Creato da kayfakayfa il 10/01/2006

LA VOCE DI KAYFA

IL BLOG DI ENZO GIARRITIELLO

 

 

ITALIA, ADDIO MONDIALE: NON TUTTO IL MALE VIEN PER NUOCERE

Post n°1854 pubblicato il 16 Novembre 2017 da kayfakayfa

Sarei un ipocrita se dicessi che mi ha fatto piacere l’eliminazione della nazionale di calcio dai mondiali del 2018. Seppure fossi convinto, come tanti altri milioni di italiani, dell’inadeguatezza di Ventura nel ruolo di Ct – come allenatore non ha un palmares particolarmente brillante che ne giustificasse la scelta da parte dei vertici federali – confidavo che avrebbe almeno selezionato i giocatori tenendo conto delle indicazioni del campionato, convocando in nazionale i giocatori più in forma del momento. Purtroppo così non è stato, come ha confermato l’ira di De Rossi lunedì sera in panchina contro la Svezia quando, al collaboratore di Ventura che gli chiedeva di riscaldarsi per entrare in campo a metà della ripresa contro la Svezia, rispose “Ma che cazzo entro a fare?... Dovemo vincere non pareggià".

Ecco, credo che quest’episodio sintetizzi il motivo per cui da lunedì il paese è nello sconforto.

All’indomani degli europei 2016 - dove l’Italia di Conte si fermò ai quarti battuta dalla Germania ai rigori; ma dopo aver sconfitto agli ottavi per 2 a 0 i campioni uscenti della Spagna, praticando un calcio brillante e efficace - per motivi economici si decise di affidare la guida dell’Italia calcistica a un allenatore che non avesse né il carisma né il palmares di Conte. Ma che, proprio in virtù di tali  limiti, si poteva ingaggiare a basso costo rispetto al predecessore, (Conte percepiva 1,6 milioni netti all’anno, Ventura “solo” 1,3 milioni all’anno senza bonus se si fosse qualificato per Russia 2018).

Non avendo però Ventura la forte personalità di Conte, sui giocatori, in particolare sui cosiddetti senatori, sembra che il Ct non abbia mai esercitato un influsso imperativo come si conviene a chi comanda. Se a ciò aggiungiamo le sue continue variazioni di schema di gioco nelle partite, amichevoli e ufficiali, giocate dalla sua nazionale, seppure risulta essere il primo Ct per media punti nelle qualificazioni mondiali, è altrettanto vero che la sua nazionale non ha mai divertito. Addirittura ha sofferto contro avversari modesti quali si presumeva fossero Albania, Israele, Macedonia, Liechtenstein e Svezia.

È vero, come affermava Ventura subito dopo la fine della fase a gironi in cui l’Italia s’era classificata seconda andando allo spareggio con la Svezia, che il secondo posto dietro la Spagna era nei programmi essendo gli iberici in questo momento superiori a noi. Ma la sconfitta di Madrid per 3 a 0, nella partita decisiva per l’assegnazione del primo posto nel girone e per la qualificazione diretta ai mondiali, delineò un quadro critico in fase di gioco e una pochezza di idee, già manifestatesi nelle precedenti sfide contro avversari di cui avremmo dovuto fare macelli e che invece soffrimmo più del dovuto, che immaginarsi di andare in Spagna e giocarsela alla pari con i padroni di casa fu un azzardo se non presunzione.

Dopo la debacle spagnola, tali limiti si manifestarono ulteriormente giocando con Israele e Albania contro cui vincemmo, ma stentando, per 1 a 0. Quindi con la Macedonia con cui pareggiammo 1 a 1, per giunta in casa.

L’eliminazione nel doppio pareggio contro la Svezia – 0 a 1 a Stoccolma, autogol di De Rossi;  0 a 0 a Milano – ha evidenziato tutti i limiti della squadra di Ventura e dunque quelli mentali, ovviamente in termini calcistici, del mister. La convocazione di Jorginho per lo spareggio di Milano con la Svezia, ultima spiaggia per staccare il biglietto a Russia 2018,  dopo averlo “snobbato” per ben due anni, malgrado l’ottimo rendimento del giocatore nel Napoli dimostrasse che era uno dei centrocampisti italiani più forti, sa non solo di beffa per il giocatore che, in possesso del doppio passaporto italiano e brasiliano, avrebbe anche potuto accettare la convocazione nella nazionale verde-oro e partecipare ai mondiali, ma ha il sapore di un disperato mea culpa da parte di Ventura per non averlo convocato prima.

