Station

Il treno

“Treno in transito, allontanarsi dalla linea gialla”, il vento inizia ad soffiare e comincia a sentirsi il ruggito metallico delle carrozze che stanno per sopraggiungere. Ascolto quella voce inumana, fredda e robotica che scandisce quell’avviso e prudentemente arretro di qualche passo mentre il treno mi scorre velocemente davanti rallentando la sua corsa e offrendomi lo spettacolo delle sagome sfocate che fanno capolino dalle finestre opache per il sudiciume. Il clangore di una sirena e lo sbuffo delle porte che si aprono vomitando gente che come una colonia di ratti si espande velocemente in ogni direzione. Tra spintoni e pressioni riesco a ritagliarmi un varco e sono dentro; mi manca il respiro per l’afa e il lezzo che albergano in quella scatola di latta troppo stretta e infarcita. Mi guardo intorno, sento il ciarlare misto di mille voci che si accavallano, discorsi spezzettati che si mischiano con altri, un minestrone di argomenti di cui non riesco a seguire il filo logico. Ci rinuncio. Ficco la mano nella tasca destra del cappotto e ne traggo un libriccino, provo a leggere qualche riga, cerco di estraniarmi da quel mondo che mi opprime ma faccio una immane fatica a restare concentrato su quelle righe; il chiasso delle voci e lo stridore metallico delle ruote sui binari mi riportano continuamente alla realtà. Ad ogni stazione si recita sempre lo stesso copione: voce robotica, segnale acustico, sbuffo delle porte e gente vomitata e fagocitata. Poco a poco, mentre il treno prosegue la sua corsa lungo il serpentone metallico che passa da una galleria ad un’altra le persone al suo interno iniziano a diminuire, l’aria si fa più respirabile e fresca, ti scompiglia i capelli, ti colpisce in pieno viso e ti risveglia; il chiacchiericcio si fa più sommesso, gli agglomerati di persone iniziano ad apparire come piccole isolette di un arcipelago più che ad una distesa continentale. Ora riesco a rilassarmi, il mio corpo che prima era rigido ed in tensione ora comincia a sciogliersi; scorgo un posto lasciato vuoto, mi avvicino, mi seggo e riprendo in mano il mio libriccino fiducioso di riuscire finalmente ad immergermi nella lettura, abbozzo un mezzo sorriso di vittorioso compiacimento. Non faccio in tempo a posare lo sguardo sulla pagina che i miei occhi vengono distratti da altro. Dinanzi a me siede una ragazza, anch’essa con un libro poggiato sulle gambe strette e con una espressione sognante di beatitudine. Sembra non essere lì, sicuramente con lo spirito è altrove, vaga libera e leggera tra le pagine del suo libro giocando con le parole, rincorrendo costrutti e descrizioni fiabesche. E’ un raggio di luce che squarcia la tetra quotidianità, è bellezza nella sua accezione più pura e semplice ed è proprio la sua semplicità in un mondo così complicato che la rende così bella. Continuo ad osservarla mentre lei è tutta presa dalla lettura. Ha dei capelli color miele raccolti in una lunga treccia poggiata sulla spalla, un basco rosso che le pende sul lato sinistro, lo sguardo basso e curioso che sembra diffondere luce sotto le lunghe ciglia brune. Le sue labbra carnose e rosa si muovono di tanto in tanto come se bisbigliassero qualcosa di segreto che solo noi due possiamo intendere, sorridono a tratti per poi ritornare serie. Le sue mani sono poggiate delicatamente sulle pagine del libro, mani con dita affusolate dalle unghie rosee e lucide che sembrano accarezzare amorevolmente quello scrigno di parole. Sono completamente rapito da quella figura tanto da rimanere lì a fissarla, imbambolato e con il mio libro aperto ma orfano del suo lettore. Sembra essere sparita ogni persona in quel treno, sembra regnare il completo silenzio, non esiste più il tempo né lo spazio e fluttuiamo morbidamente come in una navicella spaziale. Non esiste che lei, il pallido astro venuto ad illuminare questa che era una sera come tante nella mia vita da triste pendolare.
Ad un tratto, come se avesse sentito il mio richiamo telepatico o come se avesse letto semplicemente i miei pensieri, distoglie lo sguardo dalle pagine bianche e lancia una occhiata nella mia direzione, proprio davanti a sé. Quella frazione di secondo sembra durare una eternità, mi sembra di vedere al rallentatore i suoi occhi che puntano verso di me e le sue ciglia che si distendono come le piume della coda di un pavone. Colgo la scintilla di luce nei suoi occhi verdi, per un breve attimo i suoi occhi si tuffano nei miei e gli sguardi si mescolano; accenna un sorriso di cortesia, quasi imbarazzato, come se tra i tanti avventori di quella carrozza avesse riconosciuto in me un’anima affine. La sua bellezza mi mette in soggezione e restituisco il sorriso senza emettere una sillaba; cosa potrei dirle, ogni frase sarebbe banale e rischierebbe di rompere quell’incantesimo. Il treno prosegue la sua veloce corsa, troppo veloce per me, perché non rallenta e mi lascia assaporare con delizia e beatitudine questi momenti? La mia musa ripone il libro in una piccola borsa di tessuto nero, con le mani si risistema la gonna sulle ginocchia e si alza in piedi. Capisco subito che sta per accadere, la prossima fermata è vicina e tra poco tutto sarà finito e ripiomberò nella grigia realtà di ogni sera. Vorrei alzarmi di scatto e prenderla per la mano, vorrei invitarla a restare ancora un po’ e poi ancora un altro po’, anche senza parlare, solo stare così come in questi minuti di viaggio trascorsi. Vorrei dirle tutto d’un fiato quello che ho pensato fino ad ora guardandola, le riverserei addosso un mare di chiacchiere, le chiederei un recapito o se prende spesso questo treno o se le andrebbe di bere un caffè un giorno di questi, tutto pur di non perdere una tale rarità.
Voce robotica, segnale acustico, sbuffo delle porte e lei che si incammina verso l’uscita. Per un secondo si volta verso la mia direzione e mi sorride ancora, come se avesse di nuovo letto tutti i miei pensieri, come se con quell’espressione mi dicesse “so cosa pensi, ho capito tutto”, come se mi dicesse addio. Sorrido amaramente per la seconda volta, poi le porte si chiudono, ritorno nel grigiore della mia carrozza, seguo la sua sagoma sfocata dal vetro lercio e opaco che si allontana per sparire dalla mia vista per sempre. Avrei potuto dire, avrei potuto fare, ma forse è stato giusto così. Come una cometa è apparsa nel firmamento della mia vita e come una cometa è andata via in un attimo lasciando una lieve scia luminosa che si dissolve nel cielo ed è subito di nuovo oscurità. Si può amare anche solo il tempo di un battito di ciglia.

