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S.p.A. di Stato

Post n°236 pubblicato il 01 Aprile 2010 da crisse
 
Foto di crisse

Due riflessioni "politiche", di bassa politica però (quella "alta" è altra cosa…).

Notavo come in questi anni (10? 15 anni? mah…), ci sia la moda delle privatizzazioni. Sarà per il bene? Sarà per il male? Ognuno dirà la sua.

Voglio concentrarmi su quelle privatizzazioni che mi sembrano così "anomale" e che vedono la creazione di Società per Azioni aventi, però, un unico azionista pubblico.

Ce ne sono e molte.

Oramai le aziende di trasporto, le aziende di servizi municipalizzati & co. (le vecchie "municipalizzate" tanto per intenderci) tendono a diventare S.p.A. con azionista unico (il comune, ad esempio).

Perché? Per avere maggiore efficienza?

Prendere un ufficio comunale, con a capo un dirigente, e trasformarlo in S.p.A. con a capo un CDA ed un AD come potrebbe aumentare l'efficienza e migliorare il rapporto costi / servizi? Mah, ancora faccio fatica a capirlo, ma qualcosa lo capisco abbastanza bene.

Il dirigente di un ufficio comunale deve essere scelto per concorso pubblico, gli appalti assegnati da una pubblica amministrazione devono essere assegnati tramite gare pubbliche.

I membri di un CDA e relativo AD sono semplicemente scelti e nominati dall'azionista di maggioranza (il comune, o meglio, il sindaco e la sua giunta, o meglio, i partiti che li hanno sostenuti, scelti e li sorreggono).

Gli appalti assegnati da una S.p.A. possono essere decisi con trattative private e condizioni arbitrarie, condotte e decise da AD e CDA, ovviamente.

Così ad occhio e croce, mi sembra che il ricorso alle S.p.A. sia, in questo caso, un modo piuttosto intrigante di saltare tutta una serie di controlli e garanzie che nelle pubbliche amministrazioni dovrebbero esserci. Le coalizioni di maggioranza divengono, di fatto, una sorta di "cupola", in grado di guidare a proprio piacimento una certa quantità di denaro pubblico verso aziende proprie, di amici o di amici di amici.

I vantaggi, quindi, del ricorso alle S.p.A. dovrebbero essere quelli di avere meccanismi più snelli, rapidi ed "efficienti", i contro quelli di avere persone in grado di gestire in autonomia appalti, denaro, clientele senza dover rendere conto a nessuno. Il tutto, ovviamente, coi soldi degli altri (il motto resta sempre: "Non è difficile fare i gay col culo degli altri", con tutto il rispetto per gli amici che sull'altra sponda ci stanno davvero…).

E ricordo il pensiero platonico della politica: se i governanti sono buoni, la miglior forma di governo è la dittatura, se non lo sono la democrazia (che diviene demagogia, ma non andiamo troppo per il sottile…).

Nella realtà vedo che se i governanti sono buoni tendono a spostarsi verso forme democratiche di gestione e di controllo, se non lo sono si muovono in direzioni opposte.

 

Fatta questa premessa ora chiudete gli occhi e immaginate che un gruppo di città vicine siano amministrate da gruppi dello stesso colore. Ogni città avrà, quindi, la sua o le sue S.p.A.. Immaginate, così per gioco, che questi amministratori temano che alle prossime elezioni possano essere sostituiti da altri di colore diverso. La probabilità che accada in una sola città è abbastanza alta, in due un po' di meno, in tutte quasi nessuna. Se la città cambia colore, anche la S.p.A. lo farà, e quindi cambieranno colore CDA e appalti. Ma se invece si prendessero le singole S.p.A. e le si unissero tra di loro a formarne una sola molto più grossa? Il cambio di colore di una città determinerebbe il conseguente cambio di quella sola parte di CDA nominata da quella città, ma complessivamente la S.p.A. (e relativi appalti) resterebbero nelle mani della maggioranza che ancora continua a governare il resto delle città (o la maggior parte…).

Fatto l'esercizio? Una stupidaggine, lo so…

 

Esperienze

Ricordo quella volta che l'azienda per cui lavoro vinse un appalto presso una S.p.A. controllata al 100% dal comune di turno. Dopo qualche mese di lavoro erano previste le elezioni comunali. In caso di sconfitta della coalizione uscente sarebbe stato un terremoto: erano già pronti altri nomi per i vertici della S.p.A. ed anche un altro fornitore per lo stesso appalto.

