ROCK & DRUGS – Un viaggio verso la perdizione 2° puntata by Jankadjstrummer

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jankadjstrummer
DRUGS & ROCK Un viaggio verso la perdizione 2° puntata
“ IL DOPO “ANNI 70”.
Nella prima puntata abbiamo visto come una lunga sfilza di musicisti rock fa le spese con l’ abuso di stupefacenti, nomi mitici che, a vario titolo e per svariate motivazioni, ci lasciano le penne, tutte queste vittime illustri probabilmente fanno riflettere sulla deriva autodistruttiva collettiva che si muove nella arcipelago della musica giovanile.
Nell’ambito dei musicisti rock e nei tanti milioni di appassionati di musica, la droga non fu più un “must”, ma ritornò ad essere una condizione che attiene alla sfera personale:
l’unica eccezione che ricordo di uso collettivo ed aggregante legato alle droghe è datato fine anni ’70 inizi degli ’80, un vero e proprio boom. Il raggae strettamente collegato all’uso dell’erba giamaicana, la ganja come viene definita nella religione “rasta”, la marjuana e tutti i suoi derivati “ olio, hashish ed in generale in cosiddetto “ Fumo” di cui
facevano e fanno uso i musicisti raggae che avevano in Bob Marley il loro profeta in Occidente (morto anche lui, nell’81, ma per cause indipendenti dall’uso della ganja). Il rito nei concerti raggae era quello del passaggio di mano in mano dello “ spinello “ come ricerca collettiva di una unità e di benessere al ritmo dei suoni caraibici. Per il resto,negli anni 80 e 90 hanno prodotto band che non teorizzavano l’uso delle droghe come i
Police, i Depeche Mode, gli HEAVEN 17, gli HUMAN LEAGUE ma che tuttavia rimasero coinvolte perché a livello soggettivo membri dei gruppi hanno avuto problemi legati all’ uso di sostanze stupefacenti, DAVE GAHAN dei Depeche Mode ha avuto una lunga
dipendenza da eroina, STING dei POLICE legato all’uso dell’alcool , ma le loro bands ne rimasero fuori, al contrario c’erano dei gruppi di hard rock i SAXON e i MANOWAR che,al contrario, diffondevano la filosofia della cultura fisica, muscoli in evidenza e zero
droghe. Basti pensare che DAVID LEE ROTH, storico cantante del gruppo dei VAN HALEN, fu allontanato dalla band perché passava più tempo in palestra che in studio di registrazione a provare), o come i METALLICA e i NIRVANA, troppo impegnati nel portare avanti discorsi socio-politici per annichilirsi con le droghe (il fatto che KURT COBAIN, morto suicida, facesse uso di eroina e psico farmaci è stato da lui ufficialmente
giustificato come lenitivo di fortissimi dolori allo stomaco, ma comunque non coinvolgeva ufficialmente la band). Stesso discorso, ma con l’interesse rivolto più alle filosofie orientali che alle lotte socio-politiche, vale per i DIRE STRAITS band mitica per i consumatori di droghe leggere i loro brani ( Sultan of swings in testa ) sono i sottofondi
più utilizzati insieme a quelli dei PINK FLOYD e C.S.N.&Y., per le “fumate” collettive. I DURAN DURAN e gli SPANDAU BALLET, rivali in tutto, lo erano anche in questo senso: i Duran ammettevano l’uso di droghe mentre gli Spandau le rifiutavano. Resistono comunque le band “pro-drugs”: MOTLEY CRUE e GUNS’N’ROSES (è loro un altro inno
all’eroina, “Mr.Brownstone”)
Mi sveglio attorno alle sette/ Esco dal letto alle nove / E non mi
preoccupo di niente/ Perche’ preoccuparmi e’ sprecare il mio tempo. Di solito lo spettacolo e’ alle sette/ Saliamo sul palco alle nove/ Alle undici siamo sul bus/ A bere e star bene/ Abbiamo danzato/
Con Mr .Brownstone
Ha bussato/ Non mi lascera’ mai/ Mi facevo un po’, ma un po’ non mi bastava/ Cosi’ un po’ e’ diventato sempre di piu’/ Ora cerco di stare un po’ meglio/ Almeno un po’ meglio di prima/ Abbiamo danzato/Con
Mr.Brownstone / Ha bussato/Non mi lascera’ mai/ Ora mi alzo a
qualunque ora/ Prima ero puntuale/ Ma quel vecchio e’ un figlio di puttana/Lo prendero’ a calci fino a farlo morire
sono due tra le band che hanno tenuto duro a lungo sul tema “sex,
drugs e rock’n’roll”, spesso rischiando anche la vita in nome del “mito” (NIKKI SIXX dei Motley Crue ha avuto varie overdosi, SLASH dei Guns è alcolista dichiarato, senza contare i vari problemi fisico-legali che un po’ tutti i componenti delle due bands hanno avuto per causa dell’uso di sostanze proibite). Consola, comunque, la lista dei tanti “rinnegati della
droga”: tra i più illustri MICK JAGGER ha affermato di fare uso, da anni, solo di…palestre, PAUL Mc CARTNEY si “carica”, invece, con lo Yoga e addirittura ALLEN GINSBERG, profeta dell’LSD, ha ritrattato tutto, ammettendo di aver preso “un’enorme cantonata”. Più o meno tutti coloro che, a suo tempo, hanno fatto uso di droghe (CLAPTON, GAHAN, MARTI PELLOW dei Wet Wet Wet) hanno ammesso di stare meglio
senza. Per tutti, ascoltiamo ciò che dice STEVEN TYLER, leader degli AEROSMITH, altra mitica band rock nota per gli abusi di droga: “Da quando ho smesso è una vacanza permanente (“Permanent vacation”, come il titolo di un famoso album della band)! Ogni
mattina ringrazio Dio di darmi un nuovo giorno a tempo di rock!”. Amen!!!
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LE DROGHE E IL ROCK.
L’ EROINA:
Fu la casa farmaceutica Bayer a metterla in commercio per la prima volta
verso la fine del 1800 come farmaco capace di combattere alcune patologie dell’apparato respiratorio. Si accorsero un po’ in ritardo della tossicità della sostanza, e la ritirarono dal mercato quasi 20 anni dopo, ma ormai il fenomeno della tossicodipendenza era diffuso e quando, alle soglie degli anni 20, negli Stati Uniti l’eroina fu vietata e quindi se
ne proibì la diffusione, ormai si era già sviluppato un mercato clandestino che si diffuse poi in tutto il mondo e resiste a tutt’oggi. È la droga per eccellenza, ad alto tasso di tossicità ed assuefazione, quella di cui non ti puoi più liberare. Il suo effetto sconvolgente
è stata la prima causa del suo boom nel mondo del rock. Associata ad altre sostanze (coca, alcol ecc.) può dare anche effetto eccitante (ne hanno fatto molto spesso uso anche i componenti dei RED HOT CHILI PEPPERS band nota per i suoi shows devastanti).
Attualmente viene anche “sniffata” (soprattutto dai giovani, terrorizzati dall’AIDS) e, da qualcuno, anche fumata. Nell’ambito del rock gossip per un periodo è stata anche sostituita dalla MORFINA, farmaco con effetti simili, considerato un buon surrogato dell’ERO (“Sister Morphine” dei ROLLING STONES ne decantava le…qualità).
LA COCAINA:
Derivata dalle foglie di Coca, pianta di cui quasi tutto il Sud-America è pieno e le cui foglie vengono masticate da secoli dagli indigeni, venne sintetizzata intorno alla metà del 1800 da un chimico tedesco per cercare di condensarne le proprietà eccitanti.
Nel 1912 venne bandita dalla Società delle Nazioni per gli effetti distruttivi dal punto di vista fisico. Tra le rockstar vittime della coca ricordiamo JEFF PORCARO, batterista dei
TOTO, JERRY GARCIA chitarrista dei GRATEFUL DEAD e MICHAEL HUTCHENCE, cantante degli australiani INXS, morto non direttamente a causa degli effetti della sostanza ma suicida a causa dei debiti conseguiti dall’uso smodato della stessa.
 L’ L.S.D.:
Altra droga nata in laboratorio. Intorno al 1940 la Sandoz, industria farmaceutica svizzera, “grazie” agli studi del chimico Albert Hoffman, scoprì il dietilamidetartrato, meglio conosciuto come LSD, cioè
dextro lisergic acid diethylamide tartrate. Lo stesso ne sperimentò gli effetti su sé stesso e li diffuse in un libro che provocò una vera e propria
rivoluzione intellettuale, grazie anche all’opera solerte dei vari profeti
beat del periodo (ALLEN GINSBERG, TIMOTHY LEARY, JACK KEROUAC ecc.). Gli effetti dell’acido sono devastanti, soprattutto a livello cerebrale. C’è stato anche chi, dopo averne preso solo uno, è uscito fuori di testa per sempre…
LE ANFETAMINE:
Sintetizzate per la prima volta intorno al 1890, inizialmente vennero
usate come cura per l’asma, e dagli anni 30 in poi gli ospedali ne fecero uso abituale per curare i narcolettici. Ma fu durante la seconda guerra mondiale che la sostanza, già da tempo distribuita normalmente nelle farmacie, ebbe larga diffusione; ne facevano uso abituale soldati di vari eserciti, e lo stesso Adolf Hitler ne era un consumatore accanito.
Le anfetamine eliminano la sensazione di fame, così come quella di stanchezza, sostituendole con euforia, loquacità, iperattività. È un fortissimo stimolante nervoso, con tutte le controindicazioni del caso. In Italia per un periodo vennero consumate sotto forma di pasticche (le Plegine) abitualmente prescritte nei casi di obesità, e per questo ad
alto contenuto anfetaminico.
LA MARIJUANA, HASHISH:
Derivati dalla pianta di Canapa, già nel 3000 a.C. ne facevano largo uso i cinesi come erba curativa. Nel corso dei secoli furono innumerevoli le civiltà che ne fecero uso in vari modi, soprattutto a carattere terapeutico, specialmente per ciò che riguarda le foglie di Marijuana. Troviamo invece le prime tracce di Hashish (derivato della resina della pianta di canapa) tra i Cartaginesi, che pare avessero un “filo diretto” con Roma per la vendita della preziosa sostanza.
Che dire sul “fumo”che già non si sappia? Dai “calumet della pace” dei Pellirossa alle “fumate trascendentali” dei saggi indiani, il rito continua ancora oggi, come “socializzante” o… rilassante, in gruppo o anche da soli. Ma per quanto minimi rispetto il tasso di tossicità e la pericolosità delle altre droghe su elencate, anche il “fumo” ha i suoi
effetti negativi (d’altra parte, se non facesse niente, come qualcuno molto ingenuamente si ostina ad affermare, che scopo avrebbe…”farsi le canne”?!?!). Basti pensare che anche le semplici sigarette “nuocciono gravemente alla salute”… Per concludere, è innegabile che la libertà, soprattutto per quanto riguarda le scelte personali, sia un diritto supremo, ma altrettanto importante è informarsi, in modo di essere pienamente consapevoli delle proprie scelte.
JANKADJSTRUMMER

Rock & drugs 1° parte – Gli anni ’60, In viaggio verso la perdizione.

