella leghista. Il che sta a indicare la crisi di un ciclo politico durato quasi venti anni.
Era peraltro difficile in sè e per sè che la Moratti vincesse al primo turno. In base agli ultimi dati regionali e provinciali solo un eccesso di ottimismo avrebbe dato la vittoria al sindaco uscente, nonostante la debolezza del competitor Pisapia. Si è sempre detto: sindaco uscente è (quasi) sempre entrante, nel senso che alle elezioni il primo cittadino parte con un vantaggio persino ovvio sull’avversario, a cominciare dal potere che esercita e che ha esercitato durante il suo mandato.
Oltre al resto, beninteso.
Oggettivamente, Pisapia partiva con degli handicap, a cominciare dal fatto di essere stato sponsorizzato da Nichi Vendola, che non è un signor nessuno. Non scattando tuttavia l’effetto sindaco, ecco che il risultato del voto è quello che è.
Ma a ciò va aggiunto il calo del Premier con un netto abbassamento delle preferenze e la perdita secca della Lega, peraltro inaspettata. Cosa è successo? Perché una forbice così alta fra Pisapia e Moratti? Le ragioni sono diverse, ma alcune vengono da lontano. Come il calo drammatico dei voti al Pdl che perde in dieci anni più di dieci punti e che, per la sua evanescenza organizzativa, non è stato di alcun aiuto al Sindaco.
Il quale, a sua volta, ha modificato in corso d’opera una campagna elettorale che appariva abbastanza tranquilla e che, giorno dopo giorno, si è andata sempre più radicalizzando. Basti ricordare gli show del Cav fuori dal Palazzo di giustizia. Si è verificata un doppia inversione di ruoli: il Pdl (Berlusconi) è diventato sempre più massimalista mentre la Lega appariva il pompiere della situazionee, nelle stesso tempo la Moratti, moderata, si adeguava alla radicalizzazione in atto facendo apparire Pisapia un moderato se non un riformista.
Una sorta di erede della tradizione dei sindaci socialisti ambrosiani. Alla fine, anche con quell’ultima gaffe sul giovane Pisapia degli anni di piombo, la Moratti non è apparsa il sindaco di tutti i milanesi, ma di parte.
La figura del sindaco in una città come Milano, ma anche nelle altre, è qualcosa che somiglia al padre/madre, al fratello/sorella maggiore, una figura rassicurante.
Dal sindaco il cittadino si aspetta innanzitutto di essere ascoltato, non di risolvere di tutti problemi, ma di dargli una mano, un consiglio, una risposta, una presenza. Purtroppo Donna Letizia non è sempre apparsa così ai milanesi illudendosi che avere ottenuto l’Expo 2015 bastasse a fare la differenza.
E anche sull’Expo sono a tutti note le diatribe, le risse, l’alternanza di responsabili, i dissensi con le varie istituzioni. A proposito di Expo, che le succede se vincesse Pisapia? Ma siamo andati troppo avanti.
Il calo della Lega è stato notevole, e non solo a Milano ,basti pensare che a Varese, che è Varese, il sindaco leghista Fontana è costretto al ballottaggio, per non dire delle liti furibonde fra Pdl e Leghisti un po’ dappertutto in Lombardia, mentre fra gli stessi Bossiani si agitano furori intestini, divisioni laceranti.
Del resto, essere contemporaneamente di lotta e di governo, non sempre è facile e non sempre paga.
L’estrema politicizzazione del voto ha nociuto al Sindaco ma anche a Berlusconi che aveva insistito per “metterci la faccia”, in una elezione locale in una una città sostanzialmente moderata, abbastanza tranquilla, senza eccessivi problemi, a parte sacche di disoccupazione.
E questo grazie a chi l’ha guidata. Ma la chiamata al voto, simile più a un’ordalia che a un appuntamento amministrativo, ha fatto più male a chi sta al governo che a una sinistra all’opposizione dal 1992, in una sorta di capovolgimento di parti. Caricata di valenza politica, l’elezione milanese potrebbe segnare una svolta, un cambiamento, una radicale inversione di tendenza e riverberarsi sulle sorti di una maggioranza che sembrava salvarsi ad ogni votazione parlamentare, perché mancano alternative possibili e credibili a sinistra.