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Il Gioco

E’ l’alba di un nuovo giorno. Il pulviscolo danza nella luce dei raggi solari che filtrano tra le persiane abbassate, una cappa di afa mi si appiccica addosso come una pellicola umidiccia. Sono intontito come ad ogni risveglio, resto immobile incatenato al materasso rovente mentre gli occhi mi roteano nelle orbite fissando le effigi spettrali che mi circondano nella penombra della stanza. I pensieri sono confusi, annodati come i miei capelli arruffati sul cuscino e si mescolano con gli ultimi scampoli delle visioni oniriche ed immaginifiche che sfumano e si dissolvono nell’aria soffocante. Tutto è confusione.
Piano piano la nebbia del sonno si dirada, la mente diventa più lucida, sento il corpo intorpidito che riprende coscienza di se stesso; ho un corpo…
Che ore saranno? allungo la mano che in maniera cieca cerca la sveglia sulla mensola in alto, sopra la mia testa; le sette del mattino, di già.
Anche stanotte ho combattuto; contro i sogni, contro i pensieri, contro me stesso. Tutto intorno è il solito caos di sempre, di chi non trova pace nemmeno nel sonno;il lenzuolo è aggrovigliato ai piedi del letto e penzola sul pavimento, un cuscino è in bilico sul bordo come un equilibrista sulla sua corda, tutto è precario, sospeso nel vuoto, dentro e fuori allo stesso tempo. Mi alzo e mi appoggio contro la spalliera del letto, boccheggio con il petto nudo imperlato di sudore e il contatto del ferro fresco contro la schiena umida mi dà un brivido. Sono sveglio ora, resto a fissare le piccole particelle di polvere che danzano nell’aria e intanto rimetto insieme i pezzi. Devo pensare e ricordarmi cosa è accaduto il giorno prima, devo ricordarmi chi sono, cosa sono e cosa mi ha fatto diventare quello che si sveglia ogni mattina in questo letto. Sì ecco, ora poco a poco inizio a ricordare, il sonno può essere il più forte degli anestetici, peccato duri troppo poco…
Mi alzo barcollando e zigzagando tra le macerie che giacciono sul pavimento; bottiglie, scarpe, libri; è tutto disordinato e senza nesso logico come la vita che conduco. Mi reco verso la scrivania come ogni mattina, apro il cassetto e lì dentro, riposto in un drappo rosso e logoro c’è il mio “oracolo”, una Smith & Wesson mod. 64-2 calibro 38 special con un solo colpo nel tamburo. La impugno saldamente, con la mano sinistra faccio ruotare rapidamente il tamburo che scorre rapido e ticchettante come una roulette; il silenzio della camera viene infranto dal suono dell’ingranaggio metallico, poi si ferma, tutto tace ancora una volta. E’ il momento di puntare la posta, mi gioco tutto ogni dannato giorno, ancora e ancora. Tutto dipende da questo giro di roulette; vincerò un altro giorno? godrò del lusso di altre ventiquattro ore di esistenza? ventiquattro ore in cui le combinazioni di eventi sono infinite, sono solo ventiquattro ore ma possono valere una vita intera. Uscirò di qui con la felicità del vincitore che ha sbancato al casinò, pronto ad afferrare qualsiasi possibilità mi si pari innanzi; diventerò magari ricco, incontrerò la donna della mia vita, troverò qualcosa per cui essere grato e felice, chissà quante cose possono accadere in sole ventiquattro ore. Oppure posso perdere tutto proprio ora. Se la fortuna dovesse essere a me avversa proprio oggi perderei tutto in un attimo, un boato e poi il buio eterno. Ma questa cosa è necessaria, devo meritarmele queste ventiquattro ore, non posso riceverle come se mi fossero semplicemente dovute, quante persone lì fuori le accettano senza chiedersi nulla, come se fosse un loro diritto acquisito e finiscono poi per sprecarle, nulla mi è dovuto! Quando qualcosa ti viene elargita con estrema magnanimità diventa una abitudine scontata, un qualcosa a cui non dai più valore, la tua vita non vale niente se non la vinci e se non metti sul tavolo la possibilità di perderla ogni giorno. Se ogni mattina al mio risveglio qualcuno mi donasse una banconota da cinquecento euro probabilmente a lungo andare quel denaro perderebbe per me il suo valore, lo sprecherei conscio che ogni giorno ne avrei del nuovo senza dover far nulla per meritarmelo. E mi darebbe piacere o gioia tutto questo? Forse per i primi tempi ma poi, passata la novità, tutto diventerebbe norma, apatia, noia.
Per questo è necessario che io lo faccia, che ogni mattina io impugni quest’arma e mi affidi alla dea bendata giocando; o tutto o niente, o gratitudine o morte.
Porto la pistola alla tempia, strizzo gli occhi, l’acciaio della canna è freddo e sento tutto il peso della scelta che grava nella mia mano, questa pistola sembra pesare sempre di più ad ogni secondo che passa. Il cane è alzato, il dito indice accarezza con delicatezza l’acciaio cromato del grilletto e indugia. E’ giunto il momento, “rien ne va plus”, l’indice preme deciso sul grilletto –“click” –.
Il banco vince, mi sono guadagnato la mia esistenza…anche oggi.

