Riascoltati per voi – Laurie Anderson – big science. by Jankadjstrummer

laurie
Uno dei maggiori pregi di Laurie Anderson è quello di essere riuscita a coniugare bene il rock con le arti visiveattraverso l’ utilizzo del corpo, della tecnologia e della musica pop. Certo l’originalità dell’artista rappresenta il punto di forza del suo lavoro ma bisogna dire che tante sono le influenze, da John Cage alle performance dei Fluxus oltre al forte sodalizio sia artistico che sentimentale con Lou Reed. I suoi video sono fortemente innovativi, una bella commistione di poesia metropolitana, suoni e musica sperimentale. La sua carriera parte a metà degli anni ’70 e culmina con un capolavoro “United States I-IV”, quasi otto ore di performance multimediale che vede la pubblicazione solo nel 1984 ( la bellezza di cinque album ). La performance vede infatti la Anderson recitare e suonare davanti a uno schermo su cui diversi proiettori riversano immagini, filmati e giochi di luce, illustrando un grande ritratto dell’America in quattro parti (trasporti, politica, soldi, amore) e concentrandosi sull’idea degli Usa come terra dell’utopia tecnologica.
Un altro tema del suo lavoro è l’ accettazione e la convivenza con la tecnologia, per lei non è “buona o cattiva”, dipende da come la si usa. Riferendosi a Internet ha dichiarato “ Molta gente crede che la tecnologia impedisca di comunicare e’ come dire che la matita e’ dannosa… Non e’ la matita che è dannosa, ma e’ il come la usi che può
renderla dannosa. Quindi il problema non e’ la tecnologia, ma come questa viene utilizzata.
Da questo lavoro, però, la Anderson aveva già estratto delle perle che avevano dato vita nel 1982 all’album “Big Science” che considero il suo
capolavoro. Anche gli ascoltatori meno attenti non hanno potuto fare a meno di ascoltare la hit dell’ album “O Superman (For Massenet)”, utilizzata alla fine degli anni ’80 nello spot per la campagna di sensibilizzazione sull’ “AIDS”, un filtro vocale sulla recitazione del brano, due accordi vocali che sembrano provenire da un freddo robot creano un brano ossessivo, inquietante che ben si adatta al clima della “ peste del xx° secolo.
Il pezzo si apre con un messaggio in segreteria telefonica (“Hello? This is your mother.”), poi prosegue con un testo ironico “Quando l’amore è perso c’è sempre la giustizia. Quando la giustizia è persa c’è sempre la forza. Quando la forza è persa c’è sempre la mamma”. il finale è inquietante ed apocalittico c’è un chiaro riferimento alla crisi USA-IRAN del 1979 ma anche una spaventosa invocazione “Così tienimi, Mamma, tra le tue braccia/ le tue braccia petrolchimiche/ le tue braccia militari/ le tue braccia elettroniche”. Questo pezzo è un misto di sinistra ironia dipinge
una America come una grande mamma che protegge i suoi figli ma li tiene soggiogati “Gli Stati Uniti aiutano, non danneggiano, fanno sviluppare nazioni usando le loro risorse naturali e materie prime” questo è l’ ammiccante slogan.
In “From The Air” la Anderson dichiara le sue origini rock con un bel duetto batteria e sax a cui segue però un recitativo, su una base di sintetizzatori, raccapricciante “This is your Captain/ and we’re going down”,.
Il brano “ Big science “ è pura elettronica, sorretto da synth e percussioni, qui alterna il canto alla recitazione, un dialogo padre e figlia sui grandi temi dell’ecologia e della filosofia , si tratta, insieme al singolo, del momento più alto dell’album.
Poi c’è la ludica “Sweaters” intrisa di cornamuse, “Walking & Falling” bel pezzo in cui l A riesce a creare tensione esclusivamente con la recitazione e pochissimi suoni sparsi. “Born, Never Asked” ricorda molto lo stile di Peter Gabriel peraltro molto legato alla Anderson con cui ha collaborato nell’album” So” e con un bel finale di assolo di violino.
Segue poi “Example # 22” pieno di vocalizzi e ma supportata da numerosi strumenti: violino, flauto, sax tenore e baritono, e clarinetti che dimostra come l’aspetto musicale non sia mai stato per lei secondario, anzi credo che peschi a piene mani dal rock per poterlo contaminare con le arti visive, creando un bellissimo spettacolo multimediale.
Anche “Let x =x” è allegra, tastiere, marimba e hand clap
e nel finale un bel virtuosismo di trombone.
Nell’ultimo brano “It Tango” continua il dialogo iniziato in “ Big science “ in cui i due personaggi dialogano ma non riescono a comunicare, un altro grande tema vissuto con un atteggiamento contraddittorio tra un approccio creativo ed umano alla tecnologia e la paura della propria alienazione. Credo che sia nella ricerca e nella sua dignità artistica la grandezza della Anderson, lei ha sempre mantenuto la barra dritta, non si è fatta condizionare ed ha rinunciato ai facili successi, per crearsi un immagine di artista globale, apprezzata e stimata dai grandi nomi del rock d’avanguardia, non ha caso il genio di Brian Eno ha realizzato nel 1994 con lei lo stupendo album “Bright Red”. Buon ascolto JANKADJSTRUMMER
1. From The Air
2. Big Science
3. Sweaters
4. Walking & Falling
5. Born, Never Asked
6. O Superman (For Massenet)
7. Example #22
8. Let x =x
9.It Tango
laurie2

DISCHI STORICI RIASCOLTATI PER VOI – THE SMITHS / THE QUEEN IS DEAD – by Jankadjstrummer

