Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

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A.P.I. (Azienda del Popolo Italiano)

Post n°995 pubblicato il 18 Aprile 2020 da rteo1

A.P.I. (Azienda del Popolo Italiano)

L'epidemia provocata dal coronavirus oltre a mietere migliaia di vite ha prodotto anche una grave crisi economica. Le industrie sono state chiuse e tutte le attività, ad eccezione di quelle indispensabili per la sopravvivenza umana, sono state sospese. Gli uomini sono stati segregati nelle loro case, e nelle strade pubbliche è calato un silenzio tombale. In giro si sono visti soltanto i "tutori della legge", ma anche le ambulanze con le sirene spiegate che prestavano soccorso ai colpiti dal virus. Le libertà democratiche, conquistate anche col sangue del popolo, di colpo sono state ibernate, e anche le procedure formali seguite dal governo hanno lasciato molti dubbi, di legittimità costituzionale. Tutto è stato giustificato facendo riferimento ad uno stato di necessità, per salvaguardare la salute pubblica di tutti i cittadini. A me, in verità è venuto in mente lo stato di necessità che nella Roma repubblicana consentiva la nomina del dictator, a cui venivano conferiti i pieni poteri per sei mesi, rinnovabili per altri sei mesi. Pieni poteri, che ha anche ottenuto il primo ministro ungherese. Speriamo che, venuta meno la cosiddetta "emergenza", almeno dal punto di vista normativo tutto ritorni come prima e che la gerarchia delle fonti e la Costituzione in primis siano di nuovo rispettate. Intanto le aziende e buona parte degli uffici chiusi hanno costretto il governo a stanziare ingenti somme, molti miliardi di euro presi a debito. Facendo lievitare ulteriormente il già gravoso debito di circa 2500 miliardi conseguenza di una gestione pubblica a dir poco allegra. Ora si sta attendendo che l'Unione europea si pronunci sugli ulteriori aiuti finanziari di cui l'Italia ha bisogno. Comunque andrà a finire, però, l'Italia sta perseguendo ancora la solita via di fare debito senza pensare anche ad altre diverse soluzioni. Invece è giunto il momento di correggere, o invertire, la rotta, se si vuole difendere l'intera Comunità "nazionale" impedendo che sia schiavizzata o limitata nelle libertà da altri Popoli (in particolare quelli che hanno regimi totalitari e dittatoriali). Va detto che la Repubblica democratica si differenzia dagli altri regimi costituzionali perché riserva al Popolo la sovranità e che in virtù di quest'ultima il popolo entra nel governo dello Stato. Tra le materie riservate al dominio del popolo deve esserci certamente l'economia generale perché la produzione è direttamente collegata alla sopravvivenza naturale e culturale dei cittadini e alla libertà ed esercizio dei diritti fondamentali. Per evitare, perciò, il rischio di perdere o di veder limitati tali diritti e facoltà fondamentali, in una fase storica come quella che stiamo vivendo, in cui il Pil crolla, il debito pubblico aumenta, gli organici della burocrazia lievitano sempre di più e, di contro, si riducono i lavoratori autonomi e chiudono le imprese e le industrie, occorre necessariamente coinvolgere tutti i cittadini in un "Piano Strategico economico Nazionale". In altri termini, tutti i cittadini dovranno acquistare delle quote societarie, di tutte le imprese ritenute strategiche per il paese, sia nazionali che territoriali. Si deve, cioè, istituzionalizzare e stimolare (anche fiscalmente) un azionariato popolare di massa, che peraltro non sarebbe una novità, perché già sperimentato per le imprese ludiche (per le società di calcio). Va sottolineato che in Italia risultano giacenti sui vari depositi e conti correnti bancari e postali circa 1.500 miliardi. Questi "risparmi", che sono stati sottratti alla circolazione monetaria e all'acquisto dei beni di consumo costituiscono uno dei problemi più seri per una economia liberale che, nel bene e nel male, si è strutturata proprio sul circolo (per quanto "vizioso") della produzione-consumo dei beni, ed è inconciliabile con le rendite parassitarie. Il "risparmio", perciò, non investito nell'attività d'impresa o nel consumo genera disoccupazione perché incide sui processi produttivi e sui livelli di produzione. E allora, a meno che non si voglia mutare il sistema economico di tipo occidentale (o, nelle more che questo avvenga), non c'è altro rimedio che quello di utilizzare, almeno in parte, i "risparmi" al fine di sostenere l'economia del Paese, e, in particolare, le Imprese strategiche, sia nazionali che territoriali. Per tale fine potrebbe risultare utile istituzionalizzare una specie di "Azienda del Popolo Italiano" (A.P.I.). Con questo nuovo strumento operativo i cittadini investendo i loro risparmi (anche solo in parte) nelle Aziende strategiche darebbero il capitale necessario per la ripresa economica e i lavoratori, che sarebbero, al tempo stesso, anch'essi investitori, avrebbero un interesse diretto ai risultati produttivi (non a caso la recente fusione della Fiat-Crysler con la Psa ha previsto la partecipazione di due lavoratori nel Cda). Si realizzerebbe, così, una sorta di "Azienda nazionale" a partecipazione popolare, che in altri contesti (come negli USA e in Germania) ha dato buoni risultati sociali, e i lavoratori sarebbero motivati e interessati al buon andamento dell'impresa. Una cosa, infatti, è lavorare in conflitto d'interessi con la proprietà, come è stato finora, con la mediazione (non sempre disinteressata) dei sindacati, altra cosa, invece, è lavorare anche per se stessi. Occorre, perciò, intervenire con una "chiamata alle armi" di tutti i cittadini mediante un azionariato diffuso nelle A.P.I. (Azienda del Popolo Italiano) per utilizzare l'enorme risparmio sottratto al flusso economico, in questa fase politica di grande difficoltà per l'Italia, dove continuano ad acuirsi le disparità tra i cittadini, e il posto di lavoro improduttivo nella burocrazia dello Stato è diventato l'unico rimedio per garantirsi la sopravvivenza nella giungla sociale. 

 
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