UTKATASANA

Utkatasana è una posizione che in questa pagina abbiamo già visto, ma che con piacere torniamo ad analizzare per darvi anche uno spunto su un mito a cui può essere collegata.

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Viene chiamata la “posizione della sedia”. Ma utkata letteralmente significa potente, orgoglioso, fiero, superiore, ma anche alto, immenso, difficile.
Le sedie in India non erano  e non sono molto usate. La maggior parte della gente sedeva per terra, mentre i reali sedevano su troni che li sollevavano dal livello comune e gli donavano maggiore visibilità.

Nell’epocale Ramayana, la saga dell’esilio e delle avventure di Rama la questione delle “sedie” viene richiamata, dando rilievo all’importanza che si dava loro.

Nell’incontro di Hanuman col re Ravana, nella sua missione di salvare Sita, una volta a corte il Duo scimmia chiede di essere fatto sedere su di una sedia, per mostrare la sua posizione di messaggero di Rama e quindi di essere superiore al re Ravana. Il Re ovviamente si rifiuta ma  Hanuman allora inizia ad allungare la sua coda, facendola girare in piccoli cerchi sotto di sé per sedercisi sopra. Così facendo il trono di Ravana era più basso, e questa cosa fece infuriare il re ed ordina ai suoi soldati di innalzare il suo trono in modo che sia più alto di quello del dio. Ma la sua posizione di prestigio dura per poco poiché Hanuman continua col suo gioco allungando ulteriormente la coda e continuando a chiedere nel frattempo la liberazione di Sita, moglie di Rama. Il Re, ancora più furioso decide di punire Hanuman per la sua sfrontatezza e, non potendolo uccidere, avendo questi il ruolo di messaggero,  ordina che questi venga esposto in strada con la lunga coda messa al fuoco. Ma Hanumann tra i vari poteri ha quello dell’immunità dal fuoco e così rimane illeso, salva Sita e mette a fuoco la città di Lanka saltando da un tetto all’altro con la sua coda infuocata.

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L’incontro fra Hanuman e Ravana è collegato ad Utkatasana.

Utkatasana, benefici

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Quando eseguite utkatasana ripensate allo spirito di imponenza della storia di hanuman ed eseguiamola in tutta la sua forza.

Ricordiamo i benefici di questa posizione:

  • Fortifica le articolazioni delle ginocchia.
  • Migliora l’equilibrio e la capacità di coordinazione dei movimenti.
  • Attiva le ghiandole surrenali.
  • Tonifica la muscolatura a livello dei glutei e del perineo.
  • Rimodella l’arcata plantare nel caso dei  “piedi piatti”, tonifica la muscolatura e aumenta la mobilità delle dita e ridona elasticità ai piedi.
  • Favorisce la peristalsi e la regolarità intestinale
  • Dona vitalità e salute agli organi riproduttivi e al sistema uro genitale.
  • Lavora su chakra MULADHARA.

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Un’ottima variante che va a lavorare sugli organi interni e su tutti i muscoli del busto è la versione ruotata della posizione della sedia, chiamata Parivrtta Utkatasana (dal sanscrito parivrtta “ruotato, in cui si esegue dalla posizione iniziale una rotazione del busto prima dal lato sinistro, andando ad appoggiare il gomito destro sul ginocchio sinistro, e poi dal lato destro, appoggiando il gomito sinistro sul ginocchio destro.

Natarajasana – la danza che scuote l’universo

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“Centinaia di anni fa, gli artisti indiani crearono un’immagine di Shiva danzante per una bellissima serie di statue in bronzo. Nei nostri tempi, i fisici hanno utilizzato le più avanzate tecnologie per rappresentare i modelli della danza cosmica. La metafora della danza cosmica unifica così l’antica mitologia, l’arte religiosa e la fisica moderna”

Shiva è la divinità che con la sua danza cosmica fa tremare l’intero Universo, É conosciuto anche come Nataraja, il Signore della Danza. Nella mitologia induista Shiva esegue la danza Tandava alla fine di ogni era, per distruggere l’universo; per gli shivaiti che riconoscono in Shiva il supremo essere, Egli crea e preserva anche il successivo mondo. Con la sua danza distruttiva Shiva distrugge ma crea, risvegliando le energie dell’universo per plasmarlo. Egli dalle ceneri di ciò è stato distrutto fa risorgere un mondo nuovo in un incessante ciclo di morte e rinascita. Shivai, tra le tre divinità della trimurti (la trinità induista) è il dio della distruzione (Brahma è invece il creatore dell’Universo e Vishnu colui che lo conserva).

Nel secolo scorso nuove teorie scientifiche si sono sviluppate sull’origine dell’universo, in particolare la teorie del cosmo in espansione e successiva contrazione e del possibile susseguirsi di infiniti Big Bang. Si ricercava il cosiddetto “eco del big bang” ovvero la frequenza o vibrazione di fondo dell’universo conosciuto. In questo, nella cultura induista,  gli antichi veggenti già conoscevano e avevano descritto questa teoria. Nel caso specifico, il big bang viene proprio interpretato come la distruzione del mondo ad opera della danza di Shiva. Allo stesso modo la successiva espansione e contrazione a cui seguirebbe un nuovo big bang, troverebbe riscontro nell’alternanza delle ere e dei mondi. L’antichissimo concetto indiano secondo cui tutto l’universo e i suoi esseri vibrano e pulsano in sincrono, trova oggi riscontro anche per la scienza moderna, così come l’HOM (aum), il mantra divino e il suono primigenio dalla forza creatrice trova una similitudine nelle ricerche scientifiche dell’eco del suono del big bang.
Nel XII secolo d.C., l’iconografia indiana, raggiunse una rappresentazione canonica della danza di Shiva  e presto il Chola Nataraja divenne la massima espressione dell’arte indù.
Questa danza cosmica di Shiva è chiamata Anandatandava, che significa la danza della beatitudine, e simboleggia i cicli cosmici di creazione e distruzione, così come il ciclo quotidiano di nascita e morte. La danza è quindi un’allegoria pittorica delle cinque manifestazioni principali dell’energia eterna: creazione, distruzione, conservazione, salvezza e illusione. L’energia di Nataraja si manifesta in cinque azioni o panchakriya o panchakartya:

  • Shrishti: creazione, evoluzione;
  • Sthiti: conservazione, supporto;
  • Samhara: distruzione, evoluzione;
  • Tirobhava: illusione;
  • Anugraha: liberazione, emancipazione, grazia.

