Un blog creato da fiumecheva il 06/05/2005

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Festa della mamma

Post n°1142 pubblicato il 06 Maggio 2016 da fiumecheva
 

Bisogna raccontare una storia triste.
Perché?
 Perché se tu non urli il tuo dolore nonsei umano e non sei vero. Tutto deve essere sofferenza e la tua storia tristela devi raccontare nei più minimi particolari. A voce, magari di fronte a unatelecamera.
Non sopporto quando riducono il dolore in spettacolo!
Ho letto da qualche parte che quando qualcuno muore, anche la più piccola dellacreature della terra, un urlo, non udibile per l’orecchio umano, si eleva adattraversare l’universo fin nelle sue profondità.
Quando mamma se n’è andata sono rimasta li, per qualche secondo, stupita.
Già!
Nonostante tutto (la lunga malattia, l’avere colto anche l’ultimo respiro dimio padre) mi ha colto impreparata.
E sono certa che in quel attimo lunghissimo, una o due stelle si sono frantumate lassù nello spazio infinito.
 Mia madre aveva smesso di urlare (non faceva altro nei suoi ultimi mesi), ma in quel secondo in cui non mi capacitavo della quella realtà annunciata, in quel preciso secondo, il mio urlo silenzioso si è elevato talmente potente da non lasciare niente di integro al suo passaggio.
A volte il ricordo, anche se non lo cerco, ritorna e mi pare di vedere ancorail suono rimbalzare tra i corpi celesti.
Ed ecco, che pure io ho raccontato la mia storia triste, non davanti a unatelecamera,,ma qui dove tutti possono leggere.
Ma io non la considero una storia triste.
Tutti prima o poi siamo destinati a perdere i genitori, fa parte della vita,non racconto niente di eccezionale, non ho raccontato nulla che altri prima dime non abbiano provato, nulla che, purtroppo, altri ancora, un giornoproveranno.
Ci sono ben altre vere sofferenze al mondo.
Purtroppo.
No non è una storia triste la mia.
Triste sarebbe stato non avere avuto una madre, seppure complicata eimpegnativa, ma che  a modo suo mi haamato.
Ho dovuto elaborare, cercare tra i ricordi e tra le foto, il tempo in cui leiera la mamma e io la figlia e non il contrario come per tanti e tanti anni erastata in malattia.
Anni difficili.
Mi aveva amato?
Non per bisogno, ma amato veramente?
Ecco! Triste sarebbe stato non averlo capito.
E riguardo le foto.
Ora mi torna in mente quando andava in giro con un mio disegno in tasca chemostrava a tutti con orgoglio e…
E mi fermo, dovrei scrivere pagine e pagine.
Si!
Mi ha amato.
CI HA AMATI!
 Solo che lei non voleva darlo a vederetroppo.
Domenica sarà la festa della mamma e ovunque non si fa che ricordarlo.
Apro la casella della posta e ci sono offerte per questa festa: “Buona festadella  mamma!” “Come creare inviti,biglietti d'auguri e regali per Per la Festa della mamma” “Per la Festa della mamma regalale Armani Sì” “Dille che le vuoi bene
con un regalo speciale!”
 Non posso fare a meno di pensare a lei….

 
 
 

20/04/2016

Post n°1141 pubblicato il 22 Aprile 2016 da fiumecheva
 
Tag: Diario

"Te ne sei andata via leggera come l'aria!
Come l'aria che saprà di te ancora per un po' di tempo.
La vita...
La morte...
Il tempo circolare...
Te ne sei andata via leggera come l'aria!
In silenzio.
La scienza...
la religione...
La promessa della vita eterna...
Siamo bruchi che strisciano su questa terra in attesa di diventare farfalle e forse tu ora sei una delle farfalle più belle del paradiso.
Te ne sei andata via leggera come l'aria!
La vita...
La morte...
Il tempo circolare...
Dove l'inizio è anche la fine.
Te ne sei andata via leggera come l'aria!
ma, anche se era la tua ora,
perché hai avuto una vita lunga e piena
anche se è così che vanno le cose 
io non posso fare a meno di piangerti.... 
Te ne sei andata via leggera come l'aria!"

La tua agenda con tutti i nostri numeri di telefono.
Non ti sfuggiva un compleanno! Eh beh! Che compleanno poteva essere senza i tuoi auguri?!
E le tue superstizioni! 
Diciamolo in fondo era una tua caratteristica, a volte anche simpatica.
L'affetto che avevi per tutti noi.
E poi....
E poi.....

Buonanotte Zia...


 
 
 

Dialogo improbabile......

Post n°1140 pubblicato il 25 Febbraio 2016 da fiumecheva
 

Triptano e Testarotta

 

Testarotta; “Triptano tu non mi vuoi bene!”

Triptano:” Perché dici questo? Non ti ho forse fatto passare il mal di testa?”
Testarotta:”Si, ma tu non mi vuoi bene!”
Triptano:”Hai avuto ciò che volevi! Il dolore è passato!”
Testarotta:” No. Tu non mi vuoi bene!”
Triptano:”Ma insomma! Che vuoi dire? Non hai più mal di testa, il dolore èpassato, che pretendi da me? “
Testarotta:”Non ho più mal di testa, ma il dolore non è passato. Tu non mi vuoi bene!”
Triptano:”Che vuoi dire? Spiegati! Dopo un’ora stavi meglio, se non è amore questo!?
Testarotta;” No, non lo è. Il dolore non è passato, tu lo hai solo spostato dalla testa all’anima e ora i pensieri di morte mi schiacciano.”
Triptano:” E quindi preferivi avere mal di testa?”
Testarotta:”No, ma….forse avrei dovuto sopportare….”
Triptano:”si?! E brava! E cosa accade ogni volta che sopporti troppo?”
Testarotta:” I pensieri di morte mi perseguitano…”
Triptano.” E quindi non mi vuoi più, la nostra relazione si chiude qui? Quante volte mi hai lasciato? Quante volte poi mi hai cercato? Già, perché tu non mi vuoi, ma non mi cacci mai del tutto, Mi releghi nel fondo di un cassetto, o di una tasca, ma quando il dolore si fa troppo forte mi vieni a cercare!”
Testarotta:” Si, ma tu non mi vuoi bene, tu sposti solo il dolore. E ora il dolore è nell’anima …
Il pensiero della morte mi perseguita. Che non ho paura di morire, ma invecchiare male, finire nelle grinfie di medici che faranno esperimenti su di me. Morire non è nulla, è un attimo!
Se solo potessi fuggire in tempo, e come i gatti nascondermi in un angolo e andarmene dignitosamente!
Vorrei…. Vorrei…. Chiudermi a bozzolo e non pensare…. Che ogni respiro che faccio è un dolore…. Che ogni passo che faccio è un dolore…. Che questo cielo grigio è un dolore…
Triptano:” Che noiosa sei però! Oh sì si ho capito! Ritorno nel fondo del mio cassetto! Oggi piangi, domani sorriderai…. E poi un giorno mi cercherai di nuovo! E io sempre qui pronto per te! E la verità sai qual è? Neppure tu mi vuoi bene!”
Testarotta:” Ma! ...! ma…!”
Triptano.” ADDIO! Testarotta! O meglio dovrei dire: arrivederci!”
Triptano esce di scena impettito coprendosi con un ampio gesto de braccio col suo mantello.
Testarotta si accascia al centro del palco triste e sconsolata.
Le luci si spengono.
Il sipario si chiude.

