JIM MORRISON – LA LEGGENDA SULLA NUOVA VITA DEL RE LUCERTOLA by Jankadjstrummer

 

JIM MORRISON – LA LEGGENDA SULLA NUOVA VITA DEL RE LUCERTOLA

L’articolo su Jim Morrison questa volta non riguarda la sua biografa o il ruolo che ebbe come precursore della rivoluzione culturale che diede vita al ‘ 68 ma una leggenda metropolitana che lo vorrebbe ancora vivo. Come sappiamo Jim Morrison (1943 – 1971)era genio e sregolatezza, amava tutti gli eccessi e portava la trasgressione nel rock. Il 3 luglio 1971, a soli 27 anni, Morrison morì in circostanze ritenute non chiare; il corpo fu rinvenuto dalla fidanzata Pamela nella vasca da bagno con il sangue che colava dal naso. Già da quel momento però un susseguirsi di notizie frammentarie e voci gettarono  un ombra sinistra sulla veridicità del decesso. Nessuno ebbe modo di vedere il corpo di Jim se non Pamela e il medico che firmò l’avvenuto decesso, il caso fu chiuso immediatamente e questo non fece altro che alimentare dubbi su una probabile messinscena della morte. La fidanzata dichiarò che Jim la sera si sentisse già male tanto che lei aveva in mente di chiamare un medico ma lui non ne volle sapere e preferì fare un bagno caldo. Lei si addormentò e al suo risveglio, lo trovò riverso nella vasca ormai morto da qualche ora. Il Medico compilò uno referto sommario in cui evidenziò che non vi erano segni  di nessun genere sul corpo e dichiarò che il decesso avvenne per cause naturali  e non venne richiesta nessuna autopsia sul corpo. Anche i funerali avvennero in maniera insolita senza l’officiante, senza  recita di preghiere e ad un orario improbabile: alle ore 8,00 del mattino. La salma venne seppellita senza una targa sulla lapide e solo dopo mesi fu apposto il nome peraltro sbagliato “Morisson”. Questo ingenerò molti sospetti nei fans sia perchè difficilmente personaggi stranieri venivano sepolti nel cimitero di  Pére Lachaise, sia perchè il loculo, secondo il batterista della band John Densmore, era minuscolo. Comunque, come spesso accade, per la morte di Jim  furono scomodati servizi segreti, cospirazioni di vario genere che trovarono ampio eco nei giornali dell’epoca. Un giornalista californiano si chiese come mai non trapelavano notizie sulla modalità di decesso di Jim, il medico personale asserì che  Jim  era in ottima salute prima di partire per Parigi e che era tentato di credere che Jim avesse messo in scena la sua morte. In effetti, chi lo conosceva riferì che aveva già da molto tempo paventato l’idea di fingere la sua morte. Nel 1980 uscì un libro, scritto da due amici di Morrison, Jerry Hopkins e Danny Sugerman, dal titolo “Nessuno uscirà vivo di Qui” (In Italia: 1981, Gammalibri ), la prima biografia dove verranno sollevati alcuni dubbi sulla sua morte, così avvolta dal mistero, riferirono che Morrison aveva preso in considerazione, seriamente, l’ipotesi di cambiare carriera in modo radicale, riapparendo come un uomo d’affari in giacca e cravatta. Nel 1986 fece scalpore un libro “Vivo!”  scritto da Jacques Rochard, che riaprì il caso sulla morte del Re Lucertola e cercò di dimostrare che in realtà l’ex leader dei Doors fosse vivo e vegeto, e lui stesso lo avrebbe incontrato diverse volte. Jim gli avrebbe spiegato che avrebbe inscenato la sua morte per sfuggire alle pressioni della sua vita da divo, per poter meglio dedicarsi alla sua passione più grande: la poesia.  Nel 1995 Rochard si ripropone con un nuovo libro, “Poesie Apocrife” (In Italia: Ed. Blues Brothers), una collezione di poesie che Morrison avrebbe scritto negli ultimi anni. “Nel gennaio 1986 ho trovato nella mia cassetta delle lettere un plico speditomi alcuni giorni prima da Amsterdam. – racconta Rochard nella prefazione – una busta di quelle commerciali di colore arancione, priva di mittente, con dentro tre minuscoli quadernetti dalla copertina verde, ciascuno con un diverso titolo manoscritto a caratteri stampatello: ‘Gemiti della coscienza’, ‘Rumori della memoria’ e ‘Parole di polvere’.” Tanti furono gli avvistamenti a Parigi, Amsterdam, tanti decisamente fantasiosi altri ritenuti attendibili. I dubbi sulla sua morte non sono mai ritenuti così importanti da indurre la magistratura ad aprire un caso sulla sua scomparsa anche perchè Pamela , unica testimone, morì nel 1974 per overdose . Comunque Vivo o morto che sia, Jim Morrison è una leggenda, e come tale esisterà per sempre. Queste ricostruzioni  sono recuperate  qua e la sul web, per chi volesse approfondire si faccia sentire. Buon divertimento da  JANKADJSTRUMMER

ULTRAVIOLET TRIBUTE COVER BAND DEGLI U2 S. PIETRO IN AMANTEA

 

ULTRAVIOLET TRIBUTE  COVER BAND DEGLI U2

Nella grande piazza di S.Pietro in Amantea un bellissimo pioppo dalle larghe fronde si staglia nel cielo, è un albero secolare che regala il fresco ai suoi concittadini ma che in una calda serata di agosto diventa lo spettatore d’eccezione di uno stupefacente concerto degli ULTRAVIOLET TRIBUTE cover Band degli U2. Doveva essere per me una serata con amici a sorseggiare birra e fare quattro chiacchiere ma già al mio arrivo al parcheggio la prima sorpresa: il gruppo impegnato nel sound-check si è lasciato andare ad un attacco di  pochissime note di  “Where the streets have no name”, veramente sorprendente, pochi accordi che mi sono sembrati un bel biglietto da visita. Assumo qualche informazione sul gruppo e capisco che si tratta di musicisti giovani ma particolarmente esperti a cui non si insegna nulla. Il concerto non è affollatissimo ma il pubblico è attento, partono i primi brani, i classici del repertorio dei U2 degli esordi:  “New years day” , “Sunday Bloody Sunday”, “I Will Follow”, “Pride” sono riproposti magistralmente dal gruppo, la chitarra di Mario Pagliaro non fa rimpiangere assolutamente il magico tocco delle corde di  The Edge, il basso e la batteria segnano il tempo con grande precisione mentre il cantante e front-man guida il gruppo in un meraviglioso viaggio verso un pub fumoso della Dublino degli anni ’80, un ponte ideale che dalla calda Calabria conduce alla verdissima e gelida Irlanda. Le cover band degli U2 sono tantissime e molte di grande valore, ricordo i famosi  Actung Babys da Roma, ma anche gli omonimi Ultraviolet da Pescara, bands che difettano, a mio parere, di troppo manierismo nel riproporre pedissequamente i brani con puntigliosa precisione, qui invece penso ci sia un po’ più di originalità, il basso ben in evidenza e capace di assoli improbabili dimostra la grande professionalità di Feroleto che gioca con lo strumento dando fiducia a tutto il gruppo. La cosa che si percepisce nell’ascolto di questa band è l’amore viscerale per il sound degli U2 e per quello che la band rappresenta per milioni di giovani che va ben al di la delle mode, mi è bastato vedere con quale trasporto e con quanta passione il cantante interpreta i brani più di denuncia, più di impegno sociale con movenze, gestualità  e molta personalità  e non, come spesso accade, scimmiottando le espressioni di BONOVOX.  Il concerto prosegue e  ripercorre tutta la carriera e i successi degli U2 dagli album “ Unforgettable fire, Joshua tree, Actung Baby, Zooropa, fino a Vertigo , “ I still haven’t found what looking for” “Desire”, Beautiful day, una struggente “One love”  e una versione dilatata di With or without you diventano l’apoteosi e come avviene nei concerti degli U2, il pubblico presente canta in coro i ritornelli. Il repertorio degli Ultraviolet T. è vastissimo, concedono molto al pubblico dimostrando che suonare per loro diventa una necessità vitale e questa passione riescono a trasmetterla ai numerosi fans che vengono coinvolti nella loro performance. La loro proposta è chiara, vogliono, prima di tutto, un sound che soddisfi loro stessi, semplice ed al tempo stesso energico e lineare tipico dello stile U2, un sound ribelle segnato da una batteria potente e magica ma intriso di impegno civile, pacifismo, terzomondismo, argomenti che sono sempre stati cavalli di battaglia dell’ambasciatore di pace BonoVox.. Devo dire che gli Ultraviolet T. sono veramente bravi e hanno sfornato un prodotto molto lusinghiero, gradevole e condito con estro regalandoci una serata sorprendente piena di ricordi che ho apprezzato molto e che mi fa ben sperare in una scena rock amanteana molto fertile e originale. S. Pietro in Amantea, per una notte, è diventato un palcoscenico rock a cui forse non era  abituato e le note potenti degli Ultraviolet T. che sono state la colonna sonora di  più generazioni di giovani , sono state in grado di far vibrare oltre che i nostri cuori anche le foglie del mitico pioppo. Per chiudere una nota di colore: il collettivo Be-bay attivo nella zona di Amantea che ha organizzato la serata oltre alle attività culturale legate all’arte, alla pittura per la next generation ha sfornato una leccornia:  panini con salsiccia, patate e peperoni veramente sublimi.

