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LA VOCE DI KAYFA

IL BLOG DI ENZO GIARRITIELLO

 

Messaggi di Giugno 2017

MARCIALONGA IN SALITA, PELLEGRINI DELLO SPORT

Post n°1825 pubblicato il 25 Giugno 2017 da kayfakayfa
 
Tag: RUNNER

Se è vero, e lo è, che ogni gara è una storia sé, è altrettanto vero che ogni sport, sia a livello agonistico che amatoriale, è segnato da sfide che ne fanno la storia. Per quanto concerne il podismo, alias running, in Italia ci sono diverse gare che ricoprono tale ruolo, sia per la complessità del percorso, sia per  la lunghezza del chilometraggio, unitamente alla bellezza dello scenario in cui sono ambientate: la 100 chilometri del passatore, sogno e incubo di ogni runner; la Pistoia- Abetone; la Cortina- Dobbiaco; la Strasimeno,l’ultramaratona del lago Trasimeno; la Seiore dei  Templari, per citarne alcune.

Per quanto concerne la Campania, tra le più famose  la Coast to Coast (Sorrento-Positano-Sorrento) che quest’anno, oltre alle classiche maratona e mezza maratona, avrà anche l’ultramaratona di 59 km; la 25 km di Maddaloni - maratonina della mela annurca - con passaggio nel centro storico di Sant’agata dei Goti e suggestivo attraversamento sui ponti della valle al suono dell’inno di Mameli; la Maree Monti con partenza e arrivo a Sorrento, scollinando su  Massalubrense;  la San Lorenzo di Cava deitirreni, la gara più “antica” del circuito campano, giunta alla 56°edizione; la marcialonga in salita Mercogliano-Montevergine, 16 km tutti in ascesa,senza un attimo di respiro,  fino al Santuario di Mamma Schiavona.

Gare dal sapore epico, seppure mi rendo conto dell’esagerazione lessicale, perché di notevole complessità tanto che chi decide di parteciparvi ammette la propria follia.

Personalmente non so se sia follia o cos’altro a spingere un runner  a cimentarsi in simili sfide che,bisogna ammetterlo, pongono a dura prova il fisico e la mente, imponendo degli allenamenti impegnativi e un attento stile di vita, soprattutto a tavola, con il solo obiettivo di arrivare al traguardo senza troppa sofferenza. Almeno per me è così.

Del resto chi mi conosce sa che non vivo in maniera ossessiva e ossessionante la passione per la corsa. Per me correre rappresenta prima di tutto un pretesto per stare con gli amici e divertirmi con loro. Il risultato cronometrico non mi ha mai assillato più del dovuto. Seppure quandomi succede di correre una 10 km sotto i 50 minuti o una 21 km sotto l’ora e cinquanta, lo ammetto, mi sento soddisfatto.

Ieri si è corsa la ventesima edizione della marcialonga in salita, una gara tremenda a detta di chi l’ha corsa almeno una volta. Sedici chilometri tutti in salita-  in alcuni tratti con il 10% di pendenza, soprattutto negli ultimi tre chilometri.

È una gara dall’innegabile fascino mistico anche per chi come si professa non credente o addirittura ateo.

Inerpicarsi per sedici chilometri da Mercogliano fin su al monastero di Montevergine si è rivelato uno sforzo al di là dell’immaginabile.Anche perché in molti di noi albergava la speranza che, pur correndo d’estate con questo caldo africano che da settimane sta affliggendo la penisola comportando problemi di siccità,  correre alle quattro del pomeriggio in alta collina avrebbe garantito un minimo di frescura,e dunque di sollievo, rispetto all’afa che si respira al livello del mare.

Tale speranza s’è rivelata subito vana non  appena siamo giunti a Mercogliano: i 30° di temperatura esterna indicati dal termometro dell’auto e la sensazione opprimente di umidità che ci ha colti non appena siamo scesi dalla vettura hanno cancellato ogni illusione.

In tanti, prima della partenza, ci alternavamo alla fontanina posta in piazza per bagnarci il capo nel tentativo di  trovare un po’ di refrigerio. Quel sollievo che mai ci ha accolti per tutto il tragitto. I rifornimenti lungo il percorso si sono tramutati in agognati momenti per concederci  brevi docce con le bottigliette d'acqua offerte ogni quattro chilometri dai rappresentanti dello staff per lenire l’arsura e l’afa che perfino nei pochi tratti ombreggiati non ci hanno mai abbandonato rendendo faticoso respirare, inzuppando le scarpette come se stessimo correndo, magari fosse stato così!, sotto un nubifragio.