                        
                                 FINE

 
 
 

Motivazioni....

Post n°1139 pubblicato il 31 Gennaio 2016 da fiumecheva
 
Tag: Diario

Tre settimane e -3 Kg.
Ok la stada è lunga per riparare i danni di questi ultimi 6 anni, ma teniamo duro, ce la possimo fare  

 
 
 

"Lo Specchio"

Post n°1138 pubblicato il 10 Gennaio 2016 da fiumecheva
 

19.

Ilpiccolo “Simba” si era addormentato sotto un cespuglio, ma non all’ombra, unraggio di sole lo illuminava e probabilmente il suo tepore lo faceva stare bene.

Aveva voglia di scrivere una storia, raccontare le cose che le passavano dallamente, raccontarsi.
Ne stava già scrivendo una, una fiaba, era ferma da un po’ di tempo, nel suoimmaginario la storia era andata avanti, ma non aveva mai tradotto in lettereil finale. Aveva provato a continuare a scriverla, ma ora non la sentiva piùcome quando l’aveva iniziata.
No, non era più la donna che viveva nella caverna e che era alla ricerca delsuo Vestito d’amore.
Lo specchio, il pensiero tornava ancora lì, allo specchio nel capanno.
Lo specchio, anche nella storia che aveva scritto la protagonista si ritrovavain sogno davanti a una serie di specchi.
E mentre rastrellava i pensieri continuavano a intrecciarsi e a dividersicontinuamente. Il lavoro manuale lascia libera la mente di vagare.
Quante storie e quante avventure!
Osservò ancora con un sorriso il piccolo Simba che si crogiolava al tiepidosole.
Poco più in là la fitta siepe aveva un che di magico con quei pochi raggi disole che erano riusciti a penetrarla

Da ragazzina si era creata un amico immaginario.
Ne aveva persino fatto un ritratto a matita e sognava di incontrarlo un giornonella sua realtà

Luiera lo specchio di lei, la sua versione maschile e per lei era reale, soloviveva in un’altra dimensione, era il suo sostegno nei momenti difficili.
Sua madre in quel periodo soffriva di depressione, gridava o piangeva.
Già allora il senso d’impotenza la schiacciava.
Era triste per lei, ma a volte la odiava e questa era
la cosa che più le faceva male. Sentire questo rifiuto verso sua madre ladevastava. Un rifiuto che si ripresentò anni dopo, nel momento in cui sua madreaveva più bisogno. Sapeva di sbagliare, si occupava di lei, ma quando sentivache si aggrappa troppo a lei si allontanava. Sapeva di farle del male, ma era piùforte di lei.
Era così tanto tanto di quel tempo che si aggrappa a lei!
Da adulta aveva chi la sosteneva , ma da ragazzina solitaria come era avevabisogno di un amico, un amico che potesse capirla a fondo.
Nella sua dimensione anche lui aveva i suoi problemi e così insieme crearono unmondo tutto loro, un mondo di fantasia dentro un altro.
In quel mondo, loro potevano essere tutto ciò che volevano: Castore e Polluce,perché si consideravano gemelli.
Nelle notti di plenilunio erano, invece, Lupo de Lupis e Lupetta. E davanoconcerti al chiaro di luna.
Ancora aveva chiaro il ricordo del bagno di folla e dei fan urlanti chechiedevano il bis.
Erano dei grandi, il suo compare ed lei!
E nei giorni d'inverno mentre i lori corpi si gelavano al lavoro (Era unaragazzina, ma già lavorava) nelle giornate più rigide, si prendevano per mano efuggivano per spiagge infuocate ...
Come due bambini giocavano e ridevano tanto, delle storie sceme che a volte siinventavano.
 E quando lui era triste, anche se non volevadarlo a vedere, lei  lo capiva e cercavadi consolarlo e la stessa cosa faceva lui per lei, e naturalmente trovavasempre il momento e le parole giuste.
Per due anni visse divisa tra due mondi, due anni indimenticabili, poi decisedi lasciarlo.
Non fu facile.
Lui, l’amico immaginario, non la prese bene, ma lei non poteva continuare avivere sospesa tra due mondi, non così intensamente almeno.
Però a volte, nei momenti più difficili, oppure solo per nostalgia di lui, leitornava indietro e cercava di vederlo senza farsi notare, per non farlosoffrire di nuovo, ma lui la sentiva ogni volta (come poteva esserediversamente?).
E così si incontravano, si guardavano senza dire una parola e poi lei tornavanella sua dimensione.
Non è necessario che si facciano grandi manovre e neppure c'è bisogno dichiudere gli occhi.
Basta un CILK e la forma astrale si separa dal corpo, mentre questo continua afare ciò che sta facendo.

CLIK!E il passaggio tra i due modi si apre.