Nell’iconografia di Nataraja i panchakriya sono espressi nella posizione delle mani e dei piedi.

Tratto da web:

“Nataraja è raffigurata con quattro mani che rappresentano le direzioni cardinali. Sta ballando, con il piede sinistro sollevato elegantemente e il piede destro poggia su una figura prostata di un nano Apasmara Purusha la personificazione dell’ignoranza (purusha significa uomo, e apasmura significa privo di memoria) e dell’illusione maya su cui Shiva trionfa.
La mano sinistra in alto tiene una fiamma simbolo della dissoluzione di tutta la creazione. La mano a sinistra in basso a sinistra attraversa diagonalmente il petto e indica il piede sinistro sollevato, ad  indicare la concessione della grazia e il rifugio dei devoti.
La mano destra in alto tiene un tamburo a clessidra dumroo o damaro che con il suo suono ritmico rappresenta il principio vitale maschile-femminile. La mano destra inferiore con il palmo aperto nella posizione di abhaya mudra gesto di rassicurazione ad affermare “Sii senza paura”.

I serpenti che simboleggiano l’egoismo si vedono srotolare dalle sue braccia, gambe e capelli, che sono intrecciati e ingioiellati. Le sue ciocche arruffate stanno roteando mentre danza all’interno di un arco di fiamme  prabhamandala che rappresenta l’infinito ciclo di nascita e morte che rappresentano anche la forza distruttiva di Shiva. Sulla sua testa c’è un teschio, che simboleggia la sua conquista per la morte. Anche la dea Ganga, l’epitome del sacro fiume Gange, si siede sulla sua pettinatura.

Il suo terzo occhio è simbolico della sua onniscienza, intuizione e illuminazione. L’intero idolo poggia su un piedistallo di loto, il simbolo delle forze creative dell’universo.”

(Dal sito “India Nepal Viaggi”).

 

 

Ovviamente, da questa filosofia è nata anche un’asana yoga. NATARAJASANA.

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É un’asana che si collega al  7° chakra: il piede staccato da terra, la testa e la mano sollevati verso l’alto simboleggiano il nostro protenderci verso la grazia suprema e la benedizione degli dei. Premere giù nella materia ( il piede a terra)e sollevarsi verso il cielo riflette l’eterna danza tra Shiva e Shakti, in cui Shakti è la forza creativa che anima Shiva dalla sua immobilità meditativa.”

Praticando Natarajasana impariamo a lasciar andare le nostre paure ed abbracciare il cambiamento, nella consapevolezza che tutto muta e si trasforma.

Si parte da Tadasana, la “posizione della montagna”. Inspirando e spostando il peso sul piede sinistro, si piega la gamba destra indietro, sollevando il tallone e il piede più in alto possibile. Il busto è leggermente piegato in avanti. Si tiene la caviglia destra con la mano destra. Dopo di che si porta in alto e in avanti il braccio sinistro, che deve essere ben allungato. Si esegue quindi Chin Mudra con la mano sinistra; lo sguardo è rivolto verso a questa mano.

Benefici di Natarajasana

La posizione del signore della danza, rafforza l’asse centrale, sviluppa l’equilibrio e concentrazione, apre petto e spalle, accresce la capacità polmonare e rafforza le gambe. Favorisce a livello psichico la chiarezza mentale ed una sensazione di espansione.

 

 

 

HALASANA

Halasana (Posizione dell’aratro)

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Il termine Halasana significa “posizione dell’aratro” e si riferisce a un aratro che dissoda la terra morta per generare la vita.

Halasana è una posizione invertita che si esegue a terra. Come tutti gli asana invertiti ha un effetto potente a livello energetico sull’organismo in quanto permettono la sublimazione dell’energia. Infatti, nell’invertire la posizione del corpo, le energie dei chakra più bassi si muovono verso l’alto, trasformando l’energia sessuale e l’energia di terra in energia spirituale e pura.

È una  Posizione  a terra in cui si sollevano le gambe in alto, passando nella posizione della candela,  Sarvangasana, per poi portare le gambe  oltre la testa, appoggiando le dita dei piedi a terra. I benefici di Halasana sono molteplici:

allunga la colonna vertebrale,

stimolando gli organi addominali e la ghiandola tiroidea

Agisce sul chakra della gola bilanciandolo

Calma e rilassa la mente con l’effetto di renderla più efficiente.

Aiuta ad alleviare i sintomi della menopausa

 

Se mi seguite da un po’ sapete che la mia “passione” è la mitologia e la filosofia collegate allo yoga. Vediamo quindi il  mito relativo a questo asana, ovvero la storia di Haladhara.

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Il fratello maggiore di Krishna, era Haladhara, così chiamato perché portava con sé (dhara) un aratro (hala). In un giorno di sole, Haladhara decise di fare il bagno nel grande fiume Yamuna. Inebriato dalla sua bevanda a l miele preferita, ordinò al fiume di avvicinarsi ma il fiume si rifiutò di avanzare verso di lui per consentirgli di fare il bagno. Sorpreso da questo rifiuto il Dio invece di andare lui al fiume, prese il suo grande aratro e ne dragò il letto, fino a quando l’acqua non iniziò a scorrere verso di lui.

Perché, vi chiederete voi, così tanto interesse verso queste “Storielle”? Perché dietro ognuna di esse c’è un insegnamento profondo che ci aiuta a vivere l’asana in maniera approfondita sia a livello mentale che spirituale.

Secondo la filosofia yoga, le nostre azioni e i nostri pensieri lasciano tracce nella nostra coscienza. I gesti compiuti in questo mondo possono rimuovere i segni lasciati nel paesaggio della nostra coscienza o possono crearne di nuovi (i sankalpa). Proprio come Haladhara trascinò il fiume Yamuna verso di sé con il suo aratro, così lo yogi  può praticare una“aratura della mente”:

Nimittam aprayojakam prakëtînâm varaña-bhedas tu tatah kasetrikavat.Yoga Sutra IV.3.