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Sui Valori assoluti e la loro fallace applicazione empirica.

Nella vita di tutti i giorni spesso usiamo con facilità dei termini diventati di uso comune che proprio per il fatto di essere diventati tali si sono svuotati un po’ del loro intrinseco valore; tanto che oramai non ci chiediamo più cosa significano in concreto.
Mi spiego meglio. Quante volte sentiamo dire: “Io amo Tizio (o un’altra determinata cosa o persona)” oppure “non trovo giusto che…” o ancora “non è giusto”. Queste preposizioni implicano alcuni concetti fondamentali come l’AMORE e la GIUSTIZIA, due tra i più grandi valori della vita. Ma in sé, cosa sono Amore e Giustizia? che significato e che valore hanno?

Passiamo una vita a dire di amare qualcuno o qualcosa e passiamo la stessa vita a cambiare idea a riguardo, questo dovrebbe portarci a pensare che l’Amore lo interpretiamo come un qualcosa di soggettivo, mutevole nel tempo e nello spazio. Anche per ciò che concerne la Giustizia, la frase “non trovo giusto”, che spesso viene pronunciata, implica che qualcosa non appare “giusto” PER NOI, ciò implica a sua volta che abbiamo un concetto di Giustizia molto soggettivo, capace di mutar forma nel tempo e nello spazio. Anche se consideriamo l’idea di Giustizia “istituzionale”, questa non è mai assoluta, ma cambia nel tempo, al mutare della società e cambia nello spazio. Ciò che era considerato “giusto” dall’apparato statale nel 1800 non è considerato parimenti “giusto” nel 2020 e ciò che nel 2020 è considerato “giusto” in Italia, può non essere considerato tale in Indonesia.

Tali grandi valori menzionati sono poi veicolati da noi esseri umani che in quanto tali non abbiamo il dono della perfezione, pertanto, questi concetti metafisici e “ideali” si incarnano nella forma fisica umana e si traducono in realtà empirica, in esperienza.
Ma questo passaggio dal mondo delle idee al mondo fisico e concreto non è poco traumatizzante. Questo parto ha un suo travaglio e genera il suo figlio imperfetto. Diventando carne il concetto perde la sua purezza e diviene imperfetto come l’uomo.
L’Amore in sé è un concetto metafisico perfetto, il vero Amore può appartenere solo a qualcosa di assoluto e perfetto. Non a caso la teologia attribuisce questo valore a Dio (1^ lettera di Giovanni cap. 4), questi è l’unico essere perfetto in grado di provare il concetto puro e perfetto di Amore. Ma se “Dio è Amore”, l’uomo come può, nella sua imperfezione, essere Amore? “Aut – Aut”; o l’uomo è Dio o l’uomo non può sperimentare il concetto puro di Amore. Escludendo che l’uomo sia Dio (se consideriamo Dio come un parametro di perfezione, al di là della fede e del concetto religioso di divinità), dobbiamo giungere alla conclusione che l’uomo non prova Amore ma è un mero interprete di un concetto assoluto di cui non potrà mai essere portatore. Parimenti il discorso può farsi riguardo la Giustizia. Se questa è un valore assoluto che può appartenere solo ad un essere perfetto, ed anche qui la teologia lo attribuisce a Dio quale simbolo della “perfetta giustizia” (Giobbe, 37:23), noi non siamo che meri e fallaci interpreti che non possono conoscere la vera Giustizia, ma solo una sua soggettiva e parziale teorizzazione e applicazione.
Per queste ragioni l’uomo non può sperare in una esperienza totalizzante che gli sarà sempre preclusa malgrado i suoi vani sforzi. I valori assoluti non ci potranno mai appartenere e le uniche armi da affinare per combattere questo dissidio e questa nebbia che ci avvolge sono la consapevolezza e l’accettazione.

