Un blog creato da lorifu il 31/12/2009

la memoria dispersa

un mondo di affetti perduto (ricordi, pensieri, riflessioni)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Sempre...per sempre

Nicoletta Tomas Caravia

 

Sempre e mai, due avverbi apparentemente insignificanti ai quali spesso attribuiamo un concetto di assoluto ben sapendo che di assoluto c’è soltanto lo scorrere del tempo  e la certezza della morte.

Eppure quel “per sempre” pronunciato con la massima sincerità e convinzione, soprattutto nel momento dell’innamoramento che vorremmo eternizzare,  può naufragare per infinite ragioni perché è legato al momento presente dinanzi alle stesse condizioni che ne hanno determinato il pronunciamento.


Come dice un mio amico,  l'avverbio “sempre”, molto usato in amore, è privo di significato a meno che non si avverta subito, alla fine dell’ennesimo “sempre”, la necessità di dire ancora “sempre”.

In sostanza è l’idea dell’amore che si conferma e autentifica di continuo finché sono presenti le condizioni che l’hanno determinato.

Il “per sempre”, paradossalmente,  può avere la temporalità di un attimo ma essere così intenso da sembrare infinito. Dovremmo ricordarcelo quando un amore finisce e resettiamo tutto, privandoci di momenti di vita che per un periodo più o meno lungo ci hanno reso felici.

Anche il mai è legato alla percezione che ne abbiamo nel momento in cui lo pronunciamo. Davanti ad un’ipotetica idea di abbandono, nel momento del massimo appagamento amoroso il mai fluisce naturale e rafforza quell’idea d’indissolubilità che in quel momento è la ragione unica del nostro esistere rendendoci infiniti.

 Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. È come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.

Sì, è proprio così, un sempre nel mai".

Mi è rimasta impressa questa frase de “l’Eleganza del riccio” dove l’accostamento di due parole, un raffinatissimo ossimoro, può togliere e dare contemporaneamente valore a questi due esigui  avverbi  in base al significato che siamo disposti a dargli.

Riflessioni alle quali giungi dopo aver vissuto il disincanto e sperimentato amarezze e delusioni ma anche un  punto di arrivo dopo un percorso evolutivo.

 

 
 
 

Bukowski, nato per essere

Post n°566 pubblicato il 29 Giugno 2016 da lorifu
 

 

I gemelli

A volte insinuava che ero un bastardo e io gli dicevo di ascoltare
Brahms, e gli dicevo di mettersi a dipingere e di bere e di non farsi
dominare dalle donne e dai dollari
ma lui mi gridava: Per Amor di Dio ricorda tua madre,
ricorda il tuo paese,
ci farai morire tutti!…
giro nella casa di mio padre (che aveva finito di pagare
dopo 20 anni dello stesso lavoro) e guardo le sue scarpe stecchite
il modo in cui i suoi piedi incresparono il cuoio, come se irosamente
stesse piantando rose, e così era, guardo la sua morta sigaretta,
la sua ultima sigaretta
e l’ultimo letto in cui dormì quella notte, e sento che forse dovrei rifarlo
ma non posso, perché un padre è sempre il tuo maestro anche quando
non c’è più; credo che queste cose siano accadute molto spesso
ma non posso fare a meno di pensare

morire su un pavimento di cucina alle 7 del mattino
mentre gli altri friggono le uova
non è poi così brutto se non capita a te.

ecco, stacco un’arancia e le tolgo la buccia lucente;
le cose sono ancora vive: l’erba cresce ch’è un piacere,
il sole fa piovere i suoi raggi tra i giri di un satellite russo
un cane, sciocco, latra chissà dove, i vicini spiano dietro le tendine.
io qui sono un estraneo, e sono stato (immagino) la pecora nera,
e non dubito che m’abbia dipinto proprio bene (il vecchio e io
lottavamo come leoni di montagna) e dicono che abbia lasciato tutto
a una donna di Duarte ma non me ne importa un fico – se lo tenga:
era il mio vecchio

ed è morto

dentro, mi provo un vestito celeste
la cosa migliore che abbia mai indossato
e muovo le braccia come uno spaventapasseri nel vento
ma non serve:
per quanto ci odiassimo
non posso tenerlo in vita.
identici eravamo, avremmo potuto essere gemelli
il vecchio e io: almeno così dicevano
teneva i suoi bulbi nel crivello
pronti per essere piantati
mentre io me la spassavo con una battona della 3a strada.
va be’, lasciateci questo momento: ritto davanti a uno specchio
nel vestito di mio padre morto
mentre aspetto
di morire anch’io.