Ci andò bene: la coalizione fu confermata e tutto rimase come prima.

 

Proposte.

Se non ci fossero proposte si rischierebbe di cadere nel ragionamento negativo del "non si può fare nulla", che porta ad un disinteresse della parte buona della società verso la politica, e quindi un minor controllo su chi tende a farsi "gli affari propri" con la cosa pubblica.

Non voglio pensare ad un salto nel passato, ma cerco comunque di immaginare un futuro diverso e migliore (che è già più un pensiero "politico").

Si potrebbero immaginare dei correttivi, come l'impossibilità per una pubblica amministrazione di controllare al 100% una società privata, prevedendo magari partecipazioni con non più del 33%, o del 40% o del 25%. Il restante dovrebbe poter essere un azionariato il più possibile diffuso, onde evitare di avere una S.p.A. con azionista al 33% il comune e al 67% la solita banca legata al territorio (a questo punto sarebbe la banca a farsi gli affari propri, no?).

Ancora: nel caso in cui una pubblica amministrazione controlli più del 33% di una S.p.A., le procedure di nomina e di aggiudicazione degli appalti dovrebbero seguire regole simili a quelle della pubblica amministrazione (concorsi e gare), garantendo magari anche maggior trasparenza (il privato è più efficiente, no?) tramite pubblicazione on-line delle informazioni riguardanti ogni fase delle selezioni, in modo che ogni cittadino possa farsi un'idea dei criteri seguiti per nomine e assegnazioni.

 

Quindi idee per far funzionare meglio il meccanismo potrebbero essercene, queste e altre, basta continuare a pensare…

 

 
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Articolo 3

Post n°235 pubblicato il 13 Ottobre 2009 da crisse
 

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

_______________

Questo articolo rappresenta uno dei cardini dell’intera Costituzione, della quale offre come chiave di lettura il principio di uguaglianza (e di non discriminazione).

La pari dignità sociale di tutti i cittadini viene affermata non tramite l’astrattezza della norma giuridica, ma additando concretamente alcuni ambiti (sesso, religione, opinioni politiche ecc.), in cui le discriminazioni risultano più diffuse e comuni. Il principio di uguaglianza formale rispetto all’ordinamento giuridico impone a tutti i cittadini di osservare la legge: non può esistere, dunque, alcun tipo di privilegio che consenta a singoli o a gruppi di porsi al di sopra della legge.

Il secondo comma trae ispirazione da un dato oggettivo: la disparità di condizioni economiche e sociali determina diseguaglianze di fatto. Perciò la Repubblica è chiamata a svolgere un ruolo politicamente attivo per promuovere un’uguaglianza sostanziale, creando le condizioni necessarie per consentire a tutti di sviluppare la propria personalità e di realizzare le proprie aspirazioni: ne deriva che il diritto alla salute (v. art. 32), al lavoro (v. artt. 4 e 38), all’istruzione (v. art. 34) deve essere garantito a tutti, tramite idonei interventi dello Stato, volti ad offrire pari opportunità anche ai soggetti più deboli. L’esplicito riferimento ai “lavoratori”, nella parte conclusiva dell’articolo, va interpretato in senso estensivo, alla luce di quanto viene detto nel successivo art. 4, intendendo cioè per “lavoratore” ogni cittadino che svolga o abbia svolto "un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società".

(ref: http://www.flcgil.it/pagine_web/60_anni_della_costituzione/articolo_3)

 
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Time it was

Post n°234 pubblicato il 25 Settembre 2009 da crisse
 

Ci sono momenti in cui vorrei tornare a quando ero bambino,
a quando bastava un abbraccio della mamma per farmi sentire che tutto andava bene
e non c'era bisogno di nient'altro.


A quando i problemi erano quelli da risolvere a scuola.
A quando vedevo le cose dal basso, e il papà era così alto!


Vorrei rivivere quei luoghi,
stare ore su quella bicicletta e scorazzare sotto quegli alberi,
che ora non ci sono più.
Vorrei riabbracciare la mia gatta,
e "quelle" persone,
rivivere i momenti in cui il luna park era un giro sul carretto del fieno,
il postino arrivava in moto,
le mele si coglievano sull'albero,
l'avventura era percorrere i sentieri tra i campi,
il tabù era attraversare la strada.


