C'E' VITA DOPO LA MORTE?
Le esperienze in punto di morte DI Paola Giovetti
In questo articolo pubblicato su Luce e Ombra (n. 3/2004) la nota giornalista e scrittrice Paola Giovetti offre un quadro sintetico ed esauriente della storia della ricerca nel campo delle NDE, ponendo a confronto i risultati delle sue indagini con quelli presentati da altri ricercatori.
Sull'argomento Paola ha anche scritto un libro, Qualcuno è tornato (Armenia Editore, 1989), brani del quale saranno riportati in questo sito

Prima parte
Da qualche decennio veniamo confrontati con frequenza crescente con esperienze molto particolari definite esperienze in punto di morte (in sigla NDE, dal termine inglese near death experiences): cioè le visioni, le sensazioni, i vissuti di chi si è trovato vicinissimo alla morte. Capita infatti che qualcuno si riprenda per qualche attimo dal coma e racconti di aver visto o sentito qualcosa; oppure che persone che sono state in serio pericolo di vita, o hanno addirittura avuto qualche attimo di morte clinica per arresto cardiaco, vengano rianimate e raccontino cose del tutto particolari.
Esperienze di questo tipo sono state vissute un po' dappertutto in tutti i tempi, ma sono numerose soprattutto oggi in quanto i progressi della medicina consentono di riportare alla vita persone che un tempo sarebbero certamente decedute. Si tratta di esperienze che i protago¬nisti concordemente definiscono "di paradiso" e che risultano difficilmente esprimibili con le parole umane: avventure mistiche e irripetibili.
Anche se irripetibili, e quindi uniche, queste esperienze sono indagabili attraverso alcuni elementi comuni: il loro presentarsi secondo "modelli" sostanzialmente simili e l'effetto che producono in chi le vive. In questo senso si può quindi, con qualche diritto, parlare di scienza.
Pur presentando caratteri di autentica originalità, ognuna di queste esperienze sembra infatti rifarsi a un modello di base i cui elementi fondamentali sono questi: perdita della coscienza quotidiana e al tempo stesso recupero di una coscienza diversa e superiore, visione autoscopica, incontro con persone care precedentemente defunte o con angeli e figure religiose, percezione di paesaggi, musiche, colori fantastici, visione di una luce intensissima ma non abbagliante vissuta come "divina", film panoramico della vita con capacità di darne un giudizio rispondente a criteri assai diversi da quelli umani, ritorno alla vita percepito come doloroso e sgradevole, sensazione – condivisa da tutti i protagonisti – di essere stati nell'aldilà, perdita della paura di morire avendo constatato che la morte è, per usare le parole di uno di questi protagonisti, "la più bella esperienza della vita". Ma andiamo con ordine e ripercorriamo la storia della ricerca in questo campo.
Le ricerche sistematiche sono proprie soprattutto degli ultimi anni; tuttavia anche precedentemente queste vicende erano note ed erano state oggetto di alcune raccolte: ricordo in particolare quella di Ernesto Bozzano, pubblicata prima sulla rivista Luce e Ombra e in seguito in un volume dal titolo Le visioni dei morenti. Fondatrice della moderna tanatologia deve essere però considerata la dottoressa Elizabeth Kubler Ross, una psichiatra svizzera residente negli Stati Uniti, che è divenuta famosa come la "dottoressa dei moribondi": e in effetti in questi ultimi anni ella ha fatto per la comprensione umana della morte più di quanto sia mai stato fatto da altri. Fin dagli inizi della sua carriera di medico, la Kubler Ross, che ha prestato la sua attività presso la clinica universitaria di Chicago, si rese conto con stupore e sdegno che il dolore e la morte sono gli ultimi tabù della nostra società.
Si rese conto anche del fatto che oggi non siamo più capaci di prestare vero aiuto a un malato grave: un tempo, quando la gente veniva curata in famiglia, questo aiuto veniva prestato naturalmente e con spontaneità. Oggi negli ospedali il malato viene assistito con grande efficienza dal punto di vista clinico: medici e infermieri si occupano del suo cuore, delle sue pulsazioni, del suo elettro--encefalogramma, eccetera, ma non di lui come persona. Oggi, in altre parole, si soffre molto meno dal punto di vista fisico ma si soffre di più a livello di sentimenti: le necessità interiori dell'ammalato non sono mutate. Nel corso del tempo è mutata invece la nostra capacità di esaudirle.