Le coppie, quelle BELLISSIME…

Oggi tratteremo un argomento di grandissima importanza e attualità: le “coppie bellissime” sui social.
Premessa obbligatoria: sui social non esistono coppie brutte e non esistono coppie medie, tutte le coppie sono categoricamente BELLISSIME, nemmeno semplicemente belle, no, BELLISSIME.
Questo è almeno quello che risulta pubblicamente sull’autostrada di bit della rete, perchè poi nel privato sappiamo che è un altro paio di maniche e sovente, quando non si è connessi, si sentono frasi del tipo: “ma hai visto con che cesso si è fidanzata Ermenegilda?” oppure “ma hai visto quel boiler della fidanzata di Ubaldo?”.
Ora non nego che ci siano coppie belle (e il fatto che non abbia usato il superlativo assoluto già è notevole), ma possibile che lo siano tutte? e possibile che l’individuo X ogni volta che si accoppia con un individuo Y diverso generi sempre una coppia “bellissima”?
Avete mai sentito dire: “Beh Vilfredo, quando ti accompagnavi con Ermelinda eravate una coppia bellissima, ora che stai con Lucilla siete solo belli/non ci azzeccate un cazzo.”. No mai. Vilfredo + Ermelinda = bellissimi come Vilfredo + Lucilla = bellissimi. Allora qual è il segreto? fosse che è Vilfredo l’astro lucente che irradia bellezza? Certo che no, è solo che (quasi) nessuno si sognerebbe di dire una cosa del genere. Questo mio discorso risulta già paradossale se ci riferiamo ad individui medi, diventa poi del tutto una presa per il culo spudorata quando il solito “bellissimi” compare come commento sotto foto di individui di improponibile bellezza; roba del tipo: “ok non sono bello io ma con te la natura ha creato una opera d’arte moderna”.
Ma come vi viene? io capisco l’affetto, la stima e anche l’ipocrisia…ma non così, non a questi livelli.
“Teso sei bellissimaaaa!!11!!”, “ma no sei tu ad essere bellissimaaaa!!111!!” (con tono di scherno, di falsa modestia e di totale mancanza di obiettività), quella roba da fiera dell’ipocrisia…che in quel caso, dato le bestie protagoniste, sembra più un circo che una fiera.
Ci deve essere una strana combinazione di tasti sulla mappa caratteri di windows che se premuti contemporaneamente generano il commento “bellissimi” o non si spiega come sia possibile che cambiano le coppie ma il risultato sia sempre lo stesso. A cosa ci si riferisce con il termine “bellissimi”? ad un concetto intrinseco e metafisico di coppia che trascende l’apparenza estetica? o si riferisce alla combinazione estetica di due individui?
Nel primo caso…che cazzo ne sai? da una foto riesci a capire che quelle due persone siano una perfetta combinazione di caratteri e personalità affini al punto tale da generare bellezza? Gente in analisi da 10 anni non riuscirebbe a dirlo di se stesso, mo arrivi tu su FB, laureato all’università della strada…
Allora forse è riferito alla forma estetica? in tal caso possiamo essere bellissimi presi singolarmente (ma facciamo i modesti su…) e invece no, quel commento spunta solo sotto le foto di coppia. Allora forse vuoi dire che siamo una bellissima unione di stili “estetici”? beh allora devo avere culo perchè sono bellissimo con tutti, pure se cambio totalmente persona e stile riesco sempre a generare una coppia bellissima.
“Bellissimi tu e Ilenia”. Ilenia: stangona da un metro e ottanta, capelli lunghi color miele, fisico statuario, culo di marmo e due tette perfette come la sezione aurea.
“Bellissimi tu e Ilaria”. Ilaria: damigiana da 52 litri di gragnano andato in aceto (stessa altezza e larghezza) baffi e basette nero corvino, pelle a buccia d’arancia (peccato sia sul viso però) e sguardo vitreo.

Cioè, fammi capire, in entrambi i casi siamo “bellissimi”? Mi stai palesemente perculando, non sempre si può essere una bellissima coppia. In certi casi, se proprio non riusciamo ad essere onesti, almeno conserviamo il buon gusto di tacere.

P.s. Chi mi commenta “bellissimi” lo blocco… 😛

Red Christmas Ornaments on Wood Background and defocused lights. Spruce Tree branch on the left and right.

Non vi fidanzate…quantomeno non a Natale!

Dicembre, il mese più magico dell’anno e come dice la celebre melodia natalizia, eccoci catapultati nel “most wonderful time of the year”. Il freddo diviene più pungente, l’aria inizia a profumare di cannella ed essenza di pino e tutto intorno è un tripudio di lucine colorate, folla e buoni sentimenti a buon mercato. Le famiglie si riuniscono, il vario “parentame” finge di volersi un gran bene almeno una volta l’anno che sono tenuti a sopportarsi, i più piccoli attendono trepidanti i doni mentre i più grandi si dividono tra quelli che escono allegri indossando un copricapo di babbo natale e quelli che invece vorrebbero sbronzarsi soli sotto l’abete natalizio per poi utilizzare quei fili luminescenti per farne una corda e porre fine alle proprie sofferenze.
Una cosa è certa, che lo vogliate oppure no, in questo mese più che negli altri il romanticismo sbanca al botteghino. Lo vediamo da sempre commercializzato sotto forma di commedie natalizie. Quelle simpatiche americanate dal lieto fine nelle quali lui incontra lei qualche giorno prima di Natale e in un paio di giorni scoprono che si amano alla follia e staranno insieme per sempre. Voi ovviamente pensate che stiano insieme per sempre perchè di queste commedie non è mai stato girato un sequel…
In ogni caso, come detto, sarà l’aria frizzante, saranno i buoni sentimenti, sarà l’aver visto troppe commedie natalizie o sarà semplicemente il tasso alcolico più alto, si è portati a farsi questo grandissimo regalo di natale…regalarsi un essere umano come partner. Bene, resistete a tutto ciò, lo dico perchè vi sono una serie di ragioni che dovreste esaminare e che vi faranno capire che no, non dovete fidanzarvi a dicembre!