Per quanto mi riguarda penso che definire un calvario la gara di ieri non sia affatto un’esagerazione.

 Mi si obietterà che me la sono cercata. È vero, me la sono cercata, come tutti gli altri partecipanti. Eppure, quando alla fine ho tagliato il traguardo, la fatica che mi ha accompagnato per tutto il percorso s’è diradata al pensiero che dovevo affrettarmi nel cambiarmi perché, come mi ero ripromesso nei giorni precedenti,prima di andare via, ci tenevo a entrare nel santuario per omaggiare la Madonna.

Un pensiero che ho scoperto avevano tanti atleti che erano arrivati fin lassù.

Nemmeno per un istante, mentre mi arrampicavo sulla montagna, malgrado fossi preda della sofferenza dovuta al caldo torrido, mi ha sfiorato il pensiero “chi me l’ha fatto fare?”.

Ogniqualvolta sentivo le gambe venire meno, istintivamente alzavo lo sguardo al monastero arroccato sulla roccia sporgente, circondato dalla boscaglia. Come se producesse un effetto propellente, quella visione cancellava ogni barlume di spossatezza e scoramento, stimolandomi a proseguire verso la meta.

Una volta tagliato il traguardo e cambiatomi, entrando in chiesa mi ha colto un moto di commozione che ho trattenuto a fatica: per uno che si professa non credente, o quanto meno credente a modo suo - “quando gli conviene” direbbe un sacerdote che conosco – è stata certamente una reazione imprevista. Diciamo insolita. Probabilmente dovuta all’accumulo di tensione nervosa e fatica durante la gara che in quel luogo trasudante spiritualità,trovava la propria liberazione.

O forse è vero che in ognuno di noi risiede un principio divino che per manifestarsi ha bisogno che l’individuo si trovi in condizioni e situazioni emotive particolari.

Quale possa essere stata la ragione di quell’improvviso coinvolgimento spirituale in chiesa, probabilmente non lo saprò mai. Di sicuro la gara di ieri ha dimostrato che davanti alle difficoltà, l’uomo non si fa scrupoli ad affidarsi finanche all’ignoto per superarle.  

Fede, superstizione o che?, ieri in prossimità dell’arrivo c’è stato chi ha sentito addirittura il bisogno di levarsi le scarpe e coprire scalzo gli ultimi duecento metri.

A costoro va tutto il mio rispetto così come a tutti quelli che ieri hanno partecipato alla “scalata” di Montevergine.

Ieri non eravamo atleti bensì pellegrini, seppure in tanti non ne fossero consapevoli!

 
 
 

DATECI UN GLOBAL DAY AL GIORNO

Post n°1824 pubblicato il 21 Giugno 2017 da kayfakayfa

Oggi 21 giugno 2017 sicelebra il GlobalDay, la giornata mondiale della SLA, sclerosi lateraleamiotrofica, per sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale versoquesta terribile malattia, (solo in Italia 6 mila casi).

In tutto il mondo sono 67le associazioni di pazienti affetti da SLA – in Italia ce ne èsolo una, AISLA presieduta dall'ex calciatore Massimo Mauro – checon il sostegno di familiari e sanitari hanno come obiettivo renderepubbliche le problematiche dei pazienti e dei loro familiari.

Un'iniziativaassolutamente lodevole, che merita l'incondizionato sostegno di tuttinoi.

Anche perché leproblematiche dei malati di SLA e dei loro parenti sono molti similia quelle di pazienti affetti da altre malattie neurodegenerative, adesempio l'alzheimer.

Mi permetto di scrivereciò avendo perso nel 2010 papà con l'alzheimer, dopo un lungocalvario durato più di otto anni dal momento della diagnosi a quellodella sua scomparsa.

Papà era un uomo attivo,amante dello sport e dell'arte. Una persona introversa e pudica che,viveva unicamente per la famiglia. I suoi unici svaghi, la partita dipallone il sabato pomeriggio, e a volte la domenica, con gli amicisui campi di calcio dell'ex poligono di Cavalleggeri d'Aosta;dipingere e andare per mostre e per musei, da solo o portando con sémia sorella e me quando eravamo ancora ragazzini. È grazie a lui seconosco posti di Napoli tuttora ignoti a molti.