La storia di un viaggio verso la perdizione – gli anni ‘60

“Ho la fortuna di avere dei parenti a Frascati. Ogni anno non vedo l’ora che vengano le feste natalizie per poterli andare a trovare e farmi delle overdose di porchetta e vino dei Castelli Romani”.
(Brian Johnson, cantante degli AC/DC).
“Voglio morire prima di diventare vecchio”, cantavano WHO nel loro hit generazionale “My Generation”.

 Questi sono forse i due estremi, due filosofie di vita che si contrappongono, da una parte le band che ritengono che l’uso di droga sia  uno dei modi migliori per “accelerare i tempi”dell’autodistruzione, un eccesso autolesionista che comunque portava spesso alla morte nella ricerca della felicità . Dall’altra i morigerati artisti che rifiutarono apertamente le droghe, tipo i DEEP PURPLE  che col chitarrista RITCHIE BLACKMORE ebbero a dire “Come si fa a drogarsi per suonare? La musica è già di per sé una droga!” o i LED ZEPPELIN e i BLACK SABBATH, che preferivano dedicarsi a pratiche esoteriche piuttosto che annichilirsi, per non parlare poi dei gruppi rock progressive come i JETHRO TULL, i GENESIS gli YES EMERSON,LAKE & PALMER che non si sono mai lasciati andare preferendo suonare, sperimentare nuove dimensioni sonore da veri professionisti. GENE SIMMONS, leader dei KISS , ha sempre affermato che l’unica cosa che adora sniffare è il profumo di… donna. Molti gruppi rock sul finire degli anni ’60, invece, abbracciarono questo strano modo di condurre la propria vita, alcuni con consapevolezza altri con ingenua disinformazione mossi solo dalla voglia di trasgredire, spesso legata ad una profonda timidezza: JIM MORRISON e JANIS JOPLIN hanno sempre affermato che non sarebbero mai riusciti a salire su di un palco senza darsi un “aiutino”. Hashish, marijuana, amfetamine ma in particolare l’eroina e la cocaina furono il veloce strumento usato dai musicisti che hanno teorizzato l’autodistruzione. “ White Rabbit” dei Jefferson Airplane, “Heroin” dei Velvet Underground di Lou Reed, “Brown Sugar”, Sister morphine” dei Rolling Stones e “Carmelita”di Linda Ronstadt furono dei veri e propri inni dedicati a queste droghe che, forse, contribuirono alla loro capillare diffusione.  Inoltre, bisogna ricordare che spesso erano i mix esplosivi a creare danni irreparabili al sistema nervoso e all’annientamento: alcool e psicofarmaci o i mix di diverse droghe inventate spesso nel mondo del rock, famosa era “la palla di fuoco” inventata Keith Richards dei Rolling Stones e  consigliata a tutti i musicisti, la dose era questa: una sniffata d’eroina poi una di cocaina seguita da un punch di Whisky caldo. A farne le spese di questa filosofia di vita furono non solo musicisti famosi o meno ma anche tanti giovani che vedevano le rock-star come modelli da imitare, il loro punto di riferimento. Si è detto di questo spirito distruttivo dell’uso di droga ma esiste anche quello che molti consideravano addirittura costruttivo, tipo l’ LSD o acido lisergico molto utilizzato nel mondo del rock, una sostanza capace di “dilatare la mente”, di amplificare i sensi aumentando le possibilità percettive fino a distorcere la realtà ma che permette di arrivare a stati di ultra-coscienza. Lo scrittore  ALLEN GINSBERG, padre della beat generation, provocatoriamente lo consigliò ai vari Capi di Stato in modo che potessero trovare soluzioni migliori e più veloci ai problemi mondiali. Pink Floyd, I Cream di Jack Bruce e Eric Clapton e in America i Grateful Dead e gli Experience di Jimi Hendrix furono assidui consumatori sia in fase di composizione dei brani che nelle performance dal vivo. Ma non fu solo l’acido la droga “costruttiva” degli anni ’60, I BEATLES, per esempio, non fecero mistero che per reggere fisicamente e psicologicamente  gli impegni musicali ( concerti,registrazioni,interviste ecc.ecc. ) facevano uso massiccio di eccitanti  e per rilassarsi di “canne di hashish” (“Lucy in the sky with diamonds”) oppure Eric Clapton che in “Cocaine”, cover rock-blues di J.J.CALE, enfatizzò l’utilità della cocaina (“fa bene”, “ti fa stare su”, “con lei fai tutto bene”).
hendrix

 

Lee “Scratch” Perry, Mad Professor & Robotics. Una notte speciale sulla collina del Poggetto a Firenze. ‎Modifica

Lee “Scratch” Perry, Mad Professor & Robotics. Una notte speciale sulla collina del Poggetto a Firenze.

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Lee “Scratch” Perry, Mad Professor & Robotics. Una notte speciale sulla collina del Poggetto a Firenze.

Sulla locandina il concerto è fissato alle 21:30 del venerdì 24 febbraio alla Flog di Firenze, sede storica della rassegna invernale Vibranite, che porta in città il meglio del raggae, del dub e del ruggamaffin sia nostrano che mondiale. Questa sera si esibiscono 2 personaggi incredibili, il maestro e il discepolo del raggae e della Dub-Music , Lee Scratch Perry + Mad Professor & Robotics. Lee “Scratch” Perry, uno dei pochi artisti Reggae arrivati al traguardo del Grammy Award, si deve a lui lo sviluppo e la diffusione di questo genere musicale sia in Giamaica che nel resto del mondo, come si deve a lui la produzione dei maggiori artisti giamaicani da Bob Marley  ai Wailers; la sua attività, spesso, ha  precorso i tempi e le tendenze diventando il punto di riferimento di tanti musicisti Dub pur non disdegnando di tanto in tanto di  esibirsi in concerto a dispetto della sua veneranda età di 76 anni. Dietro il nomignolo di Mad Professor si cela, invece, Neil Fraser, un artista poliedrico della seconda generazione raggae anche lui produttore e collaboratore dei grandi del raggae e dub.  Arriviamo col mio amico Pietro intorno alle 22:15, lui continua a ripetermi che l’orario alla Flog è molto flessibile ed ha ragione, entriamo nella grande sala, non siamo più di 100 persone, molti al bar a bere birra, qualche ragazza che si muove sinuosa e ondeggiante al ritmo sincopato del raggae che proviene dalla Jah Station Sound, un dj set che vede alla consolle il grande jaka Dj molto conosciuto in città come conduttore di una trasmissione radiofonica  “ Bongo Bongo” incentrata sulla musica e sulla cultura raggae. Ci avviciniamo anche noi ad un gruppo di ragazzi che balla e non possiamo non dondolarci al ritmo in levare, chiacchieriamo un po’, il tempo passa, gli artisti si fanno attendere, si è fatta mezzanotte ed è ancora dance hall, ore 0:20 finalmente qualche musicista sale sul palco ad accordare gli strumenti, Mad Professor si posiziona dietro il mixer e finalmente parte la musica, la sezione ritmica è perfetta, il basso disegna un cerchio di suono rallentato che segue il battito del cuore mentre una tastiera birichina batte sui tasti
e dà il tempo di una musica intrisa di spiritualità, non si può fare a meno di chiudere gli occhi e farsi cullare da questi suoni; scema il primo brano di Mad Professor, mi guardo intorno e miracolosamente  vedo la sala stracolma di gente, non capisco da dove sia uscita, qualcuno a dispetto del divieto rolla canne di marijuana incurante del “ proibizionismo” , l’odore acre della ganja è nell’aria, c’è molta gioia, rilassatezza, i tantissimi giovani che si accalcano sotto il palco sembrano scolaretti, nessuna intemperanza ma voglia di condividere uno stato mentale, di godere di momenti di catarsi collettiva magari sognando una spiaggia colorata caraibica. I brani scorrono veloci senza soluzione di continuità, i musicisti sono molto professionali ma anche loro si lasciano andare dimostrando di “ sentire” la musica, di amarla con il cuore e la mente. Siamo in attesa della leggenda del raggae, dello sperimentatore vulcanico, dello scopritore di talenti, si abbassano le luci, un faro colorato viene puntato sul palco, si intravede una figura che arranca verso il centro del palco, che trascina un trolley, sembra uno che si trova li per caso, è lui il grande nome della storia del raggae, Lee “Schratch” Perry, il padre del dub, colui che tra le altre cose ha collaborato con i Clash, con i Beastie Boys, un eterno ragazzo abbigliato di rosso, con una felpa azzurra di acetato con la scritta ricamata “ITALIA”, scarponi argentati con incollati degli  specchietti e con il suo leggendario berretto carico di gadget di ogni genere che guadagna la scena, in sottofondo il raggae, mi soffermo a guardarlo e mi sorprende il suo sguardo rilassato, le sue profonde rughe scolpite da 50 anni di impegno e di musica,è eccezionale vederlo in azione, percorre a passi felpati continuamente il palco muovendosi con estrema leggerezza dispensando strette di mano a tutti, sorrisi, sono stregato da questa atmosfera coinvolgente, gesticolando canta, dirige la musica, catalizza gli sguardi verso di lui chiedendo ed ottenendo grande rispetto delle sue tradizioni, della sua religione e di tutto quello che è riuscito a fare nella sua lunghissima carriera. Non posso fare a meno di immortalare questi momenti, fotografando, registrando spezzoni dello show perché probabilmente non rivedrò più tanta umanità ma anche tanta bizzarra ironia.
A controllare il suono del mixer è rimasto  Mad professor, il maestro dell’elettronica che ha il preciso compito di creare un suono avvolgente che valorizzi la voce imperfetta di Perry. E’ un canto semplice il suo, richiama le radici (roots), quella Mama Africa che attende il ritorno di tutti i suoi fratelli neri. Il pubblico sembra aver rallentato la danza per concentrarsi su questa figura minuta, capace  di comunicare sentimenti universali quali l’uguaglianza tra i popoli, la libertà, il misticismo, un predicatore che gira il mondo per portare anche qui a Firenze la sua bandiera di pace. Il finale è un apoteosi di suoni, lo spettacolo è durato un po’ più di un ora, lui scompare dal palco col suo trolley così come vi è arrivato, veloce come il passaggio di una stella cometa.