Tanto per iniziare, se vi fidanzate a dicembre il primo problema da affrontare è quello che sarà SEMPRE un problema che si presenterà con cadenza annuale come l’anticipo IRPEF: il REGALO DI NATALE; in questo caso con un handicap in più, state uscendo da poco quindi vi conoscete poco. La classica cosa che si dice in questi casi è: “mi raccomando eh, niente regali di Natale, usciamo da poco”. Bene, tu pensi che una volta che lo hai detto ti sei ripulito la coscienza e stai bene, pensi di aver risolto ma non hai considerato che lei è una donna. Così prima di ingozzarti come un maiale e far salire di colpo e tutti insieme i tuoi valori ematici alle stelle o dopo averlo fatto e con un accenno di coma diabetico e rischio di infarto del miocardio (a seconda dei casi e delle usanze) lei si presenterà dinanzi a te con un bel sorriso e ti dirà quella frase…“lo so che non dovevamo farci regali, ma ho visto questa cosina e ho pensato a te”. Morale della favola, tu apri il suo pacchetto con un imbarazzo tale che non si capisce dove finisce il tuo viso e dove inizia il maglione rosso alla babbo natale (o è l’infarto che sta per sopraggiungere) e ovviamente incappi nella figura di merda di non aver preso nulla per ricambiare…nemmeno qualcosa a caso che non ti ha fatto pensare a lei. Comunque vada, il risultato sarà che uno dei due ha fatto un regalo e l’altro non ha contraccambiato. Sì lo so, state facendo i fighi ora e pensate che entrambi potrebbero farsi un regalo. Bene, fate poco i fighi perchè se vi conoscete poco magari correte il rischio di farvi regali pessimi e quindi sarete tenuti anche a fingere stupore e felicità: “era proprio quello che volevo”.
Seconda difficoltà: “cosa facciamo a Natale ci vediamo?” A meno che non siate due orfanelli cresciuti in collegio e scappati dalla guerra, avrete delle famiglie (anche e soprattutto sfasciate) e conseguentemente dei parenti (soprattutto insopportabili). Ecco, in questi casi è difficilissimo non trovarsi immersi nel parentame del tuo/a partner con tutto ciò che ne consegue. C’è lo zio che ti vuole offrire il grappino per forza e tu che cerchi di rifiutare gentilmente perchè ti fa schifo l’alcol, c’è il padre che ti vuole trascinare a tavola ad assaggiare qualcosa e ci possono essere sguardi e domande indiscrete o ancor peggio, i GIOCHI DI NATALE…La situazione non migliora se la porti nel tuo di parentame eh: “Mamma lei è Ermenegilda…è una…una…cioè, una AMICA” e partono gli sguardi sornioni e ammiccanti di chi vorrebbe dirti “ma che cazzo stai a di’, ma quale amica, ma quali amiche hai mai avuto tu?”. Momento imbarazzante parte due…dopo il regalo non corrisposto.

E questa cosa va avanti almeno per tre giorni tra la vigilia e Santo Stefano. Tutto un recarti a casa di qualcuno e gozzovigliare, tra uno struffolo e una fetta di pandoro. Ma vabbè dai, poi passati sti tre giorni è finito tutto, c’è gente che ha fatto i tre giorni al militare o chi, peggio, ha fatto i tre giorni per l’esame di avvocato…Eh no!
Dopo che sei sopravvissuto quei tre giorni arriva la batosta peggiore di tutte: “SENTI MA PER L’ULTIMO DELL’ANNO CHE FAI?”. Tu fino a quel momento avevi fatto grossi piani per l’ultimo dell’anno. Ti vedevi già con il cellulare messo in modalità aerea alle 21.00 e progettavi la tua maratona di film notturni stravaccato sul divano con il plaid, mezzo addormentato davanti all’albero illuminato con un filo di bavetta che sgorga dall’angolo della bocca. Tutto in fumo, ora non sei solo, ora sei TENUTO a fare qualcosa per l’ultimo dell’anno. Così cerchi di smarcarti fino alla fine, ti inventi qualche scusa, arrivi perfino a dire che in realtà sei ebreo e che quindi il capodanno lo festeggi a settembre…tutto inutile.
Dovrai scendere di casa nel freddo della prima notte del nuovo anno, dovrai scansare mortaretti e bengala manco guidassi la tua utilitaria lungo la striscia di Gaza per andare a finire in uno squallido locale o peggio…a casa di qualche comitiva di amici…SUOI…che non conosci…con una voglia di far festa pari a quella di Cristo nel Getsemani.
Poi il mattino seguente è il 1 gennaio, il giorno peggiore dell’anno e in genere piove, il cielo è plumbeo, hai dormito poco e di merda e già tanto basta per passare al prossimo punto.

Quando pensi che tutto è passato e francamente è stato un periodo faticoso ed estenuante, arriva l’epifania “che le feste si porta via” per gettarti in quel deserto dei Tartari che sono i mesi di gennaio, febbraio e marzo, mesi che non si è ancora capito a che cazzo servono, sono dei filler per il calendario. Ecco, altro giro altra corsa, per la befana non vuoi farle un pensiero? magari per compensare la tua figura di merda natalizia? Qui o le fai un regalo, ma si pone il problema atavico di dicembre che non sai che cazzo farle o ti butti sul classico con dei cioccolatini e dolciumi, sperando di ingarrare quelli giusti e che non sia a dieta ecc. ecc.
Ecco, dopo il sei gennaio è veramente finita, ora c’è da capire se hai ancora la forza e la voglia di proseguire nel rapporto. Se hai superato tutto ciò senza subire scalfitture di sorta, allora sei pronto per lei, in caso contrario fatti due domande.

Il mio consiglio resta uno: “ci tengo tanto a te ma…RIPARLIAMONE DOPO LE FESTE.”