smithsTHE SMITHS  / THE QUEEN IS DEAD

The Queen Is Dead  degli Smiths viene pubblicato nel giugno 1986; siamo in Inghilterra in piena epoca Tachteriana, il disco doveva originariamente intitolarsi “Margaret On The Guillotine”  e doveva essere l’ennesima bordata alla Lady Thatcher che finisce al patibolo, con tanto di colpo di lama finale – questa storia costerà a Morrissey una visita a casa con perquisizione da parte della polizia. Il disco mette in risalto la forte insofferenza nei confronti di un paese decaduto sia dal punto di vista morale che da quello politico. Qualcuno ritiene che è  riduttivo interpretare il titolo e l’opera nel suo insieme in una chiave esclusivamente anti-inglese, la crisi a cui gli Smiths fanno riferimento riguarda le illusioni, le speranze collettive di cui sono nutriti i grandi movimenti libertari dei decenni precedenti ridotte a macerie e solitudine. Musicalmente il disco è in perfetto stile  smithsiano ed entra di fatto nella storia del rock britannico più degli altri perchè qui sono nate le perle più pure e convincenti della coppia Morrissey/Marr vere anime della band. Da questo punto di vista il lavoro è perfetto la voce di Morrissey è ai suoi apici interpretativi: i brani sono “Cemetery Gates” un country-rock dal sapore antico su cui ruota un bel giro di basso, “Bigmouth Strikes Again” e “The Boy With The Thorn On His Side”, sono dolci melodie vocali sulla quali Morrissey  tesse le sue trame, due pezzi leggeri ma intensi ed ancora “There Is A Light That Never Goes Out” una canzone senza fine, al tempo stesso elegante ed essenziale che ricorda vagamente la migliore canzone francese Anche i pezzi della prima metà del disco catturano l’ascoltatore: “The Queen Is Dead” è una composizione di oltre sei minuti è rappresenta il pezzo più sperimentale dell’album. “Frankly, Mr. Shankly” è un ritornello scanzonato mentre “I Know It’s Over” è un altro pezzo interessante di soul  leggero e malinconico.                   Il clamoroso successo del disco è accompagnato dalle inevitabili polemiche sulle sortite anti-monarchiche di Morrissey che in un’intervista va giù pesante: “Disprezzo la famiglia reale. L’ho sempre disprezzata. E’ un non-sense fiabesco, l’idea stessa della loro esistenza in giorni come questi, durante i quali la gente muore quotidianamente perché non ha abbastanza denaro per pagarsi il riscaldamento, tutto ciò è immorale”.                           Devo dire che ho riascoltato con attenzione l’album e mi sento di affermare che gli anni ’80 senza gli Smiths sarebbero stati monchi.

JANKADJSTRUMMER

RIASCOLTATI PER VOI – THE CURE “The Head On The Door” by Jankadjstrummer

“The Head On The Door”cure

Siamo a metà degli anni ’80 e i Cure si trovano ad affrontare un dilemma, un dubbio amletico che riguarda il loro futuro: continuare nella deriva delle ossessioni quasi apocalittiche dell’album “Pornography” o abbracciare definitivamente la pura sperimentazione come avevano fatto con il deludente “ The top”, la scelta è chiaramente affidata a Robert Smith che tiene ben saldo il timone del comando rinnovando per l’ennesima volta la line-up del gruppo, l’ex batterista Lol Tolhurst, infatti, passa alle tastiere, rientra il bassista Simon Gallup dopo la parentesi solista, rientra anche Porl Thompson, chitarrista della prima stagione Cure mentre a Boris Williams vengono affidate le drums. Con questa nuova formazione viene alla luce  “The Head On The Door” un disco che possiamo definire una rinascita dopo anni in cui i Cure erano scesi negli inferi dell’animo umano ma riuscendo comunque a rimanere a galla, una rinascita sulla strada del pop-rock melodico che vuole strizzare l’occhio alle classifiche e ai passaggi radiofonici ma senza perdere i propri connotati di band post-punk dalle sonorità dark. Una scelta coraggiosa che avrebbe fatto gridare all’eresia, allo scandalo per qualunque altra band ma che è diventata, per loro, quasi una metamorfosi per uscire da un clichè che li stava spegnendo. Dieci brani che hanno la pretesa di chiarire che Robert Smith e soci hanno ancora qualcosa da dimostrare: possono ancora lavorare per creare qualcosa di alternativo che non sia necessariamente tristezza e depressione ma che sia piacere di creare e divertirsi nel suonare insieme. Il disco parte in maniera travolgente con “In Between Days”, in cui una chitarra ritmica e la batteria prepara una base ritmica eccezionale su cui ben si poggiano le tastiere e il basso, non più suoni tenebrosi, ma dolci e solari, una dimostrazione tangibile che i Cure sono cambiati anche se resta il contrasto tra l’apparente spensieratezza della musica e la tensione del testo. La successiva “Kyoto Song” è più distesa ma intensa, malinconica, ricorda i primi Cure , con un testo all’altezza della situazione e dotata di un fascino irresistibile (“The trembilng hands of the trembling man hold my mouth to hold in a scream”) (“Le mani tremanti dell’uomo tremante tengono la mia bocca per trattenere in un urlo”). Qui il suono dark è magico non racchiude solo incubi ma anche alcune riflessioni di Smith sull’Oriente. Ancora variazioni sul tema in “The Blood” una rilettura spagnoleggiante delle sue ossessioni religiose, bellissime chitarre acustiche in versione da flamenco moresco dagli echi arabeggianti. Molto più vicina al tipico stile Cure è “Six Different Ways”, forse il brano in cui meglio convergono le due esigenze stilistiche del gruppo. Una piacevole favola affollata di animaletti elettronici che saltellano in un bosco fatato. “Push”, uno dei momenti migliori dell’album in cui si fondono alla perfezione gli strumenti e con le chitarre ben in evidenza, un vero brano da arena del rock che potremmo definire epico anche quando la batteria di Boris Williams segna il battito del cuore e la voce di Robert grida senza esitazione “Go, go, go!”. La seconda facciata dell’album si apre con“The Baby Screams” in cui il basso di Gallup intrigante ed al tempo stesso affascinante fa da tappeto sonoro ad una canzone cantata con energia.  “Close To Me” è il manifesto dei Cure di questo periodo, un capolavoro dall’attacco indimenticabile che si regge su di una dolcissima ritmica, su una sovrapposizione di pianole e sulla voce a tratti addolcita da languidi sospiri e sussurri di Smith, una grande interpretazione e un ritornello che si insinua nella testa per non uscirne più. Il suono delle chitarre è un bel marchio di fabbrica per “A Night Like This”, un brano squisitamente dark carico di energia e ipnotismo che sale piano per chiudere, poi, in un crescendo che sfiora la perfezione.
“Screw”, è, invece, un selvaggio pezzo dance che parte da un riff di basso
per diventare a poco a poco quasi un pezzo hard. Il disco si chiude con  “Sinking”, un brano per i nostalgici del sound degli esordi, mai rinnegato dai Cure, ma che in questa fase vogliono solo rigenerarlo, un brano costruito in maniera magistrale in cui c’è una perfetto percorso nei meandri dei sogni dark di Robert Smith. Con “The Head On The Door” credo si sia raggiunta la perfetta alchimia tra il pop e il dark, un risultato ottenuto con sofferenza da Robert Smith che ha avuto la capacità di capire che essere fragile e sensibile non sempre è l’anticamera della depressione ma a volte fa scoprire che c’è sempre un’altra faccia della medaglia e che spesso possa esserci una               “ tristezza allegra”.  Jankadjstrummer