Quando iniziarono amanifestarsi i primi sintomi del male - problemi di deambulazione edepressione - unitamente ai medici cui ci rivolgevamo per capire cosastesse succedendo, inizialmente pensavamo che tutto quello fosse unareazione inconscia di papà all'essere andato da poco in pensione: un rifiuto incondizionato alla nuova vita.

Tuttavia quandoiniziavamo a raccontare dei tanti hobby e interessi che coltivava, imedici erano concordi nel sostenere che per una persona con come luila pensione doveva rappresentare un momento di liberazione anzichédi sofferenza in quanto avrebbe finalmente avuto a disposizione tuttoil tempo che voleva per dedicarsi alle proprie passioni. Quindi lostato depressivo in cui versava era incomprensibile.

Fu solo dopo un'analisiparticolare che apprendemmo la tremenda verità: da allora iniziò uncalvario che si concluse alle 4 del mattino dell'8 maggio 2010,quando papà si spense nel letto di casa e le mie mani gli chiuseroper sempre le palpebre.

In quegli otto anni cheseguirono alla diagnosi, il calvario, sia per lui che per noi, crebbein maniera esponenziale. Soprattutto per mia madre e mia sorella che,non mi vergogno ad ammetterlo, si accollò gli impegni maggiori tipoandare dal medico per farsi prescrivere le ricette, recarsi alla ASLper ritirare i medicinali e quant'altro.

Personalmente quandoandavo a casa dei miei genitori mi fermavo pochi minuti, giusto iltempo per un saluto e subito scappavo via: trovarmi al cospetto diquell'uomo il cui sguardo spiritato testimoniava le tenebre della suamente, con i pannoloni che fuoriscivano dai risvolti dei pantaloni,il quale si ostinava a voler fare i bisogni nel water, facendo unmacello, era una sofferenza dalla quale cercavo di fuggire non appenapotevo.

So che mia sorella spessosi lamentava con mamma di quel mio modo di fare; e so che mamma migiustificava, dicendo, “non è cattiveria, sulamente è che nun sofire e vedè accussì” (non è cattiveria, solo che non riesce avederlo in queste condizioni).

Era vero! Per mequell'uomo malato, la cui mente confondeva sempre più il passato conil presente, non era mio padre. E quando, per via del cedimento delfemore, mamma cadde e fu ricoverata, costringendomi ad alternarmi conmia sorella al capezzale di papà, ho sempre pensato che si trattavadi un sottile disegno del destino per costringermi ad assumermi lemie responsabilità di figlio.

Per quasi cinque anni,mattina e sera, sono stato vicino a papà, vedendolo consumarsilentamente come una candela.

In quegli anni hocondiviso con i miei familiari il dramma fisico e morale che malattiesimili inoculano in un ambiente familiare, non solo nell'ammalato.

Per quanto puoi cercareun badante per sgravarti, seppure in parte, da quell'enorme peso –la tua libertà di individuo va a farsi benedire -, alla fine leproblematiche da affrontare restano comunque tante. A partire daisoldi per comprare i pannoloni, all'assistenza a domicilio di uninfermiere e di un fisiatra per evitare che le giunture e i muscolisi irrigidiscano in maniera irrimediabile.

Tutte cose che dovrebbepassare l'ASL ma per le quali spesso, almeno per quanto concerneva ipannoloni, dovevamo anticipare noi i soldi visto che quando cirecavamo a ritirarli mancavano.

Senza contare lasolitudine che circonda chi ha la sventura di vivere un drammasimile: le tante belle parole di conforto servono a poco, il problemaè esclusivamente di chi lo vive. Confidare nell'aiuto degli altri èsperanza vana. Ma è giusto che sia così, ognuno ha una propria vitada vivere, ed è suo diritto viverla!

All'inizio ho messo inevidenza che papà era persona “introversa “ e “pudica”. Citenevo a sottolinearlo in quanto, se all'epoca in cui la malattiainiziò a manifestarsi papà fosse stato relativamente lucido, sesolo immaginato che un giorno mia sorella e io lo avremmo pulito elavato intimamente e lo avremmo aiutato a defecare con le nostremani, forse, in un lampo di lucidità, avrebbe compiuto un gestoinconsulto.