De Humanarum Natura: di inchiostro e Rock

Sapete quando nei più classici film hollywoodiani il protagonista invoca la “manna dal cielo”? quando inveisce contro ogni divinità pseudo-esistente e recita la classica battuta “se ci sei, dammi un segno della tua presenza”.
Ecco, una cosa analoga, una coincidenza o un segno è arrivato. Ma posto che non credo in divinità, penso sia solo “la cosa giusta al momento giusto”.
Negli ultimi giorni mi interrogavo come solito fare sui comportamenti umani, in primis sui miei comportamenti che mi hanno causato quelle che prima facie potremmo definire “delle grane” relazionali.
Il 2018 è stato sicuramente “l’anno della contrizione”, ho passato molto tempo a pentirmi e dolermi dei miei “peccati”, o quelli che ritenevo tali. Ho avuto modo di parlare molto con me stesso, sviscerare situazioni e fare tante riflessioni che qui non esplicherò nel dettaglio per non tediare e per non tirare fuori troppi affari personali, l’unico scopo di questo piccolo post è raccontare un qualcosa che nel suo piccolo mi ha colpito, le piccole cose quotidiane insomma.
Come dicevo, l’anno della contrizione; pentimenti, porre in discussione qualsiasi cosa, pronunciare sentenze a me avverse e tutto il resto. Non dico che non sia stato utile eh, al contrario, forse era proprio quello che ci voleva in quel dato momento per comprendere alcune sfumature della complessità umana.
Poi le cose sono iniziate a cambiare di punto in bianco e siamo arrivati al 2019, “l’anno della assoluzione”. Cosa intendo per assoluzione? che sono esente da ogni colpa? che tutti i miei peccati sono stati perdonati? o che qualcosa ha emendato di punto in bianco tutto e mi ha ripulito la coscienza? No, il bello sta proprio qui. Quelli che io chiamavo peccati probabilmente non erano realmente peccati. Se fossi stato l’imputato di un kafkiano processo probabilmente i miei “reati” sarebbero stato definiti colposi e non dolosi, con una netta e significativa diminutio di pena e benchè io nel corso dell’ultimo anno abbia anche tentato la via dell’oblazione eh. Ma abbandonando il campo della giurisprudenza morale, possiamo andare più a fondo in questa sorta di autoanalisi. Quelli che io chiamavo peccati per i quali mi dolevo manco fossi un flagellante, altri non erano che caratteristiche della mia personalità. Limiti? forse sì, ma preferisco chiamarle caratteristiche, nel bene e nel male.
In ogni caso, mentre negli ultimi giorni mi “arrovellavo il Gulliver” su questi argomenti, trovando il mio personale “balsamo di Galaad” nelle nuove visioni e teorie suggeritemi dal mio intelletto instancabile, ecco che arriva la conferma, quel “segno” di cui parlavo a inizio post. Si presenta così, una mattina qualsiasi e ancora piuttosto calda di ottobre sotto forma di una ragazza in metro. La suddetta ragazza, vestita con una maglietta a maniche corte, si muove distratta cercando un appiglio per sostenersi e così, sotto i miei occhi concentrati in altri pensieri e letture, appare il messaggio in tutta la sua chiarezza. Un tatuaggio posto sull’avambraccio, una frase scritta con caratteri semplici stile vecchia macchina da scrivere: “I CAN’T CHANGE“.
Oh numi! la frase coglie subito la mia attenzione e non può che rappresentare la chiosa delle mie lambiccanti riflessioni.
Mi chiedo subito cosa abbia spinto la fanciulla in questione a tatuarsi quella frase. Che significato gli avrà attribuito? avrà in sé il germe della rassegnazione? dalla serie “sfiduciata ammetto il mio dolore intimo nel non poter cambiare come sono“, o la granitica risolutezza: “senti, sia chiaro da subito, io non posso cambiare!“. Forza o afflizione, this is the question. Sta di fatto che quella frase apparsa per caso su un braccio di una sconosciuta è proprio la risposta all’invocazione citata nel prologo del post: “se ci sei, dammi un segno della tua presenza”.
La chiave e la risposta sta tutta lì: io non posso cambiare, specie quelle caratteristiche che fanno parte di me. Dovrei sentirmi in difetto per questo? in difetto perché qualcuno si permette di dire che non vanno bene o che sono sbagliate? GIAMMAAAAI! chi sei tu per dire che non vanno bene e perché dovrei sentirmi in difetto per come sono? Io non posso cambiare
Ora giunti alla fine del post vi chiederete: “ok, ma a noi che ci frega di tutta sta filippica piuttosto personale”? La risposta è che non è personale. A parte il fatto che non vi ho raccontato poi infine nulla di personale e me ne sono ben guardato dal farlo, il tutto è così volutamente generico che la cosa può adattarsi ad ognuno di noi e fungere da “morale” per tutti.
Incidiamoci sulle carni in modo ben visibile (metaforicamente parlando eh) questa avvertenza, questa istruzione o monito che dir si voglia, come sui flaconi di sciroppo troviamo scritto “agitare prima dell’uso”. E’ un avviso che noi diamo ai nostri personali “consumatori” di affetto.
Sappi, tu, “I CAN’T CHANGE”. Anzi, vuoi saperla tutta? I WON’T CHANGE!

And this bird you can not change…

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I piagnistei dell’anima calata in una vita di plastica

Disclaimer: Il post che segue è stato ispirato da una pièce teatrale di Steven Berkoff intitolata “Kvetch”.
“Kvetch” è una parola Yiddish che vuol dire “piagnisteo“, riferito non al semplice atteggiamento lamentoso esteriore, ma ai “lamenti” interiori dell’anima, quelli più profondi. Pertanto invito, per capirne di più, a visionare l’opera citata.

I nomi citati nel post sono di pura invenzione e non si riferiscono ad alcuna persona in particolare, quindi se vi doveste riconoscere in uno dei personaggi sappiate che non siete voi il modello di riferimento, ma il fatto stesso di esservi immedesimati vuol dire che ho descritto qualcosa non tanto distante dalla realtà…


E’ tutto finto, non esiste nulla che possa definirsi autentico. Ciò che può definirsi minimamente tale è solo “ciarpame” da accantonare in un angolo, qualcosa di scomodo di cui liberarsi, da non ascoltare, da tenere lontano e additare con espressione canzonatoria di disgusto.
Ogni giorno come degli astuti mercanti cerchiamo di spacciare per oro del volgare ottone, cerchiamo di recitare al meglio il nostro copione e mantenere il ruolo che ci siamo dati.