 
 
 

Elezioni Albania Edi Rama vince la battaglia di Tirana

Post n°218 pubblicato il 16 Maggio 2011 da vitotroiano
Foto di vitotroiano

Edi Rama è stato confermato per la quarta volta consecutiva sindaco di Tirana. Il leader del partito socialista albanese ha vinto di nuovo la gara per la guida della capitale battendo il suo rivale Lulzim Basha ex ministro dell'Interno. La vittoria di Rama è arrivata dopo una settimana di battaglia. Infatti lo spoglio iniziato lunedì scorso è andato per le lunghe e solo nella giornata di sabato è terminato. La vittoria di Tirana dà al leader del partito socialista la possibilità di proseguire quel percorso di riqualificazione della città che sta portando avanti fin dal primo mandato. 

 
 
 

Il Papa politico

Post n°217 pubblicato il 28 Aprile 2011 da vitotroiano


La sera del 25 Aprile,su Rai Tre, è andata in onda una delle puntate più entusiasmanti de "La grande storia", realizzata da Luigi Bizzarri, con la collaborazione di Nicola Vincenti, dedicata alla figura di Papa Giovanni Paolo II. La tv, come è peraltro inevitabile, gioca un ruolo sempre più decisivo nella narrazione storica, nell’essere il medium che più di tutti si presta a rappresentare il passato. Entusiasmo per un racconto ricco di documenti spesso inediti e solcato da una costante ricerca della più intima natura del messaggio del Papa Polacco. Entusiasmo per la potenza delle immagini al servizio di una doppia operazione: le immagini al servizio di una storia individuale che diventa collettiva e, sempre le immagini, che definiscono al meglio, insieme alla parola, le ragioni profonde della mediaticità di un Papa.
Che sta, essenzialmente, nel coraggio delle proprie idee. La vita di Wojtyla è stata ed
è oggetto di libri, film, fiction, saggi, inchieste. Eppure, come ci svela il filmato, vi sono dettagli poco o punto noti che spiegano più di qualsiasi saggio. Insieme agli spezzoni di filmati polacchi, di cinegiornali sconosciuti con rare apparizioni di colui che sarà poi eletto Pontefice nel 1978.
Fra la sorpresa generale, anche se qualcuno l’aveva previsto, come ha testimoniato Enzo Bianchi, priore di Bose.
Cosicchè, una delle qualità decisive della puntata va ricercata nella coincidenza fra il prima e il dopo di Giovanni Paolo II, fra la sua adolescenza e giovinezza oscillanti fra il teatro, la poesia e l’insopprimibilità di una vocazione religiosa, fino alla entrata in seminario, la maturazione, la crescita nei gradi ecclesiastici.
Giustamente, e forse per la prima volta con una dovizia di documentazione internazionale visiva, il lavoro ha mostrato le più vere coordinate della vicenda umana di una Papa che ha attraversato una parte preponderante del secolo scorso con le sue guerre, i totalitarismi neri e rossi, le persecuzioni di un popolo coraggioso e sfortunato.
La cui rivincita sembra collocarsi nelle volontà divina di fare assurgere un polacco al Soglio di Cristo per evangelizzare il mondo ma, soprattutto, per fare crollare il comunismo. Insistere su questo aspetto per ritrovare le ragioni profonde di un percorso che ha davvero segnato i momenti più decisivi, le scansioni fra un prima e un dopo, grazie anche alle sottolineature delle meccaniche repressive di quel regime, delle sue censure, dei suoi ottusi sistemi .
Di cui fu vittima la Chiesa e lo stesso Wojtyla, a lungo “monitorato” cioè spiato e intercettato dalla polizia segreta. Ci sono, a questo proposito, due momenti per dir così topici, due dettagli che basterebbero a ridefinire una volta per tutte cos’era il comunismo che blindò per quasi cinquanta anni l’Est europeo.
Il primo è del Cardinale di Cracovia, Dziwisz, a lungo segretario del Papa, che racconta come negli anni sessanta il regime fece sequestrare,ovvero imprigionare, l’immagine della Madonna Nera di Czestochova perché non fosse portata in pellegrinaggio. Messa in prigione la Madonna, la Chiesa ne portò in processione la cornice vuota affinché il popolo ne vedessero il cielo sullo sfondo.
Geniale, vero? Il secondo episodio riguarda la prima visita del Papa nella sua terra. Accolto trionfalmente da milioni di connazionali. La Tv polacca ricevette l’ordine di non inquadrare mai la folla, di stringere le immagini, di mostrare i primi piani, l’altare della Messa, gli anziani, e il volto del Papa.
Purtroppo non potevano censurare quel volto,quell’immagine,quell’icona. Soprattutto non potevano fermarne il carisma irresistibile di un personaggio che credeva nella sua missione nella storia. Questo non si può censurare. Nè arrestare. E da lì cominciò a franare il Muro. 