Dal vostro Jankadjstrummer


 

“La rivoluzione non sara’ trasmessa in tv” Gil Scott-Heron (Chicago, 1/4/ 1949 – New York, 27 /5/ 2011)

“La rivoluzione non sara’ trasmessa in tv”.

Gil Scott-Heron (Chicago, 1/4/ 1949 – New York, 27 /5/ 2011)

Eravamo all’inizi degli anni ’70  quando Heron incise questo grido di battaglia diventato poi  l’inno dei ghetti neri delle periferie d’America dove era forte la discriminazione e la voglia di riscatto dei giovani, lui diventa, quindi,  la voce, la poesia,  lo spoker word cioè il Dylan dei neri che recitata su basi musicali soul e jazz; l’improvvisazione, per lui, diventa un tratto distintivo, l’impegno civile, la denuncia ma anche la vita di tutti i giorni viene trasposto in musica con molta originalità per quei tempi, tanto che ne  ricava uno stile, un modo di essere che diventerà, poi, il RAP che ora conosciamo. Oltre che per il suo attivismo militante afroamericano  Heron ha avuto il merito di rinnovare la musica nera, con una serie di album che lo portarono al successo e, soprattutto, influenzarono una intera nuova generazione di musicisti che, dalla fine del decennio, iniziarono a percorrere le strade del rap seguendo il suo insegnamento. «Non saremmo qui a fare quello che facciamo e come lo facciamo senza il tuo lavoro», ha commentato Chuck D dei Public Enemy, così come hanno fatto moltissimi altri artisti hip hop ( Eminem,Beatsie Boys) che hanno voluto tributare l’ ultimo omaggio al poeta/musicista. Iniziò a incidere musica nel 1970 con l’album Small Talk at 125th & Lennox con uno stuolo di musicisti jazz. L’album includeva Whitey on the Moon un brano in cui si scagliava  contro i grandi mezzi di comunicazione posseduti dai bianchi e dimostrava l’ignoranza della middle class, tenuta all’oscuro dai reali problemi delle grandi città. Poi Pieces of a Man del 1971 in cui i brani tornano ad essere canzoni con una struttura classica con poche parole in musica e senza sermoni recitati liberamente. Il suo più grande successo fu nel 1978, “The Bottle”, prodotto insieme al suo eterno collaboratore Brian Jackson, che arrivò in vetta alle classifiche R&B. Durante gli anni ottanta Scott-Heron continuò a pubblicare canzoni, attaccando di frequente l’allora presidente Ronald Reagan e la sua politica conservatrice: “L’idea riguarda il fatto che questo paese vuole nostalgia. Essi vogliono tornare indietro quanto possibile – anche se è solo fino alla settimana scorsa. Non per affrontare oggi o domani, ma per affrontare il passato. E ieri era il giorno dei nostri eroi del cinema a cavallo che arrivavano a salvare tutti all’ultimo momento. Il giorno dell’uomo col cappello bianco o dell’uomo sul cavallo bianco – o dell’uomo che arrivava sempre per salvare l’America all’ultimo momento – arrivava sempre qualcuno per salvare l’America all’ultimo momento – specialmente nei film di serie B. E quando l’America si ritrovò in difficoltà ad affrontare il futuro, cercarono persone come John Wayne. Ma dato che John Wayne non era più disponibile, si risolsero per Ronald Reagan – e questo ci ha messo in una situazione che noi possiamo solo guardare – come un film di serie B” (Gil Scott-Heron, “B” Movie) Poi, dal 1985 in poi, è iniziato il declino e la crisi dovuta soprattutto all’uso di droga, che lo ha allontanato dal mondo della musica, portandolo a rescindere il contratto con la sua casa discografica Arista e ad essere dimenticato dai grandi media. Nel 2001 Gil Scott-Heron fu arrestato per droga e per violenza privata, poi la morte della madre, la povertà e la cocaina lo portarono in una spirale negativa. Uscito di prigione nel 2002, Gil Scott-Heron lavorò con i Blackalicious e apparve nel loro album Blazing Arrow. Negli ultimi anni passò molti problemi giudiziari sempre legati all’uso di droga, era tornato, in grande stile, alla musica nel 2007 e poi nel 2010 pubblicò il suo primo album dopo dieci anni di silenzio, “I’ m new here”,  che ho recensito da queste pagine e che la critica e il pubblico accolse favorevolmente. A proposito del suo brano di maggiore successo “The Revolution Will Not  Be Televised” mi piace ricordare che, a distanza di un quarantennio, questo invito a mollare lo schermo e scendere in piazza, si sarebbe trasformato, in “The revolution will be tweeted”, cioè nella capacità dei social network di costruire e rappresentare in piena autonomia la rivolta dei giovani iraniani, tunisini ed egiziani; inoltre The revolution will not be televised, e’ il titolo di un libro dedicato alle potenzialita’ democratiche di Internet, scritto dall’intellettuale Joe Trippi vicino ai democratici americani). “La rivoluzione non sara’ trasmessa in tv/ la rivoluzione non andra’ in replica, fratelli/ la rivoluzione sara’ dal vivo”.

Discografia essenziale

  • Small Talk at 125th & Lenox Ave. 1970 Flying Dutchman Records
  • Pieces of a Man. 1971 Flying Dutchman Records
  • Free Will. 1972 Flying Dutchman Records
  • The first minute of a new day – The Midnight Band. 1975 Arista Records
  • From South Africa to South Carolina. 1975 Arista Records
  • It’s your world – Live. 1976 Arista Records
  • Bridges. 1977 Arista Records
  • Secrets. 1978 Arista Records
  • The Mind of Gil Scott-Heron 1979 Arista Records
  • Real eyes. 1980 Arista Records
  • Reflections. 1981 Arista Records
  • Moving target. 1982 Arista Records
  • Tales of Gil Scott-Heron and his Amnesia Express. 1990 Arista Records
  • Glory – the Gil Scott-Heron collection. 1990 Arista Records
  • Spirits. 1994 TVT Records
  • I’m new here. 2010 XL Recordings

R.I.P.  da Jankadjstrummer gil gil2

IN VIAGGIO CON LA CAROVANA DI SERGIO CAMMERIERE

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IN VIAGGIO CON LA CAROVANA DI  SERGIO CAMMERIERE

Ascolto volentieri chi mi consiglia dei dischi così quando in una e-mail il Dr Nac mi proponeva l’ascolto di questo “Carovane” di Sergio Cammariere e di scrivere un eventuale recensione, mi sono detto “ beh sicuramente non è il mio genere, si tratta di un cantautore da piano bar che è gradevole ascoltare mentre si amoreggia con la propria amata o si sorseggiare un drink, ma niente più, ma proviamo.

Le note di copertina danno conto di un nugolo di musicisti ospiti nel disco di cui la maggior parte di estrazione jazz,  Fabrizio Bosso (tromba e flicorno), Xavier Girotto (sax baritono e soprano), Luca Bulgarelli (contrabbasso), che la dice lunga sul suono che vuole ottenere il cantautore crotonese.