Come un contadino ara il suo campo per introdurre l’acqua necessaria all’irrigazione, così se rimuoviamo gli ostacoli che incontriamo sul nostro cammino possiamo condurre la mente in una direzione più elevata e spirituale. In questo modo, arare la mente ci porta alla liberazione.

«Là dove il pensiero, sospeso mediante la pratica assidua dello yoga, cessa di funzionare, e là dove, percependo il Sé nel Sé [e] mediante il Sé, si trova la [propria] soddisfazione, là dove si trova quella beatitudine infinita che percepisce l’intelletto [buddhi] ma non i sensi.»

Bhagavad Gita

NAVARATRI DI PRIMAVERA

Navaratri, letteralmente le “Nove notti”, è una festività dedicata all’adorazione della Devi o Śakti, la Madre divina, l’espressione femminile di Dio. 

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Secondo il calendario tantrico indiano, l’anno è suddiviso in quattro periodi di 3 mesi. Questi periodi sono simili alle nostre quattro stagioni, ma in base ad un calendario lunare, non quello solare. Il passaggio da un periodo all’altro è l’occasione di celebrazione di diversi Navaratri.

Nelle sacre Scritture, in particolare nei Purana e nei Dharma-shastra, sono menzionate due Navaratri principali: la Vasantanavaratri  e la Sharanganavaratri rispettivamente una Navarati di primavera e una Navaratri d’autunno, ovvero i momenti di maggior transizione da una stagione all’altra e del relativo Dosha.

In molte tradizioni dell’India meridionale, i primi tre giorni sono dedicati a Durga, espressione divina di forza, di potente energia capace di distruggere i demoni dell’egoismo e dell’adharma; i tre giorni seguenti si adora Lakshmi, espressione della generosità, della luce che disperde l’ignoranza, della prosperità fisica e spirituale; gli ultimi tre giorni sono incentrati invece sul culto di Sarasvati, espressione della conoscenza pura e dell’arte.

Navaratri è uno dei periodi più importanti per la rigenerazione e armonizzazione della nostra energia a livello individuale e planetario.

Dal punto di vista astronomico e scientifico grazie al suo posizionamento nel cielo, la Luna è l’astro che maggiormente influenza l’umanità, è infatti il corpo celeste più vicino alla Terra; si tratta anche del pianeta più rapido e di conseguenza il suo ritmo condiziona e dinamizza la nostra vita. La Luna è 50 volte più piccola della terra, distante 360,000 km e il suo movimento di rivoluzione è di 27 giorni e una frazione. Dal punto di vista delle energie, la Luna capta, polarizza, ridistribuisce la luce polarizzata e i fluidi cosmici, di qui l’importanza di tale astro.

Dal punto di vista fisico sappiamo bene quali sono le influenze elettromagnetiche della Luna sul nostro pianeta, basti pensare alle maree (l’alta marea e la bassa marea). La Luna agisce sui liquidi, sulle mucose del corpo e sulle funzioni di procreazione e fertilità.

Dal punto di vista psicologico, la Luna coordina il ritmo e la stabilizzazione delle funzioni inconsce dell’anima. Coordina anche il sistema delle forme e della memoria, come anche il senso della maternità.

Il periodo di Luna nuova è il momento neutro, zero, nella tradizione indiana chiamato anche Shivaratri (la notte di Shiva). Questo giorno è un momento molto buono per iniziare una pratica spirituale e per iniziare cose nuove (per esempio smettere di fumare, smettere di bere alcol e in generale abbandonare le cattive abitudini di cui vogliamo sbarazzarci). E’ altresì un buon momento per realizzare tecniche di purificazione quali Vamana Dhauti, Shank Prakshalana, ecc. In poche parole se vogliamo liberarci di qualcosa, questo è il momento adatto.

Nella nostra vita quotidiana, attraverso i nostri sensi, le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri, abbiamo la tendenza naturale ad accumulare tante “cose” a livello del corpo, dell’energia, delle emozioni, della mente e dello spirito. Attraverso la pratica regolare e la meditazione, liberiamo gradualmente alcune cariche energetiche, alcuni traumi, energie represse ed emozioni che vengono bloccati nella nostra coscienza corpo-mente e che portiamo con noi, per lo più inconsciamente. Quei nodi, se non li indirizziamo, ci portano a riattivare incessantemente la nostra sofferenza, attraverso modelli di ripetizione negativi. Inoltre possiamo liberarci di tutte le tossine accumulate durante la stagione precedente. Utilizzando consapevolmente un periodo come Navaratri, si possono ottenere grandi benefici a tutti i livelli. La pratica degli asana sarà molto più intensa per attivare il fuoco ( ed il nostro metabolismo) e bruciare tutte le energie tossiche sedanti, sia in flow sia nel rimanere in un asana più a lungo.

L’azione di purificazione si amplificherà e approfondirà gradualmente nel corso di questi 9 giorni. Può interessare tutti i livelli del nostro essere simultaneamente o in successione.

Prestando più attenzione a ciò che mangiamo e beviamo puntando sulla purezza della nostra dieta, bere consapevolmente più acqua di qualità, (l’idratazione è uno strumento molto importante per aiutare a purificare e liberare blocchi energetico-emozionali dal nostro corpo).

In questi nove giorni prendiamo in considerazione la possibilità di amplificare la nostra meditazione e il rilassamento profondo, in termini di durata e / o la frequenza.

Prendiamoci piccole pause durante il giorno e adottare micro-pratiche di consapevolezza: ci fermiamo per un po’, chiudiamo gli occhi, respiriamo profondamente per tre volte e osserviamo per un minuto che cosa si manifesta a noi, senza giudizio, solo presenza. Se è possibile, facciamo questa micro-pratica almeno 5 volte al giorno o più. E adottiamo momenti di silenzio durante il giorno per centrare nuovamente noi stessi.

Connettendomi più con la natura e, se possibile in silenzio, con lunghe passeggiate,

Una piccolo Chicca: in questi giorni è consigliato un taglio dei capelli, anche più consistente, per riattivare e rinforzare la crescita.

