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LA COMPETIZIONE NELLA COOPERAZIONE

Post n°1103 pubblicato il 26 Febbraio 2025 da rteo1

LA COMPETIZIONE NELLA COOPERAZIONE

La "guerra" è ineliminabile dal sistema, a quanto pare, e tutti coloro che come me agognano la "pace", soprattutto sociale, mediante l'equa distribuzione delle risorse (affinché nessuno sia "povero assoluto"), sono etichettati come "utopisti" (nel migliore dei casi, quando non fanaticamente definiti come "filo" di qualche "dittatore", perché la psiche di ognuno e quella collettiva hanno l'esigenza di "avere sempre un nemico" come scopo per vivere). Eraclito lo aveva colto in tutte le cose della natura e in un suo frammento si legge che "Polemos (il conflitto) è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi". Lo stesso Eraclìto, però, aveva esaltato il logos, la ragione, ritenendolo a fondamento dell'intero universo e della stessa natura, tanto che Hegel ne aveva dedotto che anche gli uomini ne sono in possesso. La "ragione", pertanto, come linea guida delle azioni degli esseri umani, i quali, così, dovrebbero essere sempre in grado di prevedere quando un effetto delle proprie azioni sia "negativo" o "positivo" (faccia "male" o "bene"), evitando di agire nel primo caso. Poi, però, la psicoanalisi (ma anche la fisica quantistica) ha ritenuto di aver scoperto che le cose non sono così semplici e non stanno proprio nei termini predetti perché l'uomo è anche (soprattutto) un essere irrazionale (folle, come lo descrisse Erasmo nel suo "Elogio della Pazzia) i cui comportamenti sono condizionati dalle pulsioni del suo inconscio. È quest'ultimo, a quanto sembra, ove coabitano una serie infinita di pulsioni, anche tra di loro contrastanti, in perenne conflitto, come il sentimento dell'odio-morte (thanatos) e quello dell'amore-vita (eros), ma anche la volontà di vivere e quella di potenza della specie contro l'ego dell'individuo. E allora, stando così le cose, gli uomini si devono arrendere all'ineluttabile "destino" della guerra e dell'eterno conflitto universale, anche con sé stessi e con i propri genitori e figli a causa del "complesso di Edipo" ? Ovviamente i "realisti" dicono di si, come, di contro, dicono di no gli "utopisti" come me (che però con questa breve elaborazione intendo proporre anche una "soluzione tattica" per tentare di "dare un colpo al cerchio e uno alla botte"). In che modo, si dirà ? Mediante la "competizione nella cooperazione" !  Una soluzione, questa, che non andrebbe "contronatura" e consentirebbe di conservare il "conflitto"  (come "competizione", come già accade nello sport e nella politica) tra gli uomini ma nell'ambito della generale "cooperazione" della specie. In altri termini occorre sostituire l'oggetto della "morte" con quello della "vita", per far sì che gli uomini "confliggano" non per "uccidere" i nemici (reali, presunti o immaginari) ma per salvare vite umane, la stessa specie, l'ecosistema, la biodiversità e il pianeta Terra. D'altronde è quanto già avviene in caso di calamità nazionali quando tutti, in modo corale, s'impegnano per portare soccorso alle popolazioni colpite dal sisma, dalle alluvioni, dalle eruzioni, ecc. Basta, perciò, provare a fare un salto culturale, di mentalità, per superare la "logica del nemico", che oggi impera, e approdare alla "logica della fratellanza", da intendere (laicamente) come mezzo di convivenza della specie umana, che ha il comune interesse alla propria sopravvivenza. Non vi è dubbio che quest'ultima è oggi in serio pericolo, da quando con estrema irrazionalità alcuni capi di Stato e di Governo hanno perso l'equilibrio e il controllo di sé stessi e si sono incamminati, politicamente, sulla strada della "guerra nucleare". In questo modo hanno anche smentito le teorie dello psicanalista F. Fornari che nel suo "Psicoanalisi della guerra atomica" (collegato all'altro suo saggio "Psicoanalisi della guerra") aveva ritenuto che "grazie" alla deterrenza nucleare ci sarebbe stata la "crisi dello Stato sovrano" ("come tipo di organizzazione statuale strettamente legata al fenomeno guerra") perché in caso di guerra atomica sarebbe stata inevitabile anche l'autodistruzione, l'autoannientamento. Fornari riteneva, cioè, che nel nostro tempo, "con l'avvento dell'era atomica, in cui lo "Stato industriale della violenza risparmiata dai cittadini" sta diventando... "lo stregone che ci uccide", il problema cruciale sia quello di rompere il monopolio e la capitalizzazione della violenza da parte dello Stato"; inoltre, scriveva che la guerra rappresenta "una istituzione sociale volta a curare angosce paranoidali e depressive esistenti...in ogni uomo. Una tale organizzazione ha due funzioni di sicurezza...una parte superficiale e visibile e un'altra sommersa e nascosta... La prima parte riguarda la difesa da un pericolo esterno (il nemico reale in carne e ossa...) mentre l'altra, quella nascosta, è inconscia e riguarda un'operazione di difesa e di sicurezza di fronte a terribili entità fantasmatiche, senza carne né ossa, ma che hanno una pericolosità assoluta...e che potremmo chiamare "il Terrificante" (nemico interno e assoluto come l'incubo, attraverso una operazione che trasformi tale entità terrificante...