Elizabeth Kubler Ross si mise allora ad assistere e a studiare i pazienti allo stadio terminale, scoprendo che anche chi è ormai in situazione disperata può essere grandemente aiutato da un'assistenza umana e psicologica. L'occuparsi dei morenti ha dato alla Kubler Ross una vasta conoscenza dell'uomo, un senso religioso della vita e anche ferree convinzioni circa quello che avviene dopo la morte: cominciò infatti ad analizzare i racconti dei pazienti che erano morti clinicamente ed erano stati riportati in vita, e si accorse che queste persone che erano state "sulla soglia" avevano spesso qualcosa da raccontare, anche se in genere esitavano a farlo per paura di essere derise o non credute.
Queste persone avevano molte esperienze comuni: perdevano per esempio totalmente la paura di morire e affermavano che l'esperienza era stata tanto bella che avrebbero preferito non interromperla; raccontavano di essersi trovate in ambienti sereni e pieni di pace e di essere state accolte da persone care morte precedentemente; in più concordemente affermavano che la loro esperienza di morte era stata il momento più bello e intenso di tutta la loro vita.
Elizabeth Kubler Ross cominciò a parlare apertamente di queste cose negli anni Sessanta, quando il tema era ancora relativamente poco conosciuto; in seguito le sue scoperte sono state confermate da altri ricercatori che, uno indipendentemente dall'altro, sono arrivati alle stesse conclusioni. Le inchieste più importanti in questo campo sono state pubblicate in vari volumi, tra i quali cito quello del dottor Raymond Moody, La vita oltre la vita, che è diventato un best seller e ha portato questo tema all'attenzione del grande pubblico. Moody ha analizzato esperienze vissute in tempi e ambienti diversi, constatando la loro fondamentale analogia.
Ma l'indagine più rigorosa che sia stata compiuta in questo campo è quella di Karlis Osis ed Erlendur Haraldsson, pubblicata col titolo Nel momento della morte. Osis e Haraldsson hanno analizzato un migliaio di esperienze vissute in ambienti totalmente diversi dal punto di vista religioso, sociale e culturale come Stati Uniti e India, constatando nei racconti dei morenti elementi che hanno definito "transculturali", ovvero indipendenti dalle aspettative e dalla forma mentis delle persone. Anche i pazienti allo stadio terminale, intervistati in questa inchiesta, parlano di particolari "incontri", di sensazioni di pace e benessere, di ambienti sereni e rasserenanti.
Un'altra validissima inchiesta è quella del dottor Kenneth Ring, dell'Università del Connecticut, che ha intervistato centinaia di persone che avevano avuto un arresto cardiaco ed erano state riportate in vita dai medici. Ring stesso ha riassunto con queste parole i risultati delle sue indagini: «Nel momento della morte sembra che si attraversino sostanzialmente, in successione progressiva, queste fasi: sensazione soggettiva di esser morti, accompagnata da un gran senso di pace; separazione dal corpo; ingresso in una regione buia ma serena; incontro con voci o presenze; esame della propria vita; visioni di colori; percezione di suoni e musica; ingresso in un mondo di luce e di amore; rientro nel corpo. Fin dalle prime interviste che ho fatto ai rianimati mi sono reso conto che le prime fasi sono le più comuni: meno frequenti invece le ultime, il che dipende, a mio parere, dalla maggiore o minore durata e profondità dell'esperienza di morte».
Molto importanti gli effetti che queste esperienze hanno su chi le vive: queste persone infatti non temono più la morte, perché in essa si sono sentiti in pace, accettati, amati, hanno avuto la sensazione di essere arrivati "in porto", di essere finalmente "salvi". Il che non toglie l'interesse per la vita, anzi la fa maggiormente apprezzare in quanto interpretano il loro ritorno come una rinascita, un risveglio, una seconda possibilità: si potrebbe quasi dire una sorta di missione. In effetti tutte queste persone escono trasformate dall'esperienza, cambiano totalmente il voltaggio interiore.
