Libri d’Occasione & Rari by Libreria Montesacro Roma

 

Bolscevismo

Storia del Bolscevismo

All’inizio del XX secolo era teorizzata da Lenin e dai suoi collaboratori al giornale Iskra l’esigenza di un partito «democraticamente centralizzato, stabile e coeso, fondato su di un programma marxista rivoluzionario», in grado di «fornire alla classe operaia in lotta un tipo di direzione che avrebbe assicurato l’egemonia proletaria nella battaglia per la democrazia fino al trionfo del socialismo». La fase di concretizzazione di tale idea di partito condusse ad uno scontro, nell’ambito del II Congresso del POSDR (il primo effettivo dopo quello fondativo del 1898, svoltosi in condizioni precarie), tra i cosiddetti “iskristi” ed altre correnti della socialdemocrazia russa. I primi prevalsero sugli economicisti, che preferivano una struttura organizzativa debole, e sul Bund, che premeva per un’organizzazione federale di diversi gruppi socialisti, tra cui quello ebraico. Il Congresso registrò tuttavia anche un aspro conflitto interno agli stessi “iskristi”. Questi ultimi si distinsero in due frazioni: una, guidata da Lenin, fu detta bolscevica e l’altra, guidata da Martov, fu detta menscevica. Lo scontro si concentrò soprattutto sull’articolo 1 dello Statuto del Partito: mentre la formulazione proposta da Lenin pretendeva dai membri la partecipazione attiva ad una delle organizzazioni del POSDR, quella avanzata da Martov riteneva sufficiente per l’accettazione nel partito il fatto di collaborare con esso, pur senza partecipare direttamente. Le due diverse versioni sottintendevano due differenti idee di partito: una forza d’avanguardia, snella e composta di rivoluzionari di professione per Lenin, un’organizzazione ampia e di massa per Martov. Dopo un dibattito molto acceso l’assemblea approvò l’articolo 1 nella versione di Martov, mentre il resto del testo rifletteva l’idea di Lenin. La divisione in due frazioni fu confermata nel 1904 dalla nascita dell’Ufficio dei comitati di maggioranza di parte bolscevica e della Commissione organizzativa menscevica, mentre dopo l’inizio della Rivoluzione russa del 1905 i bolscevichi tennero il III Congresso del POSDR (che approvò l’articolo 1 dello Statuto nella versione di Lenin) e i menscevichi svolsero una Conferenza di partito, con ciascuna delle due assemblee che elesse organismi dirigenti distinti. Le dinamiche rivoluzionarie portarono a tentativi di riavvicinamento tra le due correnti, e nella primavera del 1906 si svolse un Congresso unitario.[8] Il periodo reazionario apertosi nel 1907, però, indebolì l’intero movimento socialdemocratico e acuì le tensioni interne al partito e alle stesse correnti. ( Wikipedia )

LINK a eBAY: A. ROSEMBERG, STORIA DEL BOLSCEVISMO, SANSONI 1933

 

Il Primo Libro delle Favole by Gadda

Certo la pressione dell’incipit avrà guidato la scelta di una favola in cui vi è un appariscente recupero dei protagonisti più stereotipi della tradizione favolistica ( l’agnello e il lupo di Fedro, un lupo in realtà assente e forse distratto ). Ma a smentire sospetti di archeologia interviene sul solo dei personaggi tradizionali che è davvero in scena, l’agnello, una operazione di attualizzazione, di aggregazione totale alla contemporaneità, nella quale l’agnello − di Persia nel senso che si vedrà − viene condotto ad interagire con idoli polemici del mondo dell’autore. La gentildonna lombarda è in effetti, come ricorda ogni lettore del Gadda maggiore, una figura ricorrente del velle senza repliche: dell’agire perentorio, imperterrito, ignaro d’ogni bizantinismo psicologico. Il prototipo di queste donne dal pensiero elementare è forse la donna Giulia de’ Marpioni nata Pertegati dell’Adalgisa. Ma la stessa Adalgisa è «di quelle meravigliose donne lombarde che il proprio vigor di cervello manifestano in pragma (le idee per loro sono atti), cioè in una prescienza vittoriosa d’ogni obiezione: col postulare dovunque, davanti a chiunque, la certezza nella propria infallibilità». Molteplici «elette gentildonne lombarde di squisito sentire» − tutte apparentate ad una «vecchia gentildonna molto inclinata a fare del bene», la manzoniana donna Prassede − sono del resto sparse nell’opera di Gadda, non escluse altrove le stesse Favole … ( Archivio Manzotti )

LINK a eBAY: IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE – C. E. Gadda – GARZANTI 1976

 

