Creato da kayfakayfa il 10/01/2006

LA VOCE DI KAYFA

IL BLOG DI ENZO GIARRITIELLO

 

 

CARUANA GALIZIA, MORIRE PER LA VERITA'

Post n°1847 pubblicato il 18 Ottobre 2017 da kayfakayfa

Quanti conoscono i fatti non possono non associare il barbaro assassinio dell’altro ieri della giornalista blogger maltese Daphne Caruana Galizia con quello della giornalista russa Anna Politkovskaja avvenuto il 7 ottobre del 2006.

Entrambe erano impegnate a denunciare e smascherare la corruzione che, a loro dire, alligna nel governo maltese di Muscat e in quello russo sotto l’egida di Putin.

Due donne coraggio niente affatto intimorite a cercare il marcio laddove mai avrebbero dovuto mettere il naso malgrado avessero ricevuto  ripetute minacce di morte.

I sacrifici di Daphne, di Anna e di tanti altri giornalisti che hanno pagato con la vita la loro lotta per l’affermazione della verità troverebbe il giusto riconoscimento se tutti gli altri loro colleghi si impegnassero a fungere da cani da guardia del potere, reale funzione del giornalismo, anziché esserne meri cantori.

Ad esempio in Italia, a parte alcune eccezioni, la sensazione è che il mondo dell’informazione si guardi bene dal fare le pulci al potere.

Soprattutto perché molti quotidiani ricevono contributi dallo Stato e le rete televisive della Rai fungono da cassa di risonanza dei partiti che se le spartiscono a seconda delle maggioranze di governo che si alternano alle elezioni mentre un’emittente di Stato dovrebbe essere pluralista, libera dai partiti, per svolgere al meglio la propria funzione informativa/ formativa dei cittadini.

Anche in Italia, in passato, ci sono stati giornalisti che hanno pagato con la vita per loro inchieste sui torbidi  legami tra terrorismo, mafia e politica : Mauro Rostagno, Giovanni Spampinato, Giancarlo Siani.

A conferma che anche in un paese come il nostro, agli ultimi posti nelle classifiche per la libertà di stampa, esistono professionisti coraggiosi, per lo più freelance non asserviti alle grandi testate, che non si fanno scrupoli di indagare nel profondo laddove altri si limitano a un’affacciatina di facciata giusto per dimostrare che anche loro si interessano alla vicenda. Per poi lasciarla cadere nel dimenticatoio, amplificandone altre che non meriterebbero la stessa attenzione al solo scopo di obliare dalla mente dei lettori quella che invece il Sistema vuole dimentichino.

Un esempio su tutti è il suicidio di David Rossi, manager del Monte Paschi di Siena. Da alcuni giorni è in libreria per le edizioni Controcorrente IL CASO DAVID ROSSI IL SUICIDIO IMPERFETTO, autore il giornalista David Vecchi, in cui si evidenzia la fretta con cui la vicenda è stata liquidata e archiviata come suicidio, seppure sarebbero tanti i punti oscuri che farebbero invece ritenere che il manager non si sarebbe ucciso ma sarebbe stato ucciso. Probabilmente perché deciso a svelare i tanti retroscena che si nasconderebbero dietro al crack della banca senese …

Affinché non risultino vani i sacrifici della Caruana Galizia, della Politkovskaja e di tutti quei giornalisti che mettono a repentaglio la propria vita al fine di smascherare il marcio che si annida nelle stanze del potere sarebbe opportuno che il giornalismo metta da parte i panni del ruffiano e indossi quelli a lui più confaceti di inquisitore del potere.

Fino a quando la maggioranza dei giornalisti italiani offrirà ai lettori notizie edulcorate, tronche o taroccate per favorire quel partito, quel politico o semplicemente per mettere in cattiva luce una forza politica antisistema o un giudice pervia del colore dei propri calzini e per i suoi comportamenti “stravaganti”, tipo fumare una sigaretta in vestaglia solo perché si è permesso di giudicare contro il proprio editore  – come accadde al giudice Raimondo Mesiano, il quale, probabilmente perché reo di aver condannato la Fininvest di Berlusconi a risarcire con 750 milioni il gruppo CIR di De Benedetti, fu spiato da una troupe di Mattino 5 e  irriso per il  colore dei suoi calzini e per i suoi comportamenti “stravaganti” che di nulla avevano di eccentrico – nel nostro paese la libertà di stampa sarà poco meno di un’utopia contrariamente a quanto previsto dalla Costituzione!