Tra le varie altre inchieste che si potrebbero citare ricordo ancora quella del dottor Michael B. Sabom (pubblicata col titolo Dai confini della vita), un medico americano che, partito da posizioni scettiche, si è convinto della realtà di queste esperienze dopo averne analizzate a centinaia. Io stessa ho compiuto qualche anno fa un'inchiesta in Italia (Qualcuno è tornato), nel corso della quale ho analizzato oltre cento casi, constatando che i risultati coincidono pienamente con quelli ottenuti da altri ricercatori. Questa concordanza di dati forniti da persone diversissime per fede, cultura e nazionalità è l'elemento che più parla a favore dell'ipotesi che le esperienze in questione non siano sogni o allucinazioni, ma qualcosa di più. Per dare un'idea di questa casistica, che è ormai vastissima, riporterò ora alcuni casi tratti sia dalla mia inchiesta che dalle altre sopra citate.
Cominciamo con un caso capitato parecchio tempo fa, prima della guerra, allo scrittore austriaco Paul Anton Keller, allora trentenne, che lo descrisse nel suo libro Im Schattenreich (Nel regno d'ombra) del 1948. Mentre Keller aiutava alcuni ragazzi del paese ad alzare l'albe¬ro della cuccagna, qualcuno perse l'equilibrio e il pesante palo piombò sullo scrittore:
«Un colpo spaventoso mi scaraventò a terra. Dolore lancinante in tutto il corpo. Poi ogni rumore svanì. E tuttavia io sentivo ancora, percepivo, vedevo, comprendevo l'evento con una chiarezza e una limpidezza che non avevo mai sperimentato prima in vita mia... Vedevo me stesso, vedevo il mio corpo giacere sul prato calpestato e lo osservavo senza alcuna partecipazione, quasi con ripugnanza... Arrivò in bicicletta il dottore. Il mio corpo fu sollevato. Ora vedevo le larghe spalle del dottore che si chinava sul mio corpo. Accorsero anche alcuni curiosi e io mi misi in mezzo a loro, non incontrando alcuna resistenza. Che gli altri non mi vedessero mentre io ero vivo come non mai era cosa che mi stupiva e meravigliava.
Poi tutto quello che mi circondava svanì e io mi ritrovai solo. Indescrivibile è la sensazione di pace e felicità che provavo: tutto ciò che mi aveva turbato era lontanissimo, non riuscivo neppure a richiamarlo alla memoria. Avevo ancora la capacità di pensare? Mi sembrava che tutto si fosse dissolto in un sentimento, in una limpida percezione che mi si rivelava come una realtà potenziata e trasfigurata. Avevo già sperimentato svenimenti e anestesie, ma il mondo sensibile in cui mi trovavo era infinitamente più chiaro e tuttavia indipendente da organi e nervi.
«Improvvisamente udii della musica: suoni armoniosi che non assomigliavano in nulla a una musica come la intendiamo noi. Da qualche parte, al di là di quella divina melodia, doveva essere il regno dell'eterna pace e dell'eterna chiarezza, verso il quale io mi stavo muovendo con assoluta fiducia e confidenza... Improvvisamente mi ritrovai accanto al dottore. La copia di cera del mio io gli giaceva immobile davanti. Ero enormemente stupito che quella figura fosse appartenuta a me, che in qualche modo quel corpo pallido fosse il mio. Quel viso cadaverico che aveva i miei lineamenti suscitava in me soltanto repulsione. Il medico riempì una siringa: non senza curiosità lo stetti a guardare mentre con abilità e attenzione conficcava l'ago nel mio braccio. Un'oscura paura mi invase: in essa persi il mio senso di pace assoluta.
Mi sembrava che una forza priva d'amore trascinasse il mio io in quella profondità in cui sapevo che si trovava il mio corpo, di cui ricordavo senza alcuna gioia l'esistenza. Sì, non c'era dubbio, sprofondavo, venivo risucchiato e non potevo resistere a quella forza anche se mi opponevo a essa con tutto me stesso. Di nuovo un'ondata di violento dolore mi pervase. Fui strappato da quella luce come da un pugno brutale e ora mi sembrava di sentire odore di medicine, tabacco e animali. E c'erano anche delle persone. Ora anche la luce del giorno colpiva le mie palpebre, ed era ben misera in confronto al mondo di luce che avevo conosciuto. Chino su di me vedevo il dottore, che alzò il viso e con voce che mi parve di non riconoscere disse: "E vivo"».