Ec’è proprio una porticina dietro la fitta siepe.
Le basta immaginare di mangiare un biscotto come Alice e diventa delledimensioni giuste per poterci entrare.
Solo due persone hanno le chiavi di quel mondo nel mondo di fantasia lei e.....
Aprì la porticina con la sua chiave ed entrò!
Una leggera nebbia avvolgeva tutto.
Lui era seduto sulla panchina del parco, corpo proteso in avanti e gomitiappoggiati alle ginocchia, sguardo abbassato ad osservarsi le mani, in una tenevauna rosa.
Anche per lui il tempo era passato, non sono più ragazzini.
Capello brizzolato e un leggero sovrappeso, piccole rughe ai lati degli occhi glidavano un aspetto più interessate.
Lei si avvicinò e si sedette sulla stessa panchina un po' scostata da lui.
Per un po' restarono in silenzio, poi lui si girò e le sorrise porgendole larosa:
"Vorrei tanto che questa fosse vera "
Lei replica:
"Tu lo sai che per me è come se lo fosse, riesco persino a sentirne ilprofumo "
Lui si raddrizzò appoggiando la schiena alla panchina, poi, guardando un puntoindefinito davanti a lui:
"Si, immagino…  Sai? Ricordo che ate i fiori recisi non piacevano, preferivi ammirarli ancora vivi!"
Mentre la nebbiolina si stava alzando, lasciando intravedere una bellissimagiornata di sole, lei si girò un po' di lato verso di lui, guardandolo da sottoin su cercando i suoi occhi verdi.
"E' ancora così, ma questa rosa… Angelo …"
Finalmente lui la guardò….

“Mamma!”

“Devo andare, Angelo…”
Fece per alzarsi.
Lui le prese la mano, lei indugiò un attimo,poi si alzò, le dita scivolarono via morbide dalla mano di lui, lentamente, lasensazione era viva e vera.
Ma doveva andare.

“Mamma!”

 

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1137 pubblicato il 14 Dicembre 2015 da fiumecheva
 

18.

Si girò verso la siepe, attraverso poteva scorgere la casa dei suoi genitori,dietro la casa tanto tempo fa c’era un grande susino, l’ombra di quel susino era il suo posto preferito. Quando i frutti erano maturi, si arrampicava tra i suoi rami per raccoglierli e mangiarli, lì, sul posto. Sua madre, quando la scopriva sull’albero la rimproverava e le ordinava di scendere immediatamente,la sua preoccupazione era che lei potesse scivolare e farsi male seriamente. Ma lei, bambina testarda, ogni volta, cercando di non farsi scoprire, risaliva sull’albero, di lassù il suo orizzonte si ampliava e lei si sentiva felice, Ma un giorno le previsioni di sua madre si avverarono e lei cadde malamente e si fece molto male. Ferita nell’orgoglio trattenne le lacrime e resistendo al dolore non disse nulla a nessuno. Ci vollero parecchi giorni prima che il dolore al suo lato B passasse, ma lei resistette per non darla vinta a sua madre.
Ora però, ripensandoci dopo tanto tempo, il dubbio che forse sua madre loavesse capito, la fa sorridere.
Comunque ripresasi da quell’incidente, il vizio di salire sugli alberi non lo perse, fu il tempo e l’età che piano piano le tolsero l’incoscienza .
Sotto quell’albero però si nasconde un altro segreto….

"Su, gettalo nella buca assieme agli altri!"
"Ma babbo! Si muove, respira ancora!"
Lei lo teneva fra le mani, il corpicino del cucciolo era freddo, ma ancora simuoveva, non aveva più neppure la forza di lamentarsi, neppure un mugoliousciva da quella piccolissima bocca che si apriva appena per prendere piccoli erapidi respiri.
"Dai, non c'è più nulla da fare, è praticamente morto..."
Laika, il loro pastore tedesco, la notte prima aveva partorito e non si capìmai per quale motivo, invece di occuparsi dei cuccioli, come tutte le mamme ecome pure Laika aveva sempre fatto anche per le cucciolate precedenti, liabbondonò a se stessi.

Era un febbraio freddissimo, pochi giorni prima aveva anche nevicato, è così chesuo padre e lei trovarono i cuccioli ormai morti assiderati.

"Babbo,ti prego, aspettiamo che almeno smetta di respirare!"
Suo padre si lasciò convincere
"Va bene, dopo chiudi tu la buca per favore."
E poi se ne andò a lavorare.
Lei accarezzò felice il cucciolo, col mignolo gli sfiorò il musetto e lui per tutta risposta iniziò a succhiarlo.
Il suo corpicino era ancora tanto freddo allora lei lo avvolse nella sua sciarpa che legò alla vita come fosse un marsupio, tenendolo sotto il maglione e al giubbotto largo intendeva scaldarlo e soprattutto nasconderlo alla vista di tutti. Coprì la buca e andando verso casa s'incontrò nuovamente con suo padre
"Fatto?"
Rispose con aria triste.
"Sì,fatto!"
Sentì il cucciolo muoversi sulla sua pancia, dentro al marsupioimprovvisato, il corpicino iniziava a prendere calore e velocemente si diressea casa.
Aveva tutto: biberon, latte in polvere, borsa per l'acqua calda e soprattuttotanto amore. Non era la prima volta che le capitava di allevare un cucciolo conil biberon, vivendo in una fattoria, quante cose possono accadere.... 
Però un cucciolo così piccolo? Quante possibilità poteva avere?
La ragione lo sapeva, ma il cuore le diceva di tentare.
La prima poppata fu un successo, e la illuse di potercela fare, come pure la seconda e poi la terza.... 
E tutto questo lo fece di nascosto a suoi famigliari, non voleva sentirsi dire che stava perdendo il suo tempo.
Ogni due ore, prendeva una scusa e andava a controllare il cucciolo che aveva accuratamente nascosto in un armadietto del bagno di servizio dove nessuno metteva mai le mani. 
Avvolto in una morbida coperta di pile il piccolo aveva persino iniziato a fare dei deboli mugolii e il rischio di essere scoperti cresceva, ma poco importava se i lamenti si fossero fatti più forti, significava che ormai era salvo.
Calore, pappa e coccole...
Ma durante la notte peggiorò, si raggomitolò sulla sua mano e smise direspirare.
Nessuno in casa si accorse di nulla.
Seduta al bordo del bidè, lei continuava a coccolare quel piccolo essere che nonriusciva a lasciare andare.
Uscendo dal bagno s'incontrò con suo padre
"Ma che hai? E' tutto il giorno che fai su e giù, hai una faccia!"
"Mal di pancia, ma è passato ormai.... Tutto finito... 'notte."
" 'notte!" Rispose suo padre guardandola perplesso.
" 'notte cucciolo!" Pensò.
Stava sul palmo di una mano eppure le aveva lasciato un buco enorme nel cuore.
Lo aveva scaldato, massaggiato e così facendo aveva prolungato la tua agonia, esi sentiva stupida , ma soprattutto egoista per averlo fatto soffrire inutilmente, si aspettava un miracolo che non era accaduto.
I miracoli non esistono!
Il giorno dopo, sempre senza farsi notare dai suoi genitori, fece una buca proprio sotto quel susino.
Ora quell’albero non c’è più. Negli anni si era ammalato ed era diventato pericoloso, quindi suo padre lo abbatté. 
Una lacrima rimase in bilico tra le palpebre e le ciglia. Sospirò e con disappunto del gatto che aveva sulle ginocchia si alzo dalla panchina e si mise a rastrellare le foglie secche dal prato