  1. “Inbetween Days”
  2. “Kyoto Song”
  3. “The Blood”
  4. “Six Different Ways”
  5. “Push”
  6. “The Baby Screams”
  7. “Close To Me”
  8. “A Night Like This”
  9. “Screw”
  10. “Sinking”

 

 

RIASCOLTATI PER VOI DEEP PURPLE IN ROCK 1970 by Jankadjstrummer

 

 

 

deep purple

DEEP PURPLE  “ IN ROCK

 tracklist

  1. Speed king
  2. Bloodsucker
  3. Child in time
  4. Flight of the rat
  5. Into the fire
  6. Living wreck
  7. Hard lovin’ man

Il disco esce nel 1970 ma viene nelle mie mani solo nel 1973 quando nei pomeriggi di studio a casa di un mio compagno di scuola saccheggiavamo la discoteca fornitissima di rock dei suoi fratelli maggiori ed ascoltavamo questo Deep Purple in rock con uno scassatissimo giradischi Lenco. Già la copertina faceva volare l’immaginazione, era raffigurata la Band scolpita nella famosissima montagna di Rushmore  al posto dei  volti dei 4 presidenti americani quasi a voler significare che con questo disco veniva scolpito  per sempre nella roccia il loro rock aggressivo che miscela tanto blues con influenze sinfoniche che la voce di Ian Gillan rende maestosa. Riascolto per intero questa pietra miliare del rock questa volta senza il gracchiare della puntina sul giradischi ma in versione rimasterizzata con la cuffia dell’I-Phone che rende il suono limpido ed avvolgente. Partono le prime note incendiarie di “Speed King “ chitarra ed organo che svisano in un suono grintoso quasi  assordante, tutto scema per lasciare il posto ad un dolce organo che tranquillizza prima di far ripartire le note veloci ed agguerrite che ti scuotono anche fisicamente. Ian Gillan si lascia andare ad un vocalizzo hard che diventerà il suo biglietto da visita il suo marchio nel prosieguo della carriera della band.  Il secondo brano  “Bloodsucker” è anch’esso un esempio di hard rock che farà scuola, un blues viscerale ma nello stesso tempo elegante dove i virtuosismi di Blackmore e Lord si intrecciano. Questi primi due brani danno il polso della loro grandezza: suoni hard, chitarre strazianti che fanno da contraltare ad melodia raffinata, ricercata. La prima facciata termina con uno dei loro capolavori di sempre “Child in Time”: un blues in crescendo che esonda in urli disperati di Gillan e in progressioni strumentali che toccano tutta la band, batteria, basso, tastiere e che conducono in un finale di gran classe che si ascolta inevitabilmente ad alto volume. Oltre dieci minuti di musica ben costruita che rimarrà nella storia del rock. E’ necessario un attimo di tregua, le mie orecchie e il mio stomaco sono in subbuglio, prima di far partire la seconda facciata affidata a “Flight of the rat” un classico brano hard rock in cui viene messa ben in evidenza la coralità, il gruppo. E’ un brano semplice in cui ogni musicista entra in scena con un suo assolo, chitarra, basso, tastiere per poi stringersi attorno alla melodia principale.  Seguono poi due brani “Into the fire” e “Living wreck” che non sono dei gran capolavori ma che tuttavia sono classici hard rock  suonati sempre ad un certo livello. Il disco si chiude con un brano particolarmente rovente “Hard lovin’ man”, che parte in maniera quasi psichedelica per sfociare in un suono energico, violento  non frequente nel 1970. I Deep Purple, con questo lavoro, hanno raggiunto alte vette compositive elevandolo a disco manifesto dell’hard rock. E’ un grande disco,imprescindibile e fondamentale per tutti gli amanti del rock che ne dovrebbero tenere una copia a ‘mo di cimelio.                                                        Buon ascolto o riascolto da JANKADJSTRUMMER

RIASCOLTATI PER VOI – THE BLACK KEYS – EL CAMINO – 2012 by Jankadjstrummer

EL CAMINO

THE BLACK KEYS –  EL CAMINO –

Da queste pagine avevo già decantato le gesta di questo formidabile duo proveniente da Akron all’indomani dell’uscita del loro album “Brothers”, peraltro pluripremiato con i  Grammy e gli MTV Award, ma, a questo punto, mi sento di confermare che i Black Keys con questo nuovo disco “ El camino”, sono la band più cool del mainstream alternativo di questo inizio di 2012, sono, ormai,  al 4°/5° ascolto del disco e mi sono convinto che si tratta di un vero gioiello perché coniuga con perizia un certo tipo di rock & roll rumoroso, randagio, una musica immediata, viscerale, che ben si concilia con la vera natura del rock americano fatto di lunghe strade che tagliano in due il deserto, motel che i Black Keys percorrono a bordo di quel furgone Chrysler della copertina del disco. Un viaggio rock attraverso gli Stati uniti che Dan Auerbach alla chitarra e Patrick Carney alla batteria hanno voluto musicare durante il loro tour dell’anno scorso. Il disco è tiratissimo veloce ma questa volta non esplora il soul e il funk come avvenne per “brothers” ma vira invece sul rock’n’roll di maniera di quello che si lascia ascoltare, direi cullare, un rock che dà poco importanza ai testi che diventano, solo, un ausilio della musica.