La fortuna di papà – èparadossale ma, in questo caso, debbo per forza usare il vocabolofortuna – è che nel suo caso a degenerare contemporaneamente alfisico era la mente.

Viceversa, che io sappia,un ammalato di SLA ha invece la sventura di restare mentalmentelucido fino all'ultimo respiro. Per cui la sua sofferenza èraddoppiata, presumo come quella di chi gli sta vicino.

Papà in pochi mesementalmente non fu più in sé. Le sue sofferenze furono soprattuttofisiche, per lo più indotte dalle piaghe da decubito. E quando dico“piaghe” uso un eufemismo visto che, soprattutto dietro allaschiena, per quanto mamma vigilasse affinché noi e le badantirigirassimo papà su ambo i fianchi per prevenire le piaghe, siaprirono delle vere e proprie voragini di carne che in alcuni puntimostravano il bianco dei nervi.

Solo chi ha vissuto evive un simile inferno può comprendere il dramma che cogliequalunque famiglia in cui vi sia un ammalato che necessita di cureininterrotte 24 ore su 24.

Ecco perché ritengo chequella di oggi non dovrebbe essere esclusivamente la giornata persensibilizzare il mondo sui problemi di chi soffre di SLA bensì dichiunque è colto da una malattia neurodegenerativa e, in generale,fosse affetto da qualsiasi malattia che inesorabilmente loaccompagnerà verso la fine.

Le malattieneurodegenerative minano la dignità dell'ammalato in quantoattaccano il cervello, esasperando le sofferenze dei familiari chenull'altro possono fare se non assistere inermi il proprio caro finoal momento del trapasso, cercando di regalargli un minimo di sollievocon una carezza o un sorriso forzato.

Sofferenze amplificatedalla rigidità burocratica e dalle tante mancanze di uno Stato ilquale spesso si mostra incapace di tutelare quanti hanno la sventuradi vivere simili tragedie. Pertanto, mi dispiace dirlo, non ci sideve stupire se alcuni scelgono, per godere di un ultimo barlume didignità, come estrema ratio la morte, come dimostrano i casi diWelbj,djFabio e tanti altri malati costretti coscientemente a vivere unavita da vegetali.

Non ci si stupisca se alcospetto di quei “cadaveri viventi” dai corpi incartapecoriti, unfamiliare in un momento di disperazione invoca Dio affinché pongafine a quella vita non vita. Non è egoismo , o solo egoismo.Quell'implorazione è un disperato atto d'amore da parte di chi sache tutto ciò che fa non serve che ad allungare l'agonia del propriocaro; che darebbe chissà che pur di non vederlo più soffrire.Magari sarebbe finanche disposto ad accompagnarlo in Svizzera oaltrove dove l'eutanasia è consentita.

Facile giudicare da partedi chi funge da mero spettatore dei drammi altrui!

Chi si preoccupa dioffrire una morta dignitosa al capo dei capi Totò Riina, pensasse aquelle tante persone che, pur non avendo commesso alcun crimine,affette da malattie che rendono la loro vita un vero inferno, insiemeai loro cari che le assistono, sono condannate a vivere un'esistenzadisperata perché in questa società la voce dei deboli e deidisperati non ha alcun amplificatore

Oggi si celebra il GlobalDay. Forse sarebbe il caso lo si celebrasse quotidianamente. Non èdetto che, alla lunga, l'eco dei disperati non inizi a trovarefinalmente riscontro!

 
 
 

RIGNANO SULL'ARNO, AMARA SORPRESA PER RENZI E IL PD

Post n°1823 pubblicato il 13 Giugno 2017 da kayfakayfa

Gioire delle altrui disgrazie, anziché preoccuparsi seriamente delle proprie, è sport praticato dagli incapaci e dai perdenti, quindi l'esultanza con cui il Pd e il suo Segretario, Matteo Renzi, stanno “festeggiando” la disfatta del M5S alle amministrative di domenica scorsa è indicativa dello stato confusionale del primo partito di centrosinistra (?) italiano.

Se davvero fosse, e lo è, che domenica scorsa il M5S ha registrato una delle pagine più nere della sua recente storia politica - forse addirittura superiore alla debacle delle elezioni europee del 2014 dove si piazzò secondo doppiato dal Pd – è altresì vero che il Pd ha ben poco da gioire, se non appunto per la disfatta grillina: mentre il M5S è fuori dai ballottaggio in tutti i grandi comuni dove s'è votato, il Pd è al ballottaggio in 13 di cui in 9 l'amministrazione uscente era di centrosinistra.