 

HOLI -IL SIGNIFICATO DEI COLORI

I significati dei vari colori nell’Holi Festival:
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I significati dei vari colori nell’Holi Festival:
Verde: in principio simboleggiava l’inizio di una stagione agricola prosperosa. Oggi vuol semplicemente inneggiare a un nuovo inizio, a una rinascita spirituale e alla ricerca della felicità. Il verde è anche il colore dell’Islam e per i tanti indiani musulmani l’utilizzo di questa polvere significa celebrare la natura, ovvero la massima manifestazione di Dio.
Blu: il blu rappresenta l’acqua, ovvero vita e potenza. Senza acqua non ci sarebbe vita sulla terra, ma allo stesso tempo l’acqua è uno degli elementi più potenti in natura, in grado di distruggere qualsiasi cosa l’uomo abbia creato. Scegliere questo colore significa invocare maggior potenza, vitalità e forza.
Giallo: la polvere gialla si ottiene principalmente dalla curcuma, un alimento che nella cultura indiana viene considerato quasi magico per i poteri benefici e curanti. Prima di un matrimonio, in India, si cosparge un po’ di curcuma sulla sposa per incrementare la sua fertilità. Durante l’Holi Festival si utilizza il colore giallo per guarire da una malattia oppure come protezione dai problemi fisici.
Rosso: il rosso simboleggia ricchezza e benessere. Nel mondo occidentale il rosso significa passione ed erotismo, mentre nella cultura indiana ha un significato più ampio, che include sì la fertilità (da un punto di vista di purezza, non erotico), ma soprattutto l’abbondanza nel senso più ampio del termine. Utilizzare il colore rosso è adatto a coloro che vogliono di più nella loro vita, anche a livello materiale.

LA FESTA DI HOLI

Il Festival di Holi, o Festa dei Colori, è un evento importante che si svolge ogni anno nell’intera India e nasce come celebrazione della rinascita interiore dell’uomo.
È un grandissimo inno alla gioia dove si abbandona ogni dolore e afflizione per abbracciare la vita in tutta la sua bellezza.
Holi si celebra nei giorni che precedono la luna piena del mese di Phalguna (febbraio-marzo).
Questa festa segna l’inizio della primavera, perlappunto il momento di rinascita della vita in natura, e rievoca racconti presenti nei testi sacri. Originariamente legata all’agricoltura, Holi è anche un’occasione per festeggiare i primi raccolti dopo l’inverno.
La celebrazione avviene nel corso di due giornate; il primo giorno si compie un falò con richiami al significato dei miti associati alla festività, quindi alla vittoria del bene sul male. Il secondo giorno è dedicato interamente al puro divertimento. La comunità intera, senza distinzioni di alcun genere, classe o religione, scende per le strade e si “sbizzarrisce” in giochi esuberanti; ci si lanciano polveri o acqua colorate; si danza e si canta insieme e si scambiano ghiotti dolcetti.
Molti sono i miti legati alla festa di Holi. Tra i tanti ve n’è uno proprio carino che vi riporto.
Questo mito è legato alla figura del Dio Krishna e, in particolare, al suo grande amore per Radha.
Si narra che il Dio Krishna, quando era bambino, fosse geloso della carnagione chiara di Radha rispetto alla sua che era molto scura. Si lamentò di questo con sua madre, Yashoda, la quale scherzando gli consigliò di mettere del colore sul viso di Radha e vedere come sarebbe cambiata la sua carnagione.
Il giovane e dispettoso Krishna prese sul serio le parole della madre e così colorò il volto di Radha.
Il gioco d’amore tra Krishna, Radha e le Gopi che si gettano acqua e polveri colorate è diventato così popolare che la festa di Holi lo ripropone.
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8 MARZO – IL FEMMINILE E LO YOGA

Femminile e maschile – In ognuno di noi questi due aspetti, come lo yin e lo yang, sono presenti, che siamo uomo o donna. In occasione della festa della donna rendiamo omaggio al femminile ed ad alcune delle figure mitologiche femminile dello yoga.

Ogni uomo dovrebbe risvegliare in sé gli aspetti femminili e ogni donna ritrovare nella propria femminilità la forza. Attraverso lo Yoga e le asana che simboleggiano le grandi divinità femminili, possiamo mirare acquisire una grande forza, trasformando l’aggressività in energia positiva e ritrovare l’essenza del lato femminile:  accogliente, duttile, pacifica e guerriera nel contempo, .

Tutte le divinità femminili sono manifestazioni della Shakti, il principio dell’energia divina che nell’induismo è, appunto, femmina. Shakti è la polarità femminile di Shiva, ma anche il suo sinonimo, la sua energia, la sua compagna alter ego. Shiva non esiste senza Shakti, la sua metà femminile. Egli può diventare attivo solamente quando quest’ultima gli dà forza. Vediamo nella mitologia induista le diverse “facce” del femminile.

 

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Kali, la selvaggia

A differenza di altri modelli femminili di dolcezza, Kali esprime una forza devastatrice e un’aggressività dirompente. Il suo colore è il blu notte e la sua raffigurazione tradizionale tra le più violente. Kali è il lato selvatico e distruttivo della femminilità, e l’amore non sembra contemplato tra le sue qualità mentre La sessualità è sfrenata e smodata. Questa Dea non è però tutta cattiveria, ma quella che Kali esprime con la sua ferocia: simboleggia il cambiamento e la forza del femminile. Kali, parola che in sanscrito significa “tempo”, è nella sua essenza “eternità”, perpetua trasformazione ed eterno mantenimento, dove ogni cosa cambia e tutto si trasforma in continua evoluzione e crescita. Kali è simbolo  azione, ritmo della vita.

 

Lakshmi, la “sposa perfetta”

Siede serena su un grande e roseo fiore di loto, simbolo di purezza e spiritualità, la “dea madre” Lakshmi, consorte di Vishnu e madre di Kama, il dio dell’amore. Dolcezza, protezione e maternità sono le sue caratteristiche

 

Parvati, l’amore devoto

La leggenda narra che la prima moglie di Shiva, Sati, diede fine alla sua vita immolandosi, spinta dalla vergogna e dall’indignazione perchè padre aveva offeso il suo sposo non invitandolo a una cerimonia.

Shiva, consumato dal dolore, si rifugiò nell’Himalaya per vivere da asceta, meditando e rifiutando la vita terrena. Ma Sati reincarnata sotto forma di una nuova donna-dea, Parvati, figlia della personificazione della montagna e di una ninfa lo riconquistò divenendo sua sposaDetta anche “figlia della montagna”, è madre di Ganesh e Skanda e anche lei rappresenta un idea le femminile di delicatezza e benevolenza.