 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1136 pubblicato il 29 Novembre 2015 da fiumecheva
 

17.

Il gabbiano era ancora sul tetto del capanno, si stiracchiò le ali e poisbattendole di nuovo garrì.
Altri gabbiani che volavano alti nel cielo risposero al richiamo.
Lei alzò lo sguardo girando le testa indietro, i gabbiani volavano quasi incerchio come gli avvoltoi di certi film ambientati nel far west. Ma sonogabbiani, non avvoltoi, e lì non c’erano prede in agonia. Sorrise all’idea diaver sovrapposto l’immagine degli avvoltoi a quella dei gabbiani.
Il gabbiano sul tetto del capanno, sbattendo di nuovo le ali spiccò il volo erapido li raggiunse allontanandosi con loro.
Lei chiuse gli occhi e respirando a fondo cercò di rimanere presente.
Li riaprì, tutto attorno a lei le sembrava perfetto.
Un altro dei suoi mici, un cucciolo adottato da poco, di aggirava in mezzo all’erba alta come un piccolo leone nella savana. Un filo d’erba più altro catturò l’attenzione del piccolo “Simba”, che con le zampine paffutelle si mise a colpirlo. Prima qualche zampata di prova e poi altre sempre più ravvicinate e rapide. Il piccolo pugile nella foga si rovesciò all’indietro, zampe all’ariafacendola ridere tanto, I sussulti della risata disturbarono il micio ronfante che aveva in grembo che fece un miagolio di protesta.
Era decisamente una giornata perfetta!
Forse troppo?

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1135 pubblicato il 27 Novembre 2015 da fiumecheva
 

16.

Il garrito di un gabbiano la riportò sulla terra. Si era persa di nuovo,sua figlia non le era più accanto, sicuramente l’aveva salutata prima di andare via, ma non ne aveva il ricordo.
 Già!
Ancora una volta si era estraniata.
Il gabbiano continuando a garrire, planò fino ad atterrare tutto impettito sul tetto del capanno. E restò lì a fissarla per un po’ e pure lei lo fissò perdendosi in ogni particolare.
No, quella giornata continuava ad essere strana, non le riusciva di restare concentrata sul presente, eppure si sentiva tranquilla, il gatto nel frattempo le si era accucciato in grembo e ronfava beatamente e il cielo era così azzurro!
Eppure….

Da bambina giocava in cortile, affascinata dalla ghiaia del vialetto, divideva i sassolini per forma e colore. Mamma e babbo urlavano come il solito e lei tranquillamente continuava a giocare, non si distraeva e sembrava che tutto le scivolasse addosso, i sassolini erano meravigliosi, la superficie liscia e nonce n'era uno uguale ad un altro. I suoi preferiti erano quelli leggermente schiacciati e dalla forma rotonda o ovale, assomigliavano a caramelle. E mentre esaminava i sassolini progettava di fuggire di casa. Si, sarebbe fuggita, nonne poteva più di sentire i suoi genitori litigare. Sbattevano porte e lei voleva andare dalla zia. Forse la zia l'avrebbe accolta e se loro fossero venuti a prenderla si sarebbe opposta con tutte le sue forze fino a quando non avessero promesso di non litigare più. Poi finalmente tutto finiva, e lei dimenticava i piani di fuga, per riprenderli il giorno dopo, e quello dopo ancora, e poi ancora... e ancora... E gli anni passarono, dev'essere iniziata allora la ricerca dei suoni, dei profumi e dei colori che calmano, che fanno respirare senza paura.
Come il fruscio del vento fra le foglie o lo sciacquio delle onde del mare, l’azzurro del cielo, il profumo di rosmarino…...
 E quando quel dolore l'assale, così senza un motivo apparente, e fa male, male da impazzire, lei lo deve cercare quel luogo dove il suono della vita, il respiro della terra si fanno strada in quel mondo fantastico dove colori e profumi la fanno da padroni.

Eppure in quella giornata non si sentiva triste, anzi, un gran senso di pace la stava avvolgendo.
Poi di nuovo le tornò in mente l’immagine che aveva visto riflessa nello specchio della sua camera e che non aveva riconosciuto come sua e ripensò a quella che aveva visto nel vecchio specchio dentro al capanno e che aveva invece riconosciuto perfettamente.
Forse il dolore ha strani modi di insinuarsi.

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1134 pubblicato il 02 Novembre 2015 da fiumecheva
 

15.

“Mamma,vero che starò bene?”
Lei le accarezzò una guancia:
“Ma certo che starai bene!”
E le sorrise.
Il suo dispiacere?

Ilsuo dispiacere è che vorrebbe essere capace in tutto, ma in realtà era una franain tutto.
Ecco il suo dispiacere.

Comevorrebbe aprire la mani a ventaglio, saper muovere le dita con eleganza evedere uscire dalle punte migliaia di scintille blu!
Mani magiche!
E invece ha pure ricominciato a rosicchiarsi le unghie dopo ben 30'anni che nonlo faceva più!