Le immagini della memoria sono fotografie che riescono appena a rendere
i luoghi e i tempi.
Allora non mi rendevo conto
che avrei ripensato così a quei momenti.
Questo è ciò che rende prezioso ogni abbraccio ai miei figli,
sapere che loro vivono il tempo che fu mio
e che quell'abbraccio non muore in se,
ma continuerà quando loro saranno adulti
come in me vive quello di allora.
Vorrei afferrarlo,
ma è già fuggito…

Time it was and what a time it was,
A time of innocence,
A time of confidences,
Long ago it must be,
I have a photograph,
Preserve your memories,
They're all that's left you...

 
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Sicurezza Assoluta

Post n°233 pubblicato il 26 Agosto 2009 da crisse
 
Foto di crisse

Dire che mi sento un po' meglio è riduttivo.

Quando leggo notizie come queste non riesco a dare con precisione un nome a quello che mi nasce dentro.

Eccone una: una pattuglia con due militari tra quelli dispiegati per la "mia" sicurezza arresta una "lucciola" che lavorava di giorno sulla caorsana (http://www.piacenzasera.it/portfolio/personalizzazioni/HomePage.asp?id_prodotto=11830).

Eccone un'altra: un'altra pattuglia di militari arresta una prostituta (http://www.piacenzasera.it/portfolio/personalizzazioni/HomePage.asp?id_prodotto=11610).

Incredibile: dispiegare 51 soldati per aumentare "il senso di sicurezza" dei cittadini, e portare a casa due zoccole. Esemplare.

Sarei proprio curioso di sapere, alla fine di tutta questa baraonda, quanta sicurezza in più i militari per le strade hanno effettivamente portato, ma con i numeri: prima c'erano 100 omicidi al mese, dopo solo 60; prima c'erano 100 stupri al mese, dopo solo 30.

Ovviamente tutti reati compiuti per strada, ossia là dove i militari sono stati dispiegati…

Temo che, però, questi numeri non li vedrò mai.

 

Ma il massimo, l'apoteosi degli annunci per la sicurezza arriva dal CNAIPIC.

Il Comune di Milano ha 10000 PC privi di antivirus e la prima mail virale lo blocca per un'intera settimana (http://www.repubblica.it/2005/b/sezioni/scienza_e_tecnologia/sicurezzaweb/kamasutra/kamasutra.html)? Il tutto nonostante il Comune pagasse 1,5 milioni per l'antivirus (che non c'era)? Pensate che la cosa si risolva con la rimozione del responsabile IT e l'installazione di un antivirus di rete aggiornato automaticamente come in ogni azienda normale? No, no: molto di più!

 

La Regione Lazio bandisce un concorso a cui i candidati possono iscriversi via web, ma il server collassa sotto le richieste degli utenti (http://roma.corriere.it/roma/dilatua/cronaca/articoli/2009/05/13/regione_desantis_full.shtml)? Forse comprarne uno più potente o potenziare la rete? No: meglio!

 

Il sito del Ministero dell'Istruzione viene colpito da un anonimo hacker che lo inonda di video di protesta (http://www.reset-italia.net/2008/11/14/maria-stella-gelmini-videohackerato-il-sito-del-ministero-istruzione/)?

 

Ora la risposta c'è: il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche. Si annuncia la sua istituzione (nel 2005…) e anticipando tutti i nemici del paese, che nel frattempo per senso civico hanno soprasseduto, viene effettivamente istituito nel 2008, col compito di difendere tutte le infrastrutture critiche: società di gas, luce, acqua, pubbliche istituzioni, comuni e chi più ne ha più ne metta (http://poliziadistato.it/articolo/15664-Infrastrutture_critiche_vita_dura_per_gli_hacker).

 

Siete terroristi e non vi piace? Poco male: basta recuperare la cartina che indica chiaramente dove si trova e… che la fantasia voli…

 

Il filmato pubblicato dallo stesso CNAIPIC (http://www.youtube.com/watch?v=Dc9Sl0erBKs) la dice lunga: Movie Maker ha anche la possibilità di aggiungere l'audio, ma loro non lo sanno (vedere i commenti al filmato per credere...).

