Rock & drugs 1° parte – Gli anni ’60, In viaggio verso la perdizione.

La storia di un viaggio verso la perdizione – gli anni ‘60

“Ho la fortuna di avere dei parenti a Frascati. Ogni anno non vedo l’ora che vengano le feste natalizie per poterli andare a trovare e farmi delle overdose di porchetta e vino dei Castelli Romani”.
(Brian Johnson, cantante degli AC/DC).
“Voglio morire prima di diventare vecchio”, cantavano WHO nel loro hit generazionale “My Generation”.

 Questi sono forse i due estremi, due filosofie di vita che si contrappongono, da una parte le band che ritengono che l’uso di droga sia  uno dei modi migliori per “accelerare i tempi”dell’autodistruzione, un eccesso autolesionista che comunque portava spesso alla morte nella ricerca della felicità . Dall’altra i morigerati artisti che rifiutarono apertamente le droghe, tipo i DEEP PURPLE  che col chitarrista RITCHIE BLACKMORE ebbero a dire “Come si fa a drogarsi per suonare? La musica è già di per sé una droga!” o i LED ZEPPELIN e i BLACK SABBATH, che preferivano dedicarsi a pratiche esoteriche piuttosto che annichilirsi, per non parlare poi dei gruppi rock progressive come i JETHRO TULL, i GENESIS gli YES EMERSON,LAKE & PALMER che non si sono mai lasciati andare preferendo suonare, sperimentare nuove dimensioni sonore da veri professionisti. GENE SIMMONS, leader dei KISS , ha sempre affermato che l’unica cosa che adora sniffare è il profumo di… donna. Molti gruppi rock sul finire degli anni ’60, invece, abbracciarono questo strano modo di condurre la propria vita, alcuni con consapevolezza altri con ingenua disinformazione mossi solo dalla voglia di trasgredire, spesso legata ad una profonda timidezza: JIM MORRISON e JANIS JOPLIN hanno sempre affermato che non sarebbero mai riusciti a salire su di un palco senza darsi un “aiutino”. Hashish, marijuana, amfetamine ma in particolare l’eroina e la cocaina furono il veloce strumento usato dai musicisti che hanno teorizzato l’autodistruzione. “ White Rabbit” dei Jefferson Airplane, “Heroin” dei Velvet Underground di Lou Reed, “Brown Sugar”, Sister morphine” dei Rolling Stones e “Carmelita”di Linda Ronstadt furono dei veri e propri inni dedicati a queste droghe che, forse, contribuirono alla loro capillare diffusione.  Inoltre, bisogna ricordare che spesso erano i mix esplosivi a creare danni irreparabili al sistema nervoso e all’annientamento: alcool e psicofarmaci o i mix di diverse droghe inventate spesso nel mondo del rock, famosa era “la palla di fuoco” inventata Keith Richards dei Rolling Stones e  consigliata a tutti i musicisti, la dose era questa: una sniffata d’eroina poi una di cocaina seguita da un punch di Whisky caldo. A farne le spese di questa filosofia di vita furono non solo musicisti famosi o meno ma anche tanti giovani che vedevano le rock-star come modelli da imitare, il loro punto di riferimento. Si è detto di questo spirito distruttivo dell’uso di droga ma esiste anche quello che molti consideravano addirittura costruttivo, tipo l’ LSD o acido lisergico molto utilizzato nel mondo del rock, una sostanza capace di “dilatare la mente”, di amplificare i sensi aumentando le possibilità percettive fino a distorcere la realtà ma che permette di arrivare a stati di ultra-coscienza. Lo scrittore  ALLEN GINSBERG, padre della beat generation, provocatoriamente lo consigliò ai vari Capi di Stato in modo che potessero trovare soluzioni migliori e più veloci ai problemi mondiali. Pink Floyd, I Cream di Jack Bruce e Eric Clapton e in America i Grateful Dead e gli Experience di Jimi Hendrix furono assidui consumatori sia in fase di composizione dei brani che nelle performance dal vivo. Ma non fu solo l’acido la droga “costruttiva” degli anni ’60, I BEATLES, per esempio, non fecero mistero che per reggere fisicamente e psicologicamente  gli impegni musicali ( concerti,registrazioni,interviste ecc.ecc. ) facevano uso massiccio di eccitanti  e per rilassarsi di “canne di hashish” (“Lucy in the sky with diamonds”) oppure Eric Clapton che in “Cocaine”, cover rock-blues di J.J.CALE, enfatizzò l’utilità della cocaina (“fa bene”, “ti fa stare su”, “con lei fai tutto bene”).
hendrix