Non mi resta che montare su questa Carovana e sentire dove mi condurrà, spero verso territori musicali inesplorati. Il disco si apre con la title track “Carovane” caratterizzata da un testo poetico che termina con un verso che colpisce “La tesi di cui qui trasformo in canto / il segno che rimane e non consola / la mela da cui Eva staccò il morso / più mi perdo e più mi riconosco” accompagnato da un assolo di sax veramente notevole. Già questo brano allarga gli orizzonti, il testo raffinato affidato al paroliere Roberto Kunstler,( che firma credo tutti i testi del disco), suoni orientali di sitar donano una inconsueta magia al brano. Il secondo pezzo “Insensata ora” apre in maniera superba, percussioni, piano e flicorno che lasciano il posto alla voce di Sergio e al suo consueto modo di cantare che risulta uguale a se stesso. Cosa che non accade nel brano “Senti” anch’esso pregno di percussioni e suggestioni orientali, ma questa volta la voce è intensa, un canto d’amore addolcito da una sezione di archi pregevole. Certo la sua non è una svolta artistica radicale questo lavoro si divide tra brani vecchia maniera e  brani riconducibili a questo nuovo percorso. Con il terzo pezzo si torna alle atmosfere jazzate che ben conosciamo “Senza fermarsi mai”,  di nuovo si concede solo le percussioni in perfetto stile sudamericano, Poi  “I quadri di ieri”, un balletto di piano, sax e gli archi che chiudono il brano, dominato nel testo da una profonda  nostalgia “ Nei quadri della nostra giovinezza c’è un colore dominante / nel cielo che descrivere non so / le fughe verso mondi immaginari / dove fingere non puoi indifferenza” E’ il solo pianoforte di Sergio C. ad introdurre uno dei brani più originali dell’intero lavoro “La mia promessa” in cui la poesia si intreccia perfettamente alle sonorità orientali, del sitar e del tampur, regalandoci un brano davvero pieno di fascino. “Quanti cieli limpidi vedrò / e costellazioni su di noi / questo cielo infinito che brilla per noi / e anche lì dove vivi risplende per te”. Il disco continua con  “Non c’è più limite” un brano dignitoso supportato da un buon ritmo di tromba e chitarra elettrica  ed un testo che affronta il destino dell’uomo in questo mondo privo di regole  “Varanasi”, invece, è un brano solo strumentale, il pianoforte, nelle mani sicure di Cammariere, è reso vibrante, ottime sono le percussioni che lo accompagnano. Poi due brani “Paese di finti” e “Storia di un tale”: la prima è uno  swing, pieno di invettive dove ce n’è per tutti: “finti di calcio o di politica in tv / democristiani e leghisti / ma il sesso rimane tabù, / finché la notizia di quel presidente in mutande / fa il giro del mondo e diventa una cosa che fa / di un’hostess qualunque una diva una celebrità” un brano al limite del qualunquismo contro questo Paese “di destra o di sinistra cosa importa / la storia è come un tunnel senza uscite / ma il palazzo del potere sai che di porte non ne ha”. Poi “Storia di un tale”, malinconico ricordo dell’amicizia di due giovani che sognavano la rivoluzione e correvano dietro alle utopie ambientaliste, la canzone è sicuramente autobiografica parla di Lui e del paroliere  Kunstler che hanno percorso un cammino di amicizia e di collaborazione iniziato tanti anni fa.  Si continua con il brano  “Tre angeli” un brano fuori dagli schemi con un testo in stile medievale  e con gli archi ben in evidenza  è decisamente originale “Tre angeli sulla strada tra nuvole e paradiso / camminano sul tempo ancora non diviso e piangono quando è sera / le vittime della guerra e si alza la bandiera per tutti sulla terra / e il secondo dice è strano / ma nessuno ha la risposta / tutto è falso tutto è vero tutto gira senza sosta / il terzo resta zitto si limita a guardare / la strada che finisce dove comincia il mare” Il disco chiude con “La rosa filosofale” qui  le parole sembrano tratteggiare ampi orizzonti che derivano da una ricerca spirituale che porta verso nuovi interessi, è senzaltro il brano che preferisco quello più caratterizzante, parte con sonorità arabeggianti  eteree  e ci conduce per mano verso un misticismo introspettivo: “L’altro è un concetto infinito / se tu sai che Io è un altro” e poi “Dentro sento il soffio del vento / altre volte mi osservo / altre volte invece mi interrogo / sulle cose che di me poi non so”.“Carovane” è un disco importante, ben suonato, con testi accattivanti è particolarmente elegante, Cammariere con questo suo quarto lavoro si ritaglia un pezzo importante nel panorama dei nuovi cantautori italiani.

Buon ascolto da Jankadjstrummer
Tracklist:

* Carovane
* Insensata ora
* Senti
* Senza fermarsi mai
* I quadri di ieri
* La mia promessa
* Non c’è più limite
* Varanasi
* Paese di finti
* Storia di un tale
* Tre angeli
* La forcella del rabdomante
* La rosa filosofale

RIASCOLTIAMO GLI ANNI ’70  –  FRANCESCO GUCCINI “ RADICI “

 

RISCOLTIAMO GLI ANNI ’70  –  FRANCESCO GUCCINI “ RADICI “

L’album “Radici” di Francesco Guccini vede la luce nel lontano 1972, nel momento di massimo splendore poetico del cantautore emiliano, senza dubbio è uno dei lavori meglio riusciti della sua produzione insieme a “Via Paolo Fabbri 43” del 1976 e  da “Amerigo”. del 1978. Il senso di appartenenza che lega quasi tutti i brani lo fa diventare una sorta di concept-album molto in auge in quel periodo. Il filo conduttore del disco è la consapevolezza che ognuno di noi è un soggetto che fa parte di un gruppo, che perde  la propria individualità in ragione di un bene comune, ma anche l’ appartenenza affettiva a  qualcuno in ragione dei propri sentimenti. Come si diceva un tempo un dualismo, un nodo mai sciolto di “pubblico” e  “privato”. Il disco è una carrellata di grandi ballate che non scade mai nella retorica e nella banalità delle canzoni pop. Questo spirito di appartenenza è palese già nella  title-track in cui Guccini parla della sua famiglia con molta tenerezza ed orgoglio riconoscendo il valore e la saggezza dei propri antenati nel ricordo che se ne fa nella vita di tutti i giorni: bella canzone ma che non emerge nel contesto di una sfilza di classici dell’artista; si parte con il pezzo che è il manifesto della canzone di protesta degli anni settanta: “La locomotiva”,  tuttora il brano che chiude i  concerti in cui si consuma un rito che va avanti da oltre un trentennio: il pugno sinistro levato degli spettatori ne momento topico del brano quando “ la bomba proletaria illuminava l’aria, la fiaccola dell’anarchia “. Il pezzo narra le vicende di un “ macchinista ferroviere” alla fine dell’800 che in un momento di grandi ideali pensa bene di utilizzare la sua locomotiva lanciandola a folle velocità fino al deragliamento e all’esplosione finale. Si tratta chiaramente di una metafora, l’anarchico che lancia la locomotiva  contro il potere borghese diventa un manifesto dei movimenti giovanili degli anni ’70. Mentre “Piccola Città” è una canzone molto nostalgica sul tema della giovinezza, Guccini ricorda il periodo scolastico trascorso a Modena la “piccola citta” che diventa un posto da dove fuggire via, il ricordo della scuola e delle “ vecchie suore nere “ che insegnano i ragazzi i segreti della vita”.  Poi “Incontro” un brano che è il  racconto dell’amica ritrovata dopo tanti anni, di una amicizia rimasta immutata ma le vicende della vita rendono questo incontro amaro, triste, l’amica gli rivela il suicidio del marito “ che si era ucciso per Natale” Un “Incontro “ che diventa tenero e dolce con la penna e la voce di Guccini. Dopo  abbiamo “La canzone dei dodici mesi” una delle canzone che amo di più perché c’è dentro tutta la poesia, i riferimenti e le citazioni dell’arte e del “ dolce stil novo di Cecco Angiolieri. Musicalmente è costruita in maniera tale che ogni mese dell’anno viene accompagnato da uno strumento diverso. E’ un susseguirsi di citazioni colte, la dimostrazione che siamo in presenza di un intellettuale molto ispirato. Le ultime due canzoni affrontano temi molto belli e poetici : “la canzone della bambina portoghese” che non si sa che cosa sia ma l’allusione è chiara, siamo nell’era post sessantottina sono caduti tanti steccati, ottenute tante conquista ma resta l’incertezza del futuro di quello che dovrà avvenire. una sorta di metafora della generazione che esce dal ’68 che è consapevole di ciò di cui si è liberata ma non sa a cosa va incontro. Bella l’immagine della bambina portoghese che dalla spiaggia guarda l’Oceano Atlantico e cerca di immaginare cosa c’è oltre quel mare. La conclusione è un brano cardine dell’opera gucciniana, “Il vecchio e il bambino”, in cui mette a confronto due epoche, due generazioni e lo fa con molto stile. Il messaggio è molto semplice, il passato, le esperienze della vecchia generazioni non devono andare perse dall’incalzare della modernità e devono essere un punto di riferimento, un faro per le generazioni future. Non è possibile costruire nulla senza l’apporto della cultura degli vecchi. Riascoltare questo album e queste canzoni che fanno parte del mio passato è per me un’ occasione di riflessione, rivivere l’emozione delle inquietudini giovanili è un toccasana per affrontare le paure, le lotte quotidiane  e i sentimenti e poi diciamocelo pure, fanno molta tenerezza. Radici è un grande album,  testi importanti ed ispirati, un po’ scarno dal punto di vista musicale, ma al Grande Guccini  gli si perdona tutto.

guccini

Buon ascolto o riascolto per i meno giovani da  JANKADJSTRUMMER

L’album contiene:
1. Radici
2. La locomotiva
3. Piccola città
4. Incontro
5  Canzone dei dodici mesi
6. Canzone della bambina portoghese
7. Il vecchio e il bambino

guccini

OFFLAGA DISCO PAX – COLLETTIVO NEOSENSIBILISTA CONTRARIO ALLA DEMOCRAZIA NEI SENTIMENTI.

 

OFFLAGA DISCO PAX – COLLETTIVO  NEOSENSIBILISTA  CONTRARIO ALLA DEMOCRAZIA NEI SENTIMENTI.