 
 
 

NON PIU' DOMENICA E' SEMPRE DOMENICA

Post n°1846 pubblicato il 13 Ottobre 2017 da kayfakayfa

Che io ricordi, fino a poco più di trent’anni fa la domenica era ancora, a tutti gli effetti, un giorno di festa. Per cui il sabato le casalinghe, inclusa mamma, scendevano due volte al giorno per fare la spesa: la mattina, quella giornaliera; il pomeriggio, quella per il giorno dopo poiché, essendo festa, i negozi sarebbero stati irrimediabilmente chiusi. Escluse le pasticcerie e i barbieri che quel giorno facevano mezza giornata per restare chiusi il lunedì. Inoltre, trattandosi della spesa per un giorno festivo, la sporta per la domenica era sempre molto più consistente di quella degli altri giorni. Soprattutto perché la presenza in casa per l’intera giornata del capofamiglia oltre ad imporre d’essere onorata, rappresentava l’elemento coagulante affinché quel giorno la famiglia si ritrovasse unita intorno alla tavola, trascorrendovi l’intero pomeriggio a chiacchierare di tutto e di più. In sottofondo le voci radiofoniche dei cronisti di Tutto Il Calcio Minuto per Minuto che aggiornavano sui risultati del campionato di calcio, permettendo a quanti avessero giocato la schedina di controllare i risultati delle partite nell’eventualità avessero fatto un tredici milionario che gli avrebbe cambiato per sempre la vita, ovviamente in meglio.

Tutto questo dava seguito a una  serie di rituali che iniziavano con il levarsi all’alba delle donne di casa per mettere sul fuoco la pentola con il ragù di carne, la cui lenta cottura richiedeva delle ore. Il graduale diffondersi nell’appartamento dell’aroma del sugo in ebollizione aveva il potere di ricordare a quanti eventualmente se ne fossero dimenticati che quel giorno era domenica e quindi, non dovendo andare a lavoro, ci si poteva attardare nel letto per dormire un po’ di più. O semplicemente ci si poteva rigirare tra le lenzuola, concedendosi i un attimo di relax da soli, in compagnia della moglie e dei figli piccoli per i quali la domenica era sinonimo di felicità perché potevano stare insieme al papà e alla mamma tutta la giornata.

Quasi sempre, unitamente al ragù, in famiglia si accompagnava l’usanza degli gnocchi di patate fatti in casa. La preparazione di quei grumi di pasta era un vero spasso per noi bambini. Con occhi spalancati e stupiti come chissà a quale strabiliante magia assistessimo, osservavamo le donne di casa impastare con le mani sul tavolo della cucina la farina e le patate fino a ad ottenerne una pasta molle e compatta che veniva stesa sul tavolo con il mattarello, facendola poi scivolare tra le mani affusolandola in maniera da creare un lungo “serpente” di sfoglia che veniva spezzettato col coltello in tanti pezzettini che, dopo essere passati singolarmente sulle punte della forchetta per assumere la caratteristica forma attorcigliata degli gnocchi, venivano raccolti nel piatto e trasferiti in camera da letto dove erano distribuiti sul letto previamente ricoperto con un lenzuolo a protezione del talamo per evitare che si sporcasse di farina.

Come si conviene a un qualsiasi giorno di festa, la domenica ci si vestiva eleganti anche solo se si doveva  andare a messa, comprare il giornale o in pasticceria per acquistare  l’immancabile cartoccio di paste la cui immancabile presenza a tavola ribadiva l’eccezionalità di quel dì.

In  quel giorno “speciale” era d’obbligo apparecchiare la tavola con il servizio “buono” di piatti, bicchieri e posate. E al desco veniva sempre aggiunta qualche sedia in più perché tradizione imponeva che la domenica, così come per tutte le altre festività,  i familiari andassero a trovare i parenti  per ricompattare la famiglia “divisa” dai vari matrimoni.