 
 
 

Nostalgia di Milano

Post n°216 pubblicato il 19 Aprile 2011 da vitotroiano

Il comizio milanese di Berlusconi pro Moratti sindaco è, a tutti gli effetti, una chiave di lettura non soltanto di una scelta amministrativa importante a priori, ma, soprattutto, della campagna politica anticipata, per ora solo ipotizzata, ma domani chissà. I temi berlusconiani nella sua città non divergono molto da quelli narrati spavaldamente a Roma il giorno prima, segno, per l’appunto, della loro sostanziale univocità di base: la supremazia di una maggioranza di governo legittimata A Milano, tuttavia, il Premier ha voluto dare un tocco per dir così poetico, ricordando una struggente canzone di D’Anzi, “Nostalgia di Milano” che tocca molte corde dei milanesi d’importazione che parlano un italiano influenzato da una doppia contaminazione dialettale: quella di origini lontane e quella più vicina ambrosiana, il cosiddetto terronese inventato negli ’80 dal pugliese Abatantuono.
In fondo, sottolineare le proprie origini di milanese doc, della mitica “Isola”, serve anche a ricordare ad una Lega in pieno forcing che anche ad altri stanno a cuore le proprie radici. Il discorso del Cav ha tuttavia rappresentato una vera e propria chiamata alle armi in una città dove il 15 e 16 maggio si voterà bensì per la conferma o meno del sindaco berlusconiano,ma soprattutto per la tenuta complessiva della maggioranza politica di governo, e, dunque, del Presidente del Consiglio.
Poi, come a volte accade, le cose potranno andare in un altro modo, senza tenere conto del risultato (qualsiasi). Ma il connubio fra Palazzo Chigi e Palazzo Marino costituisce un “ambo” obbligatorio. Il fatto è che Milano è stato non tanto o non solo la culla del berlusconismo vincente ma il fulcro di una operazione giudiziaria che ha annientato la classe politica precedente.
Il sospetto di una persecuzione mirata è molto diffuso nel popolo che vota Berlusconi, soprattutto nella sua città. Perciò il risultato della competizione fra Moratti e Pisapia è fondamentale. Per questo il Premier ha scelto il tema della “giustizia politica” come leit motiv di una campagna elettorale nella città simbolo, del Milan, di Mediaset, di Fininvest, della discesa in campo, dei sindaci “berlusconiani”.
La sinistra a Milano è esangue, ai suoi minimi storici, con scarsissime possibilità di successo anche perché Pisapia è un candidato di Rifondazione Comunista, non forcaiolo come altri, ma sponsorizzato da Vendola, alleato con Di Pietro e quanti altri a sinistra guardano con fiduciosa attesa a quel Palazzo di Giustizia.
Non si attendono più niente dalla politica, che non sanno più fare,dai progetti e dai programmi che non hanno. Si vede che la lezione di quasi venti anni fa non gli è bastata, quando le fallaci speranze e l’eterogenesi dei fini produssero un risultato alla rovescia per loro.