La mancata qualificazione al mondiale non rappresenta solo una mortificazione a livello d’immagine per il calcio italiano e per il paese intero. Secondo uno stima, l’estromissione dal mondiale costerà complessivamente al paese circa 100 milioni di euro. Visto l’ammontare, forse non esagera chi la definisce “dramma sociale”, vedi Buffon subito dopo il pareggio di Milano con la Svezia.

Tuttavia con i tanti problemi che affliggono il paese, a partire dalla disoccupazione, giovanile e non, pensare che occorre la nazionale di calcio per risollevare, seppure per un attimo, gli animi depressi di una nazione perennemente sull’orlo del fallimento, sta a significare che il paese è già caduto nel baratro da diverso tempo. O comunque che noi italiani manchiamo di senso della misura. Non a caso  Churchill affermò: “Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”.

A proposito di questa dichiarazione poco lusinguiera dell’illustre statista inglese, potremmo dedurre che l’eliminazione dell’Italia non avrà certo fatto piacere alla politica, almeno a quella che è in malafede, in quanto, non potendo più confidare sul fatto che l’attenzione dell’opinione pubblica nei prossimi mesi sarà distratta dalla partecipazione della nazionale ai mondiali, sa che ora i cittadini guarderanno a lei con particolare attenzione. Soprattutto in vista delle elezioni.  

E, in perfetta sintonia con i comportamenti dei politici italiani quando vengono accusati d’essere responsabili di un problema che affligge il paese, il Presidente della FIGC  Tavecchio ha esonerato Ventura ma non si è dimesso. Dando così ad intendere che il problema fosse esclusivamente l'allenatore e non anche chi lo mise in panchina, ossia egli stesso.

Dispiace che l’Italia non vada ai mondiali. Ma se ciò può servire a far sì che l’attenzione dei cittadini si concentri finalmente più sulle gesta di chi ha il compito di risolvere i problemi del paese anziché crearli, e non su quelle di chi scalcia per 90 minuti un pallone nel tentativo di infilarlo nella rete avversaria, che questa sconfitta sia la benvenuta.

Non tutto il male vien per nuocere!

 
 
 

L'ULTIMA NOTTE

Post n°1853 pubblicato il 14 Novembre 2017 da kayfakayfa

Con immenso piacere vi annuncio che è da oggi disponibile su Amazon l'ebook

L'ultima Notte

il romanzo breve, o racconto lungo, fate voi, che diede il titolo alla mia prima raccolta di racconti pubblicata nel 1995.

 "L'amore ha il potere di fissare il passato in eterno presente..." 

Questo è il tema conduttore della storia d'amore tra il giovane Kayfa e Miryam, donna matura e d'esperienza, che lo inizierà alle gioie e alle sofferenze dell'amore. Immersi in uno scenario da favola, i protagonisti vivono la loro passione senza freni, con la complicità del mare e dell'intimità della casa di lei. Fondamentale la figura di Omar, pescatore egiziano, che aiuterà Kayfa a districarsi nei meandri della mente e del cuore.

Di seguito un estratto del romanzo.

Buona lettura

 
 
 

PIERVINCENZI, IL GIORNALISMO E' ESENTE DA DISCRIMINANTI TERRITORIALI

Post n°1852 pubblicato il 12 Novembre 2017 da kayfakayfa

All’indomani della testata sul naso ricevuta mentre intervistava Roberto Spada, uno dei membri della famiglia Spada che gestisce il traffico di attività illegali a Ostia,  sui presunti legami tra gli Spada e Casa Pound, il giornalista Daniele Piervincenzi, raccontando la vicenda a una collega della RAI ha dichiarato “certe cose te le aspetti in Sicilia, in Calabria, a Napoli, ma non a Ostia”.

A prescindere dall’incondizionata solidarietà al giornalista per il barbaro episodio di cui è stato vittima, le sue dichiarazioni stupiscono. Non mi risulta che  nessuna troupe televisiva o giornalista che si sia finora recato in terre di mafia e di camorra per fare un reportage sui traffici criminali e sul degrado sociale vigente, prima di inoltrarsi in quei territori, abbia indossato o debba indossare la pettorina con su contrassegnato PRESS, stampa, e l’elmetto come si usa quando ci si reca a fare un servizio in zone di guerra per non essere scambiati per un soldato nemico rischiando di cadere sul campo.