Ovviamente vi era anche chi la domenica aveva l’abitudine di recarsi allo stadio per assistere alla partita, portando con sé i figli o lasciandoli in custodia alla moglie o ai suoceri. Permettendo in quel modo alle mogli di riposare, magari trascorrendo la giornata a casa della mamma, della sorella o standosene semplicemente da sole a casa. Oppure c’era chi, avendo disponibilità economica, ne approfittava per andare a ristorante con la famiglia rendendo quel giorno ulteriormente speciale.

Personalmente ritengo che a svilire la sacralità della domenica, accomunandola sempre più un giorno come un altro, sia stato l’avvento dei grandi centri commerciali la cui apertura domenicale, inizialmente fino alle 14, successivamente estesa all’intera giornata, indusse molti commercianti, a partire dagli alimentari, ad aprire anche di domenica - inizialmente tenendo le saracinesche abbassate a metà, fingendo in quel modo di essere aperti solo per sistemare il negozio, rigorosamente chiusi al pubblico, cui in realtà vendevano ogni cosa, in modo da evitare, se passavano i vigili e i finanzieri per un controllo, di incorre in qualche sanzione considerato che all’epoca la domenica era obbligatoria la chiusura degli esercizi commerciali. Inizialmente questa pessima abitudine venne attuata da molti negozianti per appagare la propria avidità con la complicità dei clienti cui, facendo comodo l’opportunità di poter fare la spesa anche di domenica, non si preoccupavano che in quel modo si rendevano complici di un evasore fiscale in quanto, non potendo esercitare il commercio di domenica, i negosianti non rilasciavano alcuno scontrino fiscale. Oggi più che mai i commercianti restano aperti di domenica allo scopo di fronteggiare l’egemonia dei grandi centri commerciali e dei cinesi.

Se ancora non lo avete fatto, quando di domenica vi capita di entrare in un negozio, provate a osservare bene in viso l’espressione dei commessi e delle commesse. Noterete che per lo più vi sorridono con le labbra in maniera formale. Gli occhi sono tristi o quanto meno freddi, a testimonianza che la loro anima in quel frangente soffre perché vorrebbero essere altrove. Magari a casa con la propria famiglia. O insieme al proprio amore. Oppure semplicemente a riposarsi dopo una stressante settimana lavorativa.

Attualmente è sempre più forte la sensazione che, con la scusa della crisi economica, molti esercizi commerciali, a partire dalle grandi catene di distribuzione, impongono dei veri e propri ricatti ai loro stipendiati, tipo “o ti adegui a questi orari di lavoro, oppure te ne vai”. La cosa più grave, a mio avviso, è che sempre più esercizi commerciali, al momento solo quelli appartenenti alle grandi catene di distribuzione,  si stanno lasciando corrompere da quel virus proveniente dalla Cina di restare aperti h 24. Costringendo i propri dipendenti a svendere la propria dignità di esseri umani per uno stipendio che a volte è perfino inferiore rispetto quello previsto dal contratto sindacale.

Senza considerare che alcune aziende avrebbero, (in questo caso l’uso del condizionale è d’obbligo dato che si tratta di voci di corridoio) la cattiva abitudine di far firmare ai propri dipendenti la busta paga il cui importo rispecchia esattamente quanto gli è dovuto ma poi, nella realtà, corrispondono un importo inferiore. In questo modo pagano meno tasse a scapito dei dipendenti ch invece pagano le tasse fino all’ultimo centesimo, intascando meno di quanto gli compete visto che il datore di lavoro gli decurta dall’importo segnato sulla busta paga quanto pagato di tasse sulla sua persona fisica di dipendente.

Purtroppo nessuno, o pochissimi, hanno il coraggio di denunciare tali abusi perché, sempre più spesso, chi denuncia, alla fine commette un clamoroso autogol in quanto, oltre a perdere il lavoro, senza testimoni pronti a sostenere le proprie accuse, si rischia di incorrere in una denuncia per diffamazione e dover poi risarcire economicamente gli stessi suoi sfruttatori.

Ritornando alla domenica, per tante persone essa resta un giorno di festa perché contrassegnata in rosso sul calendario. Nella realtà è ormai declassata a un giorno qualunque. Anzi peggiore degli altri in quanto, mentre tanti in quel giorno riposano, loro sono costretti a dover lavorare per soddisfare le esigenze di chi quel giorno, riposando, ne approfitta per fare spese.

