la memoria dispersa
un mondo di affetti perduto (ricordi, pensieri, riflessioni)
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Post n°416 pubblicato il 15 Giugno 2013 da lorifu
Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito. (J. Saramago - Viaggio in Portogallo)
Che parole spettacolari. Josè Saramago ci indica una via inusitata per trovare dentro di noi quella forza straordinaria che ci fa scoprire, citando Camus, nel bel mezzo dell'inverno un'invincibile estate. Parole forti, coraggiose, che dovremmo fare nostre quando il buio sta per offuscarci, la noia per agguantarci, la realtà per soffocarci. Guardare di nuovo, con occhi inediti, dilatati e afferrare nuovi significati. Niente è ovvio, scontato, già visto. Rivedere un quadro di Vermeer, Van Gogh, Caravaggio non è rivedere la stessa cosa, è guardare in modo diverso e scoprire sempre un nuovo particolare, una luce, un colore, un significato. Riascoltare un brano di Beethoven o di Mozart, o semplicemente Nina Simone non è soltanto un piacere ritrovato ma un piacere goduto nelle impercettibili sottili sfumature che ne fanno di volta in volta un nuovo incontro. E il bosco, il mare, Venezia, riuscire ad apprezzarli col sole la pioggia la nebbia, quando le lunghe ombre della sera si allungano su di loro modificandone l'immagine. Viaggiare, fuori, dentro, con la mente, il corpo, l'anima, percepire le differenze, di colori, odori, sapori, incontrare e accogliere per realizzare quella unità fatta di tante particelle frammentate in un cammino incessante e inesauribile perché inesauribili sono le vie della conoscenza. Non c'è una fine al viaggio. Anche l'ultimo, il più intimo, personale, è pur sempre un andare.
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Post n°415 pubblicato il 10 Giugno 2013 da lorifu
Che l'Italia non se la la stia passando bene e che stia vivendo forse la più profonda crisi della sua storia della Repubblica, con un governo che non ingrana, la disoccupazione alle stelle, i giovani che scappano è un fatto, ma che si debba anche assistere al dileggio e vilipendio dei due eroi Giovanni Falcone e Peppino Impastato, vittime della mafia, sbattuti come mostri in prima pagina sotto forma di menu è osceno e inaccettabile. Si è scomodata pure la Farnesina per porre fine alla trovata pubblicitaria di un ristoratore italiano a Vienna che non ha avuto idea migliore per incrementare le sue entrate, di proporre primi piatti e panini con i nomi dei più conosciuti ed efferati personaggi della mafia siciliana infilandoci pure il sandiwich don Peppino, il "siciliano dalla bocca larga, cotto in una bomba come un pollo nel barbecue" e don Falcone definito "il più grande rivale della mafia di Palermo, ma purtroppo sarà grigliato come un salsicciotto". Ora che l'idea sia stata vergognosamente partorita da due italiani, inqualificabili nel loro cinismo e che la paninoteca sia chiusa da diversi mesi è secondario e non sminuisce il fatto perché da sempre tedeschi e austriaci hanno nei nostri confronti un complesso di superiorità spesso accompagnato da bordate ironiche e irriverenti al nostro Paese che sin dai tempi della famigerata copertina di Der Spiegel viene rappresentato da un piatto di spaghetti e una rivoltella come condimento. Senz'altro l'idea che all'estero si sono fatti di noi anche per l'uso un po' troppo disinvolto di una politica machiavellica e astrusa non rende giustizia a un Paese sul quale pesano i tanti stereotipi cucitigli addosso. Ora identificare l'Italia con la mafia è come identificare la Germania con il nazismo, schizofrenie indotte da ignoranza e pregiudizi. Nessun tedesco ragionevole vorrebbe vedersi accostare all'immagine di Hitler, nessuna persona ragionevole metterebbe tutti nello stesso calderone. Basterebbe seguire questa logica! |
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Post n°414 pubblicato il 04 Giugno 2013 da lorifu