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E’ vero, bisogna combattere, bisogna fare un bel po’ di gavetta prima di ritagliarsi un po’ di popolarità e loro, con molta caparbietà, sono riusciti ad imporsi con uno strano modo di concepire la musica e in special modo la canzone. La storia del trio proveniente da Reggio Emilia parte da Firenze con la vittoria al Rock contest 2004 e  con il successivo album d’esordio del 2005  “Socialismo tascabile”  composto da 9 brani che si reggono su di una base musicale che richiama un po’ la new-wave e su testi recitati che affrontano tematiche quasi sempre legate alla loro Emilia: racconti, sensazioni, fatti reali che hanno un unico denominatore comune.: il socialismo  che in questa bassa padana ha rappresentato un modello vincente: Così si trova il busto di Lenin a Cavriago considerata la Berlino Est dell’Emilia Romagna rossa del secondo dopoguerra, ma anche la Praga post-comunista e le lotte della fine degli anni ’70. Sicuramente sono evidenti le analogie e le tematiche affrontate dai CCCP fedeli alla linea a cui gli Offlaga devono molto ( nel disco è inserito il brano Allarme dei CCCP) ma l’approccio è diverso, qui il cantante Max Collini che scrive i testi, è disilluso, non riesce a dare nessuna speranza anzi c’è quasi una sorta di rassegnazione di chi ha perso veramente tutto (“ c’hanno davvero preso tutto…..). Musicalmente le radici sono synthpop anni’80, le influenze sono i Depeche Mode ma anche i Kraftwork.. Quest’’album d’esordio,rimane tutt’ora un cult, una pietra miliare di una musica che privilegia i versi recitati piuttosto che il canto, che si fonda su di una ritmica elettronica inimitabile tanto da essere inserite nei primi 30 album più belli dalla rivista Rolling Stone . Nel 2008, la conferma con l’album  Bachelite, anch’esso mette la loro città, Reggio Emilia, al centro del mondo, qui, come sempre, amata ed odiata ed epicentro del bene e del male, una città  raccontata con il solito piglio ironico ma sempre con grande emozione e grande amore attraverso le storie quasi “non sense” che sono un toccasana per il malessere e per la tristezza che accompagna il tempo che scorre inesorabile. “Socialismo Tascabile” era un disco che parlava della politica e della vita mentre in“Bachelite” c’è tanto sentimento e  amore per la quotidianità vissuta in provincia. Nel 2012 esce questo “Gioco di Società” che forma un  perfetto trittico affrontando, per coerenza,  la nostalgia, i ricordi e gli intimi malesseri. La musica si fa ancora più gelida, Si abbandonano quasi completamente le chitarre per le tastiere, Enrico Fontanelli e Daniele Carretti, depositari del  sound, lavorano sull’essenziale senza tanti fronzoli, una sorta di suoni minimalisti che servono a Max Collini per recitare con molta naturalezza i suoi versi visionari.  Gioco di società, è un amarcord  evocativo del vissuto sociale storicamente morto e sepolto  ma che ha rappresentato per i non giovanissimi una meravigliosa  formazione politica e culturale. Gli Offlaga rifuggono qualsiasi  compromesso, rivendicando semmai uno stile divenuto maturo e personale. E’ una “elettronarrativa elettorale”, come l’autodefiniscono,la copertina del disco ricorda quarto stato di  Pelizza da Volpedo che si trasforma in un coro da stadio (Piccola storia Ultras). La grandezza di questa band sta appunto in questa  narrazione del vissuto, nella capacità di raccontare il senso di appartenenza ad una ideologia di sinistra  e la voglia di partecipazione attiva che ormai è solo nostalgia.  Con gli Offlaga non ci sono mezze misure o si amano o diventano noiosi, io dico che l’approccio all’ascolto deve essere incentrato sul valore da dare ai loro racconti, alle loro storie perché non c’è dubbio che riescono a cogliere delle sfumature che spiazzano l’ascoltatore quando creano quella commistione tra il politico e il privato o quando raccontano di storie vissute dolorosamente.

Formazione Max Collini – voce Daniele Carretti – chitarra, basso ed Enrico Fontanelli – basso, tastiere

Discografia ufficiale

Album

  • 2005 – Socialismo tascabile (Prove tecniche di trasmissione)
  • 2008 – Bachelite
  • 2012 – Gioco di società

LOU REED – L’ANIMALE DEL ROCK – recensioni di- Trasformer del 1972 e Rock & roll animal del 1974

LOU REED  – L’ANIMALE DEL ROCK  CI HA LASCIATO!    LouLou ha scelto proprio la domenica mattina ( Sunday morning) per lasciarci  “ sto cadendo, ho una sensazione che non voglio sapere, albeggia  presto, domenica mattina sono tutte quelle strade che hai attraversato”, quella domenica  del 1966 era iniziata la sua avventura con i Velvet Underground, Lou Reed uno dei  più grandi rocker degli ultimi cinquant’anni, tante volte dato per spacciato per quella vita segnata dalle droghe ma sempre rinato per l’eccessivo amore per la musica , questa volta non ce l’ha fatta , il grande chitarrista ed autore che ha influenzato  stuoli  di musicisti , ha scelto il giorno perfetto ( A perfect day ) per lasciare la sua  eredità  fatta di suoni scarni di chitarra e liriche spesso borderline. L’eroe maledetto era nato, 75 anni fa, a  New York e più precisamente in quella Coney Island  che fu fonte di tante canzoni diventate famose  e così  come la Coney Island baby  che il sabato pomeriggio si fa bella per raggiungere in metro  Manatthan, il centro del glamour, occasione per  una vita diversa anche lui cercò l’avventura con la musica ma senza percorrere strade comode ma percorrendo il lato selvaggio della strada «Walk on the Wild Side”. Un omaggio a Lou Reed e alla sua musica in bilico tra la melodia e  il rumore che ha portato  le sue liriche rock verso la poesia pura.  RIP lou Lou!  Come potete immaginare Lou Reed è sempre stato un faro nella mia formazione rock e spesso ho parlato di lui nelle pagine di www.friendsofpoplar.it  così vi ripropongo due recensioni di due pietre miliari della produzione reediana, l’album che lo ha reso universalmente conosciuto” Trasformer”  e un album dal vivo Rock& roll animal che rende bene l’idea  del personaggio.

DISCHI STORICI RIASCOLTATI PER VOI   LOU REED – TRASFORMER

  1. Vicious
  2. Andy’s Chest
  3. Perfect Day
  4. Hangin’ Round
  5. Walk on the Wild Side
  6. Make Up
  7. Satellite of Love
  8. Wagon Wheel
  9. New York Telephone Conversation
  10. I’m So Free
  11. Goodnight Ladies

Corre l’anno 1972 le nuove generazioni si sono lasciati alle spalle il movimenti hippie, i grandi ideali di “paece & love” per approdare nella frenesia del divertimento, del disimpegno, in  quello che viene indicata come l’era del rock decadente racchiuso nel motto “sesso droga e rock’n’roll”  A quel punto il rock diventa glam: sesso, ambiguità, eccessi, sfida alle convenzioni borghesi, rifiuto dei modelli dominanti, il gusto per il travestimento, l’ostentazione della bisessualità, il rock come teatralità, trucco, parrucche, abiti luccicanti di lustrini da dive anni ‘30

L’ Inghilterra è la patria del glam, Gary Glitter, Alice Cooper, Brian Ferry dei Roxy Music, Marc Bolan dei T-Rex e David Bowie reduce dal successo di Ziggy Stardust , in cui impersona un alieno androgino. E’ proprio il Duca Bianco che, affascinato ed ispirato dai Velvet Underground il gruppo più influente e importante della rock d’avanguardia,  non accetta che un talento così grande come l’ex chirarrista Lou Reed finisca nel dimenticatoio. Infatti il  primo album solista, di Lou Reed”, malgrado alcune buone canzoni, fu un flop  clamoroso. Bowie si propone di collaborare alla produzione del suo secondo album,Lou Reed non rifiuta questa opportunità e vola a Londra, subito affascinato dall’ambiguità sessuale, dalla intelligenza e dalla classe di David Bowie, tanto simile a quello di Andy Warhol. L’album che ne viene fuori “ Transformer” è da shock, rivoluzionario per il linguaggio usato, anticipa il cambiamento del costume e della morale. Già la copertina è provocatoria raffigura Lou Reed dai colori molto contrastati che sembra di assomigli ad un “Frankenstein del rock”, opera del fotografo Mick Rock mentre sul retro una doppia immagine dello stesso modello, in versione sia da travestito sexy, sia da maschio a cui infilano una banana nei pantaloni per simulare un’erezione. Pateticamente l’edizione italiana fu censurata e venne  coperto l’inguine del travestito ritratto.

Lou Reed canta le sue canzoni, accompagnandosi con la chitarra suonata con un pedale wah-wah premuto a metà ed impreziosite dai raffinati arrangiamenti di archi, fiati e delle parti di pianoforte che rendono il suono ben definito. Questo suono metropolitano coniugato benissimo con la melassa del glam ha partorito piccoli capolavori che mantengono nel tempo una freschezza incredibile  Ma riascoltiamo il disco, si parte  con “Vicious”, il cui testo fu suggerito da Warhol che gli chiese di scrivere una canzone sull’essere viziosi, lui ironicamente propose l’ambiguità, “ Vicious/ you hit me with a flower/ You do it every hour/ oh baby, you’re so vicious”. Il frustino sadomaso diventa un fiore. Assolutamente geniale anche negli arrangiamenti formati solo da un riff di chitarra distorta,  “Andy’s Chest”, una dolce canzone d’amore abbellita da splendidi cori e dedicata ad Andy Warhol che, nel 1968, rischiò di morire per mano di una folle che gli sparò nel petto. Poi parte  “Perfect Day” che esprime  la grandezza dell’opera di Reed la sublimazione di un “giorno perfetto” e lo fa con una semplicità e una poesia tali da lasciare interdetti. Sembra che l’abbia scritta per la moglie che aveva a quei tempi. Una dolce ballata arricchita da gli arrangiamenti per pianoforte e archi, una interpretazione sentita che ci dice, come può essere un giorno perfetto, senza i problemi e le angosce quotidiane. In “Hangin’Around” si mettono alla berlina coloro i quali pensano di essere trasgressivi ma sfiorano il patetico il ttuuto con un sound canzonatorio di pianoforte e chitarra. Poi parte lo swing e il famoso giro di basso di “Walk on the Wild Side”, un nostalgico ricordo dei personaggi che affollavano la Factory, il laboratorio artistico creato da Warhol, tutti alla ricerca dei 15 minuti di celebrità che non si negano a nessuno.

Ogni strofa della canzone rappresenta la vita e le caratteristiche di uno dei personaggi che affollano la New York trasgressiva, viziosa, mostrando con semplicità l’altra faccia della realtà perbenista. In “Walk On The Wild Side” si sprecano i riferimenti ad un mondo sommerso di chi vive sul lato selvaggio della strada, travestiti, prostituti, pratiche sessuali eccessive. “Make Up”, rappresenta il primo manifesto dell’orgoglio omosessuale celebrato con suoni molto melodici. Stiamo uscendo. Fuori dalle nostre tane, per le strade!  “Satellite of Love” è una ballata glam  accompagnata dalla splendida voce di Bowie, Lou Reed qui  si diverte a scherzare sulla gelosia. La base armonica è più aperta, costruita in gran parte da accordi in tonalità maggiore, e lo strumento principe è il pianoforte. C’è molto rock, invece in “Wagon Wheel”, che pare sia stata scritta da Bowie, in cui emergono i malesseri legati al suo rapporto di coppia.  “New York Telephone Conversation”, è accompagnato da un pianoforte stile belle èpoque, il testo è dedicato a Warhol a cui piace fare chiacchere e pettegolezzi. “I’m So Free” è pezzone rock tirato, in cui primeggia un bellissimo assolo di chitarra, forse il pezzo più gioioso dell’album, il testo è un inno a “Mother Nature” che in gergo è la marijuana e i suoi figli sono i consumatori.  L’album si chiude con  “Goodnight Ladies” in cui si parla di solitudine e amori finiti.  “Transformer”, ebbe una straordinaria forza: restituire fiducia e trasformare  Lou Reed da figura underground di culto in rockstar, è un album senza tempo una collana di perle scelte che lo rende un capolavoro del rock degli anni ’70.

