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A volte da una sola scintilla scoppia un incendio (Lucrezio)
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La nonnaSo che può sembrare brutto dirlo ma non ho voluto bene a mia nonna. Ho convissuto con lei per parecchi dei suoi ultimi anni, insieme ai miei genitori ed ai miei fratelli l’ho curata, accudita, assistita, ma non l’ho mai fatto con amore, solo con un gran senso del dovere ed un infinito affetto nei confronti di mio papà. Era una donna immensamente egoista, mia nonna, e celava questo suo egocentrismo dietro una maschera di apparente gentilezza. Penso di non aver più avuto rapporti così stretti con una persona tanto anaffettiva; forse il termine non è neppure corretto, perché lei era capace di provare amore solo che questo era rivolto esclusivamente a se stessa, protagonista indiscussa della vita di tutti coloro che la circondavano. Era una donna molto bella, cresciuta benestante in una Milano di inizio secolo, coccolata e viziata da una madre che detestava gli uomini e forse gli anni della sua infanzia possono essere la spiegazione della persona che divenne poi. Incontrò mio nonno che se ne innamorò perdutamente e che proseguì, credo senza rendersene conto, a venerarla ed assecondarla in tutto fin quando, forse, capì il genere di vita che avrebbe fatto con lei arrendendosi alla stessa ed utilizzando la sua parte più dolce e femminile per sopperire, nei confronti di mio papà, a quelle attenzioni che la madre non sarebbe riuscita a dargli. Non ricordo di aver mai visto lavorare mia nonna: lei faceva lavorare gli altri oppure stava male. Maniaca dell’ordine aveva sempre i cassetti perfetti, profumati da saponette francesi ed acqua di colonia alla lavanda, ma costringeva la donna di servizio, alla quale proprio non riusciva a rinunciare, a lavare le piastrelle del suo pavimento a scacchiera con due detersivi differenti uno per quelle bianche e l’altro per quelle nere. Il pavimento di legno doveva essere grattato in ginocchio con la paglietta e poi incerato a mano, i lampadari puliti ogni settimana. Un figlio ed una nuora che “producono” quattro nipotini credo siano stati per lei sempre incomprensibili: mettere al mondo un solo essere era già stata per lei una fatica eccessiva. Noi eravamo esseri molesti e fastidiosi, oltre che troppo rumorosi, ovviamente, per cui andare a trovarla significava salutare, indossare le pattine ed essere chiusi in una stanza tutto il giorno in modo da arrecare meno fastidio possibile. L’unica frase che io ed i miei fratelli ci ricordiamo uscire dalle sue labbra, ricordando quei momenti, è “un bel tacer non fu mai scritto”. Non rammento una carezza ricevuta, una lacrima asciugata, un sorriso che non sembrasse acquistato alla Upim ed arrivasse al cuore invece che restare appiccicato al suo bel viso. Un giorno di tanti anni dopo, quando le avversità ci resero una famiglia con gravi difficoltà economiche, ma molto unita, e ci ritrovammo a vivere con lei ogni giorno, mentre papà era lontano per lavoro noi e la mamma ci sentimmo dire “non fosse per mio figlio vi avrei sbattuto fuori con i vostri quattro stracci” e non commento sull’effetto che questa affermazione fece su ciascuno di noi. Mio nonno era un uomo buono, con un gran senso della famiglia ed un forte legame con mio padre e credo siano state queste due ultime cose ad impedirgli di andare un giorno a comperare il tabacco della pipa per non tornare più. Amava tanto tre cose: arbitrare le partite di pallacanestro, lo sport in generale, ed in particolare il pattinaggio sul ghiaccio, e la musica, con una sorta di venerazione per Gigliola Cinquetti. Non penso mia nonna abbia mai messo piede in un palazzo dello sport, fatta eccezione forse per le volte in cui il nonno fu premiato. Ricordo però con malinconia quell’omone con un occhio chiaro e cieco che camminava solitario in giardino anche in pieno inverno con la radiolina all’orecchio per ascoltare le partite perché la sua dolce consorte era afflitta da una delle sue improvvise e terribili emicranie e l’imposizione a spegnere i dischi di “quelle canzonette inutili” che tanto la disturbavano. Ho un ultimo doloroso ricordo di mio nonno: avrò avuto dodici anni credo, lui sarebbe vissuto ancora pochi mesi, portato via da un male che lo consumò troppo in fretta. Ero in giardino e stavo cercando di raddrizzare un raggio della bicicletta che si era incurvato. Lui mi raggiunse: non stava bene, ma aveva voglia, si vedeva, di stare con la sua “zabetta” (così mi chiamava, perché già allora chiacchieravo sempre) e di provare a portare a termine quella perigliosa attività insieme a me. Per pochi attimi ridemmo e ci sentimmo felici, uniti, sentimmo quell’affetto reciproco che una bimba può comunicare al nonno ma che spesso quest’ultimo non sa esprimere a parole ad un nipotino. Ma lei arrivò e mi sgridò, dicendo che il nonno era molto ammalato e che io avrei dovuto vergognarmi a farlo stancare così. Lui, dopo aver tentato debolmente di prendere le mie difese, se ne andò contro la sua volontà, rattristato ma troppo fragile per opporre resistenza ed in me, per molto tempo dopo la sua scomparsa, rimase il senso di colpa per averlo forse privato, con quell’inutile sforzo, di qualche giorno di vita in più. Ma quello che la nonna non era in grado di capire era che quell’attimo, se avessimo potuto viverlo appieno, sarebbe stato immensamente importante per entrambi, perché momenti di amore e condivisione, a volte, valgono molto più di giorni vuoti senza il calore di chi ci vuole bene. Non ho amato mia nonna ma credo di aver imparato una cosa molto importante da lei: che tipo di donna non avrei mai voluto diventare.
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