Dovesono le sue dita eleganti?
Nella sua mente apre le mani a ventaglio, e prova a muoverle.
No, non ha più dita eleganti,
e non ne escono scintille blu.

“Me lo prometti, mamma?”

Il giorno prendi per la prima volta in braccio tuo figlio, gli prometti che nonlo lascerai mai, che lui è un essere speciale e sarà sempre felice.
Poi il tempo passa e ti rendi conto che non puoi mantenere la promessa, anziche l'unica promessa che potevi e dovevi fargli era che avresti fatto sempredel tuo meglio.
 Sei solo un essere umano....
Lo aveva imparato accudendo suo padre nei suoi ultimi giorni di vita.
Lui non aveva mantenuto la promessa e se n’era andato.
Su di lei riesce ad accettare il tempo che passa, riesce ad accettare di nonessere più agile come in gioventù, le rughe, i capelli bianchi, i dolori alleginocchia... invecchiare è normale, è la vita...

Manon riusciva ad accettare che lo facesse suo padre...

No,suo padre non poteva invecchiare, diventare inabile e acciaccato, lui era unaroccia, lui era un albero secolare che ancora fioriva e dava frutti.
Un uomo senza tempo e sempre ci sarebbe stato.
Ma se n’era andato, spezzandole il cuore a tal punto che a lungo si sentìarrabbiata con lui.
Non aveva mantenuto la promessa di non lasciarla mai.
 Eppure in uno dei suoi ultimi giorni luile disse:
“Non essere arrabbiata con me, io ti voglio tanto bene!”
Ora non è più arrabbiata e quella frase che spesso le risuona nella mente èogni volta una stilettata al cuore.
“Non essere arrabbiata con me, io ti voglio tanto bene!”
Lei, che gli voleva bene, non glielo aveva mai detto….

“Melo prometti, mamma?”
“Non posso prometterlo, ma di certo cercherò di fare del mio meglio, sempre.
Perché……
Ti voglio bene!”


 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1133 pubblicato il 13 Ottobre 2015 da fiumecheva
 

14.

Finito di fare quel piccolo ritocco al tamerice, sua figlia e lei si sedettero sulla panchina di fronte al laghetto, continuando a chiacchierare del più e del meno ed osservando i pesci nuotare. Vederli muoversi così fluidi e sinuosi da un gran senso di pace. 
“Mamma!”
Mentre la chiama piano le appoggia la testa sulla spalla e con voce da bambina:
“Mamma, vero che starò bene?”
Sua figlia soffre di una malattia bastarda che colpisce una donna su dieci in tutto il mondo! Le donne che ne sono colpite passano anni e anni di dolori lancinanti e invalidanti, vengono tacciate di essere noiose e poco inclini a sopportare il dolore, nonostante gli svenimenti e le corse al pronto soccorso.
Sua figlia aveva 21anni quando iniziò questa "avventura".
Da un po' di tempo lavorava come segretaria in un albergo e aveva spesso mal di stomaco. Si pensava fosse lo stress per il lavoro.
Un pomeriggio i proprietari dell'albergo in cui lavorava sua figlia, la chiamarono
preoccupatissimi:
"Signora, sua figlia non si è sentita bene, ora sta meglio, ma è bene che venga..."
Non aspettando altre spiegazioni si precipitò in albergo.
Sua figlia era sdraiata sui divanetti dell’ingresso con del ghiaccio sulla fronte.
Come sempre assunse la sua aria più serena e visto che sua figlia era cosciente si mise a scherzare un po' con lei (ma dentro moriva nel vederla così pallide e debole). Il proprietario dell'albergo le raccontò cosa era accaduto e di come all'improvviso, lei, che era in ascensore con lui (erano andati ad accompagnare dei clienti in camera), le fosse crollata in braccio svenuta.
L’aiutarono a farla salire in auto, fatti pochi metri in auto vomitò sul tappetino e questo le fece pensare che il suo malessere era dato probabilmente da qualcosa allo stomaco (come si sbagliava!).
La notte dello stesso giorno dovettero chiamare la guardia medica, perché continuava ad accusare forti dolori allo stomaco che di certo una tisana non poteva calmare.
Diagnosi del medico: gastroenterite.
Nei giorni successivi la cura per la gastroenterite funzionò e i dolori allo stomaco passarono, ma qualcosa la disturba e pensa di fare pure un controllo ginecologico.
E da qui la storia diventa difficile.
Si incamminarono per un percorso sconosciuto, ignare di tutto.
Confusa del momento ricorda solo che quando il medico, dopo aver visitato sua figlia, fece la richiesta per una laparoscopia per togliere le cisti e un'eventuale asportazione dell'ovaio sinistro, lei rimase di ghiaccio.
Continuò a far finta di nulla, cercando di tranquillizzare sua figlia l’accompagnò a casa, e poi uscì di nuovo con una scusa e finalmente sola, dentro l'auto si mise a gridare e a piangere.
Non poteva accettare il fatto che una ragazza così giovane, la sua bambina, dovesse subire un intervento con asportazione dell’ovaio..
Si ricompose e si preparò mentalmente ad accompagnare sua figlia nel suo percorso. 
Comunque anche dopo l’intervento in laparoscopia nessun medico pronunciò quella parola; endometriosi (Per chi ne volesse sapere di più :http://www.farmacoecura.it/…/endometriosi-sintomi-cura-inf…/ ehttp://www.donneaffettedaendometriosi.it/default.aspx
  ).

Tutto era andato bene, le cisti asportate e l’ovaio non era stato toccato. Sua figlia e lei pensavano di esserne fuori, ma non passa neanche un anno che le cisti si riformano e cambiato medico fanno la conoscenza di questa malattia, o meglio le danno un nome, perché purtroppo, la malattia già da tempo si è manifestata.
Sono passati anni da allora e dentro questi anni ci sono due laparoscopie e controlli continui, dolori, corse al pronto soccorso, spesso nel mezzo della notte e svenimenti.
La malattia è complessa e sfinisce sia fisicamente che psicologicamente.
Nella sfortuna, sua figlia è fortunata, non ha subito menomazioni, ma il dolore e la paura del suo avvicinarsi l’accompagnano sempre.