Charles Bukowski

 

Partirei proprio da questa poesia da brivido,  autobiografica, splendida per la quantità d’immagini che evoca nel  descrivere il mondo solitario di quest’uomo, angelo e demonio insieme,  perché come lui diceva si parte sempre dall’alto e prima trovi gli angeli. Che lui fosse un angelo  caduto dal cielo e si fosse sporcato le ali nel putridume di una realtà inaccettabile lo si capisce leggendolo, basta qualche poesia, qualche racconto e se riesci a penetrare lo zoccolo duro della sua anima indurita  trovi il cielo...

Inizia a bere adolescente per fugare inquietudini, scarso amore in famiglia, emarginazione, tanto che a vent’anni è già fuori casa con un diploma in mano e un futuro da inventare.

Sregolatezza, scarsa propensione all’ordine e alle regole, lavori precari.

Il viso devastato dall’acne  non è che il segno esteriore  degli sfregi  e graffi che portava dentro, impossibili da nascondere.

Anni di vagabondaggio, lavori precari, un breve periodo con un’occupazione stabile, i readings poetici  tra tormenti e abissi esistenziali e poi l’affermazione  come scrittore che se anche gli toglierà il bisogno non gli regalerà la felicità.

Le donne e l’alcol sono una costante della sua vita errabonda, tra amori autentici e un’infinità di rapporti occasionali, spinta liberatoria per non morire.

Basterebbero alcune sue  irriverenti citazioni per capire cosa pensava dell’umanità e della vita.

Il realismo  esacerbato gli alienò la simpatia  dei critici di un’America perbenista e puritana che si crogiolava nel “sogno americano” da lui impietosamente infranto e dissacrato.

 Tutte le sue opere descrivono il mondo degli emarginati, dai barboni, alle prostitute,  dai giocatori d’azzardo agli alcolisti, il suo universo è popolato dagli ultimi, non della sua scala valoriale,   tanto che il tanfo dei bordelli ha un odore più allettante dei prati e delle case che odorano di pulito. Il suo è un messaggio  chiaro e scomodo e quanto  più sentiva il rifiuto da parte dei benpensanti tanto più si divertiva a provocare con il suo linguaggio scurrile e senza filtri.

La mia unica ambizione è quella di non essere nessuno, mi sembra la soluzione più sensata.

Voleva scuotere le coscienze,  sottrarsi ai diktat della competizione e del successo che travolgevano e stravolgevano i rapporti, tanto da non riuscire a trovare  un briciolo di umanità nella società dell’opulenza.

 Passai accanto a duecento persone e non riuscii a vedere un solo essere umano.

I suoi romanzi, racconti, poesie, aforismi sono un affaccio sulla mostruosità del degrado metropolitano, tra rifiuti e baracche sgangherate dove chi vive ai margini della società,  nel suo niente riesce persino a cogliere barlumi di felicità.

 Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare.

Indipendente, anarcoide, il grande “Hank”  ha percorso il suo viaggio esistenziale solo tra una folla di esseri stritolati nell’ingranaggio del conformismo, un inferno forse peggiore di quello da lui stesso sperimentato nei suoi vagabondaggi.

La perfezione mi fa schifo, mi repelle. Tutte quelle donne e quegli uomini che cercano la perfezione negli stereotipi creati dalla società mi fanno venire il vomito. Fottuti manichini di carne, senza personalità o amore per se stessi. Stessi vestiti, stessa musica, stesse espressioni, stessi cibi, stesse scopate, stesse auto, stesse vite, e alla fine?... Stessi suicidi neurali di massa. Perché vivere come un automa è senza ombra di dubbio un suicidio. Quando tutti si è uguali, Tutti si è nessuno. La perfezione è un uccellino in gabbia che vive, mangia, caga e muore con il solo scopo di essere ammirato. Lo voglio libero, spiumato, infreddolito, denutrito ma libero..."

[Charles Bukowski]

 

 
 
 

La Ricotta

Post n°565 pubblicato il 22 Giugno 2016 da lorifu
 

 

 

La Ricotta,  il magnifico corto  di Pasolini, è un film nel film con infiniti piani di lettura tutti riconducibili ai tanti elementi della sua strenua critica e attacco al consumismo e alla religione di Stato, motivo per cui fu   accusato di vilipendio alla religione e il film, sequestrato,  poté essere proiettato con le modifiche imposte solo dopo il processo,  tanto da far dire ad  Orson Welles,  l’attore regista di questa proletaria Passione di Cristo invece che “Povero Stracci! Crepare è stato il suo solo modo di fare la rivoluzione”,  “Povero Stracci. Crepare, non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo”.