Metto, virtualmente, il disco sul piatto è sono spiazzato da un brano geniale che parte con riff di chitarra irresistibile Lonely Boy, pezzo azzeccatissimo come è azzeccato il divertente video che gira in rete, un mix esplosivo di blues e di funk anni ’70. Si procede con “Dead and gone”, che non risparmia accenni pop in stile Motown, mentre “Gold on the ceiling” con un bel ritornello, è ricco di cori che starebbero benissimo in un film di Tarantino, un bel colpo di acceleratore di quel sgangherato furgoncino che percorre le polverose strade americane. Dopo questo trittico adrenalinico bisogna fermarsi un attimo a riprendere fiato, cosi parte una dolce ballata che per un certo modo di arpeggiare con la chitarra acustica che ricorda molto “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin, si tratta di  “Little black submarines”, che parte leggera e struggente per proseguire poi con un crescendo in stile garage-rock che funziona alla perfezione. La sosta all’Autogrill è brevissima perché “ el camino”  riparte alla grande con il ritmo incalzante e  con la chitarra rabbiosa di  “Money maker”, poi la seducente carica funk di “ sister “ rapisce ai primi accordi con il suo avvolgente ritornello, una canzone, forse la più bella dell’album,  che mette in mostra la splendida voce quasi black del bianco Dan Auerbach in cui si sente la mano magica del produttore e musicista  Danger Mouse che sin dall’album ai tempi di Attack & Release del  2008 è divenuto il terzo elemento dei Black Keys

Poi c’è “Stop stop” un bel brano di soul farcito di bellissimi fraseggi di slide-guitar che dimostrano, se non ce ne fosse bisogno, che parliamo di un duo di inguaribili e sentimentali nostalgici del blues, gli altri brani “Hell of a season” e “Nova baby”  come spesso accade non eccellono, sono un po’ “per far ciccia “ tuttavia abbastanza gradevoli. L’album si chiude con un bel brano Mind Eraser che parla di un amore perduto e ci conduce alla fine di questo meraviglioso viaggio “on the road” con ancora la polvere in bocca.  I Black Keys con questo disco ci dimostrano che è ancora possibile suonare un rock’n’roll genuino non edulcorato in cui ci si lascia sopraffare dalla carica rivoluzionaria, la grandezza di questo lavoro sta in questo: mentre la musica pop va verso altre direzioni è ancora possibile innamorarsi di quella maledetta musica rock che molti danno per spacciata. Rock&roll never die!

TRACKLIST:
“Lonely boy”
“Dead and Gone”
“Gold on the ceiling”
“Little black submarines”
“Money maker”
“Run right back”
“Sister”
“Hell of a season”
“Stop stop”
“Nova baby”
“Mind eraser.

Dal vostro Jankadjstrummer

 

I POOH di PARSIFAL – TIMIDE STERZATE DI PROGRESSIVE by Jankadjstrummer

pooh

I Pooh di Parsifal

Solo un paio di anni fa, a tutto avrei pensato tranne di dover scrivere un articolo sui Pooh, ma spesso accade che la nostalgia e le insistenze dei lettori tirano brutti scherzi; cosi ripesco un disco che bene o male ha accompagnato i giovinetti degli anni ’70 alle prese con i primi amori. Nelle feste in casa dei liceali era immancabile l’ LP Parsifal dei Pooh. La particolarità di questo disco sta nel timido tentativo, peraltro rimasto tale, di accostarsi alla nuova onda del  progressive. Questo album si compone di otto brani  melodici accompagnati dall’orchestra e da una suite di oltre dieci minuti che si ispira proprio a Parsifal, un dramma sacro di Wagner in cui la religiosità, il misticismo si coniuga con l’eroismo ma anche con i sentimenti. Proprio questa suite rappresenta per molti un bell’esempio di progressive proprio per la composizione ben articolata del  brano, in realtà non sono molto d’accordo con questa definizione perché ritengo che forse è più corretto parlare di pop-sinfonico con arrangiamenti ben costruiti che elevano la famosissima coppia “ Facchinetti-Negrini “, capaci di scrivere testi mistici e fantastici ed una buona musica pop. Ma Camillo Facchinetti detto Roby, Donato “Dodi” Battaglia, Stefano D’Orazio e Bruno Canzian in arte Red hanno sterzato solo per un attimo verso la sperimentazione, verso l’underground progressive scegliendo un itinerario molto più facile, che li ha portati ad un successo che dura da oltre 40 anni   ( è del 1968 “Piccola Katy” ). Ma veniamo alla suite Parsifal: dolci accordi di pianoforte danno il tempo alla narrazione del racconto che si diluisce fino alla ricerca dell’infinito. Il cavaliere senza macchia e senza peccato è alla ricerca del Sacro Graal, simbolo cristiano mistico che rappresenta  la ricerca del soprannaturale  e della vita eterna,  ma quando incontra la donna amata intesa come la vita terrena decide di rinunciare alla sua missione, e di concedersi definitivamente  alla sua amata (“le tue armi al sole e alla rugiada hai regalato ormai, sacro non diventerai“). L’amore terreno che si contrappone al sacro che in questo caso era la sua missione eroica. Torniamo però all’inizio del disco “L’anno, il posto, l’ora…” ha un testo direi epico, con una bella introduzione di chitarre arpeggiate acustiche ed elettriche molto ben congegnate. Il brano si compone di  due parti, la prima più eterea e sognante che è una metafora dell’amore irraggiungibile sfiorato solo per un attimo, con un lirismo straordinario che si fonde magnificamente con la musica , (“l‘anno il settantatrè il posto il cielo artico, l’ora che senso ha, d’estate è sempre l’alba, l’incontro di ogni giorno con l’immensità credo finisca qua) poi un crescendo di immagini che denota una prolungata attesa alla ricerca della bellezza da rivedere almeno per un istante in modo che possa imprimersi  e suggellarsi nella mente “suoni di vento e d’acqua che fermare vorrei… ma non c’è tempo ormai“, fino  a fondere in un crescendo corale sia con il suono che con la voce “e non dite a lei: non lo rivedrai, dite: non si sa, forse tornerà“, Ma come è accaduto per Parsifal la canzone, apparentemente semplice, è sempre in bilico tra il trascendente, il mistico e la vita reale, quella vera, quella vissuta, nella seconda parte infatti tornano le immagini nitide del quotidiano : “all’orizzonte là, il sole è un occhio immobile, è notte ma la notte qui d’estate è solo una parola” prima che un coro concluda con un bel fendente ben assestato affascinata e stanca la mia anima va, verso la libertà“.  Parlare degli altri brani che compongono questo lavoro diventa un pò superfluo: “Solo cari ricordi” è un branetto beat molto leggero che si ricorda per un assolo di chitarra finale., si ricorda ancora meno “Io per te per gli altri giorni”. Poi due ballate d’amore molto gradevoli in cui è ben in evidenza la chitarra e il piano “La locanda” e  “Lei e Lei”. La seconda facciata si apre con “Come si fa”  che si caratterizza per un bell’arpeggio di chitarra che apre il brano. “Infiniti noi” è un classico dei Pooh ben costruito per il successo di pubblico mentre in “Dialoghi” è molto bella la chitarra arpeggiata che poi diventa sottofondo del canto. Credo che le due perle del disco, l’apertura e la chiusura  valgano ad annoverarlo come l’unico lavoro dei Pooh meno commerciale, più di ricerca che la premiata azienda sia riuscita a sfornare. Un album romantico, epico che lavorando sulle immagini prova a descrivere emozioni e stati d’animo ancora sinceri.