 
 
 

La casta della magistratura italiana

Post n°215 pubblicato il 08 Aprile 2011 da vitotroiano

La separazione delle carriere nel resto dell'Europa, Francia-Germania-Spagna rientra nell'ordinamento.Non capisco per quale motivo in Italia si fa tutto questo can-can.
In Francia una legge datata
25 giugno 2001 (539/01) ha riordinato e semplificato tutta la normativa riguardante la carriera e la mobilità dei magistrati dell’ordine giudiziario ordinario, facilitando la progressione in carriera e la mobilità dei magistrati d’oltralpe, stabilendo anche alcune norme sui procedimenti disciplinari e sul reclutamento. Due le modalità di accesso in magistratura: la via ordinaria che prevede il superamento di un concorso pubblico che consente di accedere alla Ecole nazionale de la magistrature (Enm), la seconda, anche detta “laterale”, permette l’accesso ai soggetti dotati di particolari qualifiche e titoli come avvocati, cancellieri capo e funzionari del ministero della Giustizia con un’anzianità di almeno sette anni. Il concorso, ossia l’accesso ordinario è aperto a tutti coloro che abbiano conseguito la licence in diritto e godano dei requisiti richiesti. Coloro che invece beneficiano della via laterale, accedono a gradi differenti della magistratura a seconda della natura e della durata delle attività svolte precedentemente. La via laterale, però, proprio perché eccezionale viene sottoposta a controlli rigorosi.
La formazione presso la scuola della magistratura dura 25 mesi, con esame finale il cui superamento consente ai nuovi magistrati di essere nominati con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Guardasigilli. I nuovi giudici verranno assegnati a seconda dei posti disponibili alla magistratura giudicante o requirente.
Due i gradi di gerarchia della magistratura francese: il secondo che corrisponde ad incarichi di inizio carriera ed il primo cui si accede dopo un certo numero di anni. Ad un grado superiore vengono invece collocati i magistrati “fuori gerarchia” che ricoprono le cariche più elevate della magistratura. Il passaggio dal secondo al primo grado avviene per anzianità e tramite l’iscrizione ad una lista di avanzamento che viene elaborata annualmente dalla Commissione di avanzamento e valida sia per i magistrati di siège (giudicanti) che di parquet (requirenti). La commissione è composta dal primo presidente e dal procuratore generale presso la Corte di cassazione, da tre membri della stessa Corte, da tre magistrati di Corti e Tribunali scelti in una lista predisposta dal bureau della Cassazione e dai membri del consiglio di amministrazione del ministero della Giustizia. Questa valuterà le note dei magistrati (redatte dai superiori) con una procedura che permette ai diretti interessati di discutere e criticare, nel caso, la valutazione che li riguarda. Le promozioni sono formalizzate con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Guardasigilli, previo parere del Consiglio superiore della magistratura, vincolante per i magistrati giudicanti, non vincolante per i requirenti. I pubblici ministeri hanno quindi uno status particolare, oltre ad un regime disciplinare ad hoc. Nessun magistrato può passare al primo grado nella giurisdizione alla quale è stato assegnato da più di cinque anni e non potrà rimanere nella stessa giurisdizione con le stesse funzioni per più di sette anni se è presidente di tribunale, procuratore della Repubblica, presidente di Corte d’appello o di procuratore generale presso la Corte d’appello. Non ci potrà rimanere per più di dieci se è giudice istruttore, degli affari familiari o del tribunale dei minori. Questo per evitare che, in rispetto dei principi di indipendenza ed imparzialità, un magistrato possa appropriarsi di una funzione. La commissione non ha alcuna competenza invece per l’accesso ai più alti gradi, ossia i “fuori gerarchia”, perché questi sono nominati dal Presidente della Repubblica con alcune differenze tra giudici e Pm. Per i primi infatti è richiesto il parere vincolante del Consiglio superiore della magistratura e, in caso di funzioni particolarmente importanti, l’articolo 65 della Costituzione prevede anche che il Consiglio proponga il candidato. Per i requirenti invece il parere del Csm non è vincolante mentre a nominare i procuratori generali procede direttamente il Consiglio dei ministri. 
In Germania t
utte le professioni legali iniziano seguendo le stesse fasi: otto semestri di studi giuridici a livello universitario, primo esame di professionalità che permette di accedere al praticantato, trenta mesi di praticantato (remunerato a carico del bilancio pubblico) e secondo esame di professionalità, superato il quale si sceglie una delle professioni legali. In media il 10 % di quelli che superano l’esame di professionalità (assessorato) scelgono la magistratura. L’ordinamento consente di accedere in magistratura anche a dipendenti pubblici che, oltre il titolo di studio richiesto, abbiano maturato una particolare esperienza amministrativa nei settori in cui aspirano all’esercizio di funzioni giudicanti. Possono essere nominati giudici anche professori universitari di materie giuridiche purchè riescano a mantenere il loro incarico accademico. I giudici vengono nominati presso le giurisdizioni di primo grado dei rispettivi Lander di appartenenza e, su richiesta, possono passare ad altra giurisdizione, anche in un Land diverso, dove si sia verificata la disponibilità dei posti. Ammesso anche il distacco presso i Ministeri della Giustizia, sia a livello federale che regionale, oppure per le funzioni amministrative presso le Supreme Corti federali o presso il Tribunale costituzionale. Per i giudici, comunque, la progressione economica è indipendente dalla progressione in carriera.
Diversa “vita” invece per il Pubblico ministero che ha uno status giuridico a parte rispetto alla magistratura giudicante. Le funzioni requirenti vengono esercitate da appositi funzionari reclutati separatamente per i quali è previsto il possesso dei medesimi requisiti culturali e professionali di tutte le professioni legali (la formazione infatti è unica). Le due carriere rimangono distinte in tutto il Paese con l’eccezione di alcuni Lander come la Baviera dove il passaggio tra le due funzioni è più frequente. Periodicamente vengono pubblicizzate le liste dei posti disponibili e la richiesta di anzianità prevista. In alcuni Lander la decisione è rimessa ad un’apposita commissione di selezione a composizione mista (giudici di carriera e membri designati dai rispettivi Parlamenti regionali), successivamente ratificata dal ministro della Giustizia del Land. In altri è direttamente il Ministro a decidere. In entrambi i casi un parere sull’idoneità del candidato viene previamente espresso da un organo collegiale rappresentativo, istituito presso ciascun distretto di Corte d’appello e composto dal Presidente della Corte d’appello e da altri giudici del distretto di cui almeno la metà designati su base elettiva locale. Il giudizio di idoneità è formulato con riguardo alla pregressa esperienza professionale del candidato ed alle risultanze della valutazione sull’operato di ciascun giudice di carriera espressa ogni quattro anni, fino al compimento del quarantanovesimo anno di età, dai presidenti delle Corti presso cui sono assegnati. A livello federale, le nomine iniziali dei giudici delle Corti supreme sono decise dal Ministro federale competente congiuntamente ad un’apposita commissione di selezione, composta dai competenti ministri dei Lander e da un analogo numero di membri eletti dalla Camera bassa del Parlamento federale.