 


 

Ma quello che conta non è la sicurezza vera (=antivirus; =corretto dimensionamento delle infrastrutture; =corretta gestione degli accessi; etc.), quella costa e bisogna saperla fare. Ciò che conta è l'annuncio, lo spot: quello costa meno, e chi oggi ci governa lo sa fare benissimo! E chi l'ascolta ha davvero la sensazione di essere in buone mani.

 

Che soddisfazione!

 

 
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Pari Opportunità

Post n°232 pubblicato il 21 Agosto 2009 da crisse
 

Una volta, quando si stava peggio, i ruoli erano ben definiti: ci si sposava o ci si dedicava alla vita religiosa. Da sposati: l'uomo doveva lavorare e portare a casa i soldi, la donna doveva curare la casa e i numerosi figli.

Poi è arrivato il progresso, le libertà e le pari opportunità: ora l'uomo è libero di aver l'opportunità di dover lavorare e portare a casa i soldi, e anche la donna è libera di aver l'opportunità di dover lavorare e portare a casa i soldi. La casa va in rovina, ed i figli sono sempre meno e sballottati qua e là.

E, ma io lo so dove sta il problema. Semplice: mancano asili nido e scuole materne!

 

Ma andate un po' tutti aff…!!!

 

 

 
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Giochiamo ai piccoli padani

Post n°231 pubblicato il 17 Agosto 2009 da crisse
 

Non mi sembra impresa facile, ma voglio provare a scrivere da "padano", ovvero… che? Non riesco a dare una definizione a questo termine, se non "nato nella pianura padana", oggetto fino ad oggi prettamente geografico nella mia mente: la valle del fiume Po.

Non riesco a capire cosa, una persona che non vi abita, possa pensare di questo posto.
Certo leggendo dai giornali un'idea se la può fare.

Ma quanto è vero di quello che si legge sui giornali?
Mi piacerebbe che di questa cosa si possa parlare, ci si possa confrontare. Io metto in campo il mio sentire, ma potrebbe sicuramente essere una voce fuori dal coro.

Negli ultimi anni, ormai una ventina, si sente spesso parlare di Padania, del Nord, come di realtà di fatto e non riconosciute. Esistono campionati di calcio per nazioni non riconosciute a cui la Padania partecipa, esiste un inno della Padania, esiste una lingua, esiste un ceppo, esiste un comune sentire…

'sto cazzo!

Io che qui ci sono nato, ci ho vissuto la mia fanciullezza, ci ho studiato, viaggiato, mi ci sono innamorato una volta e poi ancora e poi ancora, mi ci sono sposato, ho messo su casa e tutt'ora ci vivo, io per primo "una mattina mi sono svegliato" e ho scoperto che esiste una "cosa" che si chiama Padania. L'ho sentita per la prima volta in televisione. Circondata con tutte le sue polemiche sul dove mettere l'accento: Padània o Padanìa? Ci è voluto un po' per capirlo.
È interessante quanto riporta Wikipedia: "Il termine Padania secondo l'attuale accezione territoriale, è nato con il movimento leghista, quando, partire dagli anni Novanta, il termine ha assunto una identità nel linguaggio italiano a seguito dell'utilizzo costante della parola da parte degli esponenti e dei simpatizzanti del partito politico della Lega Nord.". Sottolineo: "… il termine ha assunto una identità… a seguito dell'utilizzo costante…". Credo che l'affermazione fatta sia meravigliosa!

Sto scoprendo oggi dai giornali che in Padania nessuno conosce l'Inno di Mameli ("Canto degli Italiani"), mentre tutti cantano normalmente sotto la doccia il "Và Pensiero" (sarà, ma io faccio altro, citando una nota freddura…). A proposito: chi lo sa che "Va pensiero sulle ali dorate" è cantato da un popolo oppresso che aspira alla propria libertà e che il buon Verdi lo scrisse pensando alle popolazioni lombardo-venete che aspiravano all'unificazione dell'Italia? Chi ricorda il "Viva V.E.R.D.I." che nelle strade di Milano veniva scritto sui muri, intendendo "Viva Vittorio Emanuele Re D'Italia?". Non è che il buon Giuseppe di Busseto si rivolterà nella tomba al pensiero di come il suo canto venga quotidianamente storpiato nel suo significato?