JANKADJSTRUMMER

 

RISCOLTATI PER VOI – PINK FLOYD – Wish You Were Here, my crazy diamond by Jankadjstrummer

RISCOLTATI PER VOI – PINK FLOYD – Wish You Were Here

Remember when you were young, you shone like the sun, shine on you crazy diamond!

L’anno 1975 è il periodo di massima creatività e di popolarità per i Pink Floyd, reduci dal successo planetario di The Dark Side of the Moon, escono con un altro capolavoro, un album in cui cambiano gli ingredienti classici del gruppo, qui si trova una grande tristezza e una sincera malinconia per l’abbandono forzato, a causa dei suoi disturbi mentali, di Syd Barrett, storico componente del gruppo,. L’album è dedicato a lui, vengono ripercorsi riferimenti ed episodi del passato, si tratta di un tributo sincero a colui che ha contribuito alla grandezza e alla fama del gruppo londinese. Ieri sera ascoltavo, in macchina, Virgin Radio ( che consiglio  agli appassionati di rock), la conduttrice, introducendo il brano “wish you were here dei Pink Floyd, raccontava che durante la registrazione del disco, lo stesso Barrett, visibilmente provato a causa della malattia, fosse passato in studio per ascoltare alcuni brani, lasciando i suoi vecchi compagni sconvolti e in lacrime nel vederlo in quello stato, a quel punto pare che David Gilmour imbracciò la sua chitarra acustica e intonò alcune note blues e qualche strofa che sarebbero state la base del brano ‘Wish you were here‘, una delle canzoni più conosciute e amate dei Pink Floyd (‘running over the same old ground, what have we found? the same old fears – wish you were here‘) L’album, nei 44 minuti di eccellente musica, non mostra nessuna specifica dedica, ma il titolo, “Vorrei che tu fossi qui” è molto esplicito. Nel brano Roger Waters ha scritto: “… Come vorrei che tu fossi qui. Siamo come due anime sperdute che nuotano in un vaso di pesci, anno dopo anno, ricoprendo gli stessi vecchi posti. Cosa abbiamo trovato? Le stesse vecchie paure. Come vorrei che tu fossi qui… “. Quest’invocazione viene rafforzata in ” Shine On You Crazy Diamond” (Brilla, tu pazzo diamante) il brano che apre e chiude l’album dice più o meno questo: ” …Tu hai raggiunto il segreto troppo presto, hai gridato per la luna. Brilla, tu pazzo diamante… Nessuno sà dove sei, quanto lontano o vicino… Ammucchia più strati e ti raggiungerò là. Brilla tu pazzo diamante. E suoneremo all’ombra dei trionfi di ieri, e navigheremo sulla brezza di ferro. Su dai, tu ragazzo bambino, tu vincitore e fallito, su dai, tu minatore di verità e delusione, e brilla!... “.  “Syd è sempre stato avanti con i tempi” dice il  batterista Nick Mason, “Ad un certo punto si è lanciato avanti cosi precipitosamente creando un profondo baratro tra il normale e l’anormale. Fai presto ad impazzire quando ti trovi completamente isolato, quando non trovi nessun filo comunicativo tra te e il mondo che ti circonda”.  Ma veniamo all’ascolto del disco: parte un lieve suono di organo e mellotron che con un sintetizzatore in crescendo traccia un leggera melodia che scorre piano fino a che la Fender di Gilmour prende le redini per condurci da sola verso un sogno onirico piano piano scompare il sottofondo dell’organo e del mellotron è l’inizio della prima parte della maestosa   ‘Shine on you crazy diamond” che apre e chiude la magia. La Batteria e il basso entrano in veloce crescendo e la chitarra si unisce al fraseggio del brano, qui Gilmour e soci sono ispirati c’è tanto sentimento nella esecuzione, Roger Waters inizia il canto: ” Ricordi quando eri giovane, brillavi come il sole”, poi la frase ” Brilla, tu pazzo diamante” eseguita a più voci con estrema potenza. Nel ritornello torna la limpidezza della chitarra Fender. Gilmour e Wright si spalleggiano, accompagnati dal sax, fino alla dolcissima chiusura. Rumori metallici e un basso in perfetta stereofonia a cui si aggiunge il suono di una chitarra acustica in perfetto stile Floydiano, apre al brano “Welcome To The Machine” (Benvenuto alla macchina). Ritorna il mellotron e il sintetizzatore si concede ad assoli accompagnato da un basso saltellanti. Incursioni di timpani e una chitarra acustica ci porta verso la fine del brano che avviene con rumori di porte che si chiudono e fruscii è il brano più psicadelico dell’album che richiama i primi lavori del gruppo. Una bella chitarra rock, il basso, la batteria e il sintetizzatore aprono la seconda parte del disco il brano si intitola ” Have A Cigar” (Prendi un sigaro) ed è cantato da Roy Harper. Il lavoro di tastiera passa ora al mellotron e al piano elettrico, poi un assolo di chitarra che viene più tardi accompagnato dal sintetizzatore e dal mellotron e la musica si allontana, due chiacchere sensa senso, note classiche e chitarra acustica ci introducono a “Wish You Were Here”. Batteria, basso e piano accompagnano una bella chitarra acustica che fa da base ad un testo particolarmente triste incentrato sull’ abbandono. Un fruscio  del vento che ricorda l’album “ Meddle”  segna l’inizio della seconda parte di  “Shine On YouCrazy Diamond” condotta dal sinth accompagnato chitarra ritmica, basso, batteria; una “steel guitar” dialoga con il sinth fino al ritorno dell’inizio del disco. A questo punto vi consiglio un riascolto del disco per cogliere le tante sfumature di questo capolavoro del rock. Wish You Were Here si può definire un disco perfetto sia nei testi che nella musica, un concept album incentrato sull’assenza: della parola, ma anche dell’individuo e del pensiero. Voglio segnalare, infine, la bella copertina del disco: due mani meccaniche che si stringono l’una con l’altra, e due uomini ( uno quasi torcia umana ) che si stringono la mano, un gesto convenzionale utilizzato solo per routine senza mai coglierne il vero  valore.