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1132 pubblicato il 22 Settembre 2015 da fiumecheva
 

13.

Sua figlia è la sua gioia. Quante volte aveva sentito in qualche film la frase: ”Sei la luce dei miei occhi!” Fino al giorno della nascita di sua figlia non ne aveva capito appieno il significato.
La sua nascita non era stata per niente programmata, era fidanzata da poco con l’uomo che poi sarebbe diventato suo marito, ma al solo sospetto di essere inattesa di un figlio la rese felice.
I fratelli, successivamente, furono, per così dire, programmati, l’esperienza fatta con lei le fecero desiderare di farla ancora e ancora, nonostante le gravidanze difficili e sempre un po’ a rischio
 Amare i propri figli nel momento stesso che nella sua mente si formava solo l’idea a lei era capitato ogni volta.
A volte pensava che i suoi figli fossero più vecchi di quello che in realtàerano. ”Per forza sono così bravi e assennati, il partorirli è stata solo unaformalità, loro esistevano già da moltissimo tempo!”
Per i medici avrebbe dovuto fermarsi a lei, infatti la sua seconda gravidanza non andò come doveva. Fu un brutto periodo e a volte, anche ora, guardando la sua bellissima primogenita, il pensiero si sofferma su quella bimba che non è mai nata, ma che nel suo cuore esiste e sempre esisterà, ora lo fa con meno dolore,è come se quella bimba vivesse in un mondo parallelo.
Ecco, di nuovo si era persa nel suo mondo,
Sua figlia, come dice la canzone: “La prima cosa bella…….”, le stava raccontando le sue avventure e disavventure, da qualche anno viveva col suo compagno, ma spesso passava da casa per raccontarle tutto quello che le capitava.
Lei si diverte un mondo ad ascoltarla, fin da piccola ha avuto quella bellissima capacità di raccontare le cose in modo ironico e buffo, anche le cose che avrebbero potuto sembrare tragiche, è sempre riuscita a stemperarle.
Anche quel giorno era così, sua figlia raccontava la sua giornata e lei, mentre potava e ascoltava, ogni tanto doveva interrompere il suo lavoro per il troppo ridere.

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1131 pubblicato il 15 Settembre 2015 da fiumecheva
 

12.

Le apparve il volto di sua madre.
Sua madre una donna difficile. Una persona con tante malattie reali e non,sempre in lotta contro tutto e tutti, anche contro se stessa.
In lotta contro quel corpo che non sentiva suo e del quale dava la colpa alle gravidanze.
E poi gli sbalzi d’umore e quel suo continuo voler essere al centro dell’attenzione e il suo essere vendicativa.
I suoi fratelli  e lei spesso camminavano in punta di piedi, o meglio come su una corda tesa.
Non si poteva mostrale di essere troppo felici perché lei felice non era e nonsi poteva essere troppo tristi perché nessuno lo era più di lei.
In perfetto equilibrio tra l’essere e non essere felici.
“Mamma!” di nuovo sussurrò tra se e se.
Stupita si toccò la guancia e il riflesso sullo specchio fece la stessa cosa.Lasciò cadere la mano lentamente e le dita impolverate scivolando sulla guancia lasciarono tracce scure.
Mamma era ancora un dolore lancinante al cuore.
“Mamma!” si ripeté.

“Mamma? Sei nel capanno?”
Si riprese dalla sorpresa e sorridendo uscì dal capanno. Sua figlia che l’aspettava fuori
le chiese: “Che cosa ti sei inventata oggi?”  e poi guardandola si mise a ridere. “Ma guardati hai il viso sporco come una bambina!”
Lei rientrò un attimo di nuovo nel capanno e prese delle forbici e una sega,uscendo guardò di sbieco di nuovo lo specchio, lei non c’era più.
“Oggi si pota!”
E ridendo si pulì la guancia impolverata con il bordo della maglietta che indossa
va
.

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1130 pubblicato il 10 Settembre 2015 da fiumecheva
 

11.
Dietro la cuccia di Merlino ha piantato un tamerice, ora coi suoi rami la ricopre quasi completamente.
Le piace questo albero, l'inverno, completamente spoglio, è il rifugio per i pettirossi, poi a primavera si ricopre di una miriade di fiorellini rosa e diventa dall'aspetto soffice e vaporoso, e poi di nuovo cambia e piano piano diventa completamente verde.
Qualche ramo, quel giorno decise, andava potato.
Si diresse verso il capanno degli attrezzi e ne aprì la porta cigolante e mal messa, l’odore di umidità e aria stantia le riempì le narici, il capanno era più vecchio di lei e i muri in alcuni punti avevano l’intonaco staccato, che lasciava in mostra le antiche pietre. Amava quelle pietre! 
Anche le pareti esterne avevano subito l’azione del tempo che passava e in una in particolare si era formata una grossa crepa, attraverso la quale, avvicinandosi, si poteva vedere l’interno.
Una crepa che come una ruga racconta una storia, di tempi passati, di vita vissuta, ma che accende la anche la fantasia.
Si era persa molte volte ad osservare quella crepa che per lei era diventa un po’ come una porta segreta verso altri mondi lontani.

Dentro il capanno il caos regnava sovrano, mucchi di cassette per la frutta, vasi e sottovasi usati, sedie vecchie, attrezzi da giardino, una carriola appoggiata a una parete e poi un armadio smontato e appoggiato in un angolo.
Una delle ante del vecchio armadio aveva uno specchio, entrando vide in controluce la sua sagoma che si rifletteva, accese la luce con l’antichissimo interruttore a leva. La corrente passava ancora attraverso una piattina semplicemente inchiodata al muro fino al centro del soffitto, con travi di legno, per finire in un portalampada con la lampadina a incandescenza.
Si avvicinò allo specchio polveroso e macchiato in più punti, dove l’umidità gli aveva tolto il potere di riflettere, la lampadina, a penzoloni al centro del soffitto, oscillava per la corrente d’aria che si era creata all’apertura della porta. Con quella luce un po’ a intermittenza, stranamente incuriosita, con la mano tolse lo strato di polvere all’altezza del suo viso e….