In questo “linguaggio della realtà” Pasolini si avvale dei tableaux vivants e attraverso Wells ricostruisce, in due sequenze gemelle, le   deposizioni di Cristo di due pittori  toscani Rosso Fiorentino e Pontormo  che oltre a evidenziare il suo grande amore per la pittura  diventa il modo per fissare nel film le forme del reale inducendo le sue sferzanti riflessioni.

È proprio attraverso Stracci, l’emblema di un sottoproletariato affamato che Pasolini lancia la sua requisitoria e lo fa sempre attraverso le parole di Orson Welles che intervistato da un giornalista gli mette in bocca il suo pensiero di scrittore e regista attraverso la sua pungente critica:

 l’uomo medio “è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista…”.

Parole forti, che scuotono le coscienze, di un’attualità schiacciante, lo spettacolo di una società offesa e mortificata dallo spettro della fame e dell’intolleranza  tanto che anche il libro di Alain Deneault, "La Mediocratie",  un trattato sulla mediocrità e il pensiero unico  dilagante, non può non farci riflettere  sugli effetti dvastanti della società liquida  che Pasolini aveva già individuato cinquant’anni fa.

 
 
 

Il futuro

Post n°564 pubblicato il 15 Giugno 2016 da lorifu
 

 

 

 

È più facile soffrire che annullare le distanze che ci separano.

 

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il "tutto completo" delle sotterranee,
nei libri prestati e nell'arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all'angolo della strada mi fermerò,
a quell'angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

Julio Cortázar

 

 

 
 
 

Praticamente perfetta...

Post n°563 pubblicato il 12 Giugno 2016 da lorifu
 

 

È da sempre che rincorro con enorme fatica  la capacità di non prendermi troppo  sul serio, di riuscire a ridere di me  stessa, cogliendo il senso della vita con la giusta dose di autoironia e leggerezza.

Mica facile però anche per un innato amor proprio ed eccessiva autovalutazione che in fondo non sarebbe neppure una qualità negativa se controbilanciata da una sana obiettività riguardo possibilità e limiti che ho sempre onestamente riconosciuto, vivendoli però in maniera frustrante e ovviamente penalizzante.

“Non prenderti troppo sul serio”, frase fin troppo inflazionata che mi riconduce a mio padre che me lo ripeteva spesso per la mia inveterata abitudine a voler puntualizzare ogni cosa, cercare di spiegare l’inspiegabile, non riuscire a ridere mai dei miei inevitabili errori che drammatizzavo all’impossibile, sentendomi un’ameba e una fallita.

Le cose l’ho capite dopo, col tempo e tutto nasceva da una eccesiva considerazione che avevo di me, precoce Mary Poppins,  col rischio di apparire antipatica a chi si accettava ed accettava inconvenienti, incompletezze incongruenze senza patema alcuno, considerandole normali mancanze di una personalità in divenire, non costruita su rigidità e schemi fissi.

È difficile ancor oggi che le cose mi scivolino addosso anche se ho imparato a vivere con un maggior distacco,  o meglio,  me lo impongo ma non credo neanche a chi dice “Patisce chi capisce”.  Sarebbe  un insulto a chi, pur non andando in profondità, rimanendo in superficie  riesce  a farsi carico e coniugare  gioie e dolori con quella imperturbabilità e serenità che gli permette di sorridere anche quando magari ha il cuore gonfio di amarezza.

Riuscire ad essere veri sempre, è questo per me il problema.

Non riesco a fingere, non riesco a farmi una ragione di ciò che non mi piace anche se questo limite è stato la mia forza.

Credere in se stessi è l’unica cosa che conta e che ti sorregge nei momenti più bui della vita.

 

 
 
 
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3 GIUGNO 2016

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 

 
 
 
 
 
 
 

 


Tu credi di incontrare l’amore,

in realtà è l’amore che incontra te

nei modi più strani,

inaspettati, involontari, casuali.

A volte lo confondiamo col bene

e lo surroghiamo.

Spesso siamo convinti sia amore,

fingiamo sia amore,

e leghiamo noi stessi

a una indistruttibile catena

frutto dei nostri desideri mancati

dei nostri sogni sopiti

delle nostre abitudini

delle nostre paure

delle nostre comodità

delle nostre viltà

dei nostri calcoli

della nostra apatia

dei nostri falsi moralismi.

Ma quando arriva, se arriva,

lo riconosci,

come  “il sole all’improvviso”

sconvolgente, coinvolgente,

totalizzante, esclusivo,

fusione di corpo e anima

osmosi perfetta.

Se finisce,

un dolore muto, senza fine.

loretta