Buon ascolto o riascolto da JANKADJSTRUMMER

pink

RIASCOLTIAMO GLI ANNI ’70  –  FRANCESCO GUCCINI “ RADICI “

 

RISCOLTIAMO GLI ANNI ’70  –  FRANCESCO GUCCINI “ RADICI “

L’album “Radici” di Francesco Guccini vede la luce nel lontano 1972, nel momento di massimo splendore poetico del cantautore emiliano, senza dubbio è uno dei lavori meglio riusciti della sua produzione insieme a “Via Paolo Fabbri 43” del 1976 e  da “Amerigo”. del 1978. Il senso di appartenenza che lega quasi tutti i brani lo fa diventare una sorta di concept-album molto in auge in quel periodo. Il filo conduttore del disco è la consapevolezza che ognuno di noi è un soggetto che fa parte di un gruppo, che perde  la propria individualità in ragione di un bene comune, ma anche l’ appartenenza affettiva a  qualcuno in ragione dei propri sentimenti. Come si diceva un tempo un dualismo, un nodo mai sciolto di “pubblico” e  “privato”. Il disco è una carrellata di grandi ballate che non scade mai nella retorica e nella banalità delle canzoni pop. Questo spirito di appartenenza è palese già nella  title-track in cui Guccini parla della sua famiglia con molta tenerezza ed orgoglio riconoscendo il valore e la saggezza dei propri antenati nel ricordo che se ne fa nella vita di tutti i giorni: bella canzone ma che non emerge nel contesto di una sfilza di classici dell’artista; si parte con il pezzo che è il manifesto della canzone di protesta degli anni settanta: “La locomotiva”,  tuttora il brano che chiude i  concerti in cui si consuma un rito che va avanti da oltre un trentennio: il pugno sinistro levato degli spettatori ne momento topico del brano quando “ la bomba proletaria illuminava l’aria, la fiaccola dell’anarchia “. Il pezzo narra le vicende di un “ macchinista ferroviere” alla fine dell’800 che in un momento di grandi ideali pensa bene di utilizzare la sua locomotiva lanciandola a folle velocità fino al deragliamento e all’esplosione finale. Si tratta chiaramente di una metafora, l’anarchico che lancia la locomotiva  contro il potere borghese diventa un manifesto dei movimenti giovanili degli anni ’70. Mentre “Piccola Città” è una canzone molto nostalgica sul tema della giovinezza, Guccini ricorda il periodo scolastico trascorso a Modena la “piccola citta” che diventa un posto da dove fuggire via, il ricordo della scuola e delle “ vecchie suore nere “ che insegnano i ragazzi i segreti della vita”.  Poi “Incontro” un brano che è il  racconto dell’amica ritrovata dopo tanti anni, di una amicizia rimasta immutata ma le vicende della vita rendono questo incontro amaro, triste, l’amica gli rivela il suicidio del marito “ che si era ucciso per Natale” Un “Incontro “ che diventa tenero e dolce con la penna e la voce di Guccini. Dopo  abbiamo “La canzone dei dodici mesi” una delle canzone che amo di più perché c’è dentro tutta la poesia, i riferimenti e le citazioni dell’arte e del “ dolce stil novo di Cecco Angiolieri. Musicalmente è costruita in maniera tale che ogni mese dell’anno viene accompagnato da uno strumento diverso. E’ un susseguirsi di citazioni colte, la dimostrazione che siamo in presenza di un intellettuale molto ispirato. Le ultime due canzoni affrontano temi molto belli e poetici : “la canzone della bambina portoghese” che non si sa che cosa sia ma l’allusione è chiara, siamo nell’era post sessantottina sono caduti tanti steccati, ottenute tante conquista ma resta l’incertezza del futuro di quello che dovrà avvenire. una sorta di metafora della generazione che esce dal ’68 che è consapevole di ciò di cui si è liberata ma non sa a cosa va incontro. Bella l’immagine della bambina portoghese che dalla spiaggia guarda l’Oceano Atlantico e cerca di immaginare cosa c’è oltre quel mare. La conclusione è un brano cardine dell’opera gucciniana, “Il vecchio e il bambino”, in cui mette a confronto due epoche, due generazioni e lo fa con molto stile. Il messaggio è molto semplice, il passato, le esperienze della vecchia generazioni non devono andare perse dall’incalzare della modernità e devono essere un punto di riferimento, un faro per le generazioni future. Non è possibile costruire nulla senza l’apporto della cultura degli vecchi. Riascoltare questo album e queste canzoni che fanno parte del mio passato è per me un’ occasione di riflessione, rivivere l’emozione delle inquietudini giovanili è un toccasana per affrontare le paure, le lotte quotidiane  e i sentimenti e poi diciamocelo pure, fanno molta tenerezza. Radici è un grande album,  testi importanti ed ispirati, un po’ scarno dal punto di vista musicale, ma al Grande Guccini  gli si perdona tutto.

guccini

Buon ascolto o riascolto per i meno giovani da  JANKADJSTRUMMER

L’album contiene:
1. Radici
2. La locomotiva
3. Piccola città
4. Incontro
5  Canzone dei dodici mesi
6. Canzone della bambina portoghese
7. Il vecchio e il bambino

guccini

RIASCOLTATI PER VOI – CCCP – 1964-1985 AFFINITÀ E DIVERGENZE TRA IL COMPAGNO TOGLIATTI E NOI – DEL CONSEGUIMENTO DELLA MAGGIORE ETÀ. By Jankadjstrummer

CCCP  –  1964-1985 AFFINITÀ  E DIVERGENZE TRA IL COMPAGNO TOGLIATTI E NOI – DEL CONSEGUIMENTO DELLA MAGGIORE ETÀ.

I CCCP nascono nel 1982 in un locale di Berlino, dall’incontro di Giovanni Lindo Ferretti con il chitarrista Massimo Zamboni. I due suonano, per un bel po’, in giro per la Germania, tornati in Italia hanno una grossa intuizione che farà la loro fortuna, si convincono che è possibile appropriarsi della cultura emiliana, tradizionalmente comunista, e fonderla con il punk, magari prendendo il ballo liscio e portarlo a tutta velocità ed immergerlo nel suono “industriale” del rock tedesco.