Dal vostro  JANKADJSTRUMMER

Lee “Scratch” Perry, Mad Professor & Robotics. Una notte speciale sulla collina del Poggetto a Firenze. ‎Modifica

Lee “Scratch” Perry, Mad Professor & Robotics. Una notte speciale sulla collina del Poggetto a Firenze.

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Lee “Scratch” Perry, Mad Professor & Robotics. Una notte speciale sulla collina del Poggetto a Firenze.

Sulla locandina il concerto è fissato alle 21:30 del venerdì 24 febbraio alla Flog di Firenze, sede storica della rassegna invernale Vibranite, che porta in città il meglio del raggae, del dub e del ruggamaffin sia nostrano che mondiale. Questa sera si esibiscono 2 personaggi incredibili, il maestro e il discepolo del raggae e della Dub-Music , Lee Scratch Perry + Mad Professor & Robotics. Lee “Scratch” Perry, uno dei pochi artisti Reggae arrivati al traguardo del Grammy Award, si deve a lui lo sviluppo e la diffusione di questo genere musicale sia in Giamaica che nel resto del mondo, come si deve a lui la produzione dei maggiori artisti giamaicani da Bob Marley  ai Wailers; la sua attività, spesso, ha  precorso i tempi e le tendenze diventando il punto di riferimento di tanti musicisti Dub pur non disdegnando di tanto in tanto di  esibirsi in concerto a dispetto della sua veneranda età di 76 anni. Dietro il nomignolo di Mad Professor si cela, invece, Neil Fraser, un artista poliedrico della seconda generazione raggae anche lui produttore e collaboratore dei grandi del raggae e dub.  Arriviamo col mio amico Pietro intorno alle 22:15, lui continua a ripetermi che l’orario alla Flog è molto flessibile ed ha ragione, entriamo nella grande sala, non siamo più di 100 persone, molti al bar a bere birra, qualche ragazza che si muove sinuosa e ondeggiante al ritmo sincopato del raggae che proviene dalla Jah Station Sound, un dj set che vede alla consolle il grande jaka Dj molto conosciuto in città come conduttore di una trasmissione radiofonica  “ Bongo Bongo” incentrata sulla musica e sulla cultura raggae. Ci avviciniamo anche noi ad un gruppo di ragazzi che balla e non possiamo non dondolarci al ritmo in levare, chiacchieriamo un po’, il tempo passa, gli artisti si fanno attendere, si è fatta mezzanotte ed è ancora dance hall, ore 0:20 finalmente qualche musicista sale sul palco ad accordare gli strumenti, Mad Professor si posiziona dietro il mixer e finalmente parte la musica, la sezione ritmica è perfetta, il basso disegna un cerchio di suono rallentato che segue il battito del cuore mentre una tastiera birichina batte sui tasti
e dà il tempo di una musica intrisa di spiritualità, non si può fare a meno di chiudere gli occhi e farsi cullare da questi suoni; scema il primo brano di Mad Professor, mi guardo intorno e miracolosamente  vedo la sala stracolma di gente, non capisco da dove sia uscita, qualcuno a dispetto del divieto rolla canne di marijuana incurante del “ proibizionismo” , l’odore acre della ganja è nell’aria, c’è molta gioia, rilassatezza, i tantissimi giovani che si accalcano sotto il palco sembrano scolaretti, nessuna intemperanza ma voglia di condividere uno stato mentale, di godere di momenti di catarsi collettiva magari sognando una spiaggia colorata caraibica. I brani scorrono veloci senza soluzione di continuità, i musicisti sono molto professionali ma anche loro si lasciano andare dimostrando di “ sentire” la musica, di amarla con il cuore e la mente. Siamo in attesa della leggenda del raggae, dello sperimentatore vulcanico, dello scopritore di talenti, si abbassano le luci, un faro colorato viene puntato sul palco, si intravede una figura che arranca verso il centro del palco, che trascina un trolley, sembra uno che si trova li per caso, è lui il grande nome della storia del raggae, Lee “Schratch” Perry, il padre del dub, colui che tra le altre cose ha collaborato con i Clash, con i Beastie Boys, un eterno ragazzo abbigliato di rosso, con una felpa azzurra di acetato con la scritta ricamata “ITALIA”, scarponi argentati con incollati degli  specchietti e con il suo leggendario berretto carico di gadget di ogni genere che guadagna la scena, in sottofondo il raggae, mi soffermo a guardarlo e mi sorprende il suo sguardo rilassato, le sue profonde rughe scolpite da 50 anni di impegno e di musica,è eccezionale vederlo in azione, percorre a passi felpati continuamente il palco muovendosi con estrema leggerezza dispensando strette di mano a tutti, sorrisi, sono stregato da questa atmosfera coinvolgente, gesticolando canta, dirige la musica, catalizza gli sguardi verso di lui chiedendo ed ottenendo grande rispetto delle sue tradizioni, della sua religione e di tutto quello che è riuscito a fare nella sua lunghissima carriera. Non posso fare a meno di immortalare questi momenti, fotografando, registrando spezzoni dello show perché probabilmente non rivedrò più tanta umanità ma anche tanta bizzarra ironia.
A controllare il suono del mixer è rimasto  Mad professor, il maestro dell’elettronica che ha il preciso compito di creare un suono avvolgente che valorizzi la voce imperfetta di Perry. E’ un canto semplice il suo, richiama le radici (roots), quella Mama Africa che attende il ritorno di tutti i suoi fratelli neri. Il pubblico sembra aver rallentato la danza per concentrarsi su questa figura minuta, capace  di comunicare sentimenti universali quali l’uguaglianza tra i popoli, la libertà, il misticismo, un predicatore che gira il mondo per portare anche qui a Firenze la sua bandiera di pace. Il finale è un apoteosi di suoni, lo spettacolo è durato un po’ più di un ora, lui scompare dal palco col suo trolley così come vi è arrivato, veloce come il passaggio di una stella cometa.

Dal vostro Jankadjstrummer


 

SHANTEL – LA BEATIDUDINE DI UNA FOLLA ETEROGENEA by Jankadjstrummer

SHANTEL – LA BEATIDUDINE DI UNA FOLLA ETEROGENEA

Stefan Hantel meglio conosciuto come Shantel viene da Francoforte ed è un DJ che deve la sua fortuna alla  passione per le orchestrine di ottoni zingari; la sua maestria sta nel miscelare  i battiti elettronici con le fanfare tradizionali tipiche dei Balcani. DJ Shantel ha iniziato inserendo nei ritmi elettronici, squisitamente da discoteca, la tromba di Boban Marković e costruendo un suono molto singolare e godereccio. Se vogliamo, nel suo genere, è un pioniere e ha saputo costruire un concetto nuovo di musica da ballo, il suo Bucovina Club è, ormai, itinerante e riesce ad attrarre folle di giovani accomunati dalla voglia di divertirsi e ballare con sonorità contaminate . Shantel  nel 2007 è uscito con un  disco intitolato “Disko Partizani” un album che getta le basi su un nuovo concetto di musica pop che  rappresenta, secondo me, il suono della nuova Europa che concentrata nel mezzo del nostro vecchio continente, ha però subito influenze dalle nuove frontiere che si estendono a tutte la Mitteleuropa, a Sud-Est, alla Grecia e  alla Turchia.  Disko Partizani è un lavoro corale, una grande performance,  una schiera di musicisti provenienti da sud-est Europa e da Shantel stesso che si insinua in diverse tracce con  inattese ed eleganti incursioni. Sono molto cariche e divertenti  le sue esibizioni dal vivo, Shantel ha scritto la musica originale di “The Edge of Heaven”, il nuovo film di Fatih Akin che ha  vinto un premio all’ultimo Festival di Cannes. Invito all’ascolto a chi volesse approfondire, scaricate e non vi pentirete.