Se ai ballottaggi il Pd dovesse vincerne anche solo la metà, non si potrà certo parlare di sconfitta ma nemmeno di vittoria. Al massimo si potrebbe parlare di “non vittoria” come quella di Bersani alle politiche del 2013, “siamo primi ma non abbiamo vinto”.

Al momento una bruciante sconfitta Renzi l'ha subita proprio a Rignano sull'Arno, il suo paese, dove la candidata del Pd Eva Uccella è stata superata dal sindaco uscente Daniele Lorenzini: in conflitto con Tiziano Renzi per aver dichiarato che il padre dell'ex Premier gli aveva rivelato di sapere di essere indagato dalla Procura della Repubblica di Napoli nell'ambito dell'inchiesta Consip, il sindaco uscente ha abbandonato il Pd ma non la politica, ricandidandosi nella lista civica “Insieme per Rignano”, venendo rieletto con quasi il 60% di preferenze.

Un risultato che moralmente umilia il segretario del Pd perché registrato in quello che doveva essere il suo feudo per eccellenza, dove i giocatori di casa, alias i cittadini, avrebbero dovuto mostrare il massimo dell'impegno garantendogli una vittoria sicura.

E invece quegli stessi giocatori hanno determinato l'amara sconfitta, tributando onore e gloria all'avversario di papà Renzi.

I latini dicevano “nemo profeta in patria” per indicare che nessuno è profeta in casa propria. In questo caso però, più che di profeta rinnegato dai suoi stessi concittadini, sarebbe più giusto parlare di leader politico bocciato dai suoi stessi compaesani perché ritenuto politicamente non credibile.

Una bocciatura morale difficile da digerire per uno orgoglioso come Renzi.

Per addolcirla il segretario del Pd dovrebbe ammettere che i rignanesi hanno preferito rivotare Lorenzini perché lo conoscono e perché come sindaco ha lavorato bene. Ma se lo facesse sminuirebbe la sconfitta del M5S in quanto significherebbe tacitamente ammettere quello che in tanto vanno ripetendo, ossia che il voto amministrativo è localistico, dunque del tutto diverso da quello nazionale dove invece alla singola persona si preferisce il simbolo del partito.

E mai come oggi il simbolo del Pd fatica a fare presa sull'elettorato, come dimostra sia il calo di votanti alle primarie del Pd, sia l'aumento di astenuti alle elezioni di domenica che ha favorito il centrodestra.

Se è vero, e lo è!, che il M5S domenica ha subito una sonora sconfitta, è altresì vero che il Pd non ha certo brillato.

Il risultato di Rignano sull'Arno parla da solo e dice molto più di quanto sembrerebbe!

 
 
 

AMMNISTRATIVE 2017: É DAVVERO DISFATTA GRILLINA?

Post n°1822 pubblicato il 12 Giugno 2017 da kayfakayfa

All'indomani delle elezioni europee del 2014, il cui esito sancì il doppiaggio del Pd nei confronti del M5S con il 40,8% rispetto al 21,16%, un gongolante Matteo Renzi, unitamente ai leader degli altri partiti di vecchio stampo, non ebbe dubbi nell'affermare che la meteora grillina si stava lentamente spegnendo.

A smentirlo fu l'esito imprevisto e traumatico delle amministrative del 2016 dove il M5S si aggiudicò i comuni di Roma e Torino, vincendo quasi tutti i ballottaggi, assestando una mazzata al Pd senza precedenti.

Dopo l'esito delle amministrative di ieri dove il vero sconfitto è il M5S, che non solo non riesce ad andare al ballottaggio nei 25 capoluoghi in cui si votava, tra cui Genova città di Grillo, ma vi riesce solo in 8 comuni su 140, è plausibile che la debacle grillina alimenti gli entusiasmi di tutti gli altri partiti, Pd in testa seppure il vero vincitore di questa tornata elettorale è il centrodestra compatto.

O sarebbe meglio dire Silvio Berlusconi, quello stesso Berlusconi che secondo il boss mafioso Graviano, intercettato 2016 nel carcere di Ascoli Piceno mentre parlava con il camorrista Umberto Adinolfi, sarebbe il possibile mandante delle stragi del 93 per spianarsi politicamente la discesa campo.