(nemico irreale) in un nemico esterno in carne e ossa e che possa essere realmente affrontabile e colpito). In altri termini, a dire del Fornari, riflettendo meglio sui predetti "due sistemi di sicurezza", coimplicati nella guerra, si arriva alla paradossale conclusione che la guerra è un'organizzazione di sicurezza non già perché permette di difenderci da nemici reali, ma perché riesce a trovare e al limite a inventare dei nemici reali da uccidere; in caso contrario la società rischierebbe di lasciare gli uomini...senza difesa di fronte all'emergenza del terrificante come puro nemico interno". Si arriva cosi all'incredibile paradosso per cui la più profonda funzione di sicurezza non è difendersi da un nemico esterno, bensì quella di trovare un nemico reale. Più profonde delle ansie provenienti dai pericoli esterni esisterebbero dunque negli uomini angosce profonde create da pericoli del mondo interno: pericoli fantasmatici e puramente illusori" (Freud la definiva deflessione all'esterno dell'istinto di morte). Adesso, però, come sottolineava Fornari, "Dal momento...in cui la guerra, come guerra atomica, è diventata un pericolo esterno tendenzialmente assoluto, l'operazione di sicurezza...,che si fondava sul carattere assoluto del pericolo illusorio, contrapposto al carattere relativo del pericolo reale esterno, tende a diventare impossibile. E di conseguenza la guerra avrebbe perso le sue funzioni curative nei riguardi delle angosce psicotiche di base", pertanto "non possiamo più curare la nostra pazzia con la guerra" (perché, ora, con la guerra atomica, non ci sarebbe più un "vincitore" né un "vinto" ma l'autodistruzione). Eppure oggi stiamo tutti assistendo all'escalation militare che si sta verificando tra la NATO, l'U.E. e gli USA contro la Russia, per la guerra in atto tra quest'ultima e l'Ucraina, e stiamo anche riscontrando un "sadico piacere" di molti cittadini europei e di vari Stati occidentali di fronte alle "carneficine" (genocidio) che stanno avvenendo nella striscia di Gaza, soprattutto di inermi bambini, donne e anziani. Un effetto positivo, tuttavia, c'è stato ed è quello di aver fatto comprendere l'importanza di dover sempre analizzare anche il profilo psicologico dei leaders politici, soprattutto per capire se e quanto sia alterato il loro inconscio quando facciano dichiarazioni pubbliche o esercitino attività di governo che possano condurre a un conflitto nucleare (oppure alla guerra, che annienta intere generazioni di giovani). E si è anche compreso che non esistono "grandi uomini" in assoluto ma soltanto "uomini" (al servizio della natura e non viceversa), con qualche "talento" in specifiche discipline, e che forse "l'umanità dell'uomo non sia altro che quella che vediamo manifestarsi ogni giorno, nelle circostanze della vita, nella sua ferocia e nella sua generosità" (B. Larson, Essere o non essere umani). In verità, non so se abbia ragione U. Galimberti, il quale sostiene che la "psiche" non esiste perciò gli psicologi e gli psichiatri studiano e curano qualcosa che non esiste, tuttavia sembra comunque utile e opportuno che d'ora in avanti i cittadini non si limitino più a valutare e a scegliere i propri rappresentanti politici e istituzionali sulla sola base delle loro capacità "politiche", direttive, gestionali o "amministrative" ma analizzino anche il loro equilibrio inconscio, e i traumi, anche affettivi, che hanno subito nel corso della vita perché tali "traumi" potrebbero spingerli alla "elaborazione psicotica del lutto" mediante la distruzione di sé stessi e degli altri. Freud ha spiegato che chi adotta un comportamento che può rivelarsi per lui nefasto, se non mortale, non agisce solo per ignoranza del pericolo che corre: al contrario, attraverso questa negatività del comportamento, prova un godimento che sovente non ha nulla a che vedere con il piacere...", così nell'opera di M. Benasayag - G. Schmit "L'epoca delle passioni tristi" in cui si evidenziano quelle che sono "le tendenze di fondo che determinano il disagio sociale nella nostra società..." cioè la "crisi dell'autorità legata alle minacce del futuro, pressione crescente dell'utilitarismo legata all'invasione dell'ideologia neoliberista in tutte le sfere della vita, formattazione degli individui mediante la classificazione dei sintomi e il ricorso alle "etichette". Per tali Autori "Fronteggiare la crisi significa innanzitutto riconoscerla e accettarla per favorire l'emergere di nuovi miti e di nuovi valori" e, come rimedio, essi propongono di "sostenere i legami concreti che spingono le persone fuori dall'isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle in nome degli ideali individualistici". Vale la pena ricordare che la ricerca del "piacere", molto cara a Epicuro, che però consigliava la