 

Sarasvati, arte e acqua

Evoluzione di una divinità fluviale d’epoca vedica, nel pantheon induista Sarasvati si è poi affermata soprattutto come incarnazione mistica delle belle arti, Dea della parola, dell’eloquenza, della sete di sapere, della conoscenza intellettuale

Per le sue antiche origini essa simboleggia come il fiume a cui è associata l’acqua e, per estensione, la purificazione, la guarigione, il lasciar scorrere.

Durga, l’affascinante guerriera

Né totalmente distruttiva come Kali, né esclusivamente dolce e benefica come le altre dee, la risoluta Durga, manifestazione della forza creatrice che può Durga, è “l’invincibile”, e  “l’inavvicinabile”, “l’inaccessibile”.

Sita, la fedeltà mitologica

Sita, non una dea ma quasi. La sua storia è descritta in due poemi in cui vengono raccontate le gesta di Rama, re e settimo avatar di Vishnu, e di sua moglie Sita, che è una sorta di incarnazione di Lakshmi Ella rappresenta un ideale di pazienza e fedeltà muliebri.

ANJANA – La signora delle scimmie, protettrice della razza umana

Non una dea ma una ninfea, madre di Hanuman, signore delle scimmie e potentissimo guerriero di Vishnu. Le ninfee (apsaras) erano famose per la loro incredibile bellezza ed immutabile giovinezza.

SHANKINI – La signora delle conchiglie

Anch’essa non una dea ma colei che per il suo stesso simbolismo ed il suo collegamento a Vishnu è protettrice e custode della vita, proprio come le conchiglie che racchiudono in se proteggendolo un mollusco.  Si dice che il Dio Vishnu riproduca il suono primordiale OM soffiando in una conchiglia.

BHOGAVATI – la dea Serpente.

Colei che risiede nel suo mondo sotterraneo dove dimorano i Naga (serpernti), simboleggia la capacità al cambiamento, proprio come i serpenti che cambiano pelle.

KAKINI – Colei che muove il vento

Divinità collegata al chakra del cuore e atutto quello che questo chakra racchiude.

JALADJIA – La signora nata dal mare

Figlia dell’oceano di latte è colei che riposa nelle acque primordiali.

NAMASTÉ E BUON 8 MARZO TUTTO L’ANNO

I 3 GUNA

I GUNA

Nel  Samkya, il più antico dei sei sistemi filosofici dell’India, si legge che l’universo si è creato dall’incontro/scontro di due forze primordiali chiamate Purusha (spirito/coscienza) e Prakriti (materia). La loro interazione è indispensabile poiché lo spirito è inattivo senza la materia e la materia è inanimata senza lo spirito.

Queste due forze sono in costante evoluzione e trasformazione ed i Guna sono le qualità di trasformazione attraverso cui queste energie primordiali si manifestano nella natura ed in ogni essere vivente.

“Quando l’essere incarnato è in grado di elevarsi sopra i tre guna, si libera dalla nascita, dalla morte, dalla vecchiaia e dalla sofferenza che ne derivano e gioisce dell’immortalità.”

Bhagavad Gita XIV.20,

 I 3 guna sono: Tamas, Rajas e Sattva.

Tamas (dal sanskrito: oscurità) rappresenta l’oscurità, l’inerzia. L’influenza tamasica porta l’uomo a non  vedere di la della propria mente, ad essere pigro, svogliato, affaticato, depresso, a volte violento. Tamas porta confusione, torpore e attaccamento al mondo materiale.

Rajas (dalla radice ranj: “dinamico”) rappresenta la passione, il desiderio ed il movimento. Rajas ci spinge all’azione. Una mente rajasica è una mente che si muove da un pensiero all’altro velocemente.

Sattva (dalla radice “sat”: esistente o esistenza) rappresenta la luce e la purezza. Una persona sattvica è una persona saggia e virtuosa, le sue parole sono piene di saggezza e di rispetto per gli altri esseri umani. La mente sattvica è una mente pura che segue solo un pensiero alla volta ma che è in grado di muoversi velocemente o lentamente a secondo delle circostanze che si trova ad affrontare.

Dentro ognuno di noi c’è un parte tamasica, rajasica e sattvica. Sia nello yoga che nell’ayurveda ci sono indicazioni precise (come l’uso di certi cibi invece di altri) per arrivare ad essere una persona in cui sattva è l’elemento predominante, anche se, lo scopo ultimo, non è fermarsi ai guna ma andare oltre. Superare i guna significa non identificare il sé con le loro qualità ed essere distaccato dalle qualità della vita sia positive che negative.

Namastè

 

I CHAKRA – COLORI E SUONI

La parola “Chakra” che viene trasformata solitamente in “Chakra, in sanscrito significa “ruota, cerchio o disco”, è un termine utilizzato nelle filosofie tradizionali indiane per rappresentare i centri energetici del nostro corpo, che hanno il compito di “ricevere e distribuire” la nostra energia vitale.

 

In un successivo momento andremo ad analizzare più dettagliatamente cosa “sono” e vedremo uno per uno le caratteristiche, i pro ed i contro, ecc..

 

In questo articolo ci togliamo una curiosità sui colori dei chakra e sui loro simboli, premettendo che per gli antichi yogi i colori oggi associati ai chakra erano diversi.

 

I COLORI DEI CHAKRA:

Il colore è semplicemente energia che vibra a velocità diverse.

I Chakra come l’arcobaleno contengono tutti i colori possibili ed immaginabili. Vengono rappresentati ognuno con un colore specifico, ma nella realtà non si tratta di un centro di energia rosso o arancione e così via, ma di un intero spettro di colori che inizia alla base della colonna vertebrale ed esce dalla parte superiore della testa. I colori dei Chakra si fondono insieme, proprio come accade in un arcobaleno

Senza approfondire nel dettaglio scientifico il sistema colore è comunque importante sapere che: il colore è, in realtà, parte della luce. La luce è composta a sua volta da un’energia vibrante – un’energia che vibra a velocità differenti e che, se messa tutta insieme, crea lo spettro completo dei colori, come una melodia di note. Se dovessimo suonare una delle note singolarmente, sentiremmo un suono ben distinto. Allo stesso modo, se guardiamo una singola parte dello spettro della luce, vediamo un colore specifico.