Mentre le parole di Graviano sono del tutto taciute dai media nazionali, esclusa qualche pecora nera de Il Fatto Quotidiano, le prima pagine di tutti i grandi giornali e telegiornali danno ampio spazio alla mazzata grillina e alla rivalsa politica del centrodestra.

Che il M5S fosse inviso alla stragrande maggioranza dei media nazionali non lo scopriamo certo ora. Quello che stupisce è l'entusiasmo dilagante per la sconfitta di Grillo & c. da destra a sinistra passando per il centro, quasi che in Italia esistesse un unico partito, il partito della nazione.

È fuori discussione che grillo & c. debbano riflettere sull'esito del voto; chiedersi il perché di questa sonora batosta; magari domandarsi perché l'espulso Pizzarotti a Parma vada al ballottaggio contro il candidato del centrosinistra mentre il M5S ha preso meno di 2500 voti.

L'esito del voto di ieri è la conferma che qualcosa a livello di comunicazione nel M5S va rivisto. Nello stesso tempo il risultato non deve essere né enfatizzato né estremizzato più del dovuto in quanto, trattandosi di votazioni locali, è normale che gli elettori, all'atto in cui devono votare il rinnovo del consiglio comunale, tendano a favorire chi ha svolto dignitosamente il proprio lavoro nella passata amministrazione o chi conoscono bene.

Se a ciò aggiungiamo una uniforme informazione finalizzata a screditare il M5S, tacendo sulle pecche e disgrazie altrui, non c'è da stupirsi se alla fine l'esito del voto sia quello che conosciamo.

Ma gridare vittoria come se “l'orso” lo si fosse ucciso anziché solo ferito è pericoloso.

Non si può infatti escludere che alle prossime politiche non avvenga quanto avvenne alle amministrative del 2016 ossia che dopo la sonora sconfitta delle europee, il M5S sbancò alle successive amministrative mandando in tilt i piani di quanti già pregustavano di fare affari con le olimpiadi di Roma e invece l'avvento del sindaco Raggi che disse no alla candidatura della capitale ai giochi per salvaguardare i conti pubblici, lasciò all'asciutto l'appetito di tanti.

Dopo il voto di ieri, sembra che Renzi già scalpita per andare a elezioni anticipate a novembre per sfruttare l'effetto negativo che sembra essersi abbattuto sui grillini.

Eppure dopo l'esperienza delle europee del 2014 l'ex Premier dovrebbe mostrarsi più cauto e fare gli scongiuri, anziché esultare come se avesse già vinto: errare humanum est, perseverare autem diabulicum!

 
 
 

GRAVIANO, QUELLE FRASI SU BERLUSCONI FANNO MALE ALLO STATO

Post n°1821 pubblicato il 11 Giugno 2017 da kayfakayfa
Foto di kayfakayfa

In un qualsiasi paese normale la diffusione negli atti processuali di un dialogo intercettato in carcere tra un boss della mafia e un camorrista in cui il boss lascerebbe intendere che dietro a une serie di stragi che agli inizi degli anni novanta insanguinarono il paese ci sarebbe un noto imprenditore televisivo che all’epoca si apprestava a scendere in politica dopo aver fondato un proprio partito; il quale, nell’arco degli ultimi venticinque anni, per ben cinque volte ha ricoperto l’incarico di Presidente del Consiglio, e che oggi, pur non essendo più il suo un partito di maggioranza parlamentare ed essendo egli stesso interdetto dai pubblici uffici per via di una condanna in definitiva per reati economici contro quello stesso Stato che ha rappresentato,  grazie al leader del primo partito del paese che lo ha scelto come interlocutore privilegiato per riformare la Costituzione e la legge elettorale, continua a ricoprire un ruolo fondamentale sulla scena politica nazionale, c’è da scommettere che i media darebbero ampio risalto alla notizia, con tutte le precauzioni necessarie.

Stiamo ovviamente parlando dei dialoghi intercettati  dalla DIA nel carcere di Ascoli Apiceno,  tra gennaio e marzo 2016, tra il boss mafioso Giuseppe Graviano e il trafficante campano Umberto Adinolfi in cui il boss lascerebbe intendere che le stragi del 93 non furono stragi di mafia, seppure a realizzarle materialmente furono gli uomini di cosa nostra, bensì si trattò di un “favore” chiesto da un famoso imprenditore televisivo in procinto di scendere in politica per spianarsi la strada.