Il loro primo lavoro è del 1984 “Compagni, cittadini, fratelli, partigiani”, una piccola raccolta di brani della primissima produzione ma il loro primo vero album i CCCP lo pubblicano nel 1986 “Affinità e divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Del conseguimento della maggiore età”. E’ un disco eversivo, impetuoso e paranoico, una grossa scossa elettrica  per la musica Italiana. La  loro è pura provocazione, mi ricordo di averli ascoltati per la prima volta in una festa del 1° maggio del 1985 all’Auditorim FLOG di Firenze, uno spettacolo quasi circense in cui abbondavano le bandiere sovietiche, le performance dell’artista del Popolo, Fatur che mimava i mestieri, il mondo delle fabbriche URSS, abbigliato con corazze ed effigie che richiamavano al socialismo reale e accompagnato dalla bella e “benemerita Soubrette” Annarella Giudici. Fu uno spettacolo esaltante  da seduta di elettroshock. Ma torniamo al disco, in copertina sullo sfondo una foto di Togliatti mentre all’interno la scritta “Punk filosovietico/ musica melodica emiliana”, il disco parte a razzo al grido di  “CCCP”, con le chitarre gracchianti e un ritornello che mette subito in chiaro le intenzioni politiche del gruppo: “Fedeli alla linea e la linea non c’è”. Musica al vetriolo,il basso e la batteria che reggono un tempo martellante e creano un disordine mentale che sarà il loro biglietto da visita. Ripartono subito con “Curami”, un pezzo mitico quasi una preghiera con cui i CCCP consapevoli delle psicosi di una generazione di giovani non integrati e eternamente fragili ed insicuri chiedono una terapia, una medicina che riesca i liberarli dalle ossessioni e dagli incubi che affollano le menti di una generazione di giovani:  “Prendimi in cura da te, curami, curami”, chiede Ferretti ma non è dato sapere a chi, se al suo psichiatra, ad un demiurgo o allo sciamano, cantando su un tappeto di chitarra punk addolcito dal suono dello xilofono. Il brano si chiude con una richiesta ripetuta ossessivamente, una modalità peraltro molto usata dai CCCP che in questo caso fa “Solo una terapia, solo una terapia!”. Poi parte uno dei brani che preferisco “Valium Tavor Serenase” che rappresenta il manifesto del Ferretti pensiero, della sua musica e del messaggio che vuole che passi: Le droghe non sono importanti non aumentano le nostre percezioni né servono come eccitanti perché sono meglio i calmanti e i sonniferi  “Il Valium mi rilassa/ il Serenase mi stende/ il Tavor mi riprende” ma queste parole, quasi concilianti, sono seguite da ritmi violenti di punk hardcore e sono sintomatici di un forte malessere. Questi suoni all’improvviso si fermano per lasciare il posto ad un giro di ballo liscio alla Casadei. Invenzione azzeccatissima!  Ancora ritmi punk con “Trafitto” e “Noia”, il primo brano si apre in maniera malinconica “nell’era democratica simmetriche luci gialle/ e luoghi di concentrazione/ nell’era democratica strade lucide di pioggia/ splende il sole fa il bel tempo…”, poi il ritmo sale vertiginosamente e Ferretti esalta l’indolenza e la svogliatezza (“Trafitto sono/ trapassato dal futuro/ cerco una persona/ Fragili desideri/ a volte indispensabili/ a volte no”) nell’altro si parla di una cupa e triste noia.

Poi la trasgressione sessuale di “Mi ami”, l’attesa di una situazione estrema contro un rapporto a due senza amore, freddo ed annoiato  “ Un’erezione, un’erezione triste per un coito molesto, per un coito modesto/ Spermi spermi indifferenti, per ingoi indigesti/io attendo allucinato la situazione estrema” Poi il brano “Morire” una cruda invettiva, probabilmente autoironica, ai giovani in cui uno sprezzante Ferretti ammonisce “Produci, consuma, crepa/ Produci, consuma, crepa/ Cotonati i capelli, riempiti di borchie/ rompiti le palle/ rasati i capelli/ crepa/ crepa”.

Il cerchio della depressione e del post edonismo anni ’80 si chiude con  “Io sto bene” uno dei brani più azzeccati dell’album “Non studio, non lavoro, non guardo la tv, non vado al cinema, non faccio sport”. Qui è forte l’inadeguatezza e la fragilità e il vuoto esistenziale: “Io sto bene, io sto male, io non so come stare “.
Si ritorna a i toni cupi con “ Allarme”, un basso lieve ma ripetitivo, una chitarra distorta, il suono della fisarmonica che intona un tango e l’invocazione dell’allucinato Lindo Ferretti (“Muore tutto, l’unica cosa che vive sei tu. Solo tu, solo tu”) sono il preludio ad un The end, al delirio conclusivo di “Emilia Paranoica”, il brano in assoluto più bello  dell’album. Inizia con delle urla, un basso flebile e una  batteria elettronica anch’essa rallentata crea un clima apocalittico, Ferretti recita “Aspetto un’emozione sempre più indefinibile” , con accordi di chitarra  che seguono il canto monotono, l’atmosfera dark che si dissolve piano, le chitarre che graffiano e questo lungo recitativo che diventa più veloce, il ritmo che sale e i suoni che diventano violenti, è l’apoteosi prima del ritorno al punto di partenza  che risale questa volta ancora più intenso e sofferto. E’ l’Emilia che da terra evoluta, gioiosa e fiera  diventa una terra nebbiosa e sen’anima , una terra affollata da tossici e sbandati, una terra in cui l’unica seduzione è dormire. L’album è un capolavoro del rock italiano e consacrerà i CCCP come la più grande rock band italiana.

cccp

Da ascoltare e riascoltare Jankadjstrummer

Tracklist

  1. CCCP
  2. Curami
  3. Mi ami? (remiscelata)
  4. Trafitto
  5. Valium Tavor Serenase
  6. Morire
  7. Noia
  8. Io sto bene
  9. Allarme
  10. Emilia Paranoica

Riascoltati per voi – GENESIS NURSERY CRIME

Riascoltati per voi        GENESIS  NURSERY CRIME

Peter Gabriel

Un brivido mi attraversa la schiena  quando parte questo capolavoro dei Genesis  che compie esattamente 47 anni, quindi, recensirlo non è mi viene molto facile, mi sovvengono ricordi di giovinezza, i miei primi ascolti di musica rock che mi hanno  rapito e mi hanno tenuto segregato per sempre a questi suoni, la mia è stata comunque una prigionia dorata , stuzzicante, coinvolgente da cui non mi piace  liberarmi. Ma veniamo a questo capolavoro che per la prima volta vede la formazione del gruppo al completo, (Gabriel/Collins/Banks/Hackett/Rutheford), compreso il diciannovenne Phil Collins alla batteria ed anche alla voce nel  brano “For Absent Friend”. Questo  terzo album in studio del gruppo era molto atteso sia dalla critica che dai fans che aspettavano la conferma di essere in presenza di uno dei gruppi più importanti del progressive rock. Il titolo dell’album è riferito alle filastrocche per i bambini inglesi (nursery rhymes – la parola rhymes è stata sostituita per assonanza con  crimes).