Visualizzando lo spettro dei colori come una linea questa con il rosso a sinistra e il viola a destra, è possibile visualizzare le vibrazioni più basse a sinistra e, spostandosi gradualmente, quelle più alte a destra.

SIGNIFICATO DEI COLORI:

l rosso rappresenta la forza, la salute e la vitalità. Associato all’elemento fuoco, al sesso, al sangue e alla passione, stimola la circolazione del sangue, influisce sulla vitalità del corpo e della mente e ha un potere riscaldante. IL CHAKRA RADICE MULADARA È VISUALIZZATO CON IL ROSSO.  Questo chakra è collegato alla madre terra ed all’istinto di sopravvivenza. –  IO ESISTO – IL RADICAMENTO.

L’arancione ha un’azione liberatoria sulle funzioni fisiche e mentali e un grosso effetto di armonizzazione e di distribuzione dell’energia. Favorisce la pulizia dei chakra, stimola il sistema immunitario e la creatività, espelle le tossine e infonde serenità, entusiasmo, allegria, voglia di vivere e ottimismo. IL CHAKRA SVADHISTHANA RAPPRESENTATO CON IL COLORE ARANCIO È COLLEGATO ALLA SESSUALITA’ ED ALLA SFERA RIPRODUTTIVA. – IO SENTO – VALORE DI SE’.

Il giallo è associato alla parte sinistra del cervello e in genere al lato intellettuale, alla felicità, al buon umore, alla saggezza e alla decisione. Favorisce l’attenzione e la concentrazione nello studio, stimola il sistema digestivo e purifica l’intestino, favorisce l’assimilazione e la consapevolezza. È IL COLORE DI MANIPURA IL CHAKRA COLLEGATO ALLA NOSTRA VOLONTA’. – IO SONO – AUTOSTIMA.

Il verde è il colore dell’armonia e della natura: simboleggia la speranza, l’equilibrio, la pace e il rinnovamento. Come l’arancione, facilita la pulizia dei chakra ma in modo più dolce. Agisce sul sistema linfatico, è rinfrescante e rilassante, favorisce la riflessione, la calma e la concentrazione. Promuove il benessere generale dell’organismo e ne riequilibra le funzioni. VERDE È ANAHATA, IL CHAKRA DEL CUORE,  COLLEGATO ALL’AMORE DI SE’ MA NELLA FORMA NON EGOISTICA.

Il blu è un colore calmante e rinfrescante. È un vero e proprio isolante energetico e ha un effetto inibente sui chakra e sui tessuti. Favorisce la percezione e il sonno, ossigena i tessuti e riduce il dolore. VISHUDDA HA IL COLORE BLU, COLLEGATO ALL’ESPRESSIONE (la parola, i suoni) – IO COMUNICO/IO CREO – RISPETTO DI SE’.

L’indaco e il viola sono i colori per eccellenza dei chakra superiori e con la loro vibrazione più alta sono ottimi per la meditazione. Agiscono sull’emisfero destro del cervello, favoriscono l’intuizione e riequilibrano tutto il sistema energetico. INDACO È AJNA IL CHAKRA DEL TERZO OCCHIO, CHE CI COLLEGA AL NOSTRO SE’. È IL CHAKRA DELLA PERCEZIONE. – IOVEDOI/IO PENSO – FIDUCIA DI SE’.

IL VIOLA È IL COLORE DEL CHAKRA CORONA, IL NOSTRO COLLEGAMENTO CON IL SE’ SUPERIORE, SAHASRARA, IL NOSTRO CHAKRA SPIRITUALE. È IL PUNTO DELLA REALIZZAZIONE PIENA – IO SO.

Esiste una relazione diretta tra ogni chakra, la parte del corpo in cui si trova e le varie frequenze di suoni.

All’interno dei disegni simbolici dei chakra è rapprentato un suono, un bija mantra, ovvero i mantra seme. Questa simbologia è oggi stata comprovata dalla scienza. Nella misurazione delle nostre onde elettromagnetiche il determinati punti (corrispondenti alle aree dei nostri chakra) sono riscontrabili i suoni delle nostre basse frequenze.

I Mantra sono delle “parole suono” particolari, che hanno un effetto specifico sui Chakra. Quindi, cantare i mantra durante la meditazione porta effetti sui Chakra.
Ogni suono è diverso secondo il Chakra che si sta tenendo in considerazione.
Secondo la tradizione yogica, i Bija Mantra sono i suoni che producono la rotazione dei Chakra (ruote di energia) che nel loro movimento creano diverse frequenze e quindi, producono suoni diversi.

I bija mantra collegati a 6 dei 7 chakra  sono:

MULADHARA – OM

SVADHISTHANA – VAM

MANIPURA  – RAM

ANAHATA – YAM

VISHUDDA – HAM

AJNA – OM

SAHASRARA – NON HA SUONO È IL SILENZIO DOPO L’OM, LA QUIETE PERFETTA.

 

Ad ogni suono e chakra è collegato un mudra ma, di questo parleremo la prossima volta.

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Chidakascha “Lo spazio della Coscienza”

 

 

 CHIDAKASCHA

La parola CHID significa COSCIENZA. E quando si parla di CHIDAKASCHA si parla dello spazio della coscienza.

Questo spazio, se vogliamo dargli una posizione fisica riconoscibile, si trova nella testa, dietro la fronte, in corrispondenza del nostro 6° chakra, Agya, il terzo occhio, ed è lo schermo mentale in cui è possibile manifestare, attraverso DHARANA, la concentrazione, le visualizzazioni ed impressioni sottili che emergono dai livelli più profondi della nostra Coscienza, il nostro Sé.

Metaforicamente parlando immaginiamo Chidakascha come una grotta buia; se la guardiamo da fuori tutta sarà oscuro ma, se entriamo dentro la grotta, i nostri occhi si abitueranno all’oscurità ed inizieranno a vedere l’interno della grotta, le sue pareti e quanto in essa c’è.

Così è questo spazio, questo nostro schermo della coscienza.