 

JIM MORRISON – LA LEGGENDA SULLA NUOVA VITA DEL RE LUCERTOLA by Jankadjstrummer

 

JIM MORRISON – LA LEGGENDA SULLA NUOVA VITA DEL RE LUCERTOLA

L’articolo su Jim Morrison questa volta non riguarda la sua biografa o il ruolo che ebbe come precursore della rivoluzione culturale che diede vita al ‘ 68 ma una leggenda metropolitana che lo vorrebbe ancora vivo. Come sappiamo Jim Morrison (1943 – 1971)era genio e sregolatezza, amava tutti gli eccessi e portava la trasgressione nel rock. Il 3 luglio 1971, a soli 27 anni, Morrison morì in circostanze ritenute non chiare; il corpo fu rinvenuto dalla fidanzata Pamela nella vasca da bagno con il sangue che colava dal naso. Già da quel momento però un susseguirsi di notizie frammentarie e voci gettarono  un ombra sinistra sulla veridicità del decesso. Nessuno ebbe modo di vedere il corpo di Jim se non Pamela e il medico che firmò l’avvenuto decesso, il caso fu chiuso immediatamente e questo non fece altro che alimentare dubbi su una probabile messinscena della morte. La fidanzata dichiarò che Jim la sera si sentisse già male tanto che lei aveva in mente di chiamare un medico ma lui non ne volle sapere e preferì fare un bagno caldo. Lei si addormentò e al suo risveglio, lo trovò riverso nella vasca ormai morto da qualche ora. Il Medico compilò uno referto sommario in cui evidenziò che non vi erano segni  di nessun genere sul corpo e dichiarò che il decesso avvenne per cause naturali  e non venne richiesta nessuna autopsia sul corpo. Anche i funerali avvennero in maniera insolita senza l’officiante, senza  recita di preghiere e ad un orario improbabile: alle ore 8,00 del mattino. La salma venne seppellita senza una targa sulla lapide e solo dopo mesi fu apposto il nome peraltro sbagliato “Morisson”. Questo ingenerò molti sospetti nei fans sia perchè difficilmente personaggi stranieri venivano sepolti nel cimitero di  Pére Lachaise, sia perchè il loculo, secondo il batterista della band John Densmore, era minuscolo. Comunque, come spesso accade, per la morte di Jim  furono scomodati servizi segreti, cospirazioni di vario genere che trovarono ampio eco nei giornali dell’epoca. Un giornalista californiano si chiese come mai non trapelavano notizie sulla modalità di decesso di Jim, il medico personale asserì che  Jim  era in ottima salute prima di partire per Parigi e che era tentato di credere che Jim avesse messo in scena la sua morte. In effetti, chi lo conosceva riferì che aveva già da molto tempo paventato l’idea di fingere la sua morte. Nel 1980 uscì un libro, scritto da due amici di Morrison, Jerry Hopkins e Danny Sugerman, dal titolo “Nessuno uscirà vivo di Qui” (In Italia: 1981, Gammalibri ), la prima biografia dove verranno sollevati alcuni dubbi sulla sua morte, così avvolta dal mistero, riferirono che Morrison aveva preso in considerazione, seriamente, l’ipotesi di cambiare carriera in modo radicale, riapparendo come un uomo d’affari in giacca e cravatta. Nel 1986 fece scalpore un libro “Vivo!”  scritto da Jacques Rochard, che riaprì il caso sulla morte del Re Lucertola e cercò di dimostrare che in realtà l’ex leader dei Doors fosse vivo e vegeto, e lui stesso lo avrebbe incontrato diverse volte. Jim gli avrebbe spiegato che avrebbe inscenato la sua morte per sfuggire alle pressioni della sua vita da divo, per poter meglio dedicarsi alla sua passione più grande: la poesia.  Nel 1995 Rochard si ripropone con un nuovo libro, “Poesie Apocrife” (In Italia: Ed. Blues Brothers), una collezione di poesie che Morrison avrebbe scritto negli ultimi anni. “Nel gennaio 1986 ho trovato nella mia cassetta delle lettere un plico speditomi alcuni giorni prima da Amsterdam. – racconta Rochard nella prefazione – una busta di quelle commerciali di colore arancione, priva di mittente, con dentro tre minuscoli quadernetti dalla copertina verde, ciascuno con un diverso titolo manoscritto a caratteri stampatello: ‘Gemiti della coscienza’, ‘Rumori della memoria’ e ‘Parole di polvere’.” Tanti furono gli avvistamenti a Parigi, Amsterdam, tanti decisamente fantasiosi altri ritenuti attendibili. I dubbi sulla sua morte non sono mai ritenuti così importanti da indurre la magistratura ad aprire un caso sulla sua scomparsa anche perchè Pamela , unica testimone, morì nel 1974 per overdose . Comunque Vivo o morto che sia, Jim Morrison è una leggenda, e come tale esisterà per sempre. Queste ricostruzioni  sono recuperate  qua e la sul web, per chi volesse approfondire si faccia sentire. Buon divertimento da  JANKADJSTRUMMER