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Willy De Ville, il pirata del rock (Stamford, 25 agosto 1950 – New York, 6 Agosto 2009)

Willy De Ville, il pirata del rock

(Stamford, 25 agosto 1950 – New York, 6 Agosto 2009)

La scomparsa di Willy DeVille è passata un po’ in sordina perché  il personaggio non era così famoso da invadere la carta stampata e la TV, ma per chi lo ha amato la sua perdita ha lasciato il segno. La sua avventura iniziò nella New York  nevrotica ed elettrica dei Ramones, dei Talking Heads e dei Television, di fine anni 70 sul palco del leggendario  CBGB, il club che ha visto nascere il fenomeno punk. Il suo gruppo si chiamava Mink  De Ville ma solo lui ne incarnava l’anima. Magrissimo capelli lunghi, camicia da corsaro e orecchini, il meticcio Willie si presentava sul palco per proporre un rock ibrido, contaminato, un mix di punk e musica latina, violenza ma anche poesia e lirismo, suoni forti e taglienti a cui si contrapponevano  morbide  ballate, un genere che sarebbe diventato una delle sue migliori espressioni. I primi album dal 1977 al 1981 («Cabretta», «Return To Magenta», «Le Chat Bleu») fanno emergere  un grande artista con una forte componente di  versatilità. Il suo motto era fare una musica con più ispirazioni, da «cane randagio» come si definiva. Non era un «chicano» come si poteva pensare ascoltando molti dei suoi brani. Era nato infatti a Stamford, nel Connecticut, sua nonna era un’indiana irochese, ma c’era in lui anche sangue irlandese e basco. Queste radici, in qualche modo, devono aver contribuito a farne un musicista eclettico. Successivamente  pubblica «Coup de Grace», uno degli album migliori della prima parte di carriera. Il cambio di etichetta coincide con il  cambio definitivamente del nome da Mink De Ville a Willy De Ville, trova definitivamente un suo stile personale che gli regala di discreto successo con l’album «Miracle» del 1987. Trasferitosi a New Orleans nel 1988, è influenzato dallo stile e dal suono  prodotto dalla prima colonizzazione francese (la musica cajun e lo  zydeco) e il R&B della zona del Delta, pubblica, quindi,  «Victory Mixture» (con la presenza di grandi musicisti di quell’area) e «Loup Garou» (1995). Dalla Louisiana un nuovo trasferimento, questa volta in New Mexico, con un ritorno a musiche ispirate alle tradizioni del Sud degli Usa e alle melodie di ispaniche. Tra i brani più famosi della sua lunga carriera c’è la bellissima e latina «Demasiado Corazon» (in Italia usata come sigla di Zelig) ma anche una versione «mariachi» del classico «Hey Joe» di Jimi Hendrix. La sua vita privata non è stata molto fortunata. Sposato tre volte, le sue due prime mogli sono entrambe morte. Willy De Ville era tornato a vivere a New York dal 2003. La sua carriera si chiude con il suo ultimo album “Pistola”, del 2008, un album dignitoso forse meno ispirato degli altri, ma gradevole. A tutti gli appassionati di musica resto il ricordo di un musicista atipico capace di stupire per versatilità e genuinità musicale, da riascoltare i suoi album migliori, in particolare quelli di inizio carriera o il live del 1993. Personalmente di lui mi resta il ricordo del suo concerto di Firenze, nella splendida cornice del Piazzale Michelangelo, in cui il pirata con la chitarra sguainata come una spada, sulla prua del galeone, mi ha traghettato  verso posti esotici e sconosciuti perché in quel concerto antologico aveva  accantonato  le cupe sonorità per recuperare quelle ballate solari e vibranti che avevano caratterizzato tutta la sua produzione degli ‘80, sfoderando una  voce energica, viva e tanto maledettamente black.                                    Thank you Willie  da JANKADJSTRUMMER

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PATTI SMITH – SETTEMBRE 1979 LA SACERDOTESSA DEL ROCK IN CONCERT – Jankadjstrummer

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“Gesù è morto per i peccati di qualcuno, ma non per i miei” dal brano GLORIA album HORSES.

Qualche anno fa Patti Smith era a Firenze all’inaugurazione di una mostra fotografica retrospettiva, peraltro bellissima, dedicata a  Robert Mapplethorpe suo primo compagno, morto di AIDS negli anni ’80, in quell’occasione rilasciò una intervista in cui senza troppi preamboli definì Firenze la sua Woodstock, lei, affascinante icona del rock, vestita con una giacca di pelle da uomo, capelli in disordine, con un sorriso sornione ma  sincero. Si riferiva al concerto fiorentino di 40 anni fa, il più importante della sua carriera, che ha avuto lo stesso valore di Woodstock, quella sera – disse – io e le migliaia di persone presenti abbiamo vissuto il rock come espressione di libertà, come affermazione di se stessi. Fu un gigantesco e corale “ io ci sono”. Anche io, con una miriade di amici, ero allo Stadio Comunale, parto dalla “mia” cronaca, dal modo in cui ho vissuto l’avvenimento e come sono stato segnato dalla sua musica. Un’avventura personale che ha coinciso con quella di migliaia di giovani  ora adulti, almeno anagraficamente, perché Patti Smith è uno dei pochi nomi del rock che può veramente vantarsi di aver inciso sulla storia e sul costume del nostro paese. Era settembre del ’79 i giornali annunciarono il mini tour di Patti Smith con un alone di mito, ricordo i giornali di sinistra Lotta Continua e il Manifesto uscirono con due paginoni interni in cui si parlava di poesia e rock e si beatificava la sacerdotessa del rock,  questo contribuì a fare crescere l’interesse di tantissimi ragazzi che facevano ben sperare in un nuovo inizio, nonostante la consapevolezza del mondo ormai cambiato, della situazione politica e sociale Italiana ormai deteriorata, dove il terrorismo, la morte di Moro, i movimenti allo sbando, gli ideali di libertà erano ormai svaniti. A questo  richiamo rispose  Firenze, con un bagno di folla, in nome del rock, un bagno di folla che avrebbe dovuto spazzare vie le scorie negative di una generazione, ma che segnò invece, l’inevitabile declino. Il mio approccio con la cantante-poetessa fu l’ascolto di una versione di Hey Joe che trovai in una compilation di musica pre–punk americana nel 1977 e poi l’ascolto in radio di una grande cover di Gloria dei Them di Van Morrison. La mia curiosità ha fatto il resto, l’acquisto dell’album Horses in un negozio di Firenze di dischi usati dietro il Duomo, un libro di  poesie, poi aver letto sulle mie riviste di musica rock , di cui ero un forte consumatore, che i suoi ispiratori erano  Arthur Rimbaud, Pierpaolo Pasolini e William Burroughs, personaggi, per me, intellettualmente molto affascinanti e straordinari. Era una ventata di novità e di interesse, Patti Smith incarnava la migliore tradizione del rock ribelle che ritornava a farsi sentire. Non aveva nessuna tecnica ma dotata di una voce straordinaria, era al tempo stesso profeta ma contraddittoria nelle sue esternazioni, quello che si può definire una artista “ americana “ priva quindi del rigore intellettuale e politico che in quegli anni era dominante. Entrammo allo stadio dopo aver costituito una comitiva di amici, una trentina di  persone, tutti studenti universitari provenienti da più sedi, tutti molto eccitati e pieni di entusiasmo, ci eravamo organizzati per dormire quella notte, a casa di una nostro amica, almeno 15 persone in 2 stanze, ma era bello così!  Sul prato sotto un sole ancora cocente eravamo già più di trentamila,gli spalti già pieni, era chiaro che, questa volta non era un concerto di musica e di divertimento ma c’era una febbrile attesa su quello che avrebbe detto la nostra sacerdotessa, che sermone ci avrebbe recitato. Il concerto iniziò all’imbrunire, era settembre, la musica potente, la sua voce che fendeva l’aria, eravamo un po’ lontani dal palco ma riuscivamo a vedere lei che si contorceva, ricordo il suo corpo accovacciato con le mani che impugnavano il microfono con aria di sfida, sotto il palco un gran fermento, fischi e lanci di ogni cosa, il popolo del rock non gradì affatto la bandiera americana tesa sul palco, né la voce di sottofondo del papa buono Albino Luciani trasmessa in uno stadio accaldato, lei che arringava la massa umana intimando un “ seduti” che non arrivava mai, la gente avrebbe voluto sentire ben altro, una incitazione, una proposta, una utopia, parole di rivoluzione, avrebbe voluto sentire che la forza della poesia e del rock che nasce dal ritmo dei neri importati dall’Africa con il sangue e la sofferenza, si trasformano in rock’n’roll e lotta. Anche io rimasi un po’deluso, anche se appagato dalla musica, perché i discorsi tra un brano e l’altro puntualmente tradotti in simultanea da una ragazza australiana con noi al concerto, non andavano nella direzione da me sperata, tuttavia  la serata fu splendida e la compagnia era quella giusta.  A distanza di 35 anni ho rivisto un suo concerto al Sashall, tutta un’altra atmosfera, tanti capelli grigi, un po’ di nostalgia, ma molta buona musica per le mie orecchie specie nella riproposizione di brani di rock classico riletti da Patti Smith con la sua inconfondibile originalità nell’ album Twelve del 2007, fino alla apoteosi di Because the night e People have the power.

JANKADJSTRUMMER

DISCOGRAFIA ESSENZIALE
Twelve  ( 2007)

Gung-Ho (2000)
Gone again (1996)
Dream of life (1988)
Wave (1979)
Easter (1978)
Radio Ethiopia (1976)
Horses (1975)

Non ci sono video di quella notte, c’è però questo spezzone del concerto di Bologna sempre del settembre 1979, la scaletta era simile ma non c’è la magia, il clima e il pathos del concerto di Firenze.