Garibaldi Condottiero

Nel 1867, approfittando della popolarità derivatagli dalla vittoria di Bezzecca, Garibaldi stava ritentando l’impresa di invadere Roma. Promosse una raccolta che chiamò «Obolo della Libertà» contrapponendolo all’«Obolo di San Pietro», e si interessò al centro insurrezionale romano, formando un Centro dell’emigrazione con sede a Firenze. Partecipò al Congresso internazionale della pace, il 9 settembre 1867 a Ginevra, dove venne eletto presidente onorario. Preparò un attacco contando sulla rivolta interna della città; dopo una serie di rimandi, senza l’appoggio dello stato, il 23 settembre partì da Firenze, ma il giorno dopo il 24 settembre 1867 venne arrestato. Il presidente del consiglio Urbano Rattazzi agì in tempo facendo arrestare Garibaldi a Sinalunga, e portato nella Cittadella di Alessandria. 25 deputati protestarono per l’accaduto: essendo il nizzardo stato eletto nel Mezzogiorno, veniva a infrangersi l’immunità parlamentare e i soldati che dovevano sorvegliarlo ascoltavano i suoi proclami dalla finestra della prigione. Venne poi portato il 27 settembre prima a Genova e poi a Caprera, isola in quarantena per colera, dove era prigioniero, sorvegliato a vista e l’isola controllata dalla Regia Marina. Organizzò una rocambolesca fuga utilizzando Luigi Gusmaroli come suo sosia. Mentre l’uomo sostituì Garibaldi, il nizzardo lasciò l’isola il 14 ottobre stendendosi su un vecchio beccaccino comprato anni prima e nascosto. Giunse all’isolotto di Giardinelli, e, dopo aver guadato, arrivò a La Maddalena alloggiando dalla signora Collins. Con Pietro Susini e Giuseppe Cuneo giunsero in Sardegna, dopo essersi riposati ripartirono il 16 ottobre e dopo aver viaggiato a cavallo per 15 ore, il 17 si imbarca raggiungendo in seguito Firenze il 20. Partito da Terni raggiungendo Passo Corese il 23, contava fra i suoi uomini circa 8 000 volontari, in quella che venne riconosciuta come “Campagna dell’Agro Romano per la liberazione di Roma”. Dopo un primo attacco a Monterotondo il 25 ottobre prese il 26 ottobre 1867 la piazzaforte pontificia bruciando la porta utilizzando un carro infuocato penetrandovi con i suoi uomini. ( Wikipedia )

LINK a eBAY: GARIBALDI CONDOTTIERO, F. MAZZONIS (CUR), FRANCO ANGELI, 1984

 

Tommaso Landolfi: Breve Canzoniere

Italo Calvino, nella sua Postfazione all’antologia del 1982, indica una parentela letteraria tra le opere di Landolfi e quelle degli scrittori francesi Jules Amédée Barbey d’Aurevilly e Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, mentre Carlo Bo ha più volte dichiarato di come Landolfi sia, dopo D’Annunzio, il primo scrittore ad avere il dono di giocare con la lingua italiana e, di conseguenza, avere la capacità di manipolarla a proprio piacimento. La scrittrice Susan Sontag, in una sua retrospettiva critica sul profilo letterario dell’autore, collocava idealmente la sua opera tra quella di Jorge Luis Borges e quella di Karen Blixen[9], mentre altri hanno indicato dei parallelismi con autori quali Edgar Allan Poe e Nikolaj Vasil’evič Gogol’. Centrale è nella sua opera la critica alle “magnifiche sorti e progressive” della moderna società dei consumi ma, rispetto a quella degli scrittori impegnati, essa è condotta da un punto di vista aristocratico e conservatore, riverberandosi altresì nel linguaggio, attraverso uno stile altamente barocco e sperimentale. Landolfi, infatti, nutre un sincero interesse per le possibilità della lingua, benché non sia uno scrittore d’avanguardia ma piuttosto un conservatore. Per esempio, nel racconto La passeggiata, che alla persona dotata di un vocabolario medio pare un racconto astruso ed incomprensibile, Landolfi fa sfilare una serie di vocaboli arcaici, gergali o comunque desueti, ma tutti presenti nel dizionario. Una glossolalia la sua, come direbbe Giorgio Agamben, da leggere con una continua sorpresa, dizionario alla mano (il suo era uno Zingarelli, ma usava anche il Tommaseo-Bellini ). ( Wikipedia )

LINK a eBAY: T. LANDOLFI , BREVE CANZONIERE, VALLECCHI, 1971

 

