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I TEMPI DELLA GIUSTIZIA

La Corte d’Assise di Lanciano ieri 24 marzo ha condannato a trenta anni di reclusione, per omicidio aggravato dalla premeditazione, Fabio Di Lello, il trentaquattrenne che a Vasto, all’inizio dello scorso mese di febbraio, aveva  assassinato Italo D’Elisa, il quale, a sua volta, era in attesa di giudizio perché il 1° luglio dell’anno scorso. aveva provocato la morte della moglie del primo attraversando a velocità sostenuta un crocevia, senza rispettare il divieto costituito dalla segnalazione rossa del semaforo.

Io non so se nella circostanza sia opportuno scomodare Cicerone ed il suo concetto di “summum ius summa iniuria”, o ritenere invece che il caso sia soltanto uno dei tanti esempi di “mala giustizia”, ma sono sicuro, indipendentemente dalle dichiarazioni del Procuratore competente, che se i giudici avessero con la medesima sollecitudine processato il responsabile del funesto incidente stradale avrebbero anche evitato il secondo tragico evento.

Voglio sperare tuttavia che il fatto abbia il suo peso sulla coscienza dei magistrati e costituisca un monito in occasioni dei futuri analoghi avvenimenti, che certamente non mancheranno.

 

I TEMPI DELLA GIUSTIZIAultima modifica: 2017-03-25T15:45:46+00:00da Quivisunusdepopulo

10 comments:

  1. ancora latino… sono impreparata. Ma sull’argomento ho un’opinione molto ferma. La responsabilità degli atti appartiene a chi li compie. Le lungaggini processuali sono senz’altro un problema ma non giustificano mai un atto tanto grave. Quell’uomo era gravemente turbato e forse doveva essere aiutato da chi gli viveva accanto prima che dalla legge.

    1. Buongiorno gentile signora, l’espressione di Cicerone, che significa “somma giustizia somma ingiuria”, credo sia comprensibile anche senza la conoscenza del latino, dal quale, comunque, ha avuto origine la nostra lingua, che purtroppo pochissimi conoscono. Ciò premesso, chiarisco che io non ho inteso in alcun modo criticare la sentenza a carico del Di Lello, come é evidente dalla descrizione obiettiva degli avvenimenti, é però altrettanto evidente che la mia critica era diretta a quelle che lei definisce “lungaggini processuali” costituenti un problema, che nei confronti del responsabile dell’incidente stradale non si giustificano proprio per la chiarezza dei fatti messa in evidenza dal Procuratore competente. E’ mia fondata opinione che se il giudizio a carico del D’Elisa fosse stato condotto con la medesima speditezza il successivo assassinio non si sarebbe verificato perché la pur lieve condanna avrebbe in parte placato il grave turbamento del Di Lello, il quale, a pensarla diversamente, non avrebbe atteso sette mesi per compiere il suo deprecabile gesto!
      Naturalmente la mia é solo un’opinione perché ipotizza situazioni immaginarie diverse dai fatti concretamente verificatisi.
      Distinti saluti.

  2. Caro Amico, credimi, non so più che dire. Tu parli di “giustizia”, e coerentemente citi Cicerone. E allora la decisione della Corte d’Assise è stata “giusta”, giuridicamente parlando.Si, perchè la pronuncia, se avvenuta secondo diritto è da ritenersi “giusta” in relazione all’ordinamento giuridico in cui è stata pronunciata. La “giustizia legale” non è la giustizia in sé, e oggi non è neanche la “giustizia umana”, ma soltanto della minoranza politica che “produce le leggi”. Ovviamente non si può neppure parlare di “giustizia divina” perchè qui andremmo ad invadere un campo senza nè limiti nè confini, e comunque tutto da scoprire. Voglio, tuttavia, proporti una soluzione che mi sovviene da Aristotele in relazione alla mancanza di celerità delle decisioni della magistratura: ognuno deve fare una sola cosa per volta e farla bene. In quante attività, invece, sono impegnati i giudici ? Buona giornata.

    1. Buongiorno caro amico, non credo di dover aggiungere ulteriori considerazioni a quelle già rivolte alla gentile signora che, con mio grande piacere, ha ritenuto di dover intervenire per affermare, come te, il suo giudizio in ordine alla correttezza della sentenza emessa a carico del Di Lello. Non intendo neppure impelagarmi nella ricerca delle convergenze e delle divergenze tra giustizia legale, giustizia umana e, men che meno, giustizia divina, né, in mancanza della motivazione, mi azzardo a prevedere se ed in che modo i giudici abbiano tenuto in considerazione il grave turbamento supposto dalla gentile signora suddetta. Quello che suscita la mia indignazione e la mia censura, come nel caso già esaminato della bimba dei due genitori anziani, é l’impatto che esercita sulla vita di tanta gente l’ignavia e la noncuranza di molti magistrati, a dirla col Giusti “in tutt’altre faccende affaccendati”!
      Un saluto affettuoso.

  3. Buon giorno, Caro Amico. La signora è una voce della nostra Comunità, sulla quale la mia riflessione mi conduce alla solita conclusione, che è arduo “pronunciare sentenze”. La verità dovrebbe stare nel giusto mezzo, per dirla con Aristotele, ma a volte nel mezzo sta la convenienza, il compromesso e non la “verità”. Ogni volta, perciò, che si formuli un’opinione bisogna aver già messo in conto che arriverà a stretto giro l’opinione contraria. E’ il dualismo universale. E non mi dire, ti prego, che faccio voli siderali, perchè avresti sì ragione, ma non potresti smentire (per mancanza di prove certe, ovviamente) che la dinamica non sia proprio quella. Temo, ahimè, che dovremo farcene una ragione “umana”. Così è, se vi pare, diceva Pirandello; ma così è, anche se non ci pare, purtroppo. Sul fatto che i giudici,e non solo, siano in altro affaccendati, come non darti ragione. Questo vale per tutti. Ognuno per natura sa fare una sola cosa meglio della altre, però per massimizzare i suoi guadagni va oltre ogni limite. Anche le sentenze dovrebbero fondarsi sia sulla legge, ma anche sulla ratio sottostante, e ispirarsi ai princìpi e ai valori della Comunità. Senza di questa non c’è “giustizia umana” ma soltanto la “bocca del giudice” e non della legge, come avrebbe voluto Montesquieu. A presto.