Attraverso la concentrazione, quando abbiamo calmato le continue oscillazioni della mente, possiamo essere in grado di visualizzare su questo nostro schermo interiore il graduale passaggio dalla percezione sensoriale e fisica verso la percezione psichica e pranica, incontrando il nostro Sé interiore.

La concentrazione è la localizzazione della mente.”
Yogasutra

DI SEGUITO VIENE INDICATA UNA MEDITAZIONE ATTRAVERSO CHIDAKASCHA DHARANA  TRATTA DA UN ARTICOLO DI https://suryanamaskara.altervista.org/blog/2018/10/19/chidakasha-dharana-concentrazione-spazio-coscienza/

Fase 1: Preparazione

Sedetevi in una postura di meditazione confortevole. Regolate la posizione in modo che non ci sia bisogno di muovere il corpo durante la pratica. Assicuratevi che la spina dorsale sia eretta e la testa dritta. Mettete le mani sulle ginocchia o sul grembo. Le palpebre e le labbra devono essere chiuse delicatamente ma fermamente, non troppo strette o troppo larghe. Per alcuni momenti, osservate mentalmente la posizione del corpo e prendete coscienza di come state seduti. Osservate la posizione delle dita dei piedi, dei piedi, delle caviglie, delle ginocchia, delle gambe, delle dita, delle mani, delle braccia, delle spalle, della schiena, dei glutei, del torace, dell’addome, del tronco, del collo e della testa.

Fase 2: Specchio del corpo

Cercate di creare un’immagine mentale di voi stessi. Immaginate mentalmente che ci sia uno specchio a figura intera davanti a voi e il vostro corpo si rifletta in quello specchio. Provate a vedere il riflesso del corpo nello specchio. Completa consapevolezza del corpo che si riflette nello specchio. State guardando il riflesso di voi stessi. In quel riflesso del corpo prendete coscienza della posizione, della postura, in cui siete seduti al momento. Osservate anche i vostri vestiti nel riflesso. Osservate i capelli e l’espressione facciale. È come se foste seduti davanti a uno specchio a figura intera con gli occhi aperti.

Fase 3: Respirazione Trikona

Spostate la consapevolezza al processo di respirazione. Osservate il respiro naturale mentre si muove su e giù per le narici.

Dovrebbe esserci una consapevolezza incessante e ininterrotta della respirazione. Sentite il flusso del respiro dentro e fuori dalle narici. Mentre inspirate, i due flussi d’aria si muovono verso l’alto e si incontrano al centro delle sopracciglia. Mentre espirate, i due flussi divergono e si spostano verso il basso. I due flussi di respiro formano un percorso triangolare con la parte superiore del triangolo al centro delle sopracciglia. Continuate a sperimentare il movimento convergente e divergente del respiro.

Guardate il respiro che si muove su e giù per i lati del triangolo. Sentite la vostra consapevolezza che si fonde con il respiro.

Fase 4: Entrare nello spazio della testa

Portate la vostra attenzione al centro delle sopracciglia. Diventate consapevoli dell’oscurità. Osservate lo spazio nero davanti agli occhi chiusi. Non irrigidite i muscoli oculari concentrandovi troppo. Basta osservare lo spazio nero, il cielo vuoto. Siate consapevoli dello spazio di chitta, l’aspetto della mente che percepisce, che sperimenta lo spazio della coscienza.

Esperite chidakasha nella sua totalità, lo spazio che si estende oltre il regno dei sensi fisici, lo spazio situato nella regione sopra Vishuddhi e sotto Sahasrara.

Fisicamente, l’intera regione della testa è l’area del chidakasha. Sperimentate il cielo nero del chidakasha in tutta la vostra testa. Diventate consapevoli dello spazio oscuro che vi circonda, dentro. Sviluppate la consapevolezza totale del chidakasha, lo spazio interiore, sopra, sotto, tutto intorno a voi. Non c’è nient’altro che la sensazione del cielo vuoto.

Fase 5: La grotta di chidakasha

Concentrate la vostra attenzione sul chidakasha, lo spazio all’interno della testa. Immaginate che l’interno della testa sia come una grotta o una piccola stanza buia. La fronte forma la parete frontale. La parte posteriore della testa forma la parete posteriore. I lati della testa formano le pareti laterali. La base del cervello a livello degli occhi e delle orecchie forma il pavimento, e la corona della testa è il tetto. Siate consapevoli del chidakasha nella forma di una piccola stanza o grotta. Consapevolezza della stanza all’interno della testa, una stanza completamente chiusa e buia. Osservatela.

Visualizzatevi in piedi nel mezzo della stanza.

Guardatevi intorno. Sviluppate la stessa esperienza che avreste in una stanza completamente buia, chiusa, senza luci, porte o finestre. Provate la stanza del chidakasha, la grotta del chidakasha. Portate la consapevolezza nella parte anteriore della stanza, dietro il muro della fronte.

Camminate lentamente verso la parete posteriore, la parte posteriore della testa. Dal retro osservate la parete frontale. Venite al centro della testa e visualizzatevi in piedi. Guardatevi intorno e sentite la vastità, il vuoto del chidakasha.

Sviluppate l’esperienza del silenzio interiore, della quiete interiore, dell’immobilità mentale. Distaccatevi da voi stessi, dalla vostra consapevolezza, dalla mente e dalle sue percezioni, dal corpo e dalle sue percezioni. Diventate consapevoli dello stato interiore del silenzio, della quiete e dell’immobilità.

Fase 6: Impressioni nella memoria

Siate testimoni dello spazio del chidakasha, prendete coscienza delle impressioni sensoriali nella memoria. Osservate le impressioni sensoriali che sono attive nella mente in questo momento.

Che tipo di esperienze sensoriali vengono percepite in chidakasha? Siate consapevoli degli input uditivi, degli input visivi, degli input tattili, degli input del gusto, che possono essere attivi nella memoria, all’interno del chidakasha. Osservateli solo una volta. Siate pienamente consapevole del campo di memoria che è attivo nello spazio del chidakasha. Quindi iniziate ad osservare le manifestazioni sensoriali nel chidakasha nelle forme di colori, forme, flussi di luce o differenti sensazioni fisiologiche.