Sarebbe bello se la domenica e tutti gli altri giorni festivi in cui i centri commerciali e tanti negozi sono aperti, non ci recassimo a fare spese. Non solo  per onorare  la festività, ma prima di tutto per solidarietà verso quanti sono costretti a lavorare anche nelle festività.

Ed è forse la mancanza di solidarietà tra le persone il nocciolo della questione. Di questo vocabolo, solidarietà, così ricco di significati filantropici vi è un abuso indiscriminato, a partire dai politici.  A parole tutti siamo propensi alla solidarietà verso chi soffre davvero. Purtroppo però, come sempre più spesso confermano i fatti di cronaca nera, la solidarietà è solo un piacevole diversivo dietro cui si nascondono i più gretti interessi criminali. Un caso per tutti Mafia Capitale, laddove uno degli intercettati, Salvatore Buzzi, successivamente condannato a 19 anni, in una telefonata non si faceva scrupoli ad affermare “gli immigrati rendono più della droga”. Nessuno scrupolo dunque a fare soldi sulla pelle dei disperati, alla faccia della solidarietà.   

A tale proposito qualcuno, a proposito dello schiavismo, obietterà che esso esiste da che esiste l’uomo, citando gli ebrei schiavi in Egitto dei racconti biblici; la schiavitù ai tempi dell’antica Roma; lo schiavismo per cui fu combattuta la guerra di secessione in America. In tempi più recenti, sempre in America, la differenza razziale tra bianchi e negri  esistita fino agli sessanta del secolo corso, anche se  oggi non è che vada meglio. Oppure l’apartheid in Sudafrica. Qualcun altro sosterrà che “da sempre il dio denaro prevale su tutto e tutti”, anche sulle festività religiose, (da tempo Natale ha del tutto perso i caratteri della religiosità assumendo quelli prosaici dell’orgia consumistica). Qualcuno tirerà le somme di tutto ciò, concludendo che quanti lavorano di domenica non è vero che sono sfruttati in quanto sono, o sarebbero?, tutelati dai turni.

 Per carità, nulla da eccepire. Probabilmente è davvero così. Ma a questo punto sarebbe il caso che le autorità preposte controllassero effettivamente quanti di quegli esercizi commerciali aperti di domenica e nei giorni di festa retribuiscono a norma di legge i propri dipendenti.

Se uno deve sacrificarsi è giusto che lo faccia in cambio dell’adeguato compenso. Se invece, oltre a essere costretto a lavorare quando gli altri si riposano, deve anche subire l’onta di una paga da miseria, le cose cambiano: il lavoro deve nobilitare l’uomo non umiliarlo.

Tuttavia se pensiamo che sull’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz vi era scritto “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), non fatichiamo a comprendere perché, proprio attraverso il lavoro, molti uomini tendono a far sì che altri perdano la propria dignità di essere umani trattandoli alla stregua di schiavi.

Fino a trent’anni fa o poco più, la domenica era il giorno in cui gli uomini lo dedicavano a se stessi o alla famiglia, godendosi il meritato riposo dopo una settimana di duro lavoro.

Man mano che si è andati avanti con i tempi, l’uomo si è completamente assuefatto alla volontà del mercato. Subendone il fascino ipnotico soprattutto grazie all’avvento delle televisioni private le quali, attraverso la programmazione di trasmissioni e telefilm prodotti in contesti sociali completamente sucubi del sistema capitalistico - uno su tutti il modello americano riproposto nel nostro paese dalle televisioni berlusconiane – hanno fatto sì che tanti individui strutturassero la propria esistenza a totale imitazione di quelle realtà sociali dove nessuno sa che ti ricoverano in ospedale solo se hai una carta di credito o un’assicurazione sulla vita. Diversamente puoi tranquillamente morire.

Trasformare la domenica da giorno di preghiera in onore del Dio dei cieli a giorno di preghiera in onore del dio denaro, entrando non più nelle chiese con tutta la famiglia per ascoltare la messa seguendo la liturgia sui foglietti distribuiti sui banchi, bensì andando con la famiglia a fare spese nei centri commerciali leggendo tra le mani i volantini delle offerte speciali, il passo non è affatto lungo.