In Spagna la carriera in magistratura è separata da quella di pubblico ministero. Per i primi sono previsti tre gradini per la progressione in carriera: si parte dal giudice, operante fino al livello distrettuale, passando per il magistrato, facente parte di altre corti e tribunali o operante almeno a livello provinciale fino al magistrato del Tribunale Supremo, che è un organo assimilabile alla nostra Corte di cassazione. Per entrare in magistratura bisogna superare un concorso pubblico e da qualche anno a questa parte il concorso per giudice e Pm è unico, al termine del quale i vincitori scelgono tra una carriera e l’altra. Segue quindi un corso teorico-pratico di selezione presso la “Scuola Giudiziaria” che dipende dal Consiglio Generale del Potere giudiziario, simile al nostro Csm. Chi supera il corso acquisisce la qualifica di giudice e rientra nella graduatoria finale stabilita dalla Scuola giudiziaria. Se il numero finale dei vincitori è superiore ai posti vacanti, in aggiunta ai “giudici titolari”, si nominano i “giudici aggiunti”, pronti a coprire eventuali posti che si rendessero disponibili. Chi non supera il corso di selezione ha la possibilità di ripeterlo l’anno successivo ma nel caso di una seconda bocciatura, saranno esclusi dall’accesso alla magistratura. Il passaggio da giudice a magistrato, avviene, per la metà dei posti vacanti, attraverso nomina diretta dei giudici che si trovano ai posti più alti del ruolo. Un quarto viene reclutato tra i giudici che superano esami interni (su materia civile, penale, amministrativa e del lavoro) davanti ad apposita commissione nominata dal Consiglio generale del potere giudiziario composta da magistrati, avvocati, docenti universitari e presieduta dal Presidente del Tribunale supremo o da un magistrato del Tribunale supremo o di un Tribunale superiore di Giustizia da lui indicato. Un ultimo quarto dei magistrati è scelto al di fuori dei giudici mediante una selezione per titoli tra i giuristi di fama riconosciuta con almeno dieci anni di esercizio professionale che riescano a superare un apposito corso di formazione presso la Scuola giudiziaria. All’interno di ciascuna categoria, gli avanzamenti interni di giudici e magistrati, avvengono in base ad una selezione: sarà importante avere competenza specialistica per funzione, grazie all’esperienza maturata nell’organo giudicante immediatamente inferiore di grado e la posizione di ruolo. Per arrivare alla qualifica di magistrato del Tribunale supremo, quattro quinti dei posti è coperto da magistrati con almeno dieci anni di esercizio nella categoria di magistrato e quindici nella carriera giudicante complessivamente. La metà di questi viene selezionata all’interno dei magistrati che avevano precedentemente sostenuto e superato gli esami interni nelle materie specialistiche con soli cinque anni di anzianità specifica ma sempre quindici come carriera complessiva. L’ultimo quinto dei magistrati di Tribunale Supremo viene scelto dal Consiglio generale del Potere giudiziario tra avvocati e giuristi di fama riconosciuta, con almeno quindici anni di attività professionale, preferibilmente nella branca del diritto corrispondente alla sezione del Tribunale in cui si siano resi posti vacanti.