Leonard Cohen cronaca dello show di Lucca 2013 + articolo sulla sua poetica + discografia essenziale by Jankadjstrummer

 

cohen lu cohencohenlu1 Leonard Cohen cronaca dello show di Lucca del 09 luglio 2013

Magnetico, impeccabile e in una atmosfera magica il concerto di Leonard Cohen a Lucca, tanto che per le tre ore mi dimentico dei disagi causati dalla scelta dell’Organizzazione di creare il parterre dei posti numerati molto rialzato che non permette una visuale decente del palco,quando Cohen lo calca, puntualissimo alle 21, l’emozione è palpabile, perchè insieme a questo quasi ottantenne elegante con giacca, gilet e Borsalino entra anche la sua leggenda ed il pubblico lo accoglie con un boato. Cohen si toglie il cappello e se lo porta al petto “Grazie per la bellissima accoglienza, qui è bellissimo, non so quando tornerò ma posso dire che questa sera vi darò tutto quello che ho”, sorride e partono le prime note di ‘Dance me to the end of love’, la esegue in ginocchio davanti alla chitarra, poi uno sguardo alle sue coriste e ancora un sorriso. Tutto è perfetto, senza tentennamenti, eleganza estetica, soft, senza sfarzi anche nella musica della band che lo accompagna, musicisti di comprovata qualità Sharon Robinson (voce) Rosco Beck (basso,voce ), Alexandru Bublitchi (violino), Neil Larsen (tastiere, organo, e armonica), Mitch Wattkins (chitarre), Charlie e Hattie Webb, The Webb Sisters (voce, chitarre, arpa), Rafael Gayol (batterie e percussioni) e John Bilezijkjan (oud). Fortunatamente dai grandi schermi posti ai lati del palco è possibile vedere questo grande gentleman dal viso scavato e dalla corporatura esile dotato di una voce profonda e tenebrosa ma nel contempo vellutata, quasi un personaggio d’altri tempi capace, però, di arrivare ed affascinare anche il pubblico giovane accorso numeroso a conferma che il dualismo che contraddistingue le sue liriche, quel misto di sacro e profano che è sempre stato il suo segno distintivo risulta di estrema attualità. La scaletta dei brani pesca dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri e mostra la perfezione di una musica fatta di altissime liriche e melodie senza tempo, parte “Everybody knows”, il pubblico si scalda e lo accompagna con il battito di mani e lui si inchina per ringraziare, arriva “Who by the fire” preceduta da uno stupendo assolo di oud, poi ritmi incalzanti, arpe che impreziosiscono la voce incantatrice di Cohen. C’è spazio per il nuovo album “Old ideas” con l’ accattivante “The gypsy’s wife ” a suggellare il legame tra la sua anima gitana e la Spagna. Il concerto vola via veloce, Cohen riesce a calamitare il pubblico e ad irretirlo, si inginocchia, canta, recita e saltella danzando su di un tappeto persiano le varie : “ the Future” The darkness” e la intensa “ Anthem” introdotta dalla recitazione di un verso che è l’essenza del suo sentire: “Forget your perfect offering ,there is a crack in everything”, Cohen si porta la mano sul cuore perché come dice nel brano “è da lì che viene la luce”. La prima parte del concerto sfuma con i ringraziamenti e con una frase che smorza la tensione emotiva: “Non andate via, torniamo da 15 minuti”, c’è tempo per spostarsi e sorseggiare una birra fresca tra la calca nei vari punti ristoro intorno alla grande piazza Napoleone ormai diventata palcoscenico naturale della estate Lucchese. il concerto riprende con Cohen che saluta il pubblico agitando la mano e imbracciando la chitarra e intonando le note di “Suzanne” occhi chiusi e atmosfere eteree, Il pubblico segue in religioso silenzio, con il fiato sospeso, prima di applaudire per un tempo che sembra infinito e trovando il tempo di fare una dedica a Fabrizio De André che l’ha tradotta e pubblicata sul suo album “Canzoni” Per “If it be your will ” Cohen recita alcuni versi della canzone (“If it be your will that I-speak no more and my voice be still as it was before.. From this broken hill I will sing to you From this broken hill All your praises-they shall ring If it be your will To let me sing”. “Se è un tuo desiderio che io non parli più e che la mia voce sia ancora com’era prima, non parlerò più/ aspetterò fino a che/ non si parlerà in mio favore /se questo è un tuo desiderio che una voce sia vera/ da questa accidentata collina/ tutte le tue lodi risuoneranno se questo è un tuo desiderio/ per lasciarmi cantare. Qui è forte un senso della fede che lui solo riesce a trasmettere l’assoluta devozione per chi è più grande di noi, da umile servo a cui è stata concessa il dono della voce, la canzone, a sorpresa, la lascia cantare alle due coriste, le Webb Sisters accompagnate solo da arpa e chitarra. Una esecuzione magistrale, emozionantissima di rara perfezione musicale che il pubblico ha apprezzato tributando loro un applauso infinito, li accanto un Cohen attonito con il capo chino e il cappello sul cuore. Da brivido. Ma non c’è tempo per romantiche sdolcinatezze, Cohen si toglie la giacca e ci regala una strepitosa “So long, Marianne” che il pubblico canta insieme a lui quasi a suggellare la magia e quel flusso d’amore che solo lui è capace di trasmettere e il pubblico lo sa bene tanto che gli riserverà un applauso senza fine. Si riparte con il basso e la batteria ad annunciare “First we take in Manhattan” , e ancora “Bird on wire” Chelsea N°2 e Sisters of mercy esecuzioni intense che donano emozioni e brividi in questa notte torrida. A questo punto Leonard tira un po’ il fiato, cede il microfono e lascia la scena a Sharon Robinson per una versione commovente di “Alexandra Leaving” che non fa rimpiangere la versione originale, questo secondo set si chiude con un crescendo che lascia senza fiato: prima il classico romantico-pop “I’m Your Man”, eseguito con l’energia di un ventenne e tanta ironia quando riesce ad esaltarsi nei diversi ruoli che si disegna per compiacere la sua amata che poi rappresenta quello che si può definire la donna ideale; nessun cenno di stanchezza, tutto sommato sono passate un paio d’ore dall’inizio, così parte quella che viene considerata una preghiera senza tempo,una versione asciutta, spirituale di Hallelujah cantata con una intensità da pelle d’oca e solo in questo momento si capisce perchè così tanti musicisti la considerano una delle più belle canzoni di sempre e perché un po’ tutti la vogliono cantare e poi “Take this Waltz” ( prendi questo valzer ) una famosissima poesia di Garcia Lorca tradotta da Cohen, qui eseguita con grazia estrema. Infine regala una perfetta esecuzione di “Famous blue raincoat ” capace di spezzare il cuore a tutti e non solo agli amanti delusi. Sembra che sia finito tutto ma l’estasi che Cohen e la sua band riescono a donare continua con dei bis che diventano un’apoteosi, una sublimazione dei sentimenti. Il concerto di questo elegante crooner si chiude con brani che quasi mai vengono inseriti in scaletta: la rarissima cover de The Drifters “Save the last dance for me”, poi “I tried to leave you” per concludere “ Closing time”. Oltre tre ore di concerto memorabile che senza voler esagerare è stato un viaggio nella poesia di Jikan,il Silenzioso cosi come venne chiamato quando fu ordinato monaco buddista e si interrogava sui suoi stati d’animo per capire perchè in certi momenti mi sentiva particolarmente malinconico, condizione che gli ha premesso di scrivere e di cantare con la sua voce seducente le sue immortali poesie o se vogliamo al poeta che scriveva canzoni.

Dal vostro Jankadjstrummer

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A VOCE DALLA LAMA AFFILATA”