Tra le pagine della mia infanzia spiccano quelle di una scuola in bianco e nero dai soffitti e finestroni altissimi che incombevano su di noi come una minaccia. Anche le cartelle di cuoio nella loro rigidità si adattavano a quel clima austero pendendo dagli schienali dopo che uno schiocco di fibbia ne annunciava la chiusura. Se c’era il sole i raggi filtravano attraverso vetri spessi, opachi e ci divertivamo ad osservare i lunghi fasci che si posavano sui banchi illuminando la superficie e penetrando solchi e fessure. D’inverno lunghe lampade che pendevano dal sofitto emanavano una luce fioca e diafana sbiadendo i contorni di quella tristissima aula. La cattedra, in fondo, addossata alla parete su cui scintillava un Cristo, si ergeva sopra una pedana creando quella giusta distanza tra noi e la maestra che non era solo fisica ma legata al ruolo, che allora era ancora di prestigio e di indiscussa autorevolezza. Il nero dei grembiuli, smorzato dal colletto bianco e fiocco rosa o azzurro a sottolinare una differenza, ci uniformava annullando disparità sociali solo all’apparenza. Si notavano eccome invece, dal colletto, inamidato o meno, dall’ampollosità del fiocco, dalla cura dei capelli raccolti in trecce infiocchettate o sottoposti a rasatura che denunciavano attraverso la lucentezza attenzione o meno che poi unite al vestiario che si intuiva palesavano inequivocabilmente la provenienza di ognuno. E poi quaderni, libri, astucci oltre che la foggia e spessore del cuoio della cartella erano altrettanti distintivi che segnalavano ceto di appartenenza. La maestra era molto sensibile all’odore di pulito e alle buone maniere tanto che chi ne era in possesso non doveva poi preoccuparsi più di quel tanto di sudare sui libri, aveva un lasciapassare riconosciutogli dal lignaggio. Non riuscì mai a capire chi io fossi in realtà tanto che fu sempre in dubbio su come trattarmi. Non appartenevo alle famiglie che contavano ma ero particolarmente curata e soprattutto fiera delle mie origini modeste. Non ero neppure particolarmente brava, i problemi non erano il mio forte ma un giorno in cui, in terza elementare mi mandò al piano di sopra a leggere l’ora sul campanile della chiesa, in preda al panico per la mia prima lettura dei caratteri romani, ripassai a mente la lezione di qualche giorno prima e provando e riprovando con l’uso delle mani, aggrappando la certezza, entrai in aula con un sorriso raggiante. Con me non fu mai tenera, i miei occhioni sognanti e una certa ritrosia di fondo sfuggivano alla sua benevolenza e i miei temi avevano sempre qualcosa che non andava, se non c’erano errori o erano troppo lunghi o troppo corti o forse soltanto banali. Ci volle molto tempo prima di riuscire a scrollarmi di dosso quell’idea di approssimazione che mi aveva cucito addosso, so soltanto che il suo ricordo sbiadì col tempo fino a scomparire del tutto. |
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Post n°413 pubblicato il 31 Maggio 2013 da lorifu
Magritte, La pagina bianca (1967) "Se aspetti di essere perfetto per amarmi, non mi amerai mai"
Questo aforisma ritrovato tra le righe di una lettera di un mio carissimo amico è stato una rivelazione per la profondità del messaggio, che a una lettura approfondita acquista un significato ben più ampio di quello che di primo acchitto sembra avere. E mi sono ritrovata nella mia ricerca continua, nel mio non essere pronta, all'altezza, nel rimandare, all'inseguimento di una perfezione che nessuno chiedeva, se non io, nella convinzione che gli altri ti giudicassero dall'involucro esterno, o dalla bravura o meglio ancora dall'eccezionalità delle prove. Malessere, senso di inadeguatezza, sempre a dover dimostrare qualcosa presente solo nella mia mente mentre non ero che una particella infinitesimale di quell'universo che girava attorno a me senza sapere neanche che esistessi. Ho speso la vita in anni di "esercizio esistenziale" come un bravo soldatino in fase di addestramento privandomi di grandi gioie intime, famigliari considerate come qualcosa di scontato, di dovuto per tutto quell'affanno che mi autoinfliggevo. Ho incominciato a capire, a fare un percorso di "scoperta" delle vere qualità, di una me stessa più autentica, dove la nota stonata, l'impreparazione, la frustrazione non fossero più vissuti come uno schiaffo all'orgoglio e alla dignità provando sulla mia pelle che solo un'evoluzione del giudizio non più incentrato su di me ma inquadrato nella molteplicità dei comportamenti umani, dalle mille sfaccettature, poteva emendarmi da quella rincorsa verso un traguardo inesistente.