Accuse forti, rigettate dal legale di Berlusconi, Niccolo Ghedini, per il quale si tratterebbe di “accuse infamanti”, frasi decontestualizzate lasciate alla libera interpretazione di chi le legge o le ascolta, smentendo gli incontri dell’epoca a Roma tra Graviano e Berlusconi, cui il boss, sempre nelle intercettazioni, fa riferimento.

Non è questa la prima volta che il nome di Berlusconi incrocia quello di un mafioso. Eclatante fu il caso del boss Vittorio Mangano assunto a Arcore come stalliere il quale, stando a quanto affermato in videoconferenza dal pentito di mafia Gaetano Grado, “portava fiumi di miliardi da Palermo a Milano. Erano soldi del traffico di droga di cosa nostra che Mangano consegnava a Marcello Dell’Utri, poi Dell’Utri li consegnava a Berlusconi che li investiva nelle sue società, mi pare anche per Milano due”.

Probabile motivo per cui in passato, in più di un’occasione, Umberto Bossi, leader storico della Lega, non si fece scrupoli a associare Berlusconi alla mafia. In un’occasione addirittura lo definì “il mafioso d’Arcore”.

Né ci si dimentichi che Marcello Dell’Utri , cofondatore di Forza Italia, in carcere perché condannato in definitiva a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa; né di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’economia del secondo governo Berlusconi nonché coordinatore del Popolo delle Libertà in Campania, oggi  agli arresti per tutta una serie di reati tra cui concorso esterno in associazione camorristica. Considerato dai magistrati il referente politico al governo dei casalesi.

Tralasciando l’attualea vicenda di  un altro politico di FI, in questi giorni sotto i riflettori dei magistrati – Luigi Cesaro, i cui fratelli Aniello e Raffaele sono stati arrestati con l’accusa di aver stretto un patto con un clan camorristico per orientare l’aggiudicazione di appalti con intimidazioni, mentre lo stesso Cesaro è indagato per minacce a pubblico ufficiale sempre nell’ambito della stessa inchiesta che ha portato all’arresto dei fratelli – è evidente che la gravità delle accuse risultanti dalle intercettazioni di Graviano meriterebbe ampio risalto e approfondimento. E invece sulle prime pagine dei giornali e in televisione non si fa che evidenziare lo scontro tra Pd e M5S sulla legge elettorale, relegando a contorno una notizia del genere che in qualunque altro paese normale avrebbe avuto cassa di risonanza senza pari.

Nessuno, o quasi, che chieda, seppure timidamente, a Renzi se non provi imbarazzo a dialogare con Berlusconi, dopo quanto sta venendo alla luce dagli atti processuali.

Tutti, o quasi, a lanciare anatemi sull’inaffidabilità dei cinque stelle, senza fare il minimo accenno alle intercettazioni di Graviano.

È vero che le parole di Graviano non vanno prese alla lettera, che bisogna considerarle nel contesto generale in cui furono pronunciate, valutarne l’effettiva attendibilità, (magari il boss, immaginando di essere intercettato o allertato da qualcuno di esserlo, le pronunciò volutamente o fu invitato a pronunciarle per inguaiare Berlusconi).

Ma fino a quando tutto ciò non verrà chiarito, a beneficio del leader del centrodestra e del paese intero, sarebbe forse il caso che l’ex cavaliere fosse tenuto fuori dalle trattative per la legge elettorale e per le riforme.

Prima ancora di essere garantista, uno Stato di diritto deve tutelare dal dubbio se stesso e i cittadini!

 
 
 

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Inviato da: kayfakayfa
il 29/05/2017 alle 10:21
 
Il Papa ha ragione da vendere specie sulla questione...
Inviato da: Vince198
il 29/05/2017 alle 08:44
 
Più che dare le spiegazioni richieste dovrebbe spiegare...
Inviato da: Bushman
il 25/05/2017 alle 16:44
 
...
Inviato da: kayfakayfa
il 17/05/2017 alle 15:29
 
É possibilissimo. Però, più che una guerra (fra i...
Inviato da: Vince198
il 17/05/2017 alle 10:43
 
 
 
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