C’è Mario, fisico atletico simbolo della virilità, con il suo sguardo fiero, il sorriso sornione che dispensa con generosità a tutti, sempre nel suo completo blue marine con camicia bianca dal colletto inamidato che fa da contrasto con l’abbronzatura ambrata. L’uomo sempre indaffarato, attivo, che vuole dimostrare la sua forza anche nel mondo degli affari, la sua competitività, il suo essere sempre al top nel suo microcosmo fatto di caffè offerti al bar e frasi motivazionali condivise su Facebook. L’uomo che alla domanda “Ciao Mario come và?” risponde sempre con un “BENONE” o “alla grande”. Dietro i completi dalle pieghe ben stirate e le cravatte annodate con un elegante nodo Windsor, Mario ha una paura fottuta. Ha paura di non realizzare i suoi obiettivi, ha paura di rimanere senza un euro in tasca, ha paura che gli altri non lo accettino per quello che è, ha paura di non piacere abbastanza, di non ESSERE abbastanza, di non aver soddisfatto le aspettative di quel padre che lo avrebbe voluto medico, di essere una delusione per le persone alle quali vuole bene.

C’è Mara, la donna forte e sicura di se dal look sempre curatissimo. Truccata finemente, capelli che hanno visto mille colori e acconciature diverse, accessori, tatuaggi che le fanno ricordare quella particolare vacanza tanto desiderata o una frase iper-positiva da recitare come un mantra. Parla con loquacità, si mostra disponibile e così sicura di sé che gli altri arrivano perfino a crederle. E’ la classica amica di tutti, piace a tutti, tanti vorrebbero averla come donna al proprio fianco o quantomeno come donna nel proprio letto.
Ma quell’impalcatura di cipria e mascara tanto ammaliante di giorno si scioglie in caldi rivoli che macchiano il cuscino ogni notte. La paura di rimanere da sola, di invecchiare velocemente in solitudine, l’incubo dello specchio che le restituisce un’immagine segnata di cui finge di andar fiera ma con la quale deve fare i conti ogni giorno.

Poi c’è Riccardo che ha paura che un qualche strano, oscuro ed improvviso male lo stronchi prima che sia riuscito a far qualcosa che ha pianificato di fare nella sua vita ma che rimanda, per paura di non riuscire o per semplice generica paura di fare un passo al di là del suo limite.
C’è Antonio che ha paura perchè non sa cosa fare di una vita nella quale le “cose belle” non sembrano essergli concesse mai e i giorni gli sfuggono dalle mani troppo velocemente per agguantarli.
Marco ha paura di non riuscire a gestire sempre la situazione, ha paura di volare come ha paura di far tardi a lavoro o di parlare con quella collega che tanto gli piacerebbe invitare fuori per bere qualcosa.
Lucia ha paura di mollare il suo lavoro sottopagato per tentare di intraprendere la sua strada, Giovanna ha paura della spirale di vacuità nella quale si è persa, Alberto ha paura del mondo, di sentirsi inadeguato, di vivere e ogni giorno pensa a come dovrebbe alleviare il mondo dalla propria ingombrante e inutile presenza.

Tutte queste persone e molte altre ancora calcano ogni giorno il palco dove si svolge la recita, spesso monotona, della nostra vita; sono il nostro collega di lavoro, il ragazzo che ci serve il caffè al bar, la commessa del negozio e tutte hanno in comune una cosa sola, la PAURA che si cela alla bell’e meglio dietro le loro maschere quotidiane. Una paura che spaventa così tanto da rappresentare un tabù da celare con estrema pudicizia, come qualcosa di cui aver estrema vergogna.

Tutto diventa una recita, uno spettacolo con repliche continue, una finzione per ingannare gli altri ma che non convince poi a pieno noi stessi, attori di questa assurda commedia consapevoli del nostro ruolo meramente attoriale, perchè l’attore sa di essere alla fine solo una maschera. Ciò che è  davvero reale non è la vita come la percepiamo, ma la vita che viviamo dentro le nostre coscienze, nei nostri “kvetch” quotidiani e quando siamo soli con noi stessi.

Ma se domani tutti confessassero le proprie paure, queste avrebbero tutte ancora ragione di esistere…?

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Per sempre Autunno

E così ci siamo addentrati a lente falcate nel pieno dell’autunno.
Benvenuto Ottobre, il mese del dolce declino, della romantica dolce morte.
Avvolgi con le tue nebbie e brine mattutine la vita giovane, spensierata e ingenua dell’estate,
sei discreto e silenzioso con i tuoi sommessi fruscii delle foglie ingiallite
come pagine di un vecchio libro che raccontano una storia lontana nel tempo e oramai passata.
I tuoi colori bruni riscaldano dai primi freddi,
la malinconia dei tuoi cieli grigi e le lacrime delle tue piogge.
I prati morenti non risuonano più di voci gaie e di giochi,
l’oscurità procede come un lento cupo esercito che conquista spazi di luce.
Tutto lentamente si assopisce stancamente e si prepara alla futura morte.
E’ il mese della maturità e della meditazione.
Non una stagione, ma uno stato dell’anima.
Per sempre autunno.

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Il cristianesimo anticristiano di Fedor

Dostoevskij è da sempre considerato un acuto osservatore e un grande indagatore della complessità dell’ animo umano. Con un approccio analitico in ogni romanzo ha sempre messo al centro della sua indagine l’Uomo, con i suoi vizi, le sue virtù, le proprie psicosi e i propri drammi interiori. L’aspetto spirituale non poteva essere certo tralasciato, ciò che muove l’animo umano, il grande mistero e il grande problema irrisolto della fede che ha ispirato la creazione di alcuni personaggi che sono gli alter-ego dello stesso Dostoevskij, spesso consunti dal dubbio e pieni di interrogativi inevasi, divisi tra profondo scetticismo e fede in Cristo.