Di conseguenza, alla luce delle sue dichiarazioni, è probabile che anche per Piervincenzi a Roma la mafia non esiste, così come per i giudici che emisero la sentenza sull’inchiesta Mondo di Mezzo, strettamente legata a Mafia Capitale. Sentenza che suscitò il risentimento di Roberto Saviano che in un pezzo sull’Espresso spiegò invece perché anche Roma c’è la mafia.

Nel momento in cui ti rechi a intervistare colui che sai è il fratello di un boss - Roberto Spada è il fratello del boss Carmine Spada detto romoletto –  facendo domande “fastidiose” sui presunti rapporti tra il clan e il movimento politico di estrema destra Casa Pound che alle amministrative di domenica scorsa a Ostia ha preso il 9% di preferenze, probabilmente grazie proprio al sostegno degli Spada,  se non ti aspetti d’essere preso a capocciate sul naso, non puoi nemmeno pensare che ti accolga in pace con un mazzo di fiori o ti offra un caffè.

Come insegnano i vari inviati di Striscia la Notizia, delle Iene e di tante altre trasmissioni giornalistiche e non che nel corso degli anni sono stati vittime di vere e proprie aggressioni solo perché facevano servizi o domande scomode – emblematiche l’aggressione subita in un ristorante da Valerio Staffelli da parte dell’allora direttore di RAI FICTION Fabrizio Del Noce, a cui doveva consegnare il Tapiro, il quale prima gli strappò il microfono di mano e poi lo colpì violentemente con lo stesso sul naso, (per quel gesto Del Noce è stato condannato in appello a pagare 84 mila euro all’inviato di Striscia); quella dell’allora onorevole Luca Barbareschi all’inviato delle Iene che cercava di intervistarlo sul suo assenteismo in Parlamento; lo scalciare dell’allora Ministro della Difesa Ignazio La Russa Corrado a Formigli quando era ancora un inviato di Michele Santoro  -a un giornalista non serve recarsi in zone a rischio per essere aggredito o insultato mentre fa il proprio mestiere.

Qualunque giornalista ponga domande scomode e insistenti rischia di restare vittima di un aggressione da parte dell’intervistato, indipendentemente dal ruolo sociale che quest’ultimo ricopre. Semplicemente perché a nessuno piace che si rendano pubbliche le proprie colpe, intrallazzi o contraddizioni.

Al di là se la mafia a Roma esiste oppure no – sembrerebbe proprio di sì visto come sono strutturate le varie organizzazioni criminali che presidiano il territorio laziale – è inequivocabile che il rischio di aggressione è contemplato tra i rischi in cui può incorrere un giornalista.

Dispiace che Piervincenzi ne faccia una discriminante territoriale.

 
 
 

UN PESCE DI NOME MATTEO

Post n°1851 pubblicato il 07 Novembre 2017 da kayfakayfa

I politici italiani non finiscono mai di stupire. Quando uno pensa di averle viste tutte o quasi, ecco che ti si presenta una situazione in cui il loro comportamento appare pressoché paradossale, se non addirittura surreale.

Mi riferisco al modo in cui Renzi e i rappresentanti del Pd stanno reagendo alla scoppola siciliana dell'altro ieri. Anziché soffermarsi ad analizzare la bruciante, ma prevista, sconfitta alle regionali di Sicilia, dove il candidato del Pd Micari ha preso poco meno del 19% (18,70%) - più che doppiato dal vincitore del centrodestra Musumeci, con quasi il 40% di preferenze (39,80) e poco meno che doppiato dal candidato del M5S Cancelleri con poco meno del 35% di preferenze (34,70%) - Renzi e i suoi pare si preoccupino di più dell'annullamento da parte di Di Maio del faccia a faccia televisivo previsto per questa sera su La Sette a Di Martedi da Floris che non dell'esito elettorale.

Secondo Renzi Di Maio ha paura. Dal canto suo il leader del M5S si giustifica affermando che, dopo l'ennesima batosta elettorale suo Pd, è evidente che la leadership di Renzi è in forte discussione.

Pur stigmatizzando come poco elegante la decisione di Di Maio, molti esperti di comunicazione e commentatori politici l'hanno approvata - Carlo Freccero l'ha definita addirittura “geniale” - convenendo che il confronto fa comodo sempre a chi è in svantaggio, mai a chi è in vantaggio.

In questo campo fa scuola il Berlusconi dei “vecchi” tempi il quale in campagna elettorale si rifiutava sempre di confrontarsi con l'avversario politico quando sapeva d'essere favorito nei sondaggi. Viceversa non si faceva scrupoli di sfidarlo pubblicamente quando le proiezioni lo davano indietro.