La vicenda che segue, anch'essa narrata dalla viva voce del protagonista, fu vissuta anni fa dall'architetto Stephan von Jankovich di Zurigo: a quell'epoca Jankovich aveva una quarantina d'anni ed era un uomo dedito prevalentemente alla vita sportiva, di relazione, di affari. Non si era mai troppo occupato di problemi filosofici e religiosi e non aveva mai sentito parlare delle cosiddette esperienze in punto di morte.
Quel giorno di vent'anni fa, mentre viaggiava su una macchina scoperta, Jankovich ebbe uno scontro frontale con un camion: finì fuori dalla vettura con diciotto fratture e una grave commozione cerebrale, che gli procurò cinque minuti di morte clinica accertati dal medico.
«Dopo l'impatto», racconta Jankovich, «la mia coscienza rimase naturalmente offuscata, tuttavia a un certo punto mi ritrovai cosciente con questa consapevolezza: muoio! Ero stupito di non trovare sgradevole la morte, non avevo paura. Era tutto così naturale, così ovvio! Mi rendevo conto che morivo e che lasciavo questo mondo. Durante la mia vita non avevo mai immaginato che ci si potesse separare dal mondo così bene e così semplicemente. Ero felice di morire senza paura, ero solo curioso di vedere come sarebbe continuato quel processo di morte. E difficile dire dove mi trovassi: mi stavo librando, non so dove. Sentivo suoni meravigliosi, distinguevo colori, movimenti, forme armoniche.
Avevo in qualche modo l'impressione che qualcuno mi chiamasse, mi consolasse, mi guidasse sempre più in alto nell'altro mondo, quello in cui stavo per entrare. Una pace assoluta e un'armonia mai prima percepita mi pervadevano, ero felice, non ero oppresso da nessun pensiero. Ero solo, ma in perfetta armonia e avevo la sensazione che la mia solitudine fosse solo apparente: mi sentivo protetto, in una dimensione piena d'amore e di comprensione. Poi questa fase meravigliosa si interruppe e mi ritrovai sul luogo dell'incidente, proprio al di sopra della macchina fracassata e del mio corpo martoriato che giaceva per terra con la gente intorno e un medico che tentava di rianimarmi e che dopo un po' disse:
«"Non posso fare il massaggio cardiaco: ha le costole spezzate". Tutto questo mi fu confermato in seguito. Ritennero allora che non ci fosse più niente da fare per me e cercarono una coperta per coprire il mio corpo. A questo punto vidi una persona, un altro medico, correre verso di me con una valigetta in mano, inginocchiarsi accanto a me e cominciare a fare qualcosa».
«A me», continua Jankovich, «tutto quel daffare faceva venire da ridere perché mi sentivo benissimo, più vivo che mai, per niente morto! Intanto avevo ripreso contatto con la dimensione che prima ho descritto: i giochi di luce e di colore divennero più ampi, più pieni, fino a sommergermi. Da qualche parte, a destra in alto, vedevo il sole che diventava sempre più radioso, luminoso, pulsante. Sapevo che questo sole era il principio divino, la fonte di ogni energia. La mia anima priva di corpo cominciava ad armonizzarsi con le vibrazioni di questo sole, mi sentivo sempre più felice e a mio agio. Poi di nuovo tutto si interruppe e io persi di nuovo conoscenza. Quel medico che avevo visto correre verso il mio corpo mi aveva fatto un'iniezione di adrenalina che mi aveva strappato alla mia bella esperienza».
Vediamo ora qualche caso italiano. Un signore di Como, Romeo N. racconta:
«Nel 1977 ebbi un collasso, persi i sensi e di colpo mi trovai in un'altra dimensione: con grande stupore vidi i miei genitori defunti, mamma e papà che mi sorridevano. Non parlavano, eppure capii che mi dicevano di non aver paura, che non era giunto il momento di stare con loro, di continuare a comportarmi così, che loro erano contenti del mio modo di vivere. Era una gioia capirsi senza aprir bocca. Dietro di loro c'era una grande pianura, piena di luce viva, una luce di pace, di gioia, una luce che si intuisce eterna, in cui è dolce vivere, una luce cui ci si assoggetta interamente senza esserne obbligati, una luce che nessun vocabolario umano può contenere le parole adatte a descriverla.