ULTRAVIOLET TRIBUTE COVER BAND DEGLI U2 S. PIETRO IN AMANTEA

 

ULTRAVIOLET TRIBUTE  COVER BAND DEGLI U2

Nella grande piazza di S.Pietro in Amantea un bellissimo pioppo dalle larghe fronde si staglia nel cielo, è un albero secolare che regala il fresco ai suoi concittadini ma che in una calda serata di agosto diventa lo spettatore d’eccezione di uno stupefacente concerto degli ULTRAVIOLET TRIBUTE cover Band degli U2. Doveva essere per me una serata con amici a sorseggiare birra e fare quattro chiacchiere ma già al mio arrivo al parcheggio la prima sorpresa: il gruppo impegnato nel sound-check si è lasciato andare ad un attacco di  pochissime note di  “Where the streets have no name”, veramente sorprendente, pochi accordi che mi sono sembrati un bel biglietto da visita. Assumo qualche informazione sul gruppo e capisco che si tratta di musicisti giovani ma particolarmente esperti a cui non si insegna nulla. Il concerto non è affollatissimo ma il pubblico è attento, partono i primi brani, i classici del repertorio dei U2 degli esordi:  “New years day” , “Sunday Bloody Sunday”, “I Will Follow”, “Pride” sono riproposti magistralmente dal gruppo, la chitarra di Mario Pagliaro non fa rimpiangere assolutamente il magico tocco delle corde di  The Edge, il basso e la batteria segnano il tempo con grande precisione mentre il cantante e front-man guida il gruppo in un meraviglioso viaggio verso un pub fumoso della Dublino degli anni ’80, un ponte ideale che dalla calda Calabria conduce alla verdissima e gelida Irlanda. Le cover band degli U2 sono tantissime e molte di grande valore, ricordo i famosi  Actung Babys da Roma, ma anche gli omonimi Ultraviolet da Pescara, bands che difettano, a mio parere, di troppo manierismo nel riproporre pedissequamente i brani con puntigliosa precisione, qui invece penso ci sia un po’ più di originalità, il basso ben in evidenza e capace di assoli improbabili dimostra la grande professionalità di Feroleto che gioca con lo strumento dando fiducia a tutto il gruppo. La cosa che si percepisce nell’ascolto di questa band è l’amore viscerale per il sound degli U2 e per quello che la band rappresenta per milioni di giovani che va ben al di la delle mode, mi è bastato vedere con quale trasporto e con quanta passione il cantante interpreta i brani più di denuncia, più di impegno sociale con movenze, gestualità  e molta personalità  e non, come spesso accade, scimmiottando le espressioni di BONOVOX.  Il concerto prosegue e  ripercorre tutta la carriera e i successi degli U2 dagli album “ Unforgettable fire, Joshua tree, Actung Baby, Zooropa, fino a Vertigo , “ I still haven’t found what looking for” “Desire”, Beautiful day, una struggente “One love”  e una versione dilatata di With or without you diventano l’apoteosi e come avviene nei concerti degli U2, il pubblico presente canta in coro i ritornelli. Il repertorio degli Ultraviolet T. è vastissimo, concedono molto al pubblico dimostrando che suonare per loro diventa una necessità vitale e questa passione riescono a trasmetterla ai numerosi fans che vengono coinvolti nella loro performance. La loro proposta è chiara, vogliono, prima di tutto, un sound che soddisfi loro stessi, semplice ed al tempo stesso energico e lineare tipico dello stile U2, un sound ribelle segnato da una batteria potente e magica ma intriso di impegno civile, pacifismo, terzomondismo, argomenti che sono sempre stati cavalli di battaglia dell’ambasciatore di pace BonoVox.. Devo dire che gli Ultraviolet T. sono veramente bravi e hanno sfornato un prodotto molto lusinghiero, gradevole e condito con estro regalandoci una serata sorprendente piena di ricordi che ho apprezzato molto e che mi fa ben sperare in una scena rock amanteana molto fertile e originale. S. Pietro in Amantea, per una notte, è diventato un palcoscenico rock a cui forse non era  abituato e le note potenti degli Ultraviolet T. che sono state la colonna sonora di  più generazioni di giovani , sono state in grado di far vibrare oltre che i nostri cuori anche le foglie del mitico pioppo. Per chiudere una nota di colore: il collettivo Be-bay attivo nella zona di Amantea che ha organizzato la serata oltre alle attività culturale legate all’arte, alla pittura per la next generation ha sfornato una leccornia:  panini con salsiccia, patate e peperoni veramente sublimi.

