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Le pensioni in Italia

Argomento sempre all’ordine del giorno é quello delle pensioni, cioè del reddito da attribuire a coloro che non svolgono più un’attività produttiva.

Ad interpretare il recondito pensiero di alcuni si direbbe che di tale spesa si potrebbe fare a meno, ma questo non é possibile perchè la massa delle pensioni é quasi tutta destinata ai consumi e quindi a sollecitare la produzione, é anche un ammortizzatore sociale e, per di più, i pensionati hanno un notevole peso eletterale, di cui occorre tener conto.

Si pone, quindi, il problema di come calcolarla: il metodo in astratto più giusto sarebbe quello contributivo a capitalizzazione, perchè garantirebbe la proporzionalità tra il totale dei contributi versati e l’ammontare dell’assegno pensionistico, tuttavia per consentirne la concreta attuazione occorrerebbe una serie di condizioni non verificabili nella realtà: una permanente stabilità economica, un soggetto gestore dei contributi in grado di investirli in maniera da conservare ed incrementare nel tempo il valore attuale degli stessi senza rischi di perdite o svalutazioni, nonchè una utopica stabilità politica: comunque essa sarebbe pari alla rendita vitalizia calcolata sulla differenza tra l’aspettativa di vita calcolata per la generalità e l’età di ciascun pensionato (anche così la pensione delle donne, a parità di contributi versati, sarebbe più bassa essendo la loro aspettativa di vita superiore a quella degli uomini).

Il metodo attualmente in vigore é quello contributivo a ripartizione, vale a dire proporzionato al periodo di contribuzione, ma detrminato in base alle disponibilità rappresentate dai versamenti  effettuati dai lavoratori in attività; con questo sistema non é garantita  la giusta corrispondenza tra il totale dei contributi accumulati nel periodo di lavoro e l’assegno pensionistico liquidato essendo questo condizionato dal variare delle predette disponibilità in funzione delle fluttuazioni dell’economia del paese, con l’ulteriore conseguenza di periodiche integrazioni a carico della fiscalità generale.

Altro aspetto di concreto interesse per  la sua rilevanza pratica é quello della giusta individuazione dell’età del collocamento a riposo, allo stato determinata in maniera crescente in ragione dell’incremento dell’aspettativa di vita: é evidente che questa indicazione di carattere generale costituisce quello che si suol definire un ” letto di Procuste” perchè riferita a situazioni assolutamente disparate, da parte di molti perciò si chiedono trattamenti differenziati per i lavoratori precoci o gli addetti ai lavori usuranti.

Astrattamente questa richiesta sembra di assoluto buonsenso quando si accenna all’esempio scolastico dell’ultrasessantenne impiegato sulle impalcature di un fabbricato in costruzione od alla guida di un grosso mezzo pubblico, ma quando si approfondisce l’argomento si scopre che ci sarebbero moltissimi aspetti da considerare per ciascuna attività lavorativa, non é senza motivo che il manuale di job-evaluation, di cui si parlava già nei primi anni 60 del secolo scorso non ha ancora visto la luce.

Quanto sin qui detto non tiene conto delle pensioni già liquidate in gran parte col metodo retributivo, nè della loro incidenza sulle erogazioni totali dell’INPS, non tiene altresì conto che in Italia esistono più di venti altri enti previdenziali ciascuno con proprie regole per l’acquisizione dei contributi e la determinazione dei trattamenti, senza contare i vitalizi dei politici, pagati anch’essi secondo una disciplina del tutto particolare, direttamente dalle camere parlamentari o dalle regioni.

Intanto, sotto la spinta dell’apertura ai mercati di nuovi paesi, emergenti o del terzo mondo, e dei nuovi mezzi di comunicazione personali e verbali, vale a dire della globalizzazione, soprattutto della finanza che si muove per il globo terrestre esclusivamente secondo le leggi dell’economia (pecunia non olet), cambiano non solo le professionalità rchieste dal mercato del lavoro, alle quali la scuola stenta ad adeguarsi, ma anche i tempi di realizzazione di intraprese od opere velocemente obsolete, con la conseguenza, da un lato, della difficoltà delle aziende a trovare personale qualificato ed esperto e, dall’altro, l’incertezza e la provvisorietà dei rapporti di lavoro.

Conseguentemente aumentano   la disoccupazione, soprattutto ma non solo giovanile, la precarietà, i bassi salari (anche per effetto della immigrazione da paesi poveri od instabili) l’uso dei vouchers come mezzo di pagamento del lavoro nero, e diminuiscono, come effetto indotto, la natalità e le iscrizioni alle università, mentre stentano a conseguire incrementi sia i contributi previdenziali sia il PIL nel suo complesso.

In queste condizioni, disattesa in gran parte la possibilità di destinare a pensione integrativa gli accantonamenti per il trattamento di fine rapporto e tenuto conto dell’ aumento delle persone anziane e dell’alto livello del debito pubblico, é facile prevedere che, specie in assenza di una radicale riforma dell’intero sistema della previdenza, la massa dei pensionati italiani sarà sempre più indigente, se non proprio miserabile.

Non sono  senza significato sia la crescente emigrazione dei pensionati verso paesi più economici, certamente non a cuor leggiero, sia la circostanza   che quest’anno per la prima volta dopo lungo tempo é diminuita l’aspettativa di vita degli italiani!

 

 

 

Le pensioni in Italiaultima modifica: 2016-04-26T21:12:23+00:00da Quivisunusdepopulo

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