Oramai la domenica è anch’essa tributata al dio denaro. Volendo fare un ragionamento esasperato, l’ulteriore dimostrazione è data dalle partite di calcio le quali, da qunato c’è stato l’avvento delle televisioni private, si svolgono in diversi orarie e giorni della settimana per soddisfare le esigenze economiche delle emittenti che trasmettono le partite alle quali lo svolgersi delle gare non più solo di domenica e in un unico orario, bensì spalmato in giorni e orari diversi della settimana garantisce la possibilità di un’offerta più vasta di spazi pubblicitari a costi variabili a seconda dell’importanza dei match e dell’ora in cui si trsmette accrescendo i propri introiti pubblicitari.

Diversamente da quanto cantava Mario Riva, da tempo non più Domenica E’ Sempre Domenica!

 
 
 

ROSATELLUM BIS, LA FIDUCIA SFIDUCIA IL PARLAMENTO E STRASBURGO

Post n°1845 pubblicato il 11 Ottobre 2017 da kayfakayfa

Cadono le braccia al cittadino italiano che, per quanto gli è possibile, tenta di informarsi per cercare di capire i meccanismi che regolamentano il funzionamento della propria democrazia. Egli sa bene, o almeno così credeva di sapere fino a ieri, che è la Costituzione lo spirito guida su cui si fondano l'operato dello Stato, le sue Istituzioni e le sue leggi.

Di conseguenza, palesemente spaesato, si domanda come sia possibile che il governo ponga la fiducia sull'approvazione alla Camera della nuova legge elettorale, ribattezzata Rosatellum bis, visto che l'articolo 72 della Costituzione stabilisce tra l'altro che

La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera (per Camera si intendono entrambi i rami del Parlamento, ossia Camera e Senato n.d.r.) è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale [cfr. art. 138] ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa [cfr. artt. 7679], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80], di approvazione di bilanci e consuntivi [cfr. art. 81]..

Ossia l'approvazione della legge elettorale deve essere discussa e votata dai parlamentari anziché sottoposta al vincolo del governo, così come invece accade con il voto di fiducia.

In pratica, ponendo la fiducia, il governo esautora il Parlamento della propria funzione legislativa, riducendo la figura del parlamentare a quella di mero scaldabanco e “pianista” al servizio non dello Stato ma del partito.

È vero che, da quando con un escamotage incostituzionale che caratterizzava le precedenti due leggi elettorali - Porcellum e Italicum - i nostri governanti ci impediscono di scegliere il candidato, votando solo lista - chi deve sedere in Parlamento lo decidono a monte le Segreterie dei partiti –, la funzione degli elettori si è drasticamente depotenziata, premesso che prima di ciò fosse potente. Ma almeno fino a quando potevamo sceglierci il candidato, oltre al partito, un minimo di parvenza di importanza noi elettori l'avevamo. Non fosse altro perché chi si candidava nella nostra “circoscrizione” era costretto a incontrarci nei vari cinema, teatri, piazze o sezioni di partito per ascoltare le nostre necessità e farsi garante che, se fosse stato eletto, avrebbe fatto di tutto per risolverle.

Da quando invece votiamo solo la lista noi elettori siamo costretti a sorbirci le promesse da marinaio dei vari leader di partito, puntualmente disattese all'indomani del voto. Perché chi vince, allorché occupa la stanza dei bottoni, scopre che chi lo ha preceduto gli ha lasciato in eredità “disastri” economici cui si può rimediare solo comportandosi in maniera completamente opposta rispetto a come si era promesso di fare in campagna elettorale.

Poiché anche il Rosatellum bis prevede 2/3 degli eletti scelti con le liste bloccate, e il rimanente comunque da scegliersi tra 3 a 5 candidati imposti sempre dai partiti, anche l'attuale legge elettorale in fase di approvazione presenta gli stessi aspetti di incostituzionalità per cui la Consulta bocciò prima il Porcellum e poi l'Italicum di renziana memoria – sì, quello stesso Italicum che secondo Renzi tutta l'Europa ce l'avrebbe copiato... -

Ergo anche il Rosatellum bis è a rischio bocciatura da parte della Corte Costituzionale.

Quello che fa rabbia è che, seppure venisse avviato un procedimento per stabilirne la costituzionalità o meno, esso avrebbe inizio dopo almeno un anno dalla sua approvazione.

Dato che con ogni probabilità si voterà nella prossima primavera, alto è il rischio di ritrovarci con l'ennesimo Parlamento incostituzionale, anomalia tutta italiana!