Consiglio per chi volesse approfondire il libro di                                                Victor Bockris, Transformer – La vita di Lou Reed, Arcana Editrice, Roma, 1999, pag. 203

RIASCOLTATI PER VOI  – Lou Reed  – Rock N’ Roll  Animal ( 1974 )

  1. Tracce
  2. Intro/Sweet Jane – (Steve Hunter, Lou Reed) – 7:48
  3. Heroin – (Lou Reed) – 13:12
  4. How Do You Think It Feels – (Lou Reed) – 3:41 (*)
  5. Caroline Says I – (Lou Reed) – 4:06 (*)
  6. White Light/White Heat – (Lou Reed) – 4:55
  7. Lady Day – (Lou Reed) – 4:05
  8. Rock ‘n’ Roll – (Lou Reed) – 10:21
  9. (*) Tracce non presenti nella versione originale sul LP del 1974, inserite nella versione rimasterizzata del 2000.

 

Per recensire questo live, registrato  nel dicembre del 1973 alla “Academy of Music” di New York,  mi sono munito di una buona cuffia di quella che entrano completamente nell’orecchio che hanno una resa eccezionale, era il minimo per  l’ascolto di uno dei live più intensi della storia del rock   “Rock’n’roll  Animal”, quarto album solista di Lou Reed  uscito  dopo l’accoglienza tiepida ricevuta sia dalla critica che dal pubblico, per il concept-album  Berlin . Sul palco con Dick Wagner e Steve Hunter alle chitarre, Ray Colcord alle tastiere, Pentii Glan alla batteria e Parakash John al basso, Lou Reed dà vita ad un live memorabile, emozionante, eccitante e a tratti violento ma splendido.  Un concerto incredibile che a distanza di quasi 46 anni non ha perso la sua bellezza,  fatta di rock sanguigno,  viscerale, cinque brani ( che sono diventati 7 in questa  versione rimasterizzata che sto ascoltando) che la voce di Lou Reed e gli intrecci chitarristici hanno reso immortali.  In Rock N Roll Animal, Lou Reed  celebra e rivitalizza essenzialmente 4 brani degli ex Velvet Underground e li rende più fluidi ma nello stesso tempo più robusti musicalmente in versione live. Era il periodo della grande metamorfosi di stile, Lou Reed dapprima glam ora recitava la parte del personaggio  un po’ decadente e nichilista ma capace sul palco di offrire musica di gran classe. A questo punto non mi resta che far partire il disco che inizia con  una intro di oltre tre minuti dove le due chitarre si rincorrono e si intrecciano in un “duello ” tra Steve Hunter e Dick Wagner nell’attesa che entri il leader con il  riff inconfondibile di  “Sweet Jane”, con gli applausi che accompagnano l’entrata in scena di un Lou Reed magrissimo, con i capelli biondi cotonati e occhiali scuri, il quale si dimostra in gran forma, nonostante il suo periodo tormentato, e attacca con la voce distorta: “Standin’ on the corner, suitcase in my hand , Jack is in his corset, Jane is her vest / And me, I’m in a rock’n’roll band”. Gli assoli di chitarra si susseguono poi per tutto il pezzo con Dick & Steve che si scambiano i ruoli e fanno sentire la loro potenza, il suono mi riporta indietro di secoli e non possono non  chiudere gli occhi e dondolare la testa al ritmo della musica, una catarsi che dura oltre 7 minuti . Si continua con il tenue e delicato suono di “Heroin”, storica canzone già dei Velvet Underground che proviene direttamente dal personale inferno di Lou Reed, qui riproposta in una versione più dilatata (oltre 12 minuti ), con lunghi assoli di chitarra intervallati da tante pause, da acrobazie sonore e con la splendida voce di Reed che rende tutto ancora più magico anche quando descrive con tristezza la dipendenza da eroina  (“Don’t know just where I’m going / But I’m gonna try for the kingdom, if I can cause it makes me feel like / I’m a man / When I put a spike into my vein / And I tell you things aren’t quite the same”)“Non so proprio dove sto andando / Ma proverò per essere re, se posso farlo cosi mi fa sentire / Sono un uomo / Quando metto un ago nella mia vena / E lo dico le cose non sono più le stesse ”;  parte un organo che sembra placare lo stato d’animo, si sentono urla dal pubblico, poi sul palco, inizia nuovamente il canto di Reed, un viaggio interminabile tra i mille suoni in cui si  continuano ad alternare  suoni soffusi e violenti che terminano con una  esplosione musicale dirompente,una sorta di trance che si chiude con gli applausi del pubblico.                                                                                     “White light/White heat” è il terzo brano  dell’esperienza Velvet Underground  che parte subito con una batteria quasi ossessiva e la voce di Reed stravolta, intermezzata dalle chitarre in un rock’n’roll quasi violento che rende bene l’idea  del clima newyorkese  dei primi anni’70. (“White light / White light going messin’ up my mind / Don’t you know, it’s gonna make me go blind / White heat / White heat, it tickle me down to my toes / White light / Oh, have mercy, white light have it, goodness knows”) “Luce bianca / Luce bianca che mi rovina la mente / Non lo sai, mi renderà cieco / Calore bianco / Calore bianco, mi solleticherà fino alle dita dei piedi / Luce bianca / Oh, abbi pietà, bianco la luce ce l’ha, la bontà lo sa ”) . Poi “Lady Day”, l’unico pezzo del disco tratto da “Berlin”,  un brano che parte lento e riflessivo ma che diventa devastante  nella parte finale, direi che il brano che mi piace meno del concerto. Resta “Rock ‘n’ Roll”, ultimo brano del disco, già presente in “Loaded” dei Velvet Underground del 1970, qui acquista spessore per le continue rincorse di assoli di chitarra in cui si  alternano momenti di calma , con tastiere e leggere percussioni, ad energiche incursioni sonore.  E’ una interminabile versione  questa Rock ‘n’ Roll, con le chitarre in grande evidenza e con lo splendido assolo di basso Prakash John che conducono verso l’apoteosi finale in cui tutti gli strumenti  si scatenano in un ritmo e una potenza che non conosce uguali. Dopo aver ascoltato intensamente questi 5 piccoli gioielli  non si può non provare soddisfazione nel pensare che il disco calato nella realtà musicale degli anni ’70 sia ancora oggi capace di emozionare e di creare atmosfere appaganti. Un consiglio se vi approcciate per la 1° volta a questo disco fatelo con calma senza fretta, concedetevi 30 minuti di pausa chiudete gli occhi e gustatevi il vostro sogno rock!

Buon ascolto da JANKADJSTRUMMER

DISCOGRAFIA  ESSENZIALE

Transformer (1972)

Berlin (1973)

Rock’n’Roll Animal (1974)

Sally Can’t Dance (1974)

Street Hassle (1978)

New Sensations (1984)

New York (1989)

Songs For Drella (1990)

Magic And Loss (1992)

The Raven (2002)

IL DECOLLO DEGLI U2 scritto da JANKADJSTRUMMER

 

 

Il DECOLLO DEGLI U2. Scritto da Jankadjstrummer

Propongo una biografia della ascesa dei mitici U2 con notizie ed aneddoti pescati di qua e la nel web e romanzati per rendere simpatica la lettura anche per i non amanti della musica rock. E’ un tentativo prendetelo come tale…e buon divertimento!

