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LACRIME E SORRISI

Post n°125 pubblicato il 17 Luglio 2006 da kayfakayfa
Foto di kayfakayfa

Al centro di recupero minorile dove coordino un laboratorio di scrittura creativa per ragazze rom, il sabato mattina è giorno di colloquio con i familiari, pertanto ogniqualvolta il pomeriggio m’incontro con loro c’è sempre qualcuna che è triste. Ammetto che in questi momenti ho difficoltà a non lasciarmi coinvolgere emotivamente dalla sofferenza e dal dolore che palesano spesso con silenziose lacrime. Tuttavia, grazie a una sorta di training autogeno cui mi sottopongo prima di recarmi lì, riesco a dominare le emozioni quel tanto che basta a non far trasparire il mio coinvolgimento per la loro reclusione.
Come mi fa notare la vigilante con la quale mi intrattengo a parlare, mentre aspetto che si faccia l’ora per varcare la “soglia” e iniziare l’incontro, non è da escludere che, intuendo la mia fragilità d’animo, qualcuna di loro potrebbe approfittarsene chiedendomi di effettuarle qualche favore esterno, magari fungere da tramite con i parenti, creandomi in tal senso grosse difficoltà, per non dir di peggio, sia a livello personale, sia giudiziario se accettassi. Dispiaciuto, sono costretto ad ammettere che, non appena seppi che avrei iniziato quell’esperienza, la prima cosa che m’imposi fu proprio di non farmi travolgere dall’emotività allorquando qualcuna di loro mi avrebbe raccontato della propria vita tormentata, imponendomi di pensare che se non fossero soggetti socialmente pericolosi queste ragazze non starebbero lì segregate. Parlando della loro pericolosità sociale, la vigilante, con fare materno, dichiara che essa è determinata unicamente da una serie di aspetti culturali che identificano i figli come strumenti; veri e propri utensili di ossa e carne di cui servirsi per procacciarsi il “pane quotidiano” da parte di chi li mette al mondo. Il loro concepimento non è frutto né di un atto d’amore, né tanto meno di un “incidente di percorso” derivante da un momento di piacere fisico, bensì semplice affermazione di un cinismo culturale che contempla i bambini come mera manodopera per la permanenza in vita del branco, da sfruttare per loschi scopi perché non perseguibili legalmente. A suo dire, la cosa più triste è che queste ragazze sono consapevoli di tutto ciò e in cuor loro ne soffrono ma non possono farci nulla perché il tutto rientra nella logica che regola la loro società! A questo punto la vigilante vuol sapere secondo me che differenza passa tra i miei figli e queste ragazze. Come fa a sapere che sono sposato e ho due figli? Forse, prima di autorizzarmi a tenere il corso, hanno preso informazioni sulla mia persona? Reprimendo il dubbio, rispondo che i miei figli alle spalle hanno una famiglia su cui fare affidamento mentre le ragazze no! Con una smorfia di rassegnazione, dichiara che purtroppo non è solo la presenza della famiglia a determinare la differenza ma l’intero contesto che vi ruota intorno rappresentato dall’uniformità tra l’estrazione culturale dei genitori e quella del parentado, delle amicizie, della scuola. In sintesi il cerchio in cui si svolge la vita dei miei figli contempla valori omogenei quali l’educazione, la cultura, l’onestà e il rispetto per il prossimo. Quello di queste ragazze ne osserva esattamente l’opposto.  Quindi mi domanda che impressione mi sia fatto di queste adolescenti. Rispondo che, nonostante non abbiano più di sedici anni a testa, per l’esperienza di vita che hanno acquisito vivendo la strada, sono sicuro che ognuna di loro sarebbe capace di fare un sol boccone di una trentenne/quarantenne della nostra cosiddetta società civile. Sorride, annuendo col capo. Poiché, da quando sono arrivato, tra noi si è subito instaurata una simpatica intesa comunicativa, le chiedo se il motivo per il quale lei e le sue colleghe vestano abiti borghesi sia per non accentuare la pesantezza del luogo. Risponde di sì! Nel frattempo si è fatta l’ora per iniziare. Il documento di riconoscimento gliel’ho presentato non appena sono arrivato, senza che me lo chiedesse. Così come autonomamente ho vuotato la borsa dall’agenda, dal libro e dalle fotocopie per riporla insieme al portafoglio, alle chiavi dell’auto e di casa e al cellulare nella cassetta di sicurezza posta nel mobiletto accanto all’ingresso. L’altra vigilante, fino a quel momento defilata nella stanza attigua, fa la sua comparsa. Prende dalla scrivania le enormi chiavi d’ottone, e apre il cancello per entrare nell’area intermedia alle nostre spalle, dove è la sala in cui si svolgono i nostri incontri, che mi sa tanto di purgatorio. Una volta richiusa la grata, spalanca l’altro cancello che conduce all’inferno per far uscire le ragazze.
Non appena mi vedono di là dalle sbarre, le fanciulle mi salutano cordialmente. La vigilante mi fa presente che ciò è un buon segno, significa che ho conquistato la loro fiducia!  Aspetto ancora qualche istante, il tempo che terminino di fare merenda, quindi anch’io entrerò nel purgatorio.