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1129 pubblicato il 09 Settembre 2015 da fiumecheva
 

10.
Si rimise in piedi non senza difficoltà e questo le ricordò che doveva assolutamente riscriversi in palestra.
Di fianco al laghetto c’è una vecchia cuccia artigianale in legno, che era lì da prima che lei decidesse di scavare il laghetto. Un tempo il giardino era il regno di Merlino, il cane col sorriso, come spesso amava chiamarlo.

Merlino era un meticcio, incrocio fra una femmina di un pastore tedesco e di un maschio pastore belga. Quando appoggiava le sue zampone anteriori sulle sue spalle era più alto di lei, non ci volesse molto ad esser più alti di lei.
Lei lo aveva visto nascere insieme ai suoi fratelli e quando tutti iniziarono a camminare ed ad allontanarsi un po’ dalla madre, Merlino era quello che le veniva più spesso incontro. Lui l’aveva scelta.
Quando era cucciolo gli aveva insegnato tre semplici esercizi: a camminare al passo di fianco a lei, a sedersi al suo comando e a porgerle la zampa. C'era un gioco che amavano molto fare: correre. Facevano a chi arrivava primo, ma naturalmente vinceva sempre lui e ne sembrava molto felice. Allora a volte, però, lei lo imbrogliava un po', si metteva pari lui pronta a partire, poi faceva una finta e correva nella direzione opposta, lui che era partito come un fulmine, a metà strada, accorgendosi che non lo seguiva, si fermava, lei rideva e lui la guardava tra il perplesso e il deluso, poi ripartiva a razzo inseguendola e superandola. Col tempo aveva imparato il trucco e così ad ogni partenza pure lui faceva le finte: un po' a destra, un po' a sinistra e poi di nuovo a destra... e diventava un gioco infinito. E ridevano, ridevano a crepapelle, si, pure lui, il cane col sorriso.
Quando era triste e nervosa lei usciva di casa per sbollirsi e si sedeva nel prato, che ora è il suo giardino magico, e con la schiena si appoggiava al muro.
Merlino si avvicinava e lui, che al solito era così esuberante e giocherellone da risultare quasi fastidioso, in quei momenti si metteva seduto accanto a lei e guardava nella sua stessa direzione, tante volte lei si è chiesta se capisse veramente cosa stava guardando, ma il fatto è che se ne stava lì a respirare appena. 
Aveva occhi vispi e intelligenti e, come di solito si dice, gli mancava solo la parola, ma in quei momenti, ne era certa, se anche avesse potuto parlare, non l'avrebbe fatto. Se ne stava lì e aspettava.
Quando, poi, a lei era passata un po' la tristezza, si girava e allungando la mano lo accarezzava. E ogni volta lei capiva cosa vuol dire: esserci. 
Che l'amore dev'essere così: guardare nella stessa direzione.
Purtroppo morì avvelenato da un maledetto ignoto e quando lei se ne accorse, ormai il veterinario non poteva farci più nulla. Lo vegliò tutta la notte e verso mattino sembrava stare meglio, si era alzato in piedi scodinzolò e le regalò uno dei suoi sorrisi. L’ultimo sorriso.
Si, la sua cuccia è ancora lì, in giardino, non ha voluto che la portassero via. Di fianco ci ha scavato il laghetto e di fronte ci ha messo una panchina, quando si siede lì, a riflettere guardando i pesci nuotare, a volte le sembra di sentire ancora il suo respiro.

"E me ne sto qui
Seduto accanto a te
Guardo dove tu guardi
Respiro piano per non disturbare
Non ti tocco
Non asciugo le tue lacrime
Questo tu non lo vuoi.
Aspetto
Che ti giri verso di me
Che tu veda
Che ti sono accanto
Che tu capisca 
Che ci sono sempre stato
Che ti basta allungare la mano
Per toccarmi 
e che non sei sola."


 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1128 pubblicato il 08 Settembre 2015 da fiumecheva
 

9.
Pranzarono tranquillamente parlando del più e del meno.
Rassettata la cucina decise di occuparsi un po’ del giardino.
Era una bellissima giornata, il sole era più brillante che mai anche se l’aria piuttosto fresca.
Si, si sentiva fortunata, viveva in un piccolo angolo di paradiso, ma i posti più belli erano in un luogo segreto nel suo cuore e in quel suo giardino disordinato e selvatico.
Rimboccò l'acqua al laghetto, l'acqua era cristallina, i pesci rossi ,Moby Dick e Corsaro Rosso, nuotavano quasi in superficie, i piccoli restavano un po' più nel fondo, forse avevano freddo. Non aveva ancora tolto la panchina e neppure ricoverato i mobili da giardino che aveva nella veranda, l'estate era finita da un pezzo eppure guardando il giardino con quel bel sole, il tempo sembrava essersi fermato...
Forse aspettava lei, che da un po' non se ne curava.
Forse voleva ricordarle cose che aveva lasciato, e chi e quali erano i suoi sogni.
Sdraiata tra l'erba alta col sole che la scaldava, l'odore di terra asciutta e un vento tiepido che leggermente piegava la cima dei pioppi e fa frusciare le foglie.
Chiuse gli occhi ed eccolo lì il fiume che scorre, tranquillo.
Fruscio di foglie, sciacquio dell'acqua che scorre e il calore del sole sul viso.
Ora era tutto perfetto e poteva allungare una mano e trovare le loro mani ad accoglierla, loro che in silenzio le restano sempre accanto.
Sospirò.
E aprì gli occhi per sognare più in là, perché in fondo anche la realtà non era poi così male....

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1127 pubblicato il 06 Settembre 2015 da fiumecheva
 

8.