U2

“Dublino, ottobre 1976”. Fa un freddo cane, tanto è vero che fuori dal portone della Mount Temple School, si aggira solo un giovane liceale, mal vestito e chiaramente in preda ad una crisi di nervi. Si chiama Larry Mullen, ha appena perso il posto di batterista in una delle bande che girano per le vie della città con grancasse e tromboni, fatto fuori perchè non aveva il look giusto: questa la versione ufficiale del suo licenziamento. Sbollita la rabbia, Larry si avvia verso la bacheca degli annunci, per apporre il suo: “Batterista rock cerca musicisti per formare un gruppo”. Non bisogna attendere tanto, pochi giorni e si fanno vivi cinque allievi della stessa scuola: Paul Hewson, i fratelli Dove e Dick Evans, Adam Clayton e Neil Cormick. La formazione a sei, denominata “Feed back”, però, dopo pochi giorni di prove in una cantina di periferia, si rivela un disastro. Neil, infatti, decide di fare le valigie, senza aspettare che qualcuno gli dica di andarsene. I cinque rimasti, visto che non hanno più zavorra, decidono di continuare cambiando il nome in “The Hype”. Dove, che per via della forma a punta della sua testa, viene denominato “The Edge”, si aggiudica la chitarra solista, mentre il fratello Dick deve accontentarsi di quella ritmica; Adam continuerà a suonare il basso, mentre Paul, denominato “Bonovox” (dal nome di un negozio dublinese di cornetti acustici) viene eletto all’unanimità cantante. Bonovox, ancora sotto shock per la morte della madre Iris nel 1974, è un adolescente inquieto. Nella Mount Temple School si fa subito notare per i suoi improvvisi scatti d’ira che lo portano a distruggere tutto quello che gli capita sotto mano. Quando il punk non è ancora un fenomeno di massa, lui si presenta a scuola con capelli rossi sparati in alto, pantaloni viola attillati, giacca stile anni 60 e una catenella di acciaio che va dal naso all’orecchio. Tutto questo lo porta a qualche contrasto con The Edge, l’esatto contrario, un ragazzino timido, figlio di un ingegnere inglese, il cui suo unico interesse nella vita è quello di suonare la chitarra. L’unico vero musicista del gruppo è Adam, che però è il più vispo dei cinque, il ruolo del più figo del liceo gli va a gonfie vele; il suo vero obiettivo, più che a imparare a suonare il basso, è una vita spericolata a base di sesso droga e rock’n roll. Larry Mullen, che in questo periodo è il vero motore della compagnia, organizza la sala prove dove la band muove i suoi primi passi. Il luogo prescelto è un capanno per gli attrezzi nel giardino della casa di The Edge a Malahide, un sobborgo di Dublino. Nonostante il loro impegno ed il loro entusiasmo, i ragazzi si rendono conto, dopo poche settimane, che rifare le canzoni di Patty Smith e dei Talking Heads, è un’impresa superiore alle loro capacità. Decidono così di iniziare a scrivere canzoni. Dick Evans non ci sta e lascia il gruppo per raggiungere i Virgin Prunes. Dopo una bevuta colossale in un pub di Dublino tanto famoso quanto malfamato, un amico di Bonovox, Steve Averill, conia la magica sigla U2. La trasformazione del gruppo è definitiva. U2 può significare “you too” (anche tu), ma è anche il nome del piccolo aereo usato dagli americani alla fine degli anni 50 per spiare le postazioni militari sovietiche. Con una manciata di canzoni appena sfornate, gli U2 si buttano nella mischia e decidono di suonare ovunque ci sia un palco. Una scelta coraggiosa che li porta ad esibirsi in situazioni tragicomiche davanti ad ubriachi cronici. Esauriti i posti dove esibirsi dal vivo, gli U2 afferrano al volo la loro vera prima occasione, stravincendo un concorso per giovani band organizzato dal quotidiano “Evening Press” e dalla birra “Harp Lager”. In palio 500 sterline ed un’audizione presso la CBS. Con l’aiuto del manager Paul Mc Guinnes pubblicano il loro maxi singolo “U2-Three”, in tutto tre canzoni (“Out of Control”, “Stories for Boys” ,”Boy-Girl”) che fanno della band il gruppo di punta della nuova scena irlandese. In pochi giorni la sala prove nel giardino di The Edge viene preso da assalto da centinaia di ragazzine urlanti, costrette ad andarsene per via di una pioggia fastidiosa, provocata dallo scorbutico Larry e dal suo idrante. Il 19 marzo 1980 è il momento della svolta. Bono e compagni vengono arruolati dalla “Island” di Chris Blackwell, l’ uomo che ha fatto conoscere Bob Marley in tutta l’Inghilterra. Il sospirato contratto, però, ha l’effetto di una bomba. In vista delle registrazioni del primo album, la tensione sale alle stelle e gli incontri in studio si trasformano in risse. Gli ultimi giorni di marzo sono i più pesanti, e sono dedicati alla stesura di “I Will Follow”. The Edge è isterico. Ha appena litigato con i genitori, gli ha chiesto di rinviare di un anno l’ iscrizione all’università per concedere una chance agli U2. Alla tensione in sala si aggiunge quella in sala prove, ogni volta che parte con il giro di chitarra di “I Will Follow”, vede Bono scuotere la testa. La scena si ripete un’infinità di volte, si arriva al punto che Bono strappa dalle mani la chitarra di The Edge, ferendolo nel suo orgoglio e scatenando così la reazione di quest’ultimo. Tra liti furibonde, si arriva al 20 ottobre, quando “Boy” compare nei negozi di dischi del Regno Unito. “Finalmente un gruppo pop con il cervello!”: è il coro unanime della critica. Nella prima settimana di dicembre la band sbarca negli States, dove si esibisce al Ritz di New York. L’esperienza americana è devastante, il concerto funziona, ma Barry Ulead, primo manager del gruppo, è scomparso, lo ritroveranno più tardi in un commissariato di polizia dopo aver assistito ad un omicidio. Dopo due giorni viene ucciso John Lennon, a rivolverate, Bono ne rimane sconvolto. Dopo una breve esperienza in Europa, si ritorna in America, ai primi di marzo del 1981, dove quattro simpatiche “grampes” riescono ad introdursi nei camerini rubando una valigietta con 300 dollari ed i testi del nuovo album, “October”. Bono è sull’orlo della depressione, è costretto ad improvvisare in studio i testi delle canzoni. L’atmosfera è tesissima, Bono, Larry e The Edge sono in preda ad una crisi mistica, iniziano a dubitare che la fede cristiana possa sfasare la militanza in un gruppo rock. Nell’aria c’è l’ipotesi dello scioglimento, che a questo punti sembra sicuro, ma, fortunatamente, dopo giorni di riflessione, e forse grazie all’illuminazione divina, i tre si convincono che essere cristiani e suonare in una rock band, non è una contraddizione. Il 1983 è l’anno del terzo album, il quale grazie a pezzi mitici come “Sunday Bloody Sunday” proietta gli U2 nell’olimpo delle mainstream band. E’ l’anno frenetico che Bono e compagni vivono in tour, catapultandosi da un continente all’altro, i concerti sono delle vere e proprie maratone dove può succedere di tutto, ed infatti succede di tutto. Nel Massachuttes, arena di Worchester, scattano le manette per Bonovox. In una pausa tra un pezzo e l’altro, si accorge che due energumeni del servizio d’ordine schiaffeggiano una ragazzina intenzionata a salire sul palco, egli allora si avvicina e strappatala dalle mani dei due, la porta sul palco con lui e la invita a ballare. Appena Bono riprende a cantare, la fan, intrepida americana, si incatena alla sua caviglia con un paio di manette di cui, ovviamente, non ha le chiavi. Bono è costretto, così, a continuare buona parte del concerto con la ragazzina ai suoi piedi, fino a quando non riescono a liberarlo segando le manette. Nel Connecticut, a metà dello show, la batteria di Larry Mullen si spezza in due parti. A Bono saltano i nervi ed inizia ad inseguire il povero Larry ricoprendolo di insulti. Fortuna di Mullen, interviene The Edge che con un paio di cazzotti riporta Bono alla calma. A Los Angeles si arriva all’inverosimile, si sfiora la follia pura, il protagonista è ancora una volta lo scapestrato Bonovox. Verso la fine del concerto si scatena una rissa furibonda nelle prima file. Gli U2 cercano invano di ristabilire la calma, ma fallito ogni tentativo, Bono decide di a fare a modo suo. Sotto gli occhi increduli dei suoi compagni e nello stupore generale, si porta su una balconata e minaccia di lanciarsi nel vuoto. Visto che la folla non reagisce, Bono si tuffa. A salvare il cantante degli U2 sono le decine di persone che ne attudiscono la caduta. Nel 1984 con “The Unforgettable Fire”, gli U2 sono ufficialmente candidati a sostituire i “Police” nel ruolo di band più famosa del mondo. Per il passaggio di consegne si deve aspettare fino al 1986 in occasiona dell’ultima data del tour organizzato per beneficenza da “Amnesty International”. E’ la serata che mette fine all’avventura di Sting e soci. La folla del “Giants Stadium” lo sa bene e accoglie i tre inglesi con un boato assordante, lo show prosegue senza sorprese fino a “Invisible Sun” quando succede quello che nessuno si sarebbe aspettato: uno alla volta i membri degli U2 entrano sul palco e sostituiscno quelli dei Police. Larry si siede al posto di Copeland, Adam si infila il basso di Sting, The Edge la chitarra di Summers e Bonovox si impossessa del microfono, dopo alcuni attimi di silenzio da parte del pubblico incredulo, è il delirio. Da questo momento in poi lo scettro di band del pianeta è nelle mani dei quattro di Dublino. Gli U2, sull’onda dello strepitoso successo, continuano a stupire: addirittura finiscono sulla copertina del “Time”, prima di loro vi erani riusciti solo i Beetles. Le riprese del videoclip di “Where the streets have no name”, girato sul tetto di un negozio di liquori a Los Angeles, paralizzano la città. Migliaia di persone prendono d’assalto l’edificio costringendo la polizia a chiudere il traffico per parecchie ore. Il concerto all’ “Olimpic Stadium” entra direttamente nella storia: in onore della band viene accesa la fiaccola olimpica. Era accaduto solo per l’inaugurazione delle Olimpiadi e per l’arrivo del Papa. A questo punto non li può fermare più niente e nessuno. Non riesce a fermarli neanche il sindaco di San Francisco che trascina Bono in tribunale, dopo che quest’ultimo aveva imbrattato una statua con la frase: <>. Il risultato: Bono viene assolto, mentre il sindaco non viene riconfermato al rinnovo dell’am/ne cittadina. Non riescono a fermarli neanche la minaccie di morte, che li costringono ad esibirsi, per qualche anno, su di un palco protetto dalla polizia in borghese. Sono gli anni di “The Joshua tree”. Gli U2 sono ormai consolidati al punto di trasformare in oro tutto quello che toccano. Dopo lo sgretolamento del muro, mentre la DDR scompariva dalle carte geografiche, Bono e soci si muovevano per le strade di Berlino, cercando ispirazione dall’atmosfera di cambiamento che si respirava. La base operativa sono gli studi Hansa dove David Bowie ha inciso i suoi tre album più rappresentativi. Nascono qui i pezzi di “Actung Baby”(1991): il disco che cambia volto al sound di Bono e compagni. Musica elettronica, ritmi “industrial”, noise rock ed il solito grande gusto melodico sono gli ingredienti della nuova avventura. Più del disco, però, quello che lascia a bocca aperta è la scenografia dello “Zoo TV Tour”, fatta di schermi giganteschi, televisori dappertutto, macchine Trabant sospese nel vuoto, e cellulare a disposizione di Bono per chiamare durante i concerti gli uomini politici più rappresentativi. Non c’è mossa degli U2 che non finisca in prima pagina, figurarsi quando Bono e compagni manifestano insieme a Green Peace contro l’installazione di un impianto nucleare a Sellafield nel nord-ovest dell’Inghilterra. Intanto Bono da “The Fly”, la famelica rockstar con gli occhiali neri protagonista dello “Zoo TV Tour”, si trasforma in Maephisto, un piccolo diavolo con tanto di corna. Il cambio di look avviene in contemporanea con la pubblicazione di “Zooropa”(1993), insieme a “The Joshua Tree”, uno degli album più belli in assoluto. “Zooropa” è l’ultimo album in studio prima di “Pop”, uscito nel marzo del 1997. Dopo il grande spettacolo di Reggioemilia, che è di quelli che mozzano il fiato, con più di 150mila fans scatenati, dove Bono arriva agridare sul palco:<>, gli U2 sembrano volersi prendere un po’ di riposo. Rimangono comunque sulla cresta dell’onda, restando sulla scena per il loro impegno sociale. In occasione del Giubileo, infatti, sperano la richiesta del Papa di eliminare, per questo evento, il debito dei paesi del terzo mondo, verso quelli più industrializzati. Bono si fa portavoce in tutto il mondo di tale richiesta, (chiamata “Jubilee 2000”) arriva addirittura in Italia in occasione del Festival di San Remo, dove insieme a Jovanotti si esibisce sul palco dell’Ariston, dopo aver avuto un colloquio con il Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, il quale, oltre a cancellare il debito che tali paesi hanno con l’Italia, si impegna anche a far si che le altre nazioni seguano l’esempio italiano. Segue qualche mese di lavoro in studio, e finalmente ritornano con “All that you can’t leave behind”. Il resto è storia recente.