Essendo Renzi da sempre considerato dagli esperti di comunicazione allo stesso livello di Berlusconi per quanto concerne la propria capacità comunicativa - alcuni lo considerano perfino superiore all'ex cavaliere - stupisce che il segretario del Pd, possa aver abboccato come un pesce all'esca tesagli da Di Maio.

In tanti, commentando il dietro front di Di Maio e le relative motivazioni, si sono chiesti perché il leader del M5S avesse proposto il faccia a faccia per poi disdirlo visto che da settimane tutti i sondaggi davano come probabile risultato quello che poi s'è delineato all'atto degli scrutini?!

Sapendo che il Pd avrebbe preso una sonora scoppola, tanto da mettere in discussione la leadership di Renzi, non si comprende il cambio di rotta di Di Maio se non leggendolo come una trappola tesa al segretario del Pd, confidando che l'egocentrismo di cui è preda il segretario Pd non avrebbe saputo resistere alla possibilità di surclassare pubblicamente l'avversario. Magari deridendone l'incapacità interpretativa delle email , le lacune storiche e geografiche, l'erroneo utilizzo del congiuntivo e il fatto di essere stato eletto candidato premier da poche migliaia di click. Mentre lui, Renzi, alle primarie, era stato rieletto segretario con quasi due milioni di voti, a conferma di quanto antidemocratico sia il M5S rispetto al democratico Pd.

Annullando lo scontro televisivo, Di Maio ha letteralmente ridicolizzato Renzi. Il quale questa sera si recherà comunque da Floris. Presumibilmente per commentare l'ennesima mazzata elettorale del Pd sotto la sua segreteria. Ma c'è da scommettere che il segretario Pd prima di tutto non perderà l'occasione per irridere quel “coniglio” di Di Maio e il M5S. Magari eludendo, per quanto gli sarà possibile, le contestazioni o le domande di chi metterà in discussione il suo modo autarchico di gestione del partito.

Comunque vada, un dato è inconfutabile: annullando l'incontro perché ritiene che non sia più Renzi il vero leader del Pd, Di Maio ha messo uno sgambetto non da poco al già caracollante cammino di Renzi verso le elezioni politiche del 2018.

La vittoria di Musumeci alle elezioni siciliane è un ottimo argomento per la campagna elettorale di Di Maio. Ovunque andrà il candidato Premier del M5S potrà presentarsi come unico vero argine al ritorno del berlusconismo nel paese visto che Renzi, politicamente parlando, si muove sempre più in sintonia con le politiche dell'ex cavaliere. Addirittura alcune scelte del suo governo, jobs act o la riforma costituzionale poi bocciata dagli italiani con il referendum del 4 dicembre, da molti esperti sono considerate di chiara ispirazione berlusconiana.

Se accettando il confronto con Di Maio, Renzi pensava che il leader M5S si offrisse inopinatamente ai suoi “artigli” per lasciarsi scarnificare come un agnellino sacrificale, l'improvviso (?) rifiuto fa passare il segretario del Pd come un pesce che ha abboccato all'amo dell'avversario senza possibilità di liberarsi.

Un “pesce” di nome Matteo Renzi! 

 
 
 