Ogni volta che decido di scrivere qualcosa su Leonard Cohen mi assale una forma di pudore e di inadeguatezza che mi fa pensare di non essere all’altezza di parlare di poesia, perché un conto è parlare di musica rock con piglio leggero quasi canzonatorio altro conto è addentrarsi in territori sconosciuti per riuscire a tradurre i sentimenti, le emozioni che si provano leggendo una poesia o ascoltando un brano di Cohen. Questa volta, però, ho deciso di provarci perché ritengo che sia doveroso far conoscere meglio ai lettori del sito questo straordinario cantautore e poeta ma anche abile romanziere. Leonard Cohen è nato in Canada (Monthreal 21/09/1934), da una famiglia di origine ebrea, inizia la sua carriera nel 1956 pubblicando un libro di poesie e dedicandosi alla musica solo a partire dal 1967 dopo essersi trasferito negli USA. Nel 1968 pubblica il suo primo disco “Songs of Leonard Cohen” che ebbe un buon successo.. I lavori successivi sono “Songs from a Room” (1969), “Songs of love and hate” (1971) e “Live songs” (dal vivo). Poi entra in un periodo di crisi personale dal quale esce pochi anni più tardi con la pubblicazione di “New skin for the old ceremony” (1974). Alla fine degli anni ’80 vive in California, a Los Angeles. Dopo l’apocalittico album “The Future” (1992) Cohen decide di ritirarsi in un monastero buddista in California; trascorre così un periodo di meditazione e si prende cura dell’anziano maestro Roshi, dal 1993 fino al 1999. Dopo quasi dieci anni di silenzio discografico la sua casa discografica pubblica i dischi live “Cohen Live” (1994) e “Field Commander Cohen” (2000, registrazioni di concerti del 1978), e “More Greatest Hits” (1997). Dopo il 2000 si rimette al lavoro con la sua vecchia collaboratrice Sharon Robinson e pubblica all’età di 67 anni l’album “Ten New Songs” (2001). Parallelamente all’attività musicale c’è quella letteraria che riassumo brevemente: La sua prima collezione di poesie, “Let Us Compare Mythologies”, viene pubblicata nel 1956 quando è ancora studente universitario. “The Spice Box Of Earth” (1961), la sua seconda collezione, lo lancia verso la fama internazionale, poi nei primi anni ’60 pubblica due romanzi, “The favourite game” (1963) e “Beautiful Losers” (1966). Poi un libro di poesie “The Parasites of Heaven” in cui compaiono alcuni testi (tra cui la celebre “Suzanne”) che successivamente diventeranno canzoni. “Impossibile ascoltare un suo album quando fuori splende il sole” ammonivano i critici, perchè quando Cohen parla dei suoi turbamenti religiosi o delle sue malinconiche crisi esistenziali la sua voce è un rasoio pronto a fendere gli stati d’animo , le passioni e i sentimenti.     “Per sua natura, una canzone deve muovere da cuore a cuore”. È questa la poetica e la filosofia con cui Leonard Cohen ha costruito non solo la sua carriera artistica, ma la sua stessa vita. La sua musica si avvicina alla poesia, al sentimento delle cose non dette, alle allusioni, alle metafore, un linguaggio che è solo dei poeti. Tanti sono stati gli artisti rock  che hanno riconosciuto di essere stati fortemente influenzati dalla musica di questo cantore, Nick Cave, Morrisey ma anche molti altri hanno attinto dal suo repertorio ma in generale dalla sua poetica  e dal suo modo di esprimere le inquietudini. Mi piace ricordare “Hallelujah” resa ancor più famosa e struggente da Jeff Buckley, Suzanne ripresa magistralmente da Fabrizio De Andrè ma anche I’m your man nella interpretazione di Nick cave. Il tempo per Cohen ha un suo ritmo: “Di solito tendo alla tristezza. Per alcune canzoni ho impiegato diversi anni. Nessuna di essa è stata un parto facile, dopo tutto questo è il nostro lavoro. Tutto il resto va spesso in malora, in bancarotta totale, e così quel che rimane è il lavoro, ed è quello che faccio per tutto il tempo, lavorare, creare l’opus della mia vita. Il nostro lavoro è l’unico territorio che possiamo governare e rendere chiaro. Tutte le altre cose rimangono confuse e misteriose”. Cohen nei suoi lavori affronta l’amore, la passione, il viaggio, la sofferenza, la solitudine, e i sentimenti di un uomo che divora letteralmente le sensazioni che prova, con uno straordinario talento che incanta e affascina chi lo legge e lo ascolta. Il suo bagaglio musicale nasce della chanson francese di Jacques Brel e George Brassens, ma il forte influsso dato dalle sue radici ebraiche, gli fa prediligere anche molti temi biblici. Cohen è un poeta che parla contemporaneamente con delicatezza e una forza stilistica unica donando grande profondità ai suoi versi, teneri e passionali, fragili e risoluti al tempo stesso, confermando, ancora una volta la sua grande sensibilità e l’acutezza nel sentire, nel percepire, nel raccontare quella vita che ama con tutto il suo essere e senza riserve.

GLI  ALBUM DI LEONARD COHEN

  • Songs of Leonard Cohen (Columbia, 1968) > ottimo
  • Songs From A Room (Columbia, 1969)
  • Songs Of Love And Hate (Columbia, 1971) > ottimo
  • Live Songs (Columbia, 1972)
  • New Skin For The Old Ceremony (Columbia, 1973)
  • Best of Leonard Cohen (Columbia, 1975)
  • Death Of A Ladies’ Man (Columbia, 1977)
  • Recent Songs (Columbia, 1979)
  • Various Positions (Columbia, 1984)
  • I’m Your Man (Columbia, 1988) > ottimo
  • The Future (Columbia, 1992)
  • Cohen live (Columbia, 1994)
  • Field Commander Cohen (Columbia, 2000)
  • Ten New Songs (Columbia, 2001)
  • The Essential Cohen (anthology, Columbia, 2002)
  • Dear Heather (Columbia, 2004)
  • Live in London ( 2008 )
  • Live in Isle of Wight 1970 ( 2009 ) > ottimo
  1. Songs Of Leonard Cohen E’ il suo album d’esordio,uscito nel 1968 in piena contestazione politica, periodo dominato musicalmente da songwriters  del calibro di Bob Dylan e Joan Baez  che scrivono di emancipazione, lotte e rivoluzioni di popoli mentre lui preferisce parlare di individualità. Le sue liriche sono caratterizzate da binomi che saranno poi sviscerati nel corso della sua carriera “ sesso/religione “ vincente/perdente , profondità / semplicità. I suoi 10 brani colpiscono per la delicatezza, per il tono lieve e romantico, per la dimensione profondamente intimista e per la straordinaria melodia. Si parte con  “Suzanne”, una canzone di straordinaria tenerezza ed eleganza, un personaggio da venerare chiunque essa sia nel binomio che dicevo, madonna/prostituta , Cohen ne narra dolcemente  la sua storia con un suono lieve di chitarra, violino e dolci cori. Poi si passa all’ atmosfera cupa di “Master Song”, con fiati in evidenza e tappeti di tastiere. Si ribaltano i ruoli della dicotomia schiavo-padrone Cohen, infatti, è convinto che nelle sconfitte c’è gloria e che si annullano le differenze tra vinti e vincitori. I toni melodici del flauto accompagnano la  calda e lenta “Winter Lady”, mentre “The Stranger Song” è caratterizzata da un suono veloce di chitarra. Si arriva, poi, alla bellissima “Sisters of Mercy”, una dolce ballata che assomiglia ad una ninna nanna che mal si concilierebbe con le prostitute protagoniste del brano ma  la voce sussurrata e l’arpeggio della  chitarra di Cohen gli imprimono quasi un certo misticismo. La musica sale di ritmo con la stupenda serenata “So Long, Marianne”, con batteria e violino a dar man forte al suo canto. Poi le ballate “Hey That Way To Say Goodbye” in cui si parla di una separazione, “Stories Of The Street”,   storie vere di diseredati, poi la tristezza  di  “Teachers” e  di  “One of Us Cannot Be Wrong”, chiude questo primo capitolo.
  1. Songs From a Room del 1969 è il suo secondo disco, prosegue sulle stesse atmosfere cupe fatte quasi interamente di storie disperate al limite della depressione, gli arrangiamenti sono ben costruiti, scarni e mai pomposi ; l’angosciosa “Seems So Long Ago Nancy”, le epiche “Story Of Isaac” e “The Partisan”  in cui il i temi centrali sono i rapporti tra gli uomini e la violenza della guerra. Il disco è oscuro, meditativo con pochi spunti di allegria se non nei due brani dai toni quasi sognanti che chiudono l’album  “Lady Midnight” e “Tonight Will Be Fine”,

    3. Songs Of Love and Hate del 1971 è l’album che chiude il trittico in cui continua a funzionare il connubio chitarra voce, senza perdere la magia del suono e le atmosfere malinconiche . Le canzoni sono ancora incentrate sulla desolazione e sulla solitudine. Nell’album ci sono delle vere e proprie perle  “Famous Blue Raincoat”, una riflessione sui rapporti d’amicizia che finiscono o che vengono traditi. La struggente ode a Giovanna d’Arco altera e stanca (un altro brano ripreso da De André) e “Last Year’s Man” è la triste condizione dell’uomo in piena crisi esistenziale.

  2. Live Songs è un album live che ripropone brani dei primi 3 album.
  3. New Skin For the Old Ceremony (1973) è un disco che si caratterizza per il suono orchestrale e per dei testi che continuano sulla stessa falsariga dei precedenti scavando sulla condizione del’uomo. Niente di esaltante.
  4. Death Of A Ladies’ Mand del 1977 è l’album del ritorno dopo anni di pausa ma fu un vero flop anche a causa di dissapori con il produttore.
  5. Recent songs del 1979  è, invece,  un disco complesso perché oltre che esplorare i rapporti di coppia si muove su un terreno molto controverso: la religione. Cohen è ebreo ma in questo periodo studia altre religioni tra cui la Scientology  e poi il buddismo che rappresenta per lui una forma di meditazione che va al di la del deismo
    8. Con Various Position del 1984, prosegue il suo cammino religioso e questo lavoro ne risente molto, le canzoni sembrano dei salmi ma sono tanto profonde e cariche di umanità che possono essere definite nobili canzoni d’amore  (“Hallelujah”, “The Law”, “Dance Me To The End Of Love”, “If it Be Your Will”)
  6. I’m Your Man l’album del 1988, è la sintesi di tutta l’amarezza e la paura di affrontare l’esistenza. Un disco accolto finalmente in maniera entusiastica dalla critica americana perché torna con delle ballate formidabili “First We Take Manhattan”, “Tower Of Song” e “Ain’t No Cure For Love”,  che sono un mix di folk e di arrangiamenti moderni in cui c’è spazio anche per il ritmo, si scrolla di dosso l’abito del cantautore impegnato, hippie incapace di rinverdire il suono e le liriche.
  7. The Future del 1992,  è un disco apocalittico perché profetizza un catastrofico futuro per l’Umanità , un pessimismo cosmico riscontrabile in tutto il lavoro ma che rappresenta il suo maggiore successo di pubblico grazie a brani come  “Waiting for the Miracle”, “Closing Time”  e “Anthem”, che abbandonano il classicismo del folk acustico per accostarsi ad un suono più pop, più moderno.