 
 
 

I partiti veri da quelli non veri si differenziano nel cambiare il leader e non il nome

Post n°214 pubblicato il 05 Aprile 2011 da vitotroiano
Foto di vitotroiano

Il secondo mandato del premier spagnolo Zapatero è stato talmente opaco da lasciare ormai appena intravvedere i successi del primo. Il Psoe a picco nei sondaggi non è una conseguenza dell’usura fisiologica di una leadership ormai al vertice da 7 anni. Blair con la terza vittoria del suo New Labour ha dimostrato che – nonostante l’Iraq – si può vincere anche tre volte di fila, se il fisico regge e visione e missione riescono ancora a raccontarla giusta. Il tonfo del Psoe è tutto ascrivibile all’approssimazione e agli errori del governo Zapatero. Sono lontani  tempi in cui il Bambi spagnolo osava sperimentare la mescolanza tra il Nuovo centro di Schröder e la Terza via di Blair, inaugurando la sua Nuova via, che finiva per essere presa sul serio più degli originali, con gli osanna laici, ma pur sempre dementi, della nostra sinistra salottiera.

Eccettuata la crociata anti-cattolica intrapresa per puntellare il partito a sinistra, ridotta all’osso la strategia della leadership zapateriana si è caratterizzata per una sostanziale continuità con l’azione di governo targata Aznar. Una politica economica tendente ad allargare i ristretti spazi di libertà del mercato, puntando pure sui cospicui aiuti che venivano dall’Europa. Grande merito, quello di Zapatero. In un brillante faccia a faccia che tre anni fa ebbe col candidato popolare Rajoy, richiesto seccamente dall’intervistatore di spigare come aveva speso i soldi dei finanziamenti europei, Zapatero sfilava dalla sua cartellina un disegno dei confini della Spagna e cominciava a tracciare tutte le linee dell’alta velocità ultimate durante il suo primo mandato. Provate a chiederlo a Bassolino, cosa ha fatto di dieci anni di finanziamenti europei in Campania! Rajoy, di suo, non aveva niente da dire, neppure che la maggior parte di quei progetti erano stati ideati e voluti dal predecessore di Zapatero.