    1. Buonasera mio caro amico, come altrove ho chiarito la mia é solo un’opinione, alla quale si oppongono fondatamente le considerazioni altrui, però, nella circostanza, la mia convinzione non differiva da quella dei miei rispettabilissimi interlocutori se non per la riserva concernente l’attesa della motivazione. Ciò che volevo mettere in evidenza (e censurare) é l’influenza che il mancato tempestivo adempimento del proprio lavoro può esercitare sulla vita degli altri fino a distruggerla. Ricordo di aver constatato anni addietro come il potere, con l’applicazione formale della più conveniente interpretazione delle leggi, possa riuscire ad annientare la personalità e la vita di persone professionalmente molto preparate ed anche abituate ad affrontare le difficoltà della vita. Per altro verso sono convinto che ognuno di noi é perfettamente in grado di far bene quasi tutte le cose, perché quello che serve non é un’intelligenza superiore, ma la volontà, la costanza ed il senso morale, requisito quest’ultimo che purtroppo spessissimo manca agli addetti a qualsiasi attività umana.
      Affettuosi saluti.

  4. Caro Amico, buongiorno, anzitutto. La Tua risposta mi induce ad una ulteriore riflessione: il potere. Ci si potrebbe intrattenere a lungo su questo argomento, e forse sarebbe giusto e corretto, perchè non è facile condensare il proprio pensiero al riguardo. Ma questo blog è uno spazio che va utilizzato in modo adeguato. Così dirò succintamente che il vero problema delle Comunità organizzate in Stato è proprio il “potere”. Sono anni, ormai, e senza buoni risultati, che mi batto per sostituire al concetto di potere quello di “Servizio”. E non per affermare la superiorità morale della religione cristiana (che pure, almeno in questo, certamente lo è)ma perchè il potere è la causa del male. Il potere evoca la “forza” e questa è contraria alla ragione; ma è anche avversario al bene (non esiste il potere a fin di bene, per questo, il bene, non ha bisogno del potere: il bene è bene!). In famiglia ho visto che con i figli e nei rapporti tra i coniugi se non c’è rispetto reciproco, senza Amore, senso della Comunità (perchè, in piccolo, la famiglia è una Comunità), solidarietà, affetto, non c’è “Potere” che tenga. Anzi questo distrugge ogni legame; s’interrompe qualsiasi comunicazione. Lo stesso accade tra lo “Stato” e i cittadini. Ho visto titolari di funzioni pubbliche trasformarsi in piccoli despoti; degli aspiranti Fuhrer in miniatura. Per questo cambierei anche le denominazioni dei ministeri e degli uffici: Servizio. Un’opera, questa, certamente lunga, ma che importa, gli uomini sono ancora in viaggio. Un’ulteriore chiosa:hai ragione che “ognuno di noi è perfettamente in grado di fare bene quasi tutte le cose” ma è quanto mai deleterio per la Comunità non fare solamente quella cosa che sai fare bene, lasciando fare agli altri quelle cose che fai meno bene. A presto.

    1. Buongiorno caro amico, le parole assumono significati e valori diversi a seconda dei fatti e delle circostanze ai quali li riferiamo, infatti non é certamente un caso la tua citazione della religione cristiana, di cui assolvi il superiore potere “morale”.
      Ciò premesso, é evidente che nell’accezione da te attribuita alla parola non possono che condividersi il tuo giudizio e le tue esperienze familiari e sociali. Quanto a quello che ognuno di noi può, o deve fare, se deve applicarsi solo ad una attività, ovvero anche a più di una contemporaneamente, la mia opinione é che tutto dipenda da quel primato che Schopenhauer attribuiva alla volontà, cioè dalla serietà e dal rispetto, per se e per gli altri, con cui si affrontano le incombenze commesseci o liberamente assunte. Altra cosa, assolutamente deprecabile, é l’accaparramento di cariche ed incarichi.
      Tanti saluti.

  5. Se Di Lello avesse avuto giustizia, egli avrebbe commesso un’ingiustizia? Sarà stato disturbato o lo sarà diventato arrovellandosi nell’impotenza? Sono domande che non giustificano ma che vorrebbero risposta.

    1. Buonasera e grazie per l’intervento, un brocardo latino dice “factum infectum fieri nequit” cioè ciò che é stato fatto non può diventare non fatto, perciò noi possiamo ragionare solo in termini ipotetici, d’altro canto io non intendevo criticare la sentenza, né pretendevo di ipotizzare la volontà del Di Lello e la sua evoluzione nel tempo trascorso tra i due episodi criminosi, ciò che mi premeva porre in evidenza era ed é il diverso trattamento riservato dai giudici ai due delitti, che, tenuto conto delle circostanze di fatto delle due fattispecie, non si giustifica se non con la colpevole trascuratezza dei magistrati interessati, assolutamente privi a volte di qualsiasi considerazione dei sentimenti e delle sofferenze delle persone offese ed altre volte estremamente pronti a mostrare il volto inflessibile della giustizia! (ma cosa é la giustizia?).
      Cordiali saluti

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