Dopo questo disco Cohen  scompare dalle scene, vive in un monastero zen nei pressi di Los Angeles solo e lontano dal mondo per circa 8 anni fino a che non pubblica:

  1. Ten New Songs del 2001, dieci nuove canzoni registrate con l’aiuto di Sharon Robinson,  il disco comunque risente  ancora il periodo-zen come testimoniano alcuni dei brani (“Love Itself”, “In My Secret Life”).

    12. Dear Heater, è il disco della maturità Cohen ha compiuto 70 anni e con la fedele Sharon Robinson snocciola dei brani che sono dei veri e propri aforismi, stati d’animo e riflessioni sul mondo su tanti temi di interesse: “On That Day” un brano, privo di retorica, sull’11 settembre,  “The Letters”, una riflessione sul tradimento e “ Because Of” un bel brano ironico  dedicato ai suoi amori, bella l’immagine delle donne mature nude che chiedono di essere ammirate almeno per una volta.

JANKADJSTRUMMER

ALLELUIA

Ho sentito parlare di un accordo segreto
che siglò Davide e che è piaciuto al Signore
ma a te non importa tanto la musica, non ‘e vero?
insomma fa cosi’ il quarto, il quinto
la sceso minore e il sollevamento maggiore
il re perplesso che compone alleluia

Alleluia…

Cosi’ la tua fede era forte ma ti serviva la prova,
la vedesti che si bagnava sul tetto
la sua bellezza e il chiarore della luna ti lasciarono senza fiato
lei ti lego’ alla sua sedia della cucina
ti ruppe il tuo trono e ti taglio’ i capelli
e dalle tue labbra tiro’ fuori un alleluia

Alleluia…

Amore, sono stato qui già un’altra volta
ho vista questa stanza e ho camminato su questo pavimento
vivevo da solo prima di conoscerti

ho vista la tua bandiera all’arco di marmo
ma l’amore non è una marcia di vittoria
è un freddo ed un triste “alleluia

Cosi’  una volta mi informavi
di quello che succedeva veramente laggiu’
ma adesso questo non me lo fai più, non ‘e vero?
ma ti ricordi che quando ho traslocato, anche tue la santa colomba avete traslocato
e ogni respiro che avevamo preso era un “alleluia”

Insomma, forse ci sara’ un Dio lassu’
ma cio’ che ho mai imparato dall’amore
è come sparare  a qualcuno che ti punta una pistola
non è un pianto che si ode di notte
non è qualcuno che ha visto la luce
ma è un freddo ed  un triste “alleluia”

cohen

Lo show dei The Zen Circus 28 dicembre 2011 a Lamezia T. ( CZ) Non vi libererete tanto facilmente di noi!

 

-Non vi libererete tanto facilmente di noi!
Lo show dei The Zen Circus” Mercoledi 28 dicembre
2011 al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme ( CZ)
Nell’ambito del festival di musica indipendente “ Enjoy Lamezia”, con il patrocinio del Comune di Lamezia, sbarcano “ The Zen Circus” considerati uno delle maggiori band del panorama italiano, l’occasione è allettante mi trovo in città e per niente perderò questa occasione, ancora non ho assistito al nuovo show dopo il loro ultimo album “ Nati per subire” ( recensione del disco nella miaHit di novembre ) e poi sono molto curioso di scoprire come reagirà il pubblico che ritengo poco avvezzo all’ascolto di una band dal passato burrascoso, fatto di musica da strada, energia e tanto folk/punk urlato. Arrivo in un Teatro stracolmo di gente, solo posti in piedi, mi guadagno l’appoggio ad una colonna in platea in attesa del concerto, le cose vanno un po’ per le lunghe, un improbabile presentatore fa gli onori di casa illustrando l’iniziativa peraltro riuscitissima, ricorda il successo del concerto di Brunori Sas, di Dente e prima di presentare brevemente il gruppo, fa esibire un cantautore locale che propone una canzoncina un po’ demenziale ma molto simpatica edironica. Si abbassano le luci, i tre, Appino, Ufo e Karim voce chitarra, basso e batteria prendono posizione sul palco, un arpeggio di chitarra, un coretto e poi una partenza solida, robusta di Appino che con molta aggressività intona “Nel paese che sembra una scarpa” dal loro ultimo lavoro, ilpubblico fino a quel momento ordinato e seduto nelle prime file come obbediente ad un segnale, si alza simultaneamente per raggiungere il palco ed urlare con loro i versi taglienti del brano; Appino è a suo agio con il suo fisico smilzo, jeans skins, i piedi in dentro a reggere la chitarra nella tipica posa punk /rock, la voce potente, limpida che proviene da una bocca grande adornata con dei baffi che ricordano il giovane Carlos Santana, si muove con cadenza ritmata come morso dalla tarantola.
Il pubblico apprezza, si scuote, qualcuno poga ma senza esagerare, consapevoli che sarà una serata molto divertente. Certo il Circo Zen ne ha fatto di strada, agli esordi venivano ritenuti emuli degli statunitensi Violent Femmes perché proponevano un folk punk all’epoca sconosciuto in Italia, col tempo, però, si sono ritagliati una certa popolarità addirittura riuscendo a pubblicare un disco intero con Brian Ritchie leader dei Violent Femmes e a collaborare con i Pixies e i Talking Heads, un gruppo che è cresciuto artisticamente e che aveva uno sbocco sicuro oltrefrontiera, ma, come spesso accade, gli artisti non ragionano in termini utilitaristici, quindi, decidono di rientrare in Italia e proseguire il loro percorso musicale cambiando completamente il loro sound e utilizzando solo testi in italiano. Un alchimia, una contaminazione che media una sorta di cantautorato italiano con il punk rock americano. Il concerto prosegue con i brani più noti sia del nuovo disco che di “ Andate tutti affanculo” il lavoro del 2009, senza lasciare spazio alla produzione vecchia con i testi in inglese; scelta, ritengo, azzeccata perché non c’è stato nessun calo fisiologico del ritmo rimasto sempre ad alti livelli nelle due ore di show ineccepibile dei tre agguerriti musicisti e che ha dato la possibilità al pubblico di interagire, di cantare a squarciagola i brani che hanno fatto “ grandi” i Zen Circus: Ventanni, Figlio di Puttana, la Democrazia semplicemente non funziona, Atto secondo.
Certo i tre pards si presentano in maniera irriverente,scanzonata per parlare di temi sicuramente non leggeri come la politica, la droga, i rapporti familiari difficili ma lo fanno con naturalezza, con ironia e senza
troppe forzature inserendo ritornelli di facile presa e tanta energia vitale nel costruire un suono compatto che il pubblico lametino ha apprezzato molto. Il concerto è andato avanti con molta regolarità e senza colpi di scena, non c’è stata la telefonata dello spacciatore Abdul nella Canzone di Natale e nemmeno la discesa in platea, come di solito fanno, per eseguire un brano in mezzo alla folla, è forse mancato qualcosa di speciale che rende il concerto indimenticabile ma è stato pur sempre un ottimo show. Che dire, il pubblico comunque si è divertito grazie alla carica sorprendente della band e alla sinergia che sono riusciti a creare, un concerto di qualità che solo iniziative sporadiche e poco sistematiche di illuminati amministratori riescono a portare al sud. Il finale è tutta una festa, i ragazzi sotto il palco hanno fatto sentire tutto il loro calore alla band e sono stati i ripetuti ringraziamenti a suggellare il rapporto che per una sera ha legato i tre
ragazzi pisani alla meglio gioventù di Lamezia Terme.
Dal vostro jankadjstrummer
Questa è la scaletta che mi ricordo del concerto:
– Nel paese che sembra una scarpa
– Atto secondo
– Gente di merda
– Andate tutti affanculo
– L’amorale
– L’egoista
– I qualunquisti
– Vecchi senz’esperienza
– Figlio di puttana
– Vana gloria
– La democrazia semplicemente non funziona
– Ragazzo eroe
– Il mattino ha l’oro in bocca
– Canzone di Natale
BIS
– Milanesi al mare – Nati per subire

JOHNNY CASH – Dalla prigione di Folsom in California non si vede la luce del sole…… by Jankadjstrummer

 

JOHNNY CASH – Alla Prigione di Folsom non si vede la luce del sole…..

cash

Qualche giorno fa mi è capitato di trovare, nelle scorribande sonore su internet, uno spezzone di documentario che raccontava un evento memorabile nella storia della musica: il concerto che ha tenuto Johnny Cash dentro la prigione di Folsom in California nel 1968 ed immortalato nell’omonimo LP.