Fase 7: Manifestazioni sensoriali

Mantenete l’attenzione concentrata sul chidakasha. Siate consapevoli del movimento di colore e luce. Questo movimento può essere visto sotto forma di strisce di luce o di colore, sotto forma di diverse sfumature di oscurità, sotto forma di movimenti oscuri. Siate consapevoli dei naturali movimenti spontanei di luce, ombra e colore nel chidakasha. A volte si muovono così velocemente che non è possibile identificare un colore o una forma. Compaiono e scompaiono ogni momento che passa. A volte un grappolo di luce o di colore si manifesta nel chidakasha e rimane lì per qualche istante prima che si dissolva. Quando succede, guardatelo.

Osservate il movimento nel chidakasha, che sia di ombra, luce o colore. Non permettete che la vostra attenzione sia distratta dalla pratica. Siate consapevoli di nient’altro che il movimento dell’ombra, del colore e della luce nel chidakasha. Se c’è un chiacchiericcio sotto forma di inchiesta, sotto forma di analisi o in qualsiasi altra forma, fermatelo. Siate pienamente consapevoli di ciò che state osservando in chidakasha. Non razionalizzate nulla, semplicemente osservate.

Sviluppate gradualmente la consapevolezza del chidakasha, del vuoto, del vasto cielo. Provate ad immaginare come si sente un astronauta quando viaggia nello spazio. C’è un’oscurità completa intorno a lui, e in quell’oscurità può vedere le stelle brillare in diversi colori, dimensioni e forme. Dovete provare un’esperienza simile. Sperimentate questo vasto spazio di chidakasha. Una parte della coscienza dovrebbe sperimentare, l’altra parte dovrebbe solo osservare l’esperienza, osservare le sensazioni, obiettivamente.

Fase 8: Creazione di immagini

Pensate a qualsiasi cosa. Il primo pensiero che vi viene in mente, qualunque esso sia, provate a vederne un’immagine. Date forma al vostro pensiero. Se pensate a un fiore, create un’immagine del fiore in chidakasha. Se pensate ad un albero, create l’immagine di un albero. Se pensate al fuoco, create l’immagine del fuoco. Ma per favore ricordate, solo il primo pensiero che vi viene in mente dovrebbe ricevere una forma. Se create un’immagine dopo averla pensata, allora non è valida. Il processo deve essere spontaneo.

Create un’immagine con i punti di colore e luce che galleggiano nel chidakasha. Riempite l’immagine che avete creato con colori, luci e ombre. Fate uno sforzo consapevole per dare colori alla forma che create in chidakasha.

Fase 9: Visualizzazione di uno Yantra

Pensate a uno yantra, a una particolare forma geometrica o a una combinazione di forme, con intensità. Qualsiasi yantra va bene, anche quello di cui potreste aver sentito parlare da qualcuno. Non importa se avete già visto uno yantra o no. Pensate a esso con intensità. Osservatelo naturalmente e spontaneamente.

Osservate il chidakasha con intensità, indipendentemente dal fatto che la forma geometrica di uno yantra appaia o no. Il pensiero, l’idea, la percezione dello yantra devono venire dalla mente subconscia. Quando i pensieri appaiono dal subconscio e c’è intensità di pensiero e sentimento, l’immagine di uno yantra è destinata a venire fuori. Non importa se vedete l’immagine dello yantra in una sola seduta o in dieci sedute.

Non pensateci. Preoccupatevi solo dell’intensità della concentrazione, con la consapevolezza del chidakasha.

Non permettete che la dissipazione mentale distragga la vostra consapevolezza della pratica. Non perdete l’intensità della concentrazione e consapevolezza.

Fase 10: Scrittura psichica

Il prossimo stadio del chidakasha dharana è la scrittura psichica.

Immaginate l’intero chidakasha come una grande lavagna. State andando a scrivere sulla lavagna con diversi gessetti colorati. Prima di tutto, con il gesso bianco scrivete il vostro nome in maiuscolo nell’angolo in alto a sinistra della lavagna di chidakasha. Dopo di che, con il gesso giallo, sotto il nome scrivete i numeri da uno a dieci con le virgole tra di loro.

Quindi con il gesso arancione disegnate piccoli cerchi nella terza riga. Prima disegnate un cerchio sotto il numero uno.

Disegnate un secondo cerchio sotto il numero due. Disegnate un altro cerchio sotto il numero tre. Disegnate un altro e un altro. Ora con il gesso colorato di rosso disegnate piccoli quadrati sotto i cerchi. Ancora una volta prendete il gesso bianco colorato e disegnate triangoli. Sotto ogni quadrato disegnate un triangolo.

Ora guardate l’intera lavagna. Vedete il vostro nome scritto nell’angolo a sinistra. Vedete i numeri sulla seconda riga, i cerchi sul terzo, i quadrati sul quarto e i triangoli sul quinto.

Fase 11: Fluttuare nello spazio

Ora cancellate tutta la scrittura. Ritornate alla consapevolezza del chidakasha. Visualizzate l’intero spazio di testa, il vasto cielo, sotto forma di un cerchio, una sfera, una sfera con una piccola apertura rotonda. Entrate nella sfera attraverso l’apertura rotonda. State galleggiando in una sfera. Questa esperienza di fluttuare dentro la sfera del chidakasha avverrà solo quando ci sarà un totale equilibrio fisico e stabilità.

Una volta che questo sarà raggiunto ci sarà una sensazione di galleggiamento o levitazione. Dovrete sforzarvi di ottenere questa sottile esperienza di fluttuare nello spazio controllando prima il corpo, le sensazioni del corpo. Quindi entrate nella sfera del chidakasha e sperimentate il fluttuare in essa. Cercate di sviluppare e intensificare questa sensazione che rappresenta la coordinazione e l’armonia tra l’esperienza fisiologica e l’esperienza del chidakasha.

Fase 12: Fine della pratica

Diventate consapevoli del chidakasha, lo spazio mentale. Siate consapevoli dello stesso spazio che pervade tutto il corpo. Sviluppate la consapevolezza del corpo fisico e della postura.

Sentite il peso del corpo contro il pavimento. Consapevolezza totale del corpo fisico. Siate consapevoli del processo della respirazione. Siate consapevoli dell’ambiente circostante.

Ascoltate qualsiasi suono esterno. Inspirate profondamente e cantate Om tre volte.