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Lacrime di dolore e rabbia

Post n°124 pubblicato il 25 Gennaio 2009 da Basta_una_scintilla
 

Ho appena ricevuto questa mail da una persona a me molto cara: ciao Michi, in allegato ti mando una cosa che ho scritto e che... vabbè se la leggi capirai da te. Mi piacerebbe, se lo ritieni opportuno, che la pubblicassi sul tuo blog (visto che il mio nonostante la buona volontà rimane sempre un work in progress) e soprattutto che dessi la possibilità a tutti i blog che conosci, e che lo ritengano opportuno, di fare altrettanto e così via....per una maggiore diffusione. S.

Ho letto, ho riflettuto, e più che volentieri riporto, sperando che questa voce non rimanga inascoltata.

Le morti sul lavoro mi provocano, da sempre, una sensazione di rabbia ancora più che di dolore. L’idea che una persona, un individuo, possa perdere la vita sul posto di lavoro è da sempre per me inaccettabile. Il lavoro è produzione e la produzione è per alcuni salario e per altri profitto, da questa formula non si scappa. Morire sul lavoro equivale a morire per il profitto, altrui.

Le statistiche sulle morti “bianche” (chissà poi perché bianche) le conosciamo tutti; nella sola Italia avvengono circa 1/4 delle morti sul lavoro di tutta l’Unione Europea, anche i meno informati, i più superficiali, sanno che in Italia si muore sul lavoro molto più che in qualsiasi altro paese cosiddetto progredito e più che in molti paesi cosiddetti in via di sviluppo. I numeri sono all’incirca di tre morti al giorno, una vera e propria guerra, e per chi ritiene esagerata questa affermazione può ragionare su queste cifre: gli usa, impegnati in una vera e propria guerra in Irak, contano in 6 anni circa 4000 morti, l’Italia negli stessi anni conta circa 7800 morti sul lavoro.

Qualche giorno fa, la mattina del 21 di gennaio, ho saputo che il 60° omicidio sul lavoro del 2009 era un mio carissimo amico, e l’ennesima sciagura si è improvvisamente trasformata, per me, da dato statistico, che mi suscitava una fortissima rabbia, in una sensazione di dolore profondo per la perdita di un amico fraterno. Fra di noi amici la frase che ricorreva di più era “non ho parole”,  nemmeno io le avevo, e forse in quei momenti non c’erano. Ma le parole ci sono, eccome.

E sono parole che farebbero piacere a Giuliano, molto più che preti, vescovi, istituzioni, autorità, sbirri, tutti presenti in prima fila al suo funerale, tutti affranti, tutti dispiaciuti, tutti a esprimere cordoglio e a vomitare belle parole. Sono parole di condanna verso un sistema frenetico che inghiotte famiglie e vite,  in nome del profitto. Sono parole di condanna verso  governi che hanno stracciato ogni norma in difesa dei lavoratori, hanno abolito controlli e sanzioni e non muovono un dito per affrontare un fenomeno che è ormai una vera emergenza nazionale. Parole di condanna verso un premier che si occupa instancabilmente del caso Kakà mentre nei cantieri e nelle fabbriche si lavora in condizioni di estremo pericolo, verso chi dà la caccia ai fannulloni mentre  i cimiteri d'Italia si riempiono di croci al lavoro. Parole di condanna verso sindacati accondiscendenti e remissivi, troppo occupati a garantirsi un posto in questo sporco gioco per occuparsi dei reali problemi dei lavoratori.

Non c'è più tempo da perdere.  Un paese che non sa difendere i suoi operai è un paese che non merita rispetto.

Per la statistica è il numero 60 dall'inizio dell'anno. In 21 giorni sessanta persone sono morte schiacciate, precipitate, avvelenate, soffocate, mentre costruivano o riparavano case e strade, mentre caricavano le navi piene di oggetti che compriamo e vendiamo, mentre lavoravano. E le statistiche  riducono i morti a numeri e invece sono persone: padri, madri, figli fratelli di qualcuno. Il lutto rimbomba nelle case e nelle famiglie, nei paesi. Bisogna aggiornare il calendario, però. Farlo ogni giorno.

Da oggi, ogni volta che sentirò di un altro lavoratore ucciso sul posto di lavoro, penserò a Giuliano e al dolore che la sua scomparsa ha suscitato in tante persone, in sua moglie e in suo figlio di 14 anni prima di tutti. E sono pentito di non essere riuscito a capire prima che al di la della freddezza dei numeri delle statistiche, ogni giorno che passa vi sono centinaia di persone che provano il mio stesso dolore per la perdita di un amico caro, e vi sono mogli, madri  e figli che non vedranno più il proprio marito, figlio, padre.

Giuliano era un uomo buono e generoso, sarebbe felice che nel suo ricordo, non solo io ma tutti quelli che leggono queste righe fossero più consapevoli nei confronti di questa strage di innocenti, che tutti noi non lo considerassimo un numero di una statistica, ma un uomo, un lavoratore, un padre e  un marito. E soprattutto vorrebbe che facessimo questo per tutti quelli che sono morti prima di lui e che purtroppo verranno dopo di lui, per dire, a voce altissima, ORA BASTA!

Ciao Giuliano!

 

 
 
 
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