 “All you have with you in the cell is your bare animal istinct. I speak partly for experience, I’ve been behind bars a few times”.                                                            Tutto quello che avete con voi nella cella è il nudo istinto animale. Parlo un po’ per esperienza, sono stato dietro le sbarre un paio di volte ”
Johnny Cash non è un personaggio bizzarro che si è messo in testa di varcare i cancelli di un carcere di massima sicurezza per proporre le sue canzoni, per cercare vana gloria ma un uomo provato dalla vita, un uomo che ha conosciuto gli abissi della dipendenza da anfetamine, la crisi esistenziale e qualche volta una  fredda cella del carcere e che cerca di uscirne fuori con la musica e con i suoi compagni d’avventura della band, compresa la dolce June Carter che è in procinto di sposare. Johnny vuole poter parlare ai detenuti alla pari come con dei veri amici, proporre canzoni, esternare sentimenti con l’atteggiamento di chi vuole un dialogo con personaggi sfortunati come spesso si sentiva lui.
Nel concerto in scaletta non inserisce i suoi pezzi classici, quelli che lo hanno immortalato come il “ man in black” ma brani che raccontano storie, che parlano di persone comuni sopraffatte dalla solitudine e dalla morte come in “I Still Miss Someone” e in “The Long Black Veil” due ballate che diventeranno memorabili  oppure storie di detenuti  che  cercano di evadere come in “The Wall” o che si lasciano andare a sentimenti dolorosi ma capaci di scrivere lettere struggenti ai propri familiari come in “Send a Picture Of Mother”. Ma torniamo al concerto, che credo fosse organizzato nella sala mensa, Johnny si presenta al suo pubblico con uno sbrigativo “Hello, I’m Johnny Cash” come a dire sono venuto per condividere con voi qualche ora perché ero anch’io un detenuto, anch’io ho varcato la soglia del carcere per qualche tragica combinazione e sono felice di potervi dare sentimenti e passione con le mie canzoni. Parte, quindi, con Folsom Prison Blues”, caratterizzato da un bel suono galoppante di chitarra, per raccontare il dolore e la sofferenza di chi non ricorda più come sia fatta l’alba di chi non può assaporare il dolce gusto della libertà. Oltre tremila detenuti sono in delirio, applausi, grida di approvazione rimbombano nella sala spoglia, il palco improvvisato quasi non contiene la band dei Family Carter i due chitarristi Perkins e Luther accompagnano il suono potente di Johnny che dimostra di essere un vero e proprio trascinatore rivolgendosi con le liriche al suo particolare pubblico e rapendoli con la sua amichevole umanità, sentimenti  di cui forse hanno più bisogno. Cash tocca nervi scoperti, ferite non rimarginate né per sé  e nè per i suoi amici prigionieri, cosi si lascia andare  e parla di droga come strumento che aiuta l’uomo a sopportare  le crisi e  il malessere esistenziale nell’inno “Cocaine Blues”, parla di amore negato ai detenuti in “Give My Love To Rose”, romanticismo, è vero, ma privo  di sdolcinatezze a  dimostrazione che i suoi brani provengono da un uomo sensibile pronto concedersi senza riserve spogliandosi dei panni della star ma cantando a squarciagola il desiderio di libertà. Ma Cash non vuole portare nella prigione di Folsom solo malinconia o l’inquietudine dei sentimenti umani vuole anche divertire,smorzare i toni tristi di chi è costretto a pagare gli errori, di chi è costretto a privarsi delle passioni ,con ironia, quindi, si prende gioco delle miserie  in una sorta di valzer che è “Busted”,  e scherza anche sugli ultimi minuti prima di salire sul patibolo in “25 Minutes To Go”,  oppure  inventa una storia  molto comica, apprezzata dai reclusi,  in  “Dirty Old Egg-Sucking Dog”, che narra le vicende di un cagnolino senza padrone che mangia le galline. Il country blues di Cash impersonifica  il vagabondo senza legge che armato di sola voce roca e chitarra  racconta le sue storie in uno show  che è un concentrato di  tensione e di tanta emozione controllato dai secondini che placano le esuberanze di ladri ed assassini che, senza falsi moralismi, vengono trattati come  fratelli.

 

Questa storia riversata su un disco è quanto di meglio si possa ottenere da un artista e mette in evidenza le tante sfaccettature della personalità di Cash, considerato nell’arco della sua 50ennale carriera come  drogato,religioso, romantico, galeotto ecc ecc, nella prigione di Folsom  si concentrano le varie anime a dimostrazione che Cash è stato un personaggio che è caduto ma è riuscito a rialzarsi, ha convissuto con le sue fobie con  il suo malessere interiore ma ha combattuto senza tregua fino all’ultimo.

 

  1. 1. Folsom Prison Blues
    Busted *
    3. Dark as the Dungeon
    4. I Still Miss Someone
    5. Cocaine Blues
    6. 25 Minutes to Go
    7. Orange Blossom Special
    8. Long Black Veil
    9. Send a Picture of Mother
    10. The Wall
    11. Dirty Old Egg Sucking Dog
    12. Flushed From the Bathroom of Your Heart
    13. Joe Bean *
    14. Jackson (con June Carter)
    15. Give My Love to Rose (con June Carter)
    16. I Got Stripes
    17. The Legend of John Henry’s Hammer *
    18. Green, Green Grass of Home
    19. Greystone Chapel

 

JANKADJSTRUMMER

 

IL DECOLLO DEGLI U2 scritto da JANKADJSTRUMMER

 

 

Il DECOLLO DEGLI U2. Scritto da Jankadjstrummer

Propongo una biografia della ascesa dei mitici U2 con notizie ed aneddoti pescati di qua e la nel web e romanzati per rendere simpatica la lettura anche per i non amanti della musica rock. E’ un tentativo prendetelo come tale…e buon divertimento!