Guardando il disegno di copertina del disco, il testo del brano d’apertura The Musical Box si comprende il bozzetto dell’artista Paul Whitehead che firmerà molte copertine dei Genesis, viene raffigurata una bambina che gioca a croquet con teste umane; c’è una notanel disco che spiega la trama di questo concept-album:
“ Quando Henry Hamilton-Smythe di otto anni andò a giocare a croquet con Cynthia Jane De Blaise-William di nove anni, questa graziosamente gli staccò la testa. Due settimane più tardi, la piccola Cynthia entrà nella camera di Henry e vide la sua musical box (carillon). Quando l’aperse ed incominciò a suonare Old King Cole (una filastrocca popolare), apparve lo spirito di Henry, che rapidamente incominciò ad invecchiare. La canzone riporta le parole che Henry disse a Cynthia, Poi entrò la nurse, e la bambina gettò la musical box contro Henry, che subito scomparve.
I testi di Nursery Crime sono straordinariamente sofisticati, atmosfere da favola che diventano misteriose e con suggestive citazioni letterarie,storiche cariche di tanta ironia, mi viene in mente un passo  di Harold The Barrel  in cui il protagonista si taglia le dita dei piedi per servirli col tè agli ospiti. Il disco si compone di sette brani, si parte con il leggendario The Musical Box, uno dei cavalli di battaglia della band, una sorta di mini suite di oltre dieci minuti articolata in 3 fasi distinte ma concatenate l’una all’altra; la tranquilla partenza dalle atmosfere un po’ medievale poi la dolce voce di Gabriel si amalgama alla perfezione con il suono perfetto e magico della chitarra di Steve Hackett e delle tastiera di Tony Banks una grande suggestione nel crescendo dei cori e dei fiati che culminano in un finale da brivido, gridato fino all’inverosimile da Peter Gabriel in quel “ Why don’t you touch me, touch me, Why don’t you touch me, touch me”. Un brano indimenticabile che lascia sbalorditi e che rappresenta in pieno il suono Genesis. Con “For Absent Friends” si stempera l’atmosfera, si tratta di un breve pezzo acustico e delicato cantato da Phil Collins prima di passare alla scoppiettante.
The Return Of The Giant Hogweed” che parte con formidabili tastiere e diventa, poi,  un duetto con la chitarra di Hackett, un autentico capolavoro di suoni rock progressive in cui le atmosfere drammatiche, tipiche del suono Genesis,  esplodono nel finale, in tutta la loro energia.
In Seven Stones, continuano la “liturgia della drammaticità”, arrichita dai vari mellotron e moog di Banks, che sono sempre omnipresenti nel brano, ma mai “barocchi”, senza cioè appesantirlo mai. Tutto il disco è un gioco di equilibri: in fondo le “keyboards” si affacciavano come strumento nuovo, e fornivano infinite possibilità creative.
Harold The Barrel è una specie di ragtime che vuole spezzare un pò i ritmi tetri proposti fino a quel momento, Banks si mette alle tastiere e Hackett lo scimmiotta un pò con la chitarra.
Harlequin è un piccolo brano di calma, che preannuncia la tempesta di The Fountain of Salmacis: una piccola opera rock-lirica, un crescendo di atmosfere trionfanti, con la voce di Gabriel e il basso di Rutheford a fondersi in un “unicum” di suoni, spazialità di rara bellezza. Ho avuto la fortuna di averne visto un rarissimo filmato in cui i Genesis la suonavano davanti alle telecamere della televisione belga. Un brano da ascoltare da soli, in macchina, al buio e con la luna piena.Seven Stones, dall’andamento ancora fiabesco ma nello stesso tempo arcano, è ben cesellato dalla voce di Peter Gabriel.
La già citata Harold the Barrel e una song divertente ed ironica che esalterà la teatralità dei Genesis nei concerti dal vivo dell’epoca.
Harlequin è un brano lento ed incantevole in cui la parte vocale è affidata ad un coro di Gabriel-Collins.
L’album si chiude con la struggente melodica The Fountain Of Salmacis, ispirata al mito di Ermafrodito e della ninfa Salmace, nella quale si parla di un amore impossibile; memorabile l’apertura affidata al Mellotron e l’ assolo di Steve Hackett!
Sotto il profilo prettamente musicale i Genesis dimostrano una grandissima maturazione rispetto alle due releases precedenti sviluppando sonorità sperimentali, più complesse e ricercate, che avviluppano l’ascoltatore; atmosfere melodiche/acustiche molto profonde sono alternate a ritmiche più sostenute di grande effetto complessivo.
The Musical box =  CARILLION

Suonami Old King Cole
perché io possa unirmi a te
il tuo cuore è così lontano da me ora
ma non importa.
E la nurse ti dirà bugie
di un reame oltre il cielo
ma io mi sono perduto in questo mondo a metà
ma non importa.
Suonami la mia canzone
ecco che viene di nuovo
suonami la mia canzone
ecco che viene di nuovo.
Solo un pochino
solo ancora un poco di tempo
tempo rimasto da vivere fuori dalla vita.
Suonami la mia canzone
ecco che viene di nuovo
suonami la mia canzone
ecco che viene di nuovo.
Lei è una signora, lei ha tempo
spazzolati indietro i capelli e fammi conoscere il tuo volto
lei è una signora, lei ha tempo
spazzolati indietro i capelli e fammi conoscere la tua carne.
Ho atteso qui per così tanto
e tutto questo tempo mi è trascorso accanto
ma non importa adesso
te ne stai là con lo sguardo fisso
senza credere a quello che ho da dire
perchè non mi tocchi, toccami
perchè non mi tocchi, toccami, toccami
toccami ora, ora, ora, ora, ora. 

Tracklist:
01. The Musical Box
02. For Absent Friends
03. The Return Of The Giant Hogweed
04. Seven Stones
05. Harold The Barrel
06. Harlequin
07. The Fountain Of Salmacis

Buon ascolto o riascolto da JANKADJSTRUMMER