Poi gradatamente cominciai a tornare alla realtà terrena, a distinguere i contorni della stanza, la luce del sole. Ero disorientato, spaurito, mi accorgevo con rammarico di aver lasciato quel mondo così bello. Ma quello che mi stupiva era il fatto che tutto ciò che era terreno l'avevo dimenticato: avevo dimenticato, e non mi dispiaceva, tutto ciò che mi era più caro, la moglie, i figli, tutto ciò che fa felici gli esseri umani qui sulla Terra. Questa esperienza ha cambiato totalmente il mio modo di pensare, di agire, di vivere. Ora la morte non mi fa più paura, perché là c'è la beatitudine, la vera pace, immersi in quella luce che è vita».
Prati verdi, fiori e tanta pace caratterizzano l'esperienza della signora Adriana Tassinari di Roma, che racconta:
«Quando avevo 30 anni, in seguito a un'operazione al fegato, mi resi conto che me ne stavo andando per collasso cardiocircolatorio. Feci appena in tempo a suonare il campanello, accorse la suora, poi il medico che mi fece un'iniezione per sostenere il cuore che non aveva quasi più battiti. Ma io restavo cosciente di tutto, ero tranquilla, per nulla impaurita: una pace immensa entrò in me, mentre il mio spirito vagava in un mondo fantastico che sembrava colorato e disegnato da Walt Disney. Prati verdissimi di un tenero color smeraldo, grandi alberi frondosi, fiori enormi e coloratissimi. Ma quello che maggiormente mi colpiva era l'assoluta serenità, la pace immensa e riposante. Notavo che ero sola, nessuno era intorno a me, neanche ombre lontane. Ma questo non mi interessava perché quella splendida solitudine mi appagava in pieno. Poi tutto finì e mi ritrovai nel mio letto, debolissima e sofferente».
Ho chiesto alla signora Adriana se sia sicura che non si sia trattato di un sogno, e questa è stata la risposta:
«Assolutamente no. Quello che ho vissuto era diverso dai sogni, che fra l'altro non ricordo mai. E non era neppure uno svenimento come avevo avuto altre volte: sentivo veramente che la vita se ne andava. Poi ho avuto l'esatta impressione di essere in un'altra dimensione. Stavo benissimo, non avrei voluto tornare più e fui dispiaciuta di ritrovarmi in vita. In seguito fui contenta di essere ritornata, avendo marito e una bimba piccola, però in quei momenti felici non avevo pensato a niente e a nessuno. La sensazione più precisa che ricordo della mia esperienza è quella luce solare calda, quella beatitudine, quella pace, quella serenità. Il prato, i fiori, io stessa, tutto era irradiato da quella luce che avvolgeva e dava una sorta di santificazione. È difficile descriverlo con le nostre parole. Di certo era un luogo incantevole dove avrei voluto restare per sempre. Quando morirò spero di ritrovare quello che ho visto allora. Se è così, è stupendo e io non ho affatto paura di morire».
Ancora un prato verde dalle tonalità brillanti e luminose per questa anziana signora che sopravvisse al grave incidente nel quale era stata coinvolta, mentre avrebbe preferito morire veramente per potersi ricongiungere all'unico figlio morto in età ancora giovane:
«Nel giugno del 1977 fui investita da un furgone senza che me ne accorgessi e che sentissi assolutamente niente: svenni o morii? Mi ritrovai in un immenso e splendido prato verde dove ero completamente sola. Poi sentii vicino a me delle persone e chiesi dov'ero e loro mi dissero che mi trovavo in ospedale: avevo subito una contusione cranica, ero in stato commotivo, ferite dappertutto, fratture a quattro costole, blocco allo stomaco, al fegato e a tutto l'intestino.
«Nonostante le preghiere rivolte ai medici perché mi lasciassero morire, sono tuttora al mondo (vivo sola e ho 80 anni) e spesso mi ritorna alla mente il magnifico prato verde, che dopo la morte di mio figlio, avvenuta l'anno scorso a soli 50 anni, desidererei raggiungere per l'eternità».
CONTINUA...
Inviato da: simona_77rm
il 29/05/2026 alle 13:57
Inviato da: Vince198
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