Sto scoprendo che a scuola tutti aspirano a studiare anche il dialetto regionale…
"Regio…" che? 'sta cippa! Non è che un maestro qualsiasi da "Pèrma" o da "Zesena" verrà a insegnare nelle nostre scuole? Ma io non vorrei nemmeno un "ariüs" come insegnante di dialetto per mio figlio, a costo di litigare con mia moglie che parla il dialetto 'ad Bornöv", un insulto per le orecchie. E dentro di me si apre anche un dilemma tra il "piasintein dal sass" e quello della media val Nure (un pochino più aperto).
Capisco che le Regioni, così come sono oggi definite, siano suddivisioni amministrative, e come tali le prendo. Se poi in alcuni casi rappresentino anche un'unità storico-geografica tanto meglio, ma non mi sembra di poter dire che l'Emilia Romagna possa essere definita una regione siffatta. Composta da territori del Ducato di Parma e Piacenza (e già mi viene il prurito a pensarmi associato coi parmigiani…), la romagna dello stato pontificio (così, per puntiglio: chi mi sa dire cos'è lo Stato del Vaticano, se esiste, e quando è nato?), il Ducato di Modena, e non mi si dica che Mantova sia lombarda!

Le bandiere: scusate, ma a parte alcune eccezioni (e mi viene in mente la Sardegna) le bandiere regionali non sono state disegnate a tavolino non più di quarant'anni fa? E gli inni? Chi è il piemontese che conosce (se esiste) l'inno del piemonte? Ammetto di essere un pessimo emiliano-romagnolo, dato che non conosco l'inno della mia regione (se esiste…) e ho visto la sua bandiera per la prima volta non più di tre anni fa.
In generale bandiere e inni servono per unire, ma in questo caso ho la sensazione che siano strumentalmente impiegate per dividere.

L'idea che mi sono fatto è che si vogliano teorizzare e realizzare in modo più o meno scientifico divisioni che oggi non esistono al solo fine di preparare un ambiente confuso ed esplosivo da poter impiegare domani per chissà quali fini.
Oramai le scienze sociali hanno dimostrato come sia sufficiente ripetere all'ossessione alcune parole ed alcuni concetti perché diventino, nell'immaginario collettivo, reali, anche se reali essi non sono. La Padania stessa, l'esistenza di un popolo, di una cultura, di una omogeneità rispetto al resto del mondo esistono dal momento stesso in cui sono pensate, definite, citate, ribadite più e più volte.

Non è un caso che le attenzioni maggiori siano sulla scuola, volendo ripetere una strategia già impiegata dal fascismo che ha così forgiato le menti di milioni di italiani, ma anche dalla Cina comunista, dall'Unione Sovietica, dal nazismo, …

Non voglio dilungarmi troppo e mi fermo qui sull'argomento, ma sono sicuro che ci tornerò su. E che nessuno mi tocchi la bandiera a sfondo bianco e rosso, con la lupa e col dado!

 
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E' la vita

Post n°230 pubblicato il 17 Agosto 2009 da crisse
 
Tag: Io

Eccoti qua, un giorno come tanti.
Come tanti altri di viaggio verso Roma.
Solita sveglia alle 05:25, con le solite meno di quattro ore di sonno.
Solito treno alle 06:29, solito cappuccino e solita brioche al bar della stazione.
Solito posto, soliti paesaggi, solito sonno fino almeno a domani…

Questo ripetersi di solite cose e soliti attimi, quasi a voler rendere eterne le tue azioni, uguali ogni volta a se stesse e quindi senza una fine. Forse è per questo che sono così riconcilianti e consolanti, è per questo che quell'aroma di caffè sembra risvegliare ancora prima di averlo bevuto.

È forse per questo che questo rito che ogni volta si ripete ti frega ogni volta più di quei giorni che sono in realtà trascorsi tra un verificarsi e l'altro, perché in più ti dà l'illusione che nulla sia cambiato e tutto sia uguale a se stesso.
In realtà quasi quattro settimane sono trascorse dall'ultima volta, anni dalla prima. E chissà per quanti altri si ripeterà. E ad un certo punto ci sarà anche un ultima colazione, un ultimo viaggio. Con la piccola differenza che il tempo è trascorso e forse non saprai nemmeno come.
E ti chiederai: è tutto qui?

