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...Madame Michel ha l'eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti...

 

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Le scarpe sulla scrivania

Post n°67 pubblicato il 11 Ottobre 2007 da Crepuscolando

11 novembre 1981: è sera, fuori piove fitto e nella piccola cucina c'è il solito odore di buono della cena sul fuoco; la mamma è come sempre china sulla macchina da cucire ed io e mia sorella siamo con lei, in una delle pause pomeridiane dallo studio. Chiacchieriamo, sto comunicando che forse non andrò a sostenere l'esame di storia moderna, voglio prepararmelo meglio, approfondirlo. Mamma mi esorta, con la sua cieca fiducia nelle mie capacità, mia sorella mi prende in giro... Il citofono...Strano, è fuori orario nella nostra casa vissuta di abitudini e di orari scanditi..Un'altra scampanellata, più forte, sento gridare, mi precipito per le scale e lo vedo: mio padre, ansimante ed aggrappato alle spalle di quello che era il suo figlio adottivo - per lui che aveva tanto desiderato un figlio maschio e si era ritrovato con cinque figlie femmine-, pallido in volto, gli occhi che chiedevano aiuto... Netta la sensazione che quell'atmosfera di pace e di caro tran tran fosse stata violentemente interrotta e non sarebbe mai stata più riconquistata. Tremenda l'incapacità di accettare che, il tempo di sdraiarsi nel suo letto e di dire :"E' finita", e lui non ci fosse più, con la sua ingombrante presenza, con le sue urla, i suoi divieti, la sua pazzia ed il suo coraggio. Ma anche con quei meravigliosi sprazzi di buonumore in cui cantava Reginella e mi prendeva in giro, promettendomi di acquistare per me l'edicola in piazza, una volta laureata,per coronare quel mio strano sogno di fare la giornalista, o mi frugava nella borsa in cerca di una sigaretta...

Lui aveva solo 56 anni, pochi per essere stroncati da un infarto: io ne avevo solo 20, troppo pochi per tuffarsi in un mondo assolutamente sconosciuto che era quello del "suo"  lavoro, un lavoro da maschi, un lavoro brutto ed opprimente, un lavoro che mi avrebbe rovinato la vita e per il quale avrei rovinato i miei anni 80. Mentre i miei coetanei vivevano l'università, io mi preparavo gli esami negli avanzi di tempo; vestita di nero andavo a sostenere gli esami senza neppure conoscere il professore, e ci fu anche il collega che mi disse che sembravo una contadina calabrese; vestita di nero andai a vedere "Il tempo delle mele", perchè non volevo smettere di sognare, per poi all'uscita dal cinema versare lacrime su quella che era stata la mia adolescenza spensierata di pochissimo tempo fa...

Quindici anni di quel lavoro, quindici anni a ripensare a quel giorno di novembre, con addosso la voglia assurda di poter tornare indietro e cancellare tutto, e ricominciare daccapo, perchè in questa vita c'era qualcosa di sbagliato, qualcosa che io non avevo scelto, qualcosa che non quadrava affatto con i miei sogni...Al liceo avevo fatto la sinistroide nel periodo postsessantottino, quando ancora i ragazzi si dividevano - o a destra o a sinistra - e c'erano i cortei e le manifestazioni e la voglia di lottare...Adesso mi ritrovavo dall'altra parte, con degli uomini per i quali io ero "la padrona", con quel ruolo che avevo contestato a mio padre e per il quale a 15 anni mi ero beccata l'unico ceffone della sua vita, dopo che gli avevo dato dello "sporco democristiano capitalista"...E quel ruolo non mi piaceva, non lo volevo...Ma non mi rassegnavo.

Fino a quel giorno. Era uno splendido pomeriggio primaverile e quel cielo terso ed azzurro mi avevano indotta ad indossare la mia nuova camicetta di cotone bianco e ad infilarmi nei miei jeans più cari...Mi sentivo bella e giovane, avevo uno di quegli slanci nei confronti della vita di cui ancora oggi sono preda di tanto in tanto, per cui andai al lavoro ed entrai lì nell'azienda con grinta e determinazione: avevo un colloquio di lavoro con il mio "capo", il piccolo industriale per il quale lavoravo. Lui non c'era, a ricevermi c'era il figlio, colui che avrebbe preso il suo posto. Era giovane, più giovane di me, ma lui era nato padrone, certo non aveva mai partecipato a stupide manifestazioni studentesche e certo non si era mai chiesto come si stesse dall'altra parte. Il colloquio non prese una buona piega e ad un certo punto lui si stese sulla sua poltrona ed allungò le scarpe sulla scrivania... Non capii più niente, continuavo a fissare le suole delle sue scarpe di marca rivolte verso di me - "sono nuove, c'è il marchio vero cuoio, ha un piede molto lungo..."-, ero come inebetita, non ascoltavo più quello che stava dicendo, non sapevo più di cosa stavamo parlando, esistevano solo quelle scarpe sulla scrivania rivolte verso la mia persona e l'immagine di quelle scarpe insozzò la mia camicetta bianca con delle macchie che non sono riuscita più a togliere, e determinò il crollo di tutti i miei sogni e le mie ambizioni. Entrò il padre, che invitò il figlio a sedere in modo composto. Mi alzai come in trance e me ne andai senza salutare nessuno, salii nella vecchia Golf azzurra che era stata di mio padre e guidai per ore piangendo, senza saper dove andare. Avevo solo la visione di quelle scarpe e la consapevolezza amara ed immediata che oltre quelle scarpe non sarei mai potuta andare. Almeno non per tutto il corso di quei maledetti anni 80...

Questo racconto partecipa al gioco letterario "Come eravamo"

 
 
 
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INFO


Un blog di: Crepuscolando
Data di creazione: 19/04/2007
 

immagine"Ma se io avessi

previsto tutto questo

dati causa e pretesto

e le attuali conclusioni..."

...No, non avrei fatto

lo stesso...immagine