Può mai essere che i nostri politici non riescono a fare una legge elettorale che rispecchi senza opacità i canoni costituzionali che definiscono chiaramente il cittadino quale anima della democrazia?

Faccio inoltre presente che nel 2003 una sentenza della Corte di Strasburgo stabilì che “gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione».

Per intenderci si tratta di quella stessa Corte di Strasburgo che il 22 novembre dovrà valutare il ricorso presentato da Silvio Berlusconi contro la propria decadenza da parlamentare e incandidabilità stabilita dalla legge Severino.

Possibile che il parere della Corte di Strasburgo risulta fondamentale allorché deve stabilire se un pregiudicato può essere reintegrato nelle liste elettorali. Ma va poi messo in archivio quando si deve decidere con quale legge elettorale si dovrà votare?

 
 
 

RAGGI-LORENZIN E QUELLE BUFALE DI STATO

Post n°1844 pubblicato il 03 Ottobre 2017 da kayfakayfa

Da quando Virginia Raggi è stata eletta sindaco di Roma a scapito del candidato del Pd Roberto Giachetti, nemmeno per un istante il Pd e i tutti gli altri partiti in maniera trasversale - sia che compongono la minoranza della giunta capitolina o siedono comodamente in Parlamento tra gli scranni della maggioranza o delle opposizioni - non hanno smesso di attaccare la sindaca, in alcuni casi giustamente in altri strumentalmente, evidenziandone l'inesperienza e l'inefficacia del suo operato. Giungendo ad attribuirle senza alcuna vergogna le responsabilità di tutti i mali della capitale, seppure antecedenti alla data della sua elezione. Mostrando di dimenticare che molti dei problemi ereditati dalla giunta Raggi, in primis un debito che si aggira intorno ai 15 miliardi di euro, derivano dalle pessime gestioni delle precedenti amministrazioni di centrosinistra e centrodestra da cui trasse linfa quel cancro ribattezzato Mafia Capitale.

Ma com'è da abitudine consolidata, laddove i grillini si insiedono ai posti di comando, spodestando i rappresentanti dei vecchi partiti, subito è iniziato per la Raggi un linciaggio mediatico senza precedenti, a testate unificate, involontariamente corroborato da una serie di gaffe e bugie della neo sindaca e del gruppo dirigente che la “guidava”, giungendo ad attribuirle la responsabilità di ogni male di Roma seppure fosse palese che lei e la sua giunta non c'entrassero nulla. L'importante era, ed è, screditare la Raggi, perché attraverso di lei si scredita agli occhi dell'opinione pubblica il M5S affinché alle prossime elezione i suoi candidati a livello nazionale e locale non pestino i piedi ai vecchi partiti.

Ed è probabilmente in virtù di questa strategia del discredito del M5S e dei suoi rappresentanti che la Ministra della Sanità Lorenzin alcuni giorni fa ha aspramente criticato la precarietà dell'igiene in cui versa la capitale. Dando ad intendere che la colpa fosse della Raggi. Dimenticandosi che la sanità è di competenza delle regioni e non dei comuni. Per cui il suo attacco, se era implicitamente diretto a affossare ulteriormente l'immagine della sindaca, s'è rivelato un clamoroso autogol in quanto la Regione Lazio, competente della sanità a Roma, è governata dal Pd con il Presidente Nicola Zingaretti.

Poiché il Pd e molti altri vecchi partiti, unitamente a molti rappresentanti del governo appoggiano la campagna contro le fake news bandita dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, stupisce che proprio loro gettino fango sulla Raggi alterando la realtà dei fatti.

Del resto non sarebbe questa la prima volta che un Ministro della Repubblica incorre nella diffusione di una fake news. Già in un recente passato la Ministra della Difesa Roberta Pinotti aveva postato su twitter alcune foto di militari intenti a spalare la neve, sostenendo che fossero all'opera nelle province terremotate di Teramo e Chieti. Purtroppo per la Ministra la foto era del 2014 e ritraeva i militari impegnati nelle province di Belluno e Treviso. A seguito di ciò la Pinotti fu costretta a scusarsi.

Premesso che le fake news vanno combattute "senza se e senza ma", a questo punto sarebbe il caso che la Boldrini e chi la sostiene ci dicano quali?! Tutte, indistintamente? O solo quelle che non vengono diffuse dagli organi di Stato e dai media filogovernativi a sostegno del governo o per screditarne gli avversari?