Dal vostro  JANKADJSTRUMMER

LA CANTASTORIE FRANCESCA PRESTÌA RACCONTA LA CALABRIA

LA CANTASTORIE  FRANCESCA PRESTÌA RACCONTA LA CALABRIA

Quando il fuoco della passione resta soffocato per tanto tempo, come è avvenuto per Francesca Prestia, prima o poi esplode ed erutta come un vulcano che non brucia e non porta distruzione, ma  genera una lava culturale  che  diventa un naturale humus per far germogliare e riportare in vita antiche tradizioni musicali. Così dopo anni in cui ha preferito dedicarsi all’educazione delle due figlie, la cantastorie calabrese è tornata a far sentire la sua voce, il suo impegno, proponendo canzoni, ballate e storie che parlano di uomini e donne calabresi, per dare voce e promuovere la cultura calabrese, un bisogno quasi viscerale di “cuntari e cantari” come ama dire lei, raccontare e cantare il coraggio e la voglia di riscatto del popolo calabrese. Francesca Prestìa è una cantastorie ma prima di tutto è una donna che ama la sua terra e la sua gente e che vuole mettere il suo talento, la sua competenza per far conoscere le tante storie di riscatto delle tante donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta ma anche di quelle donne che piangono in silenzio che rimangono soggiogate e sottomesse ai capifamiglia e a quella cultura dominante che stenta ad essere sconfitta.  Già i suoi primi lavori, l’esordio discografico  “Mina Ventu” del 2003 e poi  “A Cantastorij” del 2007, sono intrisi di una forte passione e sono il risultato di serie e approfondite ricerche sul campo riguardanti ogni tipo di fonte, i testi curati e le musiche originali rendono un risultato stilistico perfetto. Mi piace ricordare la sua capacità di spaziare in tutte le arti, dal teatro al cinema e alla letteratura per non parlare delle tante collaborazioni con artisti, cantanti, musicisti, attori, in cui ha dato il suo contribuito a fondere la cultura con la passione. Nella primavera del 2008 compone la colonna sonora dell’opera musico-teatrale JOFHA’, figura del teatro della Commedia dell’arte calabrese, cura lo spettacolo musico-teatrale Penny Petrone che affronta il tema scottante dell’emigrazione ispirandosi agli scritti dell’autrice calabro-canadese Serafina Petrone, affrontando il processo di spaesamento e di disgregazione vissuto dai calabresi in America, storie intrise di vecchie melodie tradizionali. Nell’estate 2009 da vita ad una iniziativa musical-letteraria denominata “Muse calabresi”, dedicata a figure femminili che hanno ispirato la fantasia ed il pensiero di scrittori calabresi quali Mario La Cava, Corrado Alvaro, Franco Costabile, Saverio Strati, traendo spunto per discutere, confrontare le condizioni della donna nel passato, anche se letterarie, con quelle del presente. Nella primavera del 2010 cura la sceneggiatura e le musiche per lo spettacolo musico-teatrale “La Rivolta di Casignana” dello scrittore calabrese Mario la Cava con testimonianze dirette inerenti la prima rivolta contadina nella Calabria degli anni venti. In qualità di cantastorie popolare durante l’estate avvia il progetto “Aedi Viandanti” per raccontare e cantare il quotidiano e lo straordinario, il lavoro, la fame, il mondo dei potenti, la guerra, la violenza, l’amore e l’odio, per far conoscere, per educare e per non far dimenticare. Otello Profazio l’ha definita la sua erede «Qualche anno fa mi presentai a Profazio – ama raccontare Francesca – con la mia chitarrina battente e i miei teli dipinti. Lui si sedette e disse: Vediamo cosa sai fare. Allora