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GIORNALISMO/SCIACALLAGGIO

Post n°683 pubblicato il 21 Maggio 2026 da carloreomeo0

Quest’uomo, che risponde al nome di Gianluigi Luzzi, giornalista regolarmente iscritto all’Ordine, durante le interviste ai testimoni presenti all’investimento dei pedoni avvenuto a Modena ha deciso che il dolore non bastava: andava spremuto fino all’ultima goccia, ha quindi avuto il cinico coraggio di rivolgere a una donna ancora visibilmente sotto shock una domanda particolarmente forte: «Qual è l’immagine che non riuscirà mai a dimenticare di questa tragedia?»

Non una domanda per informare. Non una domanda per capire. Una domanda da autopsia emotiva. Un invito a riaprire la ferita in diretta, perché il trauma, evidentemente, oggi non si racconta: si monetizza e quando la donna, con la voce spezzata, risponde: «La donna a terra, perché era cosciente ma senza gambe.»

Lui non si ferma, ha capito che lei sta rivivendo la tragedia di cui è stata testimone e con sadismo la incalza: «Com’erano gli occhi di questa donna? Cosa le diceva?»

A quel punto non siamo più nel giornalismo. Siamo nel voyeurismo del dolore. Nella pornografia emotiva travestita da diritto di cronaca. Perché una domanda del genere non aggiunge nulla ai fatti.

Qui non si informa: si scava nel macabro per suscitare orrore per creare contenuti emotivi forti da dare in pasto al pubblico. Si trasforma il lutto in contenuto, il trauma in sceneggiatura, il dolore in prodotto editoriale. E tutto rigorosamente impacchettato con la retorica dell’“empatia”, mentre sotto il tavolo si contano ascolti, share e sponsor soddisfatti.

E il problema è che Gianluigi Luzzi non è un’eccezione. È un sintomo. Perché di “giornalisti” così il panorama televisivo è pieno: professionisti dello sciacallaggio che entrano ogni giorno nelle nostre case con il volto compunto e il tono grave, salvo poi tuffarsi nel dolore altrui come cercatori d’oro nel fango.

E quando qualcuno osa dirglielo, ecco il rifugio perfetto: l’Ordine, il diritto di cronaca, la Costituzione. Come se bastasse pronunciare quelle parole per trasformare qualsiasi cosa in giornalismo.

La verità è che la TV ha trasformato l’informazione in un prodotto da diffondere attraverso programmi trash condotti da sciacalli travestiti da giornalisti.  

No, sguazzare nel trauma degli altri per costruire audience non è diritto di cronaca, è spettacolarizzazione della sofferenza, è trasformare una tragedia in intrattenimento per una platea affamata di dettagli morbosi e chiamarla informazione la rende un oltraggio al vero giornalismo, alla sua etica di cui in TV si è ormai persa da tempo ogni traccia.

 
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