Aspettiamo una risposta!

 
 
 

SCANDALO UNIVERSITA', PASSERA'... MA LA TESI DELLA MADIA?

Post n°1843 pubblicato il 28 Settembre 2017 da kayfakayfa

Secondo un assioma non scritto, ogniqualvolta si leva il coperchio su uno scandalo, si scopre che il marcio non è limitato laddove è stato svelato bensì è diffuso a macchia d’olio per tutto l’ambiente in cui è scoppiato. Così sta avvenendo anche per quanto riguarda lo scandalo delle presunte nomine pilotate all’insegnamento  nel settore del diritto tributario all’Università di Firenze, su cui sta indagando la procura di Firenze dopo la denuncia da parte del ricercatore Philip Laroma Jezzi.

Nell’ambito della stessa inchiesta, stando a quanto riferisce questa mattina Il Fatto Quotidiano, starebbero emergendo elementi che indurrebbero gli inquirenti a ritenere che le nomine fossero conseguenti a un sistema nepotista.  

Se ci spostiamo al sud, precisamente a Napoli, altra università a essere nell’occhio del ciclone per nomine pilotate è il Suor Orsola Benincasa il cui Rettore Lucio D’Alessandro è indagato dalla Procura di Napoli con l’accusa di aver favorito un figlio dell’ex Ministro Zecchino per un posto di ricercatore al Suor Orsola.  

È presumibile, ma speriamo non avvenga, che con il passare dei giorni altre università balzeranno alle cronache giudiziarie perché al loro interno gli esami, le lauree, le nomine di ricercatori e professori avvenivano con criteri poco ortodossi tesi a favorire i figli, i parenti, gli amici “di”. O semplicemente per appagare i pruriti di qualche professore o rettore desideroso di spassarsela con qualche studentessa, neolaureata, professoressa in cambio di un voto alto o di un posto come ricercatrice, associata o ordinaria seppure dotata di un curriculum inferiore rispetto a chi quel posto lo meriterebbe davvero ma, purtroppo per sé non ha santi né in paradiso né un’indole da puttana.

Tuttavia si sbaglia chi pensasse che lo svelamento dello scandalo metterà finalmente  fine al malcostume dilagante. Già in passato l’ambiente universitario fu scosso da un’inchiesta che partì da Bari, con il coinvolgimento dell’ex Ministro Anna Maria Bernini, per poi estendersi in tutta Italia. E tuttavia, da quanto starebbe oggi emergendo, quel malcostume anziché essere sconfitto sembra essersi talmente radicato nell’ambiente, seppure ogni tanto qualcuno denuncia inducendo le procure a indagare in quel mondo deputato a formare il gotha dei professionisti e la classe dirigente nazionale, al punto da far presumere che il sistema va avanti così e nessuno lo può fermare, nemmeno la legge.

Del resto, non a caso siamo il paese di tangentopoli.  All’epoca, venticinque anni fa, quando deflagrò lo scandalo degli scandali che coinvolse tutti i partiti, tranne il PCI, con conseguenze in alcuni casi veramente tragiche –diversi suicidi tra cui quello di Raul Gardini – tutti pensavano che in Italia il cancro della corruzione nella pubblica amministrazione fosse stato finalmente estirpato. Viceversa siamo tuttora  tra i più corrotti tra i paesi europei. Un triste primato che sta a indicare quanto tangentopoli fosse servita a ben poco.

Ritornando allo scandalo che sta travolgendo il mondo universitario, seppure non c’entra nulla con l’inchiesta in corso, mi sovviene alla mente il caso della Ministra della Semplificazione e Pubblica amministrazione Marianna Madia la cui tesi di dottorato, stando a quanto riferì  Il Fatto quotidiano, sarebbe stata in parte frutto di copia-incolla di brani tratti da altre pubblicazioni senza però indicarli come si conviene, almeno così sembra.

 Se davvero la tesi non fosse tutta farina del sacco della Ministra, bisognerebbe capire quali termini di valutazione adottò chi nel 2008 le conferì il dottorato in Economia del Lavoro all’IMT di Lucca.    

A tutt’oggi nulla si sa sull’effettiva regolarità o meno della tesi della Ministra Madia.

 
 
 
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