Quando sono con loro noto che anche stavolta il volto di qualcuna è segnato dalla tristezza. Cerco di non farci caso e inizio a distribuire le fotocopie di NESSUN LUOGO E’ LONTANO, una bellissima favola di Richard Bach, l’autore de IL GABBIANO JONATHAN, che ho fotocopiato per intero e che ho intenzione di leggere tutta d’un fiato essendo breve. Una delle ragazze che la settimana scorsa era giù di corda, oggi è particolarmente allegra: mi chiede di rifare il gioco delle parole giacché l’ultima volta non vi partecipò. L’accontento. Con noi gioca anche la vigilante. Dopo circa mezz’ora, terminato il gioco, inizio a leggere la favola. Le ragazze sono attente. Quando finisco, una di loro vuol sapere quando terminerà il laboratorio. Rispondo che, oltre a quell’incontro, sono previsti ancora due appuntamenti. Insiste domandandomi se ci rivedremo a settembre. Spiego che una mia eventuale futura presenza lì è vincolata al lavoro che stiamo svolgendo. Se scriviamo, non è escluso che a settembre il laboratorio si rifarà. Aggiungo che, se lo riprendessi, spero di non ritrovarle lì perché significherebbe che qualcosa in meglio è cambiato nella loro vita. Approfittando che una di loro continua a non voler esprimere il proprio pensiero sulla carta, convinta della stupidità delle proprie idee, chiedo loro se la causa per cui si trovano in quel posto è dovuta all’aver pensato in maniera intelligente o idiota. Tutte rispondono d’essere lì perché hanno pensato in maniera stupida. Tuttavia con rassegnazione una di loro afferma che a volte non basta pensare in maniera intelligente per non fare certe cose: seppure non vorresti, perché sai che non è giusto fare qualcosa perché fai del male alla gente, spesso sono gli altri che ti costringono a sbagliare! Con fare entusiasta, un’altra dichiara di percepire che la mia presenza le sta facendo bene perché si sta scoprendo a pensare in maniera diversa dal solito! Le sue parole non mi illudono: non escludo che dica ciò solo per lusingarmi nella speranza di trarne qualche beneficio personale. Se mentisse sta prendendo in giro solo se stessa! Se invece dicesse il vero, potrei essere ampiamente soddisfatto del risultato ottenuto: quando intrapresi quest’esperienza, la mia intenzione non era quella di creare potenziali scrittrici bensì di incidere positivamente, anche solo per un istante, sul modo di pensare di queste sventurate. Solo il tempo potrà dire se avrò raggiunto il mio scopo, anche se difficilmente lo saprò!
Finalmente quando iniziamo a scrivere, tutte si mettono a lavorare con impegno. Anche questo è un segno tangibile che la mia presenza è gradita. Come sempre, gli elaborati sono stringati pensieri sgrammaticati, ma ricchi di sostanza, di voglia di vivere, di volare, di libertà! Soddisfatto noto che una di loro ha imbastito una storia articolata dove i protagonisti sono una coppia di vecchi e un uccello da accudire perché incapace di volare: come in tutte le culture arcaiche, anche in quella rom i vecchi simboleggiano la saggezza. Ma si tratta di una saggezza strana che riconosce nell’elemosinare e nel reato l’unica forma di sostentamento. Una saggezza difficile da capire, almeno per me! Leggiamo gli elaborati. Per la prima volta, alla fine di ogni lettura, le ragazze applaudono. Non sono stato io ad imporglielo. Anche questo è un ulteriore segno che si stanno appassionando al lavoro. E ancor di più lo è la stretta di mano che ognuna di loro mi rivolge mentre escono dalla stanza al termine dell’incontro: mai accaduto prima che mi salutassero mentre vanno via! Forse la mia presenza davvero sta sortendo nel loro animo qualche piccolo mutamento positivo, ma non m’illudo più di tanto! Come ha detto la vigilante mentre discutevamo poco prima d’iniziare, “è’ facile comportarsi bene quando non si può fare diversamente; quando siamo obbligati dalle situazioni e condizioni di vita cui dobbiamo per forza sottostare” E’ come se un accanito fumatore di punto in bianco decidesse di smettere di fumare solo perché non ha più modo di procurarsi le sigarette! Eppure…
Apro la cassetta di sicurezza per riprendere le mie cose. Mentre ripongo l’agenda e il libro nella borsa, la vigilante continua a parlare domandandomi com’è andata. M’intrattengo a parlare ancora qualche minuto con lei, è evidente che la mia presenza le fa piacere. Mi domanda dei miei figli, di come stanno vivendo questa mia “avventura”. Quindi mi parla di suo figlio undicenne il quale, di tanto in tanto, manda i fumetti alle ragazze, a una in particolare. Quando svelo che una di loro, mentre ascoltava la favola, piangeva, riferendosi a lei, la definisce “la più buona di tutte!” Mi fa un certo effetto sentirle pronunciare queste parole! Inizio a guardare ripetutamente l’orologio al polso, si sta facendo tardi. Capisce che devo andare. Si avvicina alla porta, infila la chiave nella serratura e l’apre per farmi uscire. Fuori c’è ancora uno splendido sole. Ferma sulla soglia, la vigilante mi chiede quante volte ritornerò ancora lì. Altre due, rispondo. Non sa se per i  prossimi incontri sarà di turno. Sorridendo, dice che le ha fatto molto piacere conoscermi! Imbarazzato, ricambio il suo sorriso. Anche a me, sussurro. Alzo la mano, accennando un timido saluto e mi avviò verso il parcheggio dov’è l’auto. Comunque vada a finire, in questo luogo, ameno e triste allo stesso tempo, di sicuro in qualcuna la mia presenza lascerà per sempre un piacevole, nostalgico ricordo…

                       

 
 
 
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