 
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La legge degli uomini

Post n°229 pubblicato il 11 Agosto 2009 da crisse
 

"Tutti sanno che la Chiesa onora i suoi martiri. Poco lontano dal vostro Tribunale essa ha eretto una basilica per onorare l'umile pescatore che ha pagato con la vita il contrasto fra la sua coscienza e l'ordinamento vigente. S. Pietro era un «cattivo cittadino». I vostri predecessori del Tribunale di Roma non ebbero tutti i torti a condannarlo.

Eppure essi non erano intolleranti verso le religioni. Avevano costruito a Roma i templi di tutti gli dei e avevano cura di offrir sacrifici ad ogni altare.

In una sola religione il loro profondo senso del diritto ravvisò un pericolo mortale per le loro istituzioni. Quella il cui primo comandamento dice: «Io sono un Dio geloso. Non avere altro Dio fuori che me».

A quei tempi pareva dunque inevitabile che i buoni ebrei e i buoni cristiani paressero cattivi cittadini.

Poi le leggi dello Stato progredirono. Lasciatemi dire, con buona pace dei laicisti, che esse vennero man mano avvicinandosi alla legge di Dio. Così va diventando ogni giorno più facile per noi esser riconosciuti buoni cittadini. Ma è per coincidenza e non per sua natura che questo avviene. Non meravigliatevi dunque se ancora non possiamo obbedire tutte le leggi degli uomini. Miglioriamole ancora e un giorno le obbediremo tutte. Vi ho detto che come maestro civile sto dando una mano anch'io a migliorarle.

Perché io ho fiducia nelle leggi degli uomini. Nel breve corso della mia vita mi pare che abbiano progredito a vista d'occhio.

Condannano oggi tante cose cattive che ieri sancivano. Oggi condannano la pena di morte, l'assolutismo, la monarchia, la censura, le colonie, il razzismo, l'inferiorità della donna, la prostituzione, il lavoro dei ragazzi. Onorano lo sciopero, i sindacati, i partiti.

Tutto questo è un irreversibile avvicinarsi alla legge di Dio. Già oggi la coincidenza è così grande che normalmente un buon cristiano può passare anche l'intera vita senza mai essere costretto dalla coscienza a violare una legge dello Stato."
(tratto da: Lettera ai Giudici, don Lorenzo Milani)

 
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Il discorso del 3 gennaio 1925

Post n°228 pubblicato il 20 Luglio 2009 da crisse
 

Discorso alla Camera dei Deputati
sul delitto Matteotti
Benito Mussolini
3 gennaio 1925

Signori!

Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare.

Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure attraverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa Aula il 16 novembre. Un discorso di siffatto genere può condurre, ma può anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi.

L'articolo 47 dello Statuto dice:

"La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all'Alta corte di giustizia".

Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c'è qualcuno che si voglia valere dell'articolo 47.

Il mio discorso sarà quindi chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell'avvenire.

Sono io, o signori, che levo in quest'Aula l'accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo! Veramente c'è stata una Ceka in Russia, che ha giustiziato senza processo, dalle centocinquanta alle centosessantamila persone, secondo statistiche quasi ufficiali. C'è stata una Ceka in Russia, che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutta la classe borghese e sui membri singoli della borghesia. Una Ceka, che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione.

Ma la Ceka italiana non è mai esistita.

Nessuno mi ha negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto coraggio e un sovrano disprezzo del vile denaro.

Se io avessi fondato una Ceka, l'avrei fondata seguendo i criteri che ho sempre posto a presidio di quella violenza che non può essere espulsa dalla storia. Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza, per essere risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca. Ora i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti, incomposti, stupidi. Ma potete proprio pensare che nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, io potessi ordinare un'aggressione alle l0 del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il mio discorso di Monterotondo, che è stato forse il discorso più pacificatore che io abbia pronunziato in due anni di Governo? Risparmiatemi di pensarmi così cretino.

E avrei ordito con la stessa intelligenza le aggressioni minori di Misuri e di Forni? Voi ricordate certamente il discorso del I° giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche, quando in questa Aula la minoranza e la maggioranza si scontravano quotidianamente, tantochè qualcuno disperava di riuscire a stabilire i termini necessari di una convivenza politica e civile fra le due opposte parti della Camera. Discorsi irritanti da una parte e dall'altra. Finalmente, il 6 giugno, l'onorevole Delcroix squarciò, col suo discorso lirico, pieno di vita e forte di passione, l'atmosfera carica, temporalesca.