Ma prima bisognava pensare al pranzo e mentre suo figlio finiva di scaricare la spesa lei mise l’acqua a bollire per la pasta,
Suo figlio e lei sono una bella squadra.
Lei sistema gli acquisti e lui prepara la tavola e intanto l’acqua inizia a bollire e poi mentre la pasta cuoce entrambi vanno nelle rispettive camere a mettersi abiti più comodi, “abiti da casa”.
Però quel giorno passando davanti allo specchio della camera da letto ebbe un sussulto. Per un attimo ebbe l’impressione di avere visto passare un’estranea.Tornò su suoi passi e la vide.
La donna che vedeva riflessa aveva tratti famigliari, ma non la riconosceva.
Per un attimo rimase immobile ad osservarla.
No, non poteva essere lei!
Da quanto non si guardava veramente allo specchio?
Il tempo si era fermato nei suoi occhi e lei si vedeva sempre uguale, ma ora davanti quello specchio si rendeva conto che ….
No, non era possibile!
E riprendendosi dallo stupore uscì dalla camera.
Aveva tante cose da fare e molto più interessanti che stare di fronte a uno specchio bugiardo.

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1126 pubblicato il 04 Settembre 2015 da fiumecheva
 

7.

Alle pareti dell’ingresso, come in un’antica casa romana,erano appese le immagini dei suoi dei protettori della casa, le foto dei suoi avi inserite in semplici cornici a giorno.
Nonni e bisnonni e tra loro un ingrandimento della foto di suo padre.
La foto che per tanto tempo non era riuscita a guardare. Una foto che dà l'impressione che lui cambi espressione ogni volta che la guardi, e lei a lungo lo aveva visto arrabbiato. 
Ma ora lo vedeva sempre più spesso sorridente, forse finalmente si era data pace.
E anche quel giorno sorrideva.

“Certo che per me va bene, lo sai che puoi andare tranquillo.”
Ecco una cosa che con gli anni era migliorata, lo sentirsi soli.
La sensazione di solitudine era una di quelle cose che aveva ormai scordato.Stava bene con se stessa.
 Molto bene.
In passato, nonostante fosse costantemente attorniata da persone si era sentita spesso abbandonata.
Ora no.
E già pregustava la cena e un buon libro da leggere, seduta comodamente sul divano.



 

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1125 pubblicato il 24 Agosto 2015 da fiumecheva
 

6.

Nel vaso, accanto l’ingresso di casa, le roselline, che una volta erano di sua madre, erano rigogliose.Fiorivano tutto l’anno in qualsiasi stagione.
 Un tempo il vaso si trovava sul balcone di casa di sua madre, lei ci teneva molto e fino a quando aveva potuto se n’era sempre occupata personalmente, poi quando lei entrò in ospedale, per un lungo periodo furono dimenticate, ma loro nonostante tutto sono sopravvissute.
Un giorno si ricordò di loro e se  le portò a casa, potò tutti i rami secchi e ricominciò ad annaffiarle ed ora erano lì, bellissime che la salutavano ogni volta che rientrava. Ma anche quel giorno vedendole si 
chiese come era possibile.
Come era possibile che loro fossero ancora qui a parlarle di lei e che loro continuassero a vivere anche senza lei.

Senza loro.
Loro non c’erano più eppure tutto andava avanti come se niente fosse. Le loro cose erano ancora lì dove le avevano lasciate  nulla era cambiato.
Si erano assentati? Un giorno sarebbero tornati?
Si girò e guardando al di là della strada, proprio di fronte a lei, osservò la casa dei suoi genitori. Immobile, granitica come una pietra senza tempo.
No, non sarebbero tornati più.

Infilò la chiave nella toppa ed apri la porta mentre suo figlio la seguiva con le buste della spesa.

“Ah! Mamma! Stasera mangio fuori con i miei amici. Per te va bene?”

 
 
 

"Lo specchio"

Post n°1124 pubblicato il 22 Agosto 2015 da fiumecheva
 

5.

Suo figlio scese dall’auto eaprendo il baule iniziò a scaricare la spesa mentre lei apriva le porte.
Entrare in casa era diventato un percorso ad ostacoli, come rimpiangeva i tempiin cui poteva uscire lasciando tutto aperto con persino le chiavi appese allaporta! Ora era come dover ogni volta aprire una cassaforte, cassaforte che allafine creava disagio a lei, ma di certo non avrebbero fermato malintenzionatiche veramente avessero voluto entrare, ma si consolava pensando che almenoavrebbe reso il percorso un po' più difficile quelli un po' più balordi.
 Due volte la sua casa era stata visitatadai ladri, non avevano certo trovato grandi tesori, ma quel poco che avevanoportato via aveva un grande valore affettivo.
Una pugnalata al cuore!
Come una pugnalata era stato vedere tutte le sue cose rovesciate a terra,profanate.
Con pazienza aveva rilavato tutto, ma il ricordo le faceva ancora male.

 
 
 

Lo specchio

Post n°1123 pubblicato il 21 Agosto 2015 da fiumecheva
 

4.

Bene o male era riuscita a ricucire il racconto della giornata di suo figlio e lui in apparenza sembrava soddisfatto.
Suo figlio: occhi grandi, naso tondo….
In realtà è un uomo, senza quasi, un uomo fatto e finito.
Il naso pronunciato, il mento spigoloso e le guance coperte da una folta barba,le guance morbide da riempire di baci sono scomparse da molto tempo ormai e di baci su quella ispida barba non se ne parla più, anche perché se lei prova solo ad avvicinarsi per farlo, lui si ritira e in modo ironico la rimprovera
“Madre!”
Quando scherza con lei la chiama così.
“Madre, per favore eviti queste effusioni soprattutto qui in pubblico!”
E lei ogni volta scoppia a ridere.
Niente baci, ma lei lo vede ancora così: capelli biondi, occhi grandi e curiosi, nasino tondo e guance morbide da riempire di baci.
E non è che non apprezzi l’uomo che è diventato, anzi ne è molto orgogliosa.
Ma cuore di mamma...


Erano ormai arrivati di fronte a casa, lei pigiò il pulsante del radio comando e il cancello si aprì permettendole di entrare in cortile con l'auto.

 
 
 
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Diceva Eraclito, più di duemila anni fa, che non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume. Dicevano i Greci sempre più di duemila anni fa che l’ "adunaton", l’impossibile per eccellenza, è che ciò che è avvenuto possa non essere avvenuto. Ogni nostro istante non è mai uguale all’altro e noi non siamo mai gli stessi da un istante all’altro, da un tempo all’altro. Tutto cambia dentro e fuori di noi anche se non sempre riusciamo a percepire questo continuo cambiamento

 
 
 
 
 
 
 

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