moderazione e di ricercarlo mediante la "negazione" di ciò che dà dolore, sotto il profilo "psicoanalitico" è interpretato, invece, in tutt'altro modo. Così, S. Freud, in Al di là del principio di piacere, ha sostenuto che "La teoria della psicoanalisi afferma che il flusso degli eventi psichici è regolato automaticamente dal principio di piacere; il flusso di questi eventi è sempre stimolato da una tensione spiacevole e il suo risultato finale coincide con un abbassamento di questa tensione". "Al di là del piacere", perciò, si pongono le pulsioni distruttive, una sorta di "dispiacere". E allora è forse giunto il momento di tentare di affrontare e risolvere alla radice la causa del "dispiacere" applicando una terapia nuova e diversa rispetto a quella finora adottata, fondata sulla folle "logica del nemico". U. Galimberti, ne L'Etica del viandante, fa alcune riflessioni: « Il crollo della fiducia nella ragione universale ha posto fine alla modernità e dischiuso la post-modernità, caratterizzata...da un relativismo culturale, per cui ogni cultura ha la sua verità, e da un individualismo assoluto... Gli anni che stiamo vivendo hanno visto lo sfaldarsi di un dominio, e insieme hanno accennato quel processo migratorio che confonderà i confini dei territori su cui si orientava la nostra geografia. Usi e costumi si contaminano e, se "morale" o "etica" vogliono dire costume, è possibile ipotizzare la fine delle nostre etiche fondate sulle nozioni di proprietà, territorio e confine in favore di un'etica che, dissolvendo recinti e certezze, va configurandosi come etica del viandante.(...) Fine dell'uomo giuridico a cui la legge fornisce gli argini della sua intrinseca debolezza, e nascita dell'uomo sempre meno soggetto alle leggi del Paese e sempre più costretto a far appello ai valori che trascendono la garanzia del legalismo.(...) occorre un mutamento radicale del paradigma che ha regolato finora il rapporto dell'uomo con la natura, e passare dall'antropocentrismo...al biocentrismo. (...) l'umanità si trova di fronte a un problema del tutto nuovo, che non è più quello di difendersi o di attaccare il potenziale nemico che possa mettere a rischio le proprie condizioni di vita, ma quello di difendersi da sé stessa. (...) parliamo dell'urgenza di un'etica planetaria, perché in gioco non è la sussistenza di questa o quella tribù, popolazione o etnia, ma dell'intera specie umana. E se la specie è ciò che ci accomuna, non è tanto la patria che dobbiamo difendere, quanto la Terra che, per quel che al momento ne sappiamo, è l'unica vera patria. (...) Perché possa realizzarsi un'etica planetaria capace di farsi carico non solo di tutti i viventi ma anche delle condizioni che consentono ai viventi la vita, è necessario riproporre con forza il concetto di fraternità, versione laica dell'amore per il prossimo annunciato dal cristianesimo, che non è solo una religione, ma un inconscio collettivo comune sia ai credenti sia ai non credenti, che caratterizza la cultura occidentale...(...) Il viandante, che nel suo nomadismo incontra i confini, auspica che si rinunci una volta per tutte all'idea dello Stato. Un'entità costruita dalla cultura del nemico che ha assegnato allo Stato il monopolio della violenza: al suo interno con le differenze etniche, e all'esterno nel rapporto con gli altri Stati. Infatti lo scopo che ogni Stato persegue è unicamente la propria conservazione in caso di difesa o la propria affermazione in caso di espansione, da conseguire in entrambi i casi con ogni mezzo, ivi comprese la repressione interna delle diverse etnie o la guerra esterna con gli altri Stati qualora si rendesse necessaria. La fraternità, che è alla base dell'etica cosmopolita, proibisce di uccidere, mentre l'etica dello Stato limita questa proibizione solo all'interno dei propri confini, sospendendola quando gli abitanti oltre confine sono percepiti come nemici. L'etica cosmopolita ritiene che i beni della terra sono a disposizione dell'intera umanità senza discriminazione, mentre l'etica dello Stato ne limita la disponibilità al rispetto della proprietà delimitata dai confini dello Stato ». Come ben si rileva dall'Etica del viandante proposta da U. Galimberti ci può essere una efficace alternativa alla sola "logica del nemico" finora perseguita dagli Stati, che esercitano il monopolio della forza. La strada è quella della "fratellanza" (laica), che proibisce di uccidere e abbatte tutti i confini politici della Terra. È in questo nuovo orizzonte che potrebbe trovare spazio la proposta politica come norma etico-giuridica della "competizione nella cooperazione", certamente più adatta e utile in questa Epoca delle passioni tristi. Non più, quindi, la folle corsa agli armamenti fondata sulla "logica del nemico" che distrugge e devasta gli animi, le città e l'ecosistema, ma una "competizione nella cooperazione" nella "logica della fratellanza" per salvare l'uomo, la specie umana e l'intero ecosistema.  

 
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