All'indomani, io pronuncio un discorso che rischiara totalmente l'atmosfera. Dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale ed anche il vostro diritto contingente; voi potete sorpassare il fascismo come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno della critica immediata tutti i provvedimenti del Governo fascista.

Ricordo e ho ancora ai miei occhi la visione di questa parte della Camera, dove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita e avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta. E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie, dopo un successo così clamoroso, che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si aperse il mercoledì successivo in un'atmosfera idilliaca, da salotto quasi, come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa crarerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?

Che cosa dovevo fare? Dei cervellini di grillo pretendevano da me in quella occasione gesti di cinismo, che io non sentivo di fare perché repugnavano al profondo della mia coscienza. Oppure dei gesti di forza? Di quale forza? Contro chi? Per quale scopo?

Quando io penso a questi signori, mi ricordo degli strateghi che durante la guerra, mentre noi mangiavamo in trincea, facevano la strategia con gli spillini sulla carta geografica. Ma quando poi si tratta di casi al concreto, al posto di comando e di responsabilità si vedono le cose sotto un altro raggio e sotto un aspetto diverso.

Eppure non mi erano mancate occasioni di dare prova della mia energia. Non sono ancora stato inferiore agli eventi. Ho liquidato in dodici ore una rivolta di Guardie regie, ho liquidato in pochi giorni una insidiosa sedizione, in quarantott'ore ho condotto una divisione di fanteria e mezza flotta a Corfù.

Questi gesti di energia, e quest'ultimo, che stupiva persino uno dei più grandi generali di una nazione amica, stanno a dimostrare che non è l'energia che fa difetto al mio spirito. Pena di morte? Ma qui si scherza, signori. Prima di tutto, bisognerà introdurla nel Codice penale, la pena di morte; e poi, comunque, la pena di morte non può essere la rappresaglia di un Governo. Deve essere applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta della vita di un cittadino!

Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: "voglio che ci sia la pace per il popolo italiano"; e volevo stabilire la normalità della vita politica.

Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la secessione dell'Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria. Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! C'era veramente un accesso di necrofilia! Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva.

E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna.

E intanto c'è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno vuol vendicare l'ucciso e spara su uno dei nostri migliori, che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca. Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità. Reprimo l' illegalismo. Non è menzogna. Non è menzogna il fatto che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti! Non è menzogna il fatto che si sia riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissata e si siano discussi non meno regolarmente tutti i bilanci, non è menzogna il giuramento della Milizia, e non è menzogna la nomina di generali per tutti i comandi di Zona. Finalmente viene dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la domanda di autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni dell'onorevole Giunta.

La Camera scatta; io comprendo il senso di questa rivolta; pure, dopo quarantott'ore, io piego ancora una volta, giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego questa Assemblea riottosa e riluttante e dico: siano accettate le dimissioni. Si accettano. Non basta ancora; compio un ultimo gesto normalizzatore: il progetto della riforma elettorale. A tutto questo, come si risponde? Si. risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il fascismo è un'orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.

Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!

Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.

In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandavano: c'è un Governo? Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno una anche come Governo?

Io ho voluto deliberatamente che le cose giungessero a quel determinato punto estremo, e, ricco della mia esperienza di vita, in questi sei mesi ho saggiato il Partito; e, come per sentire la tempra di certi metalli bisogna battere con un martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini, ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un certo momento, quando il vento è infido, scantonano per la tangente.

Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della nazione. Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è colma!

Ed era colma perché? Perché la spedizione dell'Aventino ha sfondo repubblicano! Questa sedizione dell' Aventino ha avuto delle conseguenze perché oggi in Italia, chi è fascista, rischia ancora la vita! E nei soli due mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi, uno dei quali ha avuto la testa spiaccicata fino ad essere ridotta un'ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio di settantatre anni, è stato ucciso e gettato da un muraglione.

Poi tre incendi si sono avuti in un mese, incendi misteriosi, incendi nelle Ferrovie e negli stessi magazzini a Roma, a Parma e a Firenze.

Poi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento, perché è necessario di documentare, attraverso i giornali, i giornali di ieri e di oggi: un caposquadra della Milizia ferito gravemente da sovversivi a Genzano; un tentativo di assalto alla sede del Fascio a Tarquinia; un fascista ferito da sovversivi a Verona; un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona; fascisti feriti da sovversivi a Forlì; imboscata comunista a San Giorgio di Pesaro; sovversivi che cantano Bandiera rossa e aggrediscono i fascisti a Monzambano.