incominciai a cantare. E’ stato molto critico ma ha gradito il mio coraggio e oggi ribadisce che sono la sua successora». In effetti Francesca Prestia rappresenta il naturale proseguimento culturale dell’eccellente lavoro di Otello Profazio nella valorizzazione e nelle promozione delle tradizioni musicali e umane della terra calabrese. Con la giusta ironia ed intelligenza e con straordinaria caparbietà cerca di far emergere gli aspetti positivi del suo popolo, spezzando e ridicolizzando i tanti luoghi comuni che vengono attribuiti alla sua gente. Il suono utilizzato è, quasi sempre, la tarantella calabrese suonata con voce appassionata e chitarra battente, così inizia i suoi viaggi nella celebrazione della bellezza e della storia della regione, non mancano, però, le ballate e i suoi racconti coinvolgenti affollati di personaggi coraggiosi che, per amore della propria terra, lottano per la giustizia, la libertà e per un meritato riscatto sociale e culturale. Francesca ha restituito al cantastorie la sua funzione primaria, quell’impegno sociale che nel tempo era stato abbandonato per lasciare il posto ad una più “tranquilla” tradizione popolare. Le ballate di Francesca nascono da incontri normali, dal quotidiano “Io ascolto e mi lascio interrogare da ciò che accade intorno a me o da quello che leggo nel giornale”. Un esempio per tutti è : la “Ballata di Lea” (Ciangiti assema a mia, ciangiti forti! Ciangiti ‘e chista donna ‘a dura sorti! Piangete insieme a me, piangete forte! Piangete di questa donna la dura sorte! Almenu ppe mia figghja ncuna cosa ha da cangiàra. A iddha nci dugnu a vita cchi a mia non po’ tornàra – Nu jornu fu rapita e Lea neppuru l’umbra. Nta l’acidu, si dicia, sciogghjutu u corpu fu » ( «Almeno per mia figlia qualcosa deve cambiare. A lei darò la vita che a me non può tornare – Un giorno fu rapita, di Lea neppure l’ombra: nell’acido, si dice, disciolto il corpo fu») che si ispira alla vicenda della pentita di ‘ndrangheta, trucidata dal suo stesso compagno e padre di sua figlia. Francesca Prestìa rappresenta la voce  che tiene in vita la tradizione musicale e di denuncia nel sud, sulla scia di altre grandi interpreti del passato, dalla siciliana Rosa Balestrieri a Giovanna Marini: il cantastorie, con le sue ballate, – afferma –  ha il compito di fare cronaca, oggi nessuno canta il presente e allora bisogna comporre. Il suo repertorio, come dicevo, è dedicato alle querce del Meridione a quelle  figure femminili straordinarie che nel loro piccolo si sono ribellate:  non possiamo – dice Francesca – lasciare in eredità alle giovani generazioni questa Calabria dove le eccellenze, le persone in gamba, i lavoratori, vengono sconfitti da una classe politica marcia, collusa con la ndrangheta che porta voti alle elezioni. La mia generazione può giocarsi una carta importante con i figli, educarli al coraggio, a condividere un progetto di Calabria diversa. Solo una alleanza al femminile può salvare questa terra, io lotto come donna di cultura, lotto con la mia chitarrina per risvegliare gli animi e costringere i cittadini a reagire, del resto fare il cantastorie è una scelta politica. Mi sento un’agente politico della società, che attraverso i teli e la chitarra lascia messaggi più impressi che un comizio elettorale. Questo in sintesi il messaggio forte di Francesca che non deve rimanere confinato alla Calabria ma che va esportato, perché i problemi della Calabria sono, quasi sempre, i problemi dell’Italia intera.

Jankadjstrummer