U2

“Dublino, ottobre 1976”. Fa un freddo cane, tanto è vero che fuori dal portone della Mount Temple School, si aggira solo un giovane liceale, mal vestito e chiaramente in preda ad una crisi di nervi. Si chiama Larry Mullen, ha appena perso il posto di batterista in una delle bande che girano per le vie della città con grancasse e tromboni, fatto fuori perchè non aveva il look giusto: questa la versione ufficiale del suo licenziamento. Sbollita la rabbia, Larry si avvia verso la bacheca degli annunci, per apporre il suo: “Batterista rock cerca musicisti per formare un gruppo”. Non bisogna attendere tanto, pochi giorni e si fanno vivi cinque allievi della stessa scuola: Paul Hewson, i fratelli Dove e Dick Evans, Adam Clayton e Neil Cormick. La formazione a sei, denominata “Feed back”, però, dopo pochi giorni di prove in una cantina di periferia, si rivela un disastro. Neil, infatti, decide di fare le valigie, senza aspettare che qualcuno gli dica di andarsene. I cinque rimasti, visto che non hanno più zavorra, decidono di continuare cambiando il nome in “The Hype”. Dove, che per via della forma a punta della sua testa, viene denominato “The Edge”, si aggiudica la chitarra solista, mentre il fratello Dick deve accontentarsi di quella ritmica; Adam continuerà a suonare il basso, mentre Paul, denominato “Bonovox” (dal nome di un negozio dublinese di cornetti acustici) viene eletto all’unanimità cantante. Bonovox, ancora sotto shock per la morte della madre Iris nel 1974, è un adolescente inquieto. Nella Mount Temple School si fa subito notare per i suoi improvvisi scatti d’ira che lo portano a distruggere tutto quello che gli capita sotto mano. Quando il punk non è ancora un fenomeno di massa, lui si presenta a scuola con capelli rossi sparati in alto, pantaloni viola attillati, giacca stile anni 60 e una catenella di acciaio che va dal naso all’orecchio. Tutto questo lo porta a qualche contrasto con The Edge, l’esatto contrario, un ragazzino timido, figlio di un ingegnere inglese, il cui suo unico interesse nella vita è quello di suonare la chitarra. L’unico vero musicista del gruppo è Adam, che però è il più vispo dei cinque, il ruolo del più figo del liceo gli va a gonfie vele; il suo vero obiettivo, più che a imparare a suonare il basso, è una vita spericolata a base di sesso droga e rock’n roll. Larry Mullen, che in questo periodo è il vero motore della compagnia, organizza la sala prove dove la band muove i suoi primi passi. Il luogo prescelto è un capanno per gli attrezzi nel giardino della casa di The Edge a Malahide, un sobborgo di Dublino. Nonostante il loro impegno ed il loro entusiasmo, i ragazzi si rendono conto, dopo poche settimane, che rifare le canzoni di Patty Smith e dei Talking Heads, è un’impresa superiore alle loro capacità. Decidono così di iniziare a scrivere canzoni. Dick Evans non ci sta e lascia il gruppo per raggiungere i Virgin Prunes. Dopo una bevuta colossale in un pub di Dublino tanto famoso quanto malfamato, un amico di Bonovox, Steve Averill, conia la magica sigla U2. La trasformazione del gruppo è definitiva. U2 può significare “you too” (anche tu), ma è anche il nome del piccolo aereo usato dagli americani alla fine degli anni 50 per spiare le postazioni militari sovietiche. Con una manciata di canzoni appena sfornate, gli U2 si buttano nella mischia e decidono di suonare ovunque ci sia un palco. Una scelta coraggiosa che li porta ad esibirsi in situazioni tragicomiche davanti ad ubriachi cronici. Esauriti i posti dove esibirsi dal vivo, gli U2 afferrano al volo la loro vera prima occasione, stravincendo un concorso per giovani band organizzato dal quotidiano “Evening Press” e dalla birra “Harp Lager”. In palio 500 sterline ed un’audizione presso la CBS. Con l’aiuto del manager Paul Mc Guinnes pubblicano il loro maxi singolo “U2-Three”, in tutto tre canzoni (“Out of Control”, “Stories for Boys” ,”Boy-Girl”) che fanno della band il gruppo di punta della nuova scena irlandese. In pochi giorni la sala prove nel giardino di The Edge viene preso da assalto da centinaia di ragazzine urlanti, costrette ad andarsene per via di una pioggia fastidiosa, provocata dallo scorbutico Larry e dal suo idrante. Il 19 marzo 1980 è il momento della svolta. Bono e compagni vengono arruolati dalla “Island” di Chris Blackwell, l’ uomo che ha fatto conoscere Bob Marley in tutta l’Inghilterra. Il sospirato contratto, però, ha l’effetto di una bomba. In vista delle registrazioni del primo album, la tensione sale alle stelle e gli incontri in studio si trasformano in risse. Gli ultimi giorni di marzo sono i più pesanti, e sono dedicati alla stesura di “I Will Follow”. The Edge è isterico. Ha appena litigato con i genitori, gli ha chiesto di rinviare di un anno l’ iscrizione all’università per concedere una chance agli U2. Alla tensione in sala si aggiunge quella in sala prove, ogni volta che parte con il giro di chitarra di “I Will Follow”, vede Bono scuotere la testa. La scena si ripete un’infinità di volte, si arriva al punto che Bono strappa dalle mani la chitarra di The Edge, ferendolo nel suo orgoglio e scatenando così la reazione di quest’ultimo. Tra liti furibonde, si arriva al 20 ottobre, quando “Boy” compare nei negozi di dischi del Regno Unito. “Finalmente un gruppo pop con il cervello!”: è il coro unanime della critica. Nella prima settimana di dicembre la band sbarca negli States, dove si esibisce al Ritz di New York. L’esperienza americana è devastante, il concerto funziona, ma Barry Ulead, primo manager del gruppo, è scomparso, lo ritroveranno più tardi in un commissariato di polizia dopo aver assistito ad un omicidio. Dopo due giorni viene ucciso John Lennon, a rivolverate, Bono ne rimane sconvolto. Dopo una breve esperienza in Europa, si ritorna in America, ai primi di marzo del 1981, dove quattro simpatiche “grampes” riescono ad introdursi nei camerini rubando una valigietta con 300 dollari ed i testi del nuovo album, “October”. Bono è sull’orlo della depressione, è costretto ad improvvisare in studio i testi delle canzoni. L’atmosfera è tesissima, Bono, Larry e The Edge sono in preda ad una crisi mistica, iniziano a dubitare che la fede cristiana possa sfasare la militanza in un gruppo rock. Nell’aria c’è l’ipotesi dello scioglimento, che a questo punti sembra sicuro, ma, fortunatamente, dopo giorni di riflessione, e forse grazie all’illuminazione divina, i tre si convincono che essere cristiani e suonare in una rock band, non è una contraddizione. Il 1983 è l’anno del terzo album, il quale grazie a pezzi mitici come “Sunday Bloody Sunday” proietta gli U2 nell’olimpo delle mainstream band. E’ l’anno frenetico che Bono e compagni vivono in tour, catapultandosi da un continente all’altro, i concerti sono delle vere e proprie maratone dove può succedere di tutto, ed infatti succede di tutto. Nel Massachuttes, arena di Worchester, scattano le manette per Bonovox. In una pausa tra un pezzo e l’altro, si accorge che due energumeni del servizio d’ordine schiaffeggiano una ragazzina intenzionata a salire sul palco, egli allora si avvicina e strappatala dalle mani dei due, la porta sul palco con lui e la invita a ballare. Appena Bono riprende a cantare, la fan, intrepida americana, si incatena alla sua caviglia con un paio di manette di cui, ovviamente, non ha le chiavi. Bono è costretto, così, a continuare buona parte del concerto con la ragazzina ai suoi piedi, fino a quando non riescono a liberarlo segando le manette. Nel Connecticut, a metà dello show, la batteria di Larry Mullen si spezza in due parti. A Bono saltano i nervi ed inizia ad inseguire il povero Larry ricoprendolo di insulti. Fortuna di Mullen, interviene The Edge che con un paio di cazzotti riporta Bono alla calma. A Los Angeles si arriva all’inverosimile, si sfiora la follia pura, il protagonista è ancora una volta lo scapestrato Bonovox. Verso la fine del concerto si scatena una rissa furibonda nelle prima file. Gli U2 cercano invano di ristabilire la calma, ma fallito ogni tentativo, Bono decide di a fare a modo suo. Sotto gli occhi increduli dei suoi compagni e nello stupore generale, si porta su una balconata e minaccia di lanciarsi nel vuoto. Visto che la folla non reagisce, Bono si tuffa. A salvare il cantante degli U2 sono le decine di persone che ne attudiscono la caduta. Nel 1984 con “The Unforgettable Fire”, gli U2 sono ufficialmente candidati a sostituire i “Police” nel ruolo di band più famosa del mondo. Per il passaggio di consegne si deve aspettare fino al 1986 in occasiona dell’ultima data del tour organizzato per beneficenza da “Amnesty International”. E’ la serata che mette fine all’avventura di Sting e soci. La folla del “Giants Stadium” lo sa bene e accoglie i tre inglesi con un boato assordante, lo show prosegue senza sorprese fino a “Invisible Sun” quando succede quello che nessuno si sarebbe aspettato: uno alla volta i membri degli U2 entrano sul palco e sostituiscno quelli dei Police. Larry si siede al posto di Copeland, Adam si infila il basso di Sting, The Edge la chitarra di Summers e Bonovox si impossessa del microfono, dopo alcuni attimi di silenzio da parte del pubblico incredulo, è il delirio. Da questo momento in poi lo scettro di band del pianeta è nelle mani dei quattro di Dublino. Gli U2, sull’onda dello strepitoso successo, continuano a stupire: addirittura finiscono sulla copertina del “Time”, prima di loro vi erani riusciti solo i Beetles. Le riprese del videoclip di “Where the streets have no name”, girato sul tetto di un negozio di liquori a Los Angeles, paralizzano la città. Migliaia di persone prendono d’assalto l’edificio costringendo la polizia a chiudere il traffico per parecchie ore. Il concerto all’ “Olimpic Stadium” entra direttamente nella storia: in onore della band viene accesa la fiaccola olimpica. Era accaduto solo per l’inaugurazione delle Olimpiadi e per l’arrivo del Papa. A questo punto non li può fermare più niente e nessuno. Non riesce a fermarli neanche il sindaco di San Francisco che trascina Bono in tribunale, dopo che quest’ultimo aveva imbrattato una statua con la frase: <>. Il risultato: Bono viene assolto, mentre il sindaco non viene riconfermato al rinnovo dell’am/ne cittadina. Non riescono a fermarli neanche la minaccie di morte, che li costringono ad esibirsi, per qualche anno, su di un palco protetto dalla polizia in borghese. Sono gli anni di “The Joshua tree”. Gli U2 sono ormai consolidati al punto di trasformare in oro tutto quello che toccano. Dopo lo sgretolamento del muro, mentre la DDR scompariva dalle carte geografiche, Bono e soci si muovevano per le strade di Berlino, cercando ispirazione dall’atmosfera di cambiamento che si respirava. La base operativa sono gli studi Hansa dove David Bowie ha inciso i suoi tre album più rappresentativi. Nascono qui i pezzi di “Actung Baby”(1991): il disco che cambia volto al sound di Bono e compagni. Musica elettronica, ritmi “industrial”, noise rock ed il solito grande gusto melodico sono gli ingredienti della nuova avventura. Più del disco, però, quello che lascia a bocca aperta è la scenografia dello “Zoo TV Tour”, fatta di schermi giganteschi, televisori dappertutto, macchine Trabant sospese nel vuoto, e cellulare a disposizione di Bono per chiamare durante i concerti gli uomini politici più rappresentativi. Non c’è mossa degli U2 che non finisca in prima pagina, figurarsi quando Bono e compagni manifestano insieme a Green Peace contro l’installazione di un impianto nucleare a Sellafield nel nord-ovest dell’Inghilterra. Intanto Bono da “The Fly”, la famelica rockstar con gli occhiali neri protagonista dello “Zoo TV Tour”, si trasforma in Maephisto, un piccolo diavolo con tanto di corna. Il cambio di look avviene in contemporanea con la pubblicazione di “Zooropa”(1993), insieme a “The Joshua Tree”, uno degli album più belli in assoluto. “Zooropa” è l’ultimo album in studio prima di “Pop”, uscito nel marzo del 1997. Dopo il grande spettacolo di Reggioemilia, che è di quelli che mozzano il fiato, con più di 150mila fans scatenati, dove Bono arriva agridare sul palco:<>, gli U2 sembrano volersi prendere un po’ di riposo. Rimangono comunque sulla cresta dell’onda, restando sulla scena per il loro impegno sociale. In occasione del Giubileo, infatti, sperano la richiesta del Papa di eliminare, per questo evento, il debito dei paesi del terzo mondo, verso quelli più industrializzati. Bono si fa portavoce in tutto il mondo di tale richiesta, (chiamata “Jubilee 2000”) arriva addirittura in Italia in occasione del Festival di San Remo, dove insieme a Jovanotti si esibisce sul palco dell’Ariston, dopo aver avuto un colloquio con il Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, il quale, oltre a cancellare il debito che tali paesi hanno con l’Italia, si impegna anche a far si che le altre nazioni seguano l’esempio italiano. Segue qualche mese di lavoro in studio, e finalmente ritornano con “All that you can’t leave behind”. Il resto è storia recente.