Nei soli tre giorni di questo gennaio l925, e in una sola zona, sono avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Vallombra: cinquanta sovversivi armati di fucili scorrazzano in paese cantando Bandiera rossa e fanno esplodere petardi; a Venezia, il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a Cavaso di Treviso, un altro fascista è ferito; a Crespano, la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate; un capomanipolo aggredito e gettato in acqua a Favara di Venezia; fascisti aggrediti da sovversivi a Mestre; a Padova, altri fascisti aggrediti da sovversivi.

Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché questo è un sintomo: il diretto l92 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri; a Moduno di Livenza, un capomanipolo assalito e percosso.

Voi vedete da questa situazione che la sedizione, dell'Aventino ha avuto profonde ripercussioni in tutto il paese. Allora viene il momento in cui si dice basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza.

Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai.

Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo, Governo e Partito, sono in piena efficienza.

Signori!

Vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell'energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora.

Non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell'Aventino. L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa.

Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario.

Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area. Tutti sappiamo che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria.

 
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Giacomo Matteotti

Post n°227 pubblicato il 14 Luglio 2009 da crisse
 

Il 30 maggio 1924 il deputato Giacomo Matteotti prese la parola nell'ambito della seduta della Camera dei Deputati che aveva il compito di convalidare il risultato delle elezioni del precedente 6 aprile.

"Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi.
(...)
Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti (...) cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti!
(...)
L'elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso - come ha dichiarato replicatamente - avrebbe mantenuto il potere con la forza (...) Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero (...) perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c'era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso.
(...)
A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata... (...) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell'Esercito, il Capo dello Stato.
(...)
Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse.
(...)
A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso, e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all'inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l'ultima elezione in Italia, c'è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali.
(...)
Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati (...) in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei circoscrizioni su quindici le operazioni notarili (...) sono state impedite con violenza. Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata (...) A Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza. In Puglia fu bastonato perfino un notaio. A Genova i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati.
(...)
Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l'annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi.
(...)
Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l'eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun'altra voce ed espressione. In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza...
(...)
Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile. Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. Volete i fatti? La Camera ricorderà l'incidente occorso al collega Gonzales.
(...)
L'inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell'onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all'oratore di aprire nemmeno la bocca... (...) Se l'onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. L'onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! A Napoli doveva parlare... l'onorevole Bentini alla conferenza che doveva tenere il capo dell'opposizione costituzionale, l'onorevole Amendola, e che fu impedita... L'onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città... Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!
(...)
Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell'avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate!
(...)
Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l'indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all'estero
(...)
Uno dei candidati, l'onorevole Piccinini, (...) conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all'indomani.
(...)
Un'altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi - anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante - risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l'unica garanzia possibile, l'ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l'unico controllo, l'unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo (...) fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall'opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c'è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza - con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni...
(...)
In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l'Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all'ordine del giorno dal presidente del Consiglio per l'atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la "regola del tre". Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi, variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente.
(...)
come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose.
(...)
Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio...
(...)
Lo posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell'Italia prefascista, ma che dall'Italia fascista ha avuto l'onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo. Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l'oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno noi domandiamo l'annullamento in blocco della elezione di maggioranza.
Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l'autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l'intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l'opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni.

Il parlamentare socialista, finito di parlare, disse ai colleghi: "E adesso, potete preparare la mia orazione funebre".

Il giorno successivo Mussolini scrisse sul Secolo d'Italia che era necessario "dare una lezione al deputato del Polesine".

Il 10 giugno 1924 Matteotti scomparve.
Caricato a forza su una macchina, viene ucciso a coltellate dopo ripetute percosse. Le spoglie verranno trovate, occultate in un boschetto di Riano Flaminio, solo il 15 agosto.
Riconosciuti e processati a Chieti due anni dopo, i fascisti omicidi confessi - difesi da Roberto Farinacci - furono condannati a meno di 6 anni di carcere.

Alle polemiche che allora seguirono il caso,
Mussolini rispose il 3 gennaio 1925 con un famoso discorso tenuto proprio alla Camera dei Deputati, nel quale disse:

"Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito?
Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.
Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda!
Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa!
Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!
Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.".

Molti videro in quel discorso il concretizzarsi di un colpo di stato.

 
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