La politica va così. Zapatero lascia, ma il suo partito, come è stato per il Labour dopo l’era Blair-Brown, non si dà per vinto. Anzi. Velocizzando l’uscita di scena di quello che ormai era solo un peso morto, una zavorra per la competizione elettorale del prossimo anno, il Psoe mostra di essere in buona salute. Come i Tories con la signora Thatcher, defenestra il suo leader. Perché in Spagna, a differenza che in Italia, si preferisce cambiare il nome dei leader dei due partiti principali, piuttosto che modificare quello del partito. È probabile che, se non rimetterà in corsa i socialisti per la vittoria, questa iniziativa tempestiva di defenestrazione farà recuperare consenso al Psoe, permettendogli di perdere “bene” le elezioni e preparare la rivincita del 2016. Un po’ come è stato in Gran Bretagna, dove Brown ha limitato i danni, lasciando alla leva della new generation un partito in salute.

Già, la new generation. Nessuno lo ricorda mai, ma Zapatero fu cooptato da Felipe Gonzales quando era un mezzo comunista (proveniente da una famiglia comunista per intero) ed eletto alle Cortes alla giovane età di 26 anni. Era molto più a sinistra di quanto non sia oggi, ma Gonzales capì che il giovanotto aveva della stoffa e lo rieducò al gradualismo socialista, portandolo in Parlamento nonostante Josè non avesse alcuna esperienza rilevante in ambito istituzionale. Anche a livello partitico Zapatero aveva fatto pochissimo. Gonzales lo cooptò. Come Blair e Brown hanno cooptato i fratelli Miliband, Ed Balls e Andy Burnham, i challengers dell’ultimo congresso laburista. Come Alcide De Gasperi cooptò Giulio Andreotti. Tutti cooptati. Alla faccia di quelli che parlano della cooptazione politica senza sapere cosa diavolo sia.

 
 
 

Tratto da critica sociale il parere sul medio oriente di Tony Blair

Post n°213 pubblicato il 28 Marzo 2011 da vitotroiano
Foto di vitotroiano

Sollecitato da Donald Macintyre, che gli domanda provocatoriamente se, in qualità di inviato del Quartetto in Medio Oriente, non si consideri impegnato a favore di una causa persa, intendendo ovviamente l'impossibilità di risolvere il conflitto israelo-palestinese, Tony Blair sorride e risponde negativamente. Credo non sia una causa persa, esordisce Blair. Due sono i motivi principali che mi inducono a credere a una pace basata sulla soluzione "due popoli, due Stati"; da un lato, non vi è un'alternativa praticabile in grado di garantire la sicurezza di Israele, dall'altro la stragrande maggioranza degli israeliani e dei palestinesi è favorevole alla two-state solution.

Molti osservatori sono convinti che il maggior rischio per la stabilità mediorientale sia l'Iran, ma è solo parzialmente così. Gran parte della pericolosità dell'Iran è dovuta alla sua capacità di strumentalizzare la questione palestinese presso le masse arabe. Questo dovrebbe spingere sia la comunità internazionale sia gli Stati arabi a disinnescare il potenziale destabilizzante insito nell'impasse israelo-palestinese e suscettibile di alimentare la deriva estremistica che l'Iran auspica e spesso finanzia.

Dalla mia esperienza come primo ministro britannico e come inviato del Quartetto (Onu, Ue, Stati Uniti e Russia), prosegue Blair, ho compreso che le più grosse difficoltà non si manifestano nei dettagli del negoziato tra le parti, ma all'interno dei due fronti. Il problema avvertito con più urgenza dagli israeliani è la sicurezza, mentre i palestinesi vivono con rabbiosa sofferenza un senso di perenne ingiustizia. Sotto questo profilo, lo sviluppo economico della Palestina rimane una priorità, in modo che i suoi abitanti non avvertano più  il disagio che rende loro impossibile fidarsi della controparte. Inoltre, la crescita e la conseguente diffusione del benessere allenterebbero la presa dell'estremismo non solo in Cisgiordania ma anche a Gaza.

Voglio comunque ricordare come la situazione materiale dei palestinesi sia migliorata nel corso degli ultimi tre anni. A Jenin come a Ramallah, a Gerico come a Nablus. Ora bisogna insistere, combinando il negoziato politico allo sviluppo umano e lavorando per accrescere la partecipazione del basso. La tanto bistrattata Autorità Nazionale Palestinese (Anp) si sta anche impegnando per costruire un affidabile sistema giudiziario e carcerario che si appoggi su forze di polizia e magistrati leali ed efficienti. Progressi che devono essere incoraggiati per riaprire il negoziato ed è importante che il governo Netanyahu faccia la sua parte, indicando con chiarezza quale linea politica intende perseguire: abbiamo bisogno di sapere se l'esecutivo israeliano consideri ancora praticabile la nascita di uno Stato palestinese indipendente e la conclusione del processo di pace.