Ciò che emerge a più riprese è la critica fatta nei confronti del cristianesimo “occidentale”, una critica che potremmo definire attualissima sulla crisi dei valori che ha sempre interessato la Chiesa e che ha portato ad una graduale “impopolarità” della religione specie nelle più recenti generazioni. Una delle più feroci critiche viene mossa in un monologo che Dostoevskij fa pronunciare al Principe Myskin dinanzi al consesso dell’alta borghesia e nobiltà russa che assiste con sommo stupore e malcelato sdegno alle parole dell’ idiota:

«Come sarebbe a dire che il cattolicesimo è una fede non cristiana?» Ivan Petroviè si girò dalla sua posizione, «e allora cos’è?» «Per prima cosa è una fede non cristiana!» rispose il principe in preda a forte agitazione e con un’asprezza fuori luogo, «questo per prima cosa, per seconda cosa, il cattolicesimo romano è peggio dell’ateismo stesso! Questa è la mia opinione! Sì! La mia opinione! L’ateismo predica il nulla, mentre il cattolicesimo va oltre: predica un Cristo travisato, un Cristo calunniato e oltraggiato, un Cristo contrario alla verità! Predica l’anticristo, ve lo giuro, ve lo garantisco! È una mia convinzione personale da lungo tempo, mi ha tormentato molto… Il cattolicesimo di Roma crede che senza il potere statale universale la Chiesa non possa stare al mondo, e grida: Non possumus! Secondo me il cattolicesimo non si può neanche considerare una fede, ma la perpetuazione dell’Impero Romano d’Occidente, e in esso tutto è subordinato a questa idea, a partire dalla fede. Il papa ha conquistato la terra, un trono terrestre e ha imbracciato la spada, e da allora tutto procede così, solo che alla spada hanno aggiunto la menzogna, la scaltrezza, l’inganno, il fanatismo, la superstizione, la malvagità, hanno giocato con i più sacri, giusti, semplici e ardenti sentimenti del popolo, hanno barattato tutto per denaro, per il meschino potere terreno. E questa non è la dottrina dell’anticristo?! Come avrebbe potuto da essa non derivare l’ateismo? L’ateismo deriva dai cattolici, dallo stesso cattolicesimo romano! L’ateismo ha preso le mosse da loro prima di tutto: potevano credere loro stessi in quello che facevano? Esso si consolidò in seguito al rigetto che provocarono, esso è il frutto della loro menzogna e della loro fiacchezza spirituale! L’ateismo! Da noi è diffuso solo negli strati privilegiati, come ha detto magistralmente Evgenij Pavloviè qualche giorno fa, negli strati cioè che hanno perduto le loro radici. Mentre in Europa miriadi di appartenenti al popolo incominciano a non credere. Prima il fenomeno era dovuto all’ignoranza e alla menzogna, mentre ora è determinato dal fanatismo, dall’odio verso la chiesa e la cristianità!» (Dostoevskij: “L’Idiota”)

Il Principe Myskin dinanzi ai vari consociati parla di un “Cristo travisato”, parla altresì di un potere temporale, terreno, conquistato con la spada (la “spada di Cesare”), di una Chiesa corrotta e votata più al materialismo che alla cura delle anime. Leggendo questo brano non possiamo che ricollegarci ad un altro fondamentale passo estratto dall’ultima delle sue monumentali opere: “I Fratelli Karamazov”, dove il Grande Inquisitore, un uomo che in quel momento rappresenta la Chiesa, pare riprendere le argomentazioni del Principe per affermarle con vigore e “violenza”, proponendosi di mettere a rogo il Cristo e tutto ciò che egli porta con se, in primis la libertà piena, per votarsi totalmente a lui, all’Anticristo, perpetrando il grande inganno della Chiesa Romana. Questo è l’unico modo per liberare gli uomini dal “peso” della libertà che gli fu donata con il sommo sacrificio e per soggiogarli in quanto non ritenuti capaci di gestire un tale dono. Il cristianesimo diventa in questi termini il guinzaglio con il quale la Chiesa tiene a bada il suo popolo.

«Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono così terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti. Avevamo noi ragione d’insegnare e di agire così? Parla! Forse che non amavamo l’umanità, riconoscendone così umilmente l’impotenza, alleggerendo con amore il suo fardello e concedendo alla sua debole natura magari anche di peccare, ma però col nostro consenso? […] E dovrei io nasconderti il nostro segreto? Forse Tu vuoi proprio udirlo dalle mie labbra, ascolta dunque: noi non siamo con Te, ma con lui, ecco il nostro segreto! Da lungo tempo non siamo più con Te, ma con lui, sono ormai otto secoli. Sono esattamente otto secoli che accettammo da lui ciò che Tu avevi rifiutato con sdegno, quell’ultimo dono ch’egli Ti offriva, mostrandoti tutti i regni della terra: noi accettammo da lui Roma e la spada di Cesare e ci proclamammo re della terra, gli unici re, sebbene non abbiamo ancora avuto il tempo di compiere interamente l’opera nostra. Ma di chi la colpa? Oh, quest’opera è finora soltanto agli inizi, ma è cominciata! Ancora a lungo si dovrà attenderne il compimento e molto ancora soffrirà la terra, ma noi raggiungeremo la mèta, saremo Cesari, e allora penseremo all’universale felicità degli uomini. Tu però già allora avresti potuto accettare la spada di Cesare. Perché ricusasti quest’ultimo dono? Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde, giacché il bisogno di unione universale è il terzo e l’ultimo tormento degli uomini.» (Dostoevskij: “I Fratelli Karamazov”)

Una corrispondenza, un interessante ed ideale dialogo intervenuto tra due personaggi di due romanzi diversi a oltre 10 anni l’uno dall’altro.