UN BREVE INCONTRO CON GLI AREA – Arbeit Macht Frei – scritto da Jankadjstrummer

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UN BREVE INCONTRO CON GLI AREA

“Arbeit Macht Frei”, Il lavoro rende liberi, questa era la scritta che primeggiava sul cancello del campo di concentramento di Aushwitz e questo il titolo scelto dagli Area per il loro debutto discografico. Per capire le alchimie che stanno alla base della loro musica è necessario contestualizzare il momento storico del loro percorso artistico, segnato dalle ideologie marxiste e caratterizzato dal forte impegno politico e umano. Musicalmente ondeggiavano dall’improvvisazione free jazz al rock, senza peraltro tralasciare la  musica etnica, l’avanguardia e la tradizione popolare, come fonte di ispirazione. A contribuire alla originalità artistica degli Area era la presenza di Demetrio Stratos, una delle voci più importanti e tecnicamente progredite del panorama italiano. Le interpretazioni di Demetrio erano caratterizzate da un’estensione vocale notevole e da un’emissione altrettanto potente. Il suo studio sulla voce lo accompagnerà nell’arco di tutta la sua breve carriera. La loro musica è assolutamente innovativa affidata quasi tutta al vulcanico Patrizio  Fariselli. Le combinazioni di stili di cui si parlava, saranno sviluppate e trovano posto nelle incursioni elettroniche dell’album ’ “Caution Radiation Area” (’74) e al confronto con la canzone tipo “Gioia e rivoluzione” (da “Crac”, ’75) –       ” …il mio mitra e’ un contrabbaso che ti spara sulla faccia cio’ che penso della vita; con il suono delle dita si combatte una  battaglia che ci porta sulle strade, dalla gente che sa amare.”  fino al  jazz-rock più attento e maturo degli ultimi album senza Demetrio Stratos. Anche per loro si parla di musica progressive ma nella sua  accezione più  evoluta, riferita al superamento degli schemi tradizionali e contaminando gli stili classici del rock. Per quanto riguarda invece l’impegno contenutistico del progetto Area basta prendere i testi per capire che siamo in presenza di testi più colti, ermetici, pieni di metafore e tutti firmati da Frankenstein alias Gianni Sassi il loro produttore. Nella prima formazione degli Area compare anche il bassista Patrick Djivas che però lasciò il gruppo per entrare nelle file della PFM, fu sostituito già dal secondo LP Ares Tavolazzi considerato il miglior bassista e contrabbassista italiano. Gli Area, ben presto diventano il  fenomeno musicale e sociale degli anni ’70  identificato con le  utopie e desideri della generazione che si colloca nell’area della protesta  extraparlamentare, senza nascondere simpatie per un certo “folklore” filo arabo, “International Popular Group” campeggiava sotto  la sigla AREA, perché forte era la loro affinità con il “Movimento” , tanto da  allegare come gesto provocatorio, all’uscita del primo album ARBEIT MATCH FREI, una minacciosa pistola  di cartone metafora per alludere alla cultura e non alla violenza. L’attività concertistica era alla base del loro progetto, suonarono a fianco dei NUCLEUS, dei GENTLE GIANT, in concerti in solidarieta’ con il Cile, con JOAN BEAZ favore del Vietnam, hanno partecipato per tre anni di seguito al FESTIVAL DI RE NUDO, AL PARCO LAMBRO  di MILANO fino ad  un concerto  terapeutico presso l’ Ospedale Psichiatrico di Trieste e alla partecipazione al FESTIVAL MONDIALE DELLA GIOVENTU’ a CUBA. Una delle ultime occasioni di vedere gli AREA, purtroppo senza DEMETRIO fu quella del 14 giugno 79 all’ Arena di Milano. Li quella sera, tantissima gente, tutti i migliori musicisti italiani e gruppi erano presenti al grande raduno, organizzato per  raccogliere fondi per sostenere l’operazione chirurgica di DEMETRIO STRATOS, ricoverato in ospedale a causa di un fulminante tumore al midollo spinale che lo stronco’ tragicamente la sera prima del Concerto. Il prosieguo dell’attività degli Area è segnata da alcuni album pubblicati negli anni ’80, interessanti dal punto di vista musicale ma privi di quella originalità e di estro di cui solo Demetrio era capace di far venire fuori.

FORMAZIONE :  Patrizio Fariselli: Tastiere  Giulio Capiozzo: Batteria Demetrio Stratos: Voce,  Paolo Tofani: Chitarra  Ares Tavolazzi: Basso

Discografia di Demetrio Stratos Solista
METRODORA 1976 (Cramps)
O’TZITZIRAS O’MITZIRAS 1978
CANTARE LA VOCE 1978 (Cramps)
RECITARCANTANDO 1978 live con LUCIO FABBRI (Cramps)
ROCK and ROLL EXHIBITION 1979 (Cramps) con Mauro Pagani, Paolo Tofani
CONCERTO ALL’ELFO (1997) (Cramps)
SUONARE LA VOCE (VHS)
LE MILLEUNA (Cramps 1980)
con I  RIBELLI : “Pugni Chiusi” (Ricordi 1967)
con ALBERTO RADIUS: RADIUS (Numero Uno 1972)
con JOHN CAGE: JOHN CAGE ( Cramps 1974)
con GAETANO LIGUORI – GIULIO STOCCHI Cantata Rossa per Taal El Zaatar 1976
con ARTISTI VARI : POESIA SONORA (Futura Cramps 1978 / 7Lp, Artis 1989 / 5cd)
con MAURO PAGANI : “MAURO PAGANI” (Ascolto 1978)
“Poesia Sonora” (Cramps /Futura 1978)
con il Gruppo dei CARNASCIALIA : “Carnascialia” (Mirto/Phonogram 1979)
DISCOGRAFIA  – AREA ( INTERNATIONAL POPULAR GROUP )
 Arbeit macht frei Luglio,Agosto,Settembre (nero)
Arbeit macht frei
Consapevolezza
Le labbra del tempo
240 chilometri da Smirne
L’abbattimento dello Zeppelin
 Caution radiation Area Cometa Rossa
ZYG (Crescita Zero)
Brujo
MIRage?Mirage
Lobotomia
 

CRAC!

L’Elefante Bianco
La mela di Odessa
Megalopoli
Nervi Scoperti
Gioa e Rivoluzione
Implosion
Area 5
  AREAZIONE Luglio,Agosto,Settembre (nero)
La mela di Odessa
Cometa Rossa
Area(A)zione
L’Internazionale
 

MALEDETTI

Evaporazione
Diforisma Urbano
Gerontocrazia
Scum
Il massacro di Brandeburgo numero tre in sol maggiore
Caos (parte seconda)
 

AREA  IL MEGLIO

CD1
Evaporazione
Arbeit Macht Frei
Luglio,agosto,settembre (nero)
L’abbattimento dello Zeppelin
ZYG
Cometa Rossa
Lobotomia
Il massacro di Brandeburgo numero tre in sol maggiore
L’Elefante Bianco
Gerontocrazia
CD2
La Mela di Odessa
Gioia e Rivoluzione
Scum
Giro,Giro Tondo
L’Internazionale
Boom Boom
Improvvisazione
 

Antologicamente

L’Elefante Bianco
Megalopoli
La Mela di Odessa
Lobotomia
Presentation Concerts Lisboa
Arbeit Macht Frei
Cometa Rossa
Luglio,agosto,settembre (nero)
L’Internazionale
L’Abbattimento dello Zeppelin (1973)
Arbeit Macht Frei (1973)
ZYG (1973)
Citazione da George L.Jackson (1974)
Nervi Scoperti (1975)
Gerontocrazia (1976)
Il Bandito del deserto
Interno con figure e luci
Return from Workuta
Guardati dal mese vicino all’aprile
Hommage a’ Violette Nozieres
Ici on Dance!
Acrostico in memoria di Laio
“FFF”(Festa,Farina e Forca)
Vodka Cola
 

Event 1996

registrato dal vivo all’UNIVERSITA’ DI MILANO
Caos II parte1
Caos II parte2
Event ’76
Il CONCERTO (Arena Civica,Milano 14 giugno 1979)(Cramps 1980)
per ricordare demetrio
morto il 13 giugno 1979
La Torre dell’Alchimista
Danza ad Anello
A.S.A.
Lectric Rag
La Luna nel Pozzo
TIC & TAC
Quartet
Sibarotega
Chantee d’Amore
Antes de Hablar Abra la B
Si sciolgono dopo poco per riformarsi nel 1997, esce l’album dal titolo:
 

 

1991 Chernobyl

15.000 umbrellas (part 1)
15.000 umbrellas (part 2)
Liquiescenza
Wedding day
Chernobyl 7991
Fall Down
Il Faut Marteler
Efstrations
Mbira & Orizzonti
Colchide
Deriva (sogni sognati vendesi)
Sedimentazioni