E' interessante comprendere la psicologia collettiva israeliana, soprattutto per come si è sviluppata nell'ultimo decennio. Anni caratterizzati da decine di morti tra i civili. Anche i palestinesi hanno avuto le loro vittime, ben più numerose, ma la narrazione israeliana si sofferma su quanti hanno perso la vita negli attacchi terroristici legati alla Seconda Intifada, scoppiata nel 2000. La narrazione insiste sullo sgombero unilaterale dei coloni israeliani dalla Striscia di Gaza nel 2005, cui ha fatto seguito l'ascesa di Hamas, una formazione islamista che non ha mai abbandonato la sua retorica violenta contro Israele. Oltre a ciò, il rafforzamento di Hezbollah in Libano e le minacce iraniane hanno contribuito ad acuire l'insicurezza esistenziale percepita dallo Stato ebraico. Questa può essere una visione parziale, ma rappresenta la realtà che si vive in Israele e che frena le aperture verso i palestinesi.

Obama sembra aver accantonato il conflitto mediorientale, suggerisce Macintyre. No, non direi, replica Blair. La questione resta una priorità per gli Stati Uniti e sono convinto che l'amministrazione in carica troverà il modo di portare avanti il processo di pace. A nessuno sfugge (e qui vedo una continuità con George W. Bush) che realizzare la convivenza tra uno Stato ebraico ed uno musulmano/palestinese darebbe una spinta decisiva alla diffusione della democrazia nell'area. La dimostrazione che la comprensione tra diverse civilizzazioni è nonostante tutto possibile.

Io non dispero, conclude Blair. I popoli israeliano e palestinese vogliono la pace, ma attualmente non credono di avere nella controparte un interlocutore affidabile. I palestinesi vedono nello Stato ebraico l'oppressore, gli israeliani, nei fatti, diffidano sia di Fatah (per la sua debolezza) che di Hamas (per ovvi motivi). Proprio a Gaza si gioca la partita più importante. Per vincerla dobbiamo far arrivare il nostro aiuto alle persone che ci vivono. Israele ha il diritto di adottare misure per garantire la propria sicurezza, ma l'isolamento della Striscia non fa altro che peggiorare le condizioni di vita della popolazione, esasperando gli animi. Come migliorare le condizioni dei diseredati di Gaza? Con gli aiuti umanitari, ma non solo. Io insisto sullo sviluppo del settore privato e sull'innalzamento del livello di scolarizzazione. Oggi Hamas domina Gaza, ma sono certo che la popolazione locale supporterebbe l'Anp se solo la disperazione attuale venisse rimpiazzata da concrete prospettive di pace e benessere. Non ho dubbi al riguardo. (A cura di Fabio Lucchini)

 
 
 

Buona festa a tutti

Post n°212 pubblicato il 16 Marzo 2011 da vitotroiano

Viva l'Italia, l'Italia liberata,
l'Italia del valzer, l'Italia del caffè.
L'Italia derubata e colpita al cuore,
viva l'Italia, l'Italia che non muore.
Viva l'Italia, presa a tradimento,
l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura.
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste

Francesco De Gregori

 
 
 
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La non politica che in Italia ormai manca da quindici anni, in questi giorni, si infiamma sulle presunte intercettazioni che riguarderebbero il Presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi, che non è il male di questo Paese, dal '94 ad oggi è stato indagato 800 volte: nemmeno il capo dei capi (Riina) è stato così tanto perseguitato. In un Paese, dove la democrazia è occupata dal potere della magistratura e della stampa la forbice tra benessere e malessere continua ad allargarsi sempre di più. Con questo provvedimento proposto dal Governo si spera di chiudere, per sempre, una lunga stagione iniziata con la falsa rivoluzione del'92 sotto il nome "Tangentopoli". L'Italia stà diventando sempre più un Paese irriconoscibile e, questo, gli Italiani non lo meritano