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Post n°412 pubblicato il 28 Maggio 2013 da lorifu
Fabiana e Carolina, due giovani quindicenni con le tipiche problematiche adolescenziali. Chissà se solo qualche mese fa avrebbero pensato di morire proprio per mano e a causa di chi le aveva ricoperte inizialmente di tante tenere attenzioni? Carolina si è uccisa gettandosi dalla finestra dopo essere diventata oggetto di un furioso linciaggio su facebook da parte dell'ex fidanzatino e la sua cricca che la esposero al pubblico ludibrio attraverso dei filmati rubati che la ritraevano dopo una sbronza in pose un po' trasgressive inchiodandola impietosamente al Web senza appello. Era fragile Carolina, una ragazza normale con tutti i sogni intatti, infranti in un momento da quell'ondata di vergogna che si abbatteva su di lei. Non ha retto Carolina a quel bombardamento di insulti via Web, a quel subdolo attacco di chi facendola passare per una poco di buono era riuscito a minare il suo già precario equilibro amplificando sensi di colpa inesistenti messi a tacere solo da un volo di diversi metri finito sul selciato. Anche Fabiana aveva deciso di chiudere con il fidanzatino, troppo geloso, troppo manesco e con animo fiducioso e ingenuo è salita sul suo ciclomotore con l'intento di chiarire. Non poteva immaginare che di lì a poco si sarebbe scatenata la furia omicida di chi, dopo averla accoltellata, ancora viva, ha infierito sul suo corpo devastandolo con la benzina. Schegge impazzite, mostri improvvisati e privi di una benchè minima censura interiore legata a codici di comportamento assimilati nel tempo. L'istintualità selvaggia che fa la sua ricomparsa, l'uomo allo sbando che perdendo terreno su tutti i fronti, avendo perso pure su quello del denaro, pensa di riprendersi una rivincita attraverso la sopraffazione della donna percepita come una minaccia alla propria realizzazione. In questi due casi stupisce l'età degli aggressori, tutti minorenni capaci di agire con la leggerezza, l'irresponsabilità, l'insipienza ma anche l'efferatezza di chi, in un assoluto vuoto esistenziale, attribuisce a questi gesti la stessa valenza di un gioco andato male. |


8 MARZO


Tu credi di incontrare l’amore,
in realtà è l’amore che incontra te
nei modi più strani,
inaspettati, involontari, casuali.
A volte lo confondiamo col bene
e lo surroghiamo.
Spesso siamo convinti sia amore,
fingiamo sia amore,
e leghiamo noi stessi
a una indistruttibile catena
frutto dei nostri desideri mancati
dei nostri sogni sopiti
delle nostre abitudini
delle nostre paure
delle nostre comodità
delle nostre viltà
dei nostri calcoli
della nostra apatia
dei nostri falsi moralismi.
Ma quando arriva, se arriva,
lo riconosci,
come “il sole all’improvviso”
sconvolgente, coinvolgente,
totalizzante, esclusivo,
fusione di corpo e anima
osmosi perfetta.
Se finisce,
un dolore muto, senza fine.
loretta

PERCHE' UN BLOG?
Trovo che questa del blog
sia un’avventura affascinante
e in continuo divenire.
Sono partita scettica
e per la verità lo sono ancora
ma dai momenti di scoramento iniziale
dovuto a fraintendimenti
nell’utilizzo e fruizione del blog
sono addivenuta alla conclusione
che in questo mondo virtuale in cui
il diavolo e l’acqua santa vanno a braccetto
c’è spazio per tutti.
E tutti vanno rispettati per le loro scelte
i messaggi che vogliono comunicare
e le personali modalità di comunicazione.
Io però ho la libertà di non condividere
e di poter esprimere,
unico scopo per cui sono qua,
oltre che per conoscere gente "normale",
con problemi normali,
idee, concetti, opinioni, senso della vita
che non siano pretesti
per il raggiungimento di altri fini.
loretta

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