QUANDO ITALO CALVINO DERISE QUEL FASCISTA DI EUGENIO SCALFARI

Post n°1850 pubblicato il 29 Ottobre 2017 da kayfakayfa

Dopo aver letto su IL FATTO QUOTIDIANO di ieri un articolo di Fabrizio D’Esposito intitolato IL FASCISTELLUM SCALFARI che, prendendo a sua volta spunto da un articolo di Dario Borso presente sull’attuale numero di MICROMEGA dal titolo EUGENIO SCALFARI E IL VIVAIO GIOVANILE FASCISTA in cui si raccontano le imberbi simpatie fasciste di Eugenio Scalfari, mente sopraffina dell’intellighenzia di sinistra, fondatore de L’Espresso e di Repubblica, disposto a tutto pur di affermarsi come giornalista; suscitando per questo l’indignazione di Italo Calvino, suo compagno di banco, che in uno scambio epistolare del 21 giugno 1942 giunge a definirlo Pagliaccio –   “Me ne frego che tu ti offenda e mi risponda con lettere aspramente risentite (oltre che scemo sei pure diventato permaloso), quello che ho da dirti (e te lo dico per il tuo bene) si compendia in una sola parola: PAGLIACCIO! […] Chiunque ti legga, vedendo uno che fa sfoggio di erudizione ad ogni sillaba, che fa di tutto perché i suoi concetti appaiano il meno chiari e determinati possibile, non può fare a meno di credere che tu sia un IGNORANTE che ripete pappagallescamente frasi e termini raffazzonati a casaccio.” - mi aspettavo che questa mattina nel suo editoriale su Repubblica il decano dei giornalisti italiani rispondesse, se non a D’Esposito il cui torto potrebbe essere ai suoi occhi  quello di scrivere su un quotidiano di matrice grillino quale secondo lui sarebbe IL FATTO e dunque a lui inviso, almeno a D’Orso e al direttore di MICROMEGA Paolo Floris d’Arcais il quale, nel presentare il pezzo “incriminato”, pur riconoscendosi debitore nei confronti di Scalfari per le tante opportunità lavorative che gli ha concesso in passato, conclude scrivendo, “Quello che mi premerebbe passasse come messaggio, è che tutti sbagliamo, soprattutto in gioventù, ma la maturità dell'adulto, per non dire dell'anziano, sta nell'ammettere i propri errori, e non per se stesso, ma per le generazioni a venire (altrimenti a tramandarsi è la finzione ecc.).

Diversamente da quanto ci si poteva aspettare, nel suo pezzo di questa mattina Scalfari non fa il benché minimo accenno alla vicenda, neppure per vie traverse, (eppure a pubblicare lettere con gli sfottò e gli insulti a lui diretti da Calvino è un periodico dello stesso gruppo editoriale dell’Espresso e Repubblica quindi è improbabile che Scalfari non sia a conoscenza del’articolo...). Dando così l’impressione al lettore di voler esorcizzare, stendendo un velo di pietoso silenzio sul caso, gli scheletri nell’armadio derivanti dal suo lontano passato, condivisi con un altro grande vecchio della sinistra italiana, Giorgio Napolitano,  il quale, come Scalfari, anche lui da giovane faceva parte del GUF.

Poiché ogniqualvolta Scalfari appare in video, l’ultima alcune settimane fa a Di Martedì da Floris, non si lascia sfuggire l’occasione di attaccare il M5S e il suo fondatore, Beppe Grillo, definendoli implicitamente o esplicitamente fascisti .

Ora che MICROMEGA ha reso note alcune lettere di Calvino, anteponendo la collaborazione di Scalfari con giornali fascisti rispetto alla cronologia ufficiale data da egli stesso - quindi dimostrando che solo successivamente il giornalista scrisse per Roma Fascista, mentre precedentemente già collaborava per Gioventù Italica e Conquiste d’Impero - è evidente che un minimo d’imbarazzo debba cogliere l’intero centrosinistra italiano. Non fosse altro perché alcuni giorni fa, durante la trasmissione radiofonica UN GIORNO DA PECORA Piero Fassino ha dichiarato che il direttore de Il Fatto, Marco Travaglio, “viene dal FUAN”, fronte universitario fascista, suscitando l’ironica smentita  di Travaglio in un editoriale dal titolo emblematico ABBIAMO UNA BALLA. In cui tra l’altro ci fa sapere che querelerà Fassino che nel frattempo s’è scusato per la gaffe.

Che Il Fatto, rispetto a tanti altri giornali, dia fastidio ai poteri forti perché, non ricevendo finanziamenti pubblici ma donazioni dagli stessi lettori, pubblica tutte le notizie, anche quelle che possono danneggiare il M5S, è un fatto risaputo. Quello che lascia perplessi è come sia possibile che uno scoop come quello di MICROMEGA finora sia passato praticamente in sordina, se si esclude l’articolo originale e il riassunto che se ne dà su IL FATTO.

La storia recente ci insegna che nessun “monumento” è eterno.

Non è escluso che nei prossimi giorni su Repubblica Scalfari non affronti l’argomento, non sarebbe infatti la prima volta che il giornalista la domenica pubblica un dettagliato editoriale politico e nei giorni successivi un pezzo in cui riprende gli argomenti tralasciati in quello precedente.

Penso che una risposta, o quanto meno un chiarimento Scalfari lo debba.

Lui che avuto il privilegio di intervistare Papa Francesco, in nome della Verità con la vi maiuscola deve una spiegazione. O quanto meno fare pubblica ammenda. Per quanto possa valere la mia opinione, penso che,  malgrado la veneranda età e i tanti indiscutibili meriti professionali, una personalità come la sua non può permettersi che le macchie del passato possano infangarne l’onorabilità, mettendone in discussione la credibilità.   

 
 
 
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