Eunuchi

Gli eunuchi non furono solo schiavi e custodi di harem, ma guerrieri e mistici, sacerdoti ed eroi, funzionari e cantori, prostituti e sovrani. La storia degli eunuchi ha inizio con gli albori stessi della vicenda umana. E’ una storia occulta, che attraversa l’Egitto e la Cina, Roma e Bisanzio, la Russia e l’India. Col termine eunuco sono indicati quegli uomini che erano sottoposti in età prepuberale o puberale a interventi più o meno estesi di mutilazione dell’apparato genitale, tali da condurli a impotentia generandi o a una più radicale impotentia coeundi. Essi furono comuni a molte corti sovrane soprattutto orientali, da quelle musulmane come quella dell’Impero ottomano a quella del Celeste impero cinese. L’istituto dell’evirazione ha caratterizzato un gran numero di società e di culture umane in età antica, medievale e moderna, in Europa, Asia e Africa. Ciò era essenzialmente dovuto alla grande richiesta di persone a cui poter affidare senza timore delicati compiti di sorveglianza dei ginecei e anche per impedire l’adozione di pratiche nepotistiche nel caso si fosse deciso di affidar loro importanti e delicate funzioni civili, militari o religiose. Infine, nel caso di castrazione in età prepuberale, per esaltare il registro alto canoro, specialmente ricercato nei cori ecclesiastici o di teatro civile dove, fino all’età moderna, fu impedito il ricorso a donne, sostituite da voci bianche. Tra gli eunuchi del Settecento fu celebre il sopranista Farinelli. Il valore sul mercato dell’eunuco dipendeva dall’età e dalle sue doti fisiche ed intellettuali: tra gli evirati in età prepuberale la percentuale dei sopravvissuti all’intervento era abbastanza alta, ma a ciò faceva da contraltare il mancato sviluppo della sessualità secondaria (voce, massa muscolare poco tonica, apatia, indole tendenzialmente remissiva e poco intraprendente) che ne faceva abbassare relativamente il valore, a meno che il mancato sviluppo della sessualità secondaria fosse precisamente richiesto dal compratore. Al contrario, chi fosse stato evirato in età post-puberale e fosse sopravvissuto (la frequenza dei morti nel corso dell’intervento, o immediatamente dopo, era infatti elevatissima) manteneva le caratteristiche sessuali secondarie (voce profonda, buon tono muscolare, indole maggiormente volitiva) e tutto ciò consentiva che egli avesse un valore assai più alto di mercato. Nella cultura islamica gli eunuchi, distinti dai veri e propri castrati, divennero normale corredo dei potenti: dal Califfo ai governatori, dai sovrani ai Sultani. Sovente oltre alla custodia degli harem era loro affidata la cura dell’amministrazione e dell’apparato militare. Tra gli eunuchi non mancarono sovrani di ottime capacità, come furono i casi di Kāfūr nell’Egitto ikhshidide e del Caid qāʾid Pietro nella Sicilia arabo-normanna. Durante il periodo di al-Andalus ( Spagna islamica ) e Lucena in ambiente islamico particolarmente esperti nell’operazione di evirazione erano gli Ebrei di Pechina, come pure i loro correligionari di Verdun grazie alle loro adeguate conoscenze medico-anatomiche. I musulmani acquistavano per questo fine schiavi dell’Alto Egitto, del Khorāsān, del Sind, dell’Abissinia ed in genere dei paesi sudanesi ( Sūdān significa genericamente “Neri” ). Secondo fonti islamiche coeve o di poco successive, il califfo abbaside al-Muqtadir possedeva 11.000 eunuchi: 4.000 Greci e 7.000 Africani. Nei primi anni del ‘900, Pu Yi, l’ultimo imperatore della Cina, fu allevato da balie ed eunuchi, su cui esercitava il potere assoluto. ( Wikipedia )

LINK a eBAY: EUNUCHI – VANNA DE ANGELIS, PIEMME, 2000

 

Pinocchio in Versi

Nel romanzo Geppetto spiega che si chiama Pinocchio perché è un nome a lui conosciuto: « Che nome gli metterò ? – disse tra sé e sé. – Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina. » L’origine del nome non è chiara: pinocchio significa «pinolo», esistono molti altri cognomi simili con pin- che derivano da Pino, ipocoristico aferetico di Giuseppino (a sua volta diminutivo o vezzeggiativo di Giuseppe, come anche lo stesso Geppetto) o anche di Filippino ( da Filippo ) e Iacopino ( da Iacopo o Giacomo ). Nell’antico dialetto toscano, il termine Pinocchia indicava l’albero ( ovviamente comunemente chiamata anche Pinacchio, formato da Pina e chio’ ) infatti tutte le persone di nome Pina sono Pinacchio Pinus pinea, come testimoniato da toponimi come Crino della Pinocchia. Pinocchina indicava inoltre, nel vernacolo fiorentino di qualche tempo fa, una gallina o donna piccola e un po’ grassoccia ma ben proporzionata. Nell’accezione di pinolo si possono riassumere simbolicamente le caratteristiche del personaggio, come evidenziato anche da Gérard Génot: il «seme» come «valore filiale, infantile», nel suo stesso essere «di legno», insomma «la carne nel legno, la germinazione nella durezza». Altri preferiscono richiamare alcuni toponimi toscani che potrebbero aver suggerito il nome al Collodi. A Colle, dove fu alunno del locale Seminario collegio vescovile, esisteva una fonte detta la Fonte del Pinocchio. Secondo alcuni potrebbe aver preso spunto anche dall’odierno San Miniato Basso, che si chiamava appunto “Pinocchio”, che è anche il nome del rio che scorre nel centro del paese. Era una località che Collodi conosceva bene: il padre di Carlo Lorenzini, Domenico, aveva abitato per diversi anni nella zona del Pinocchio al servizio come cuoco di una ricca famiglia del luogo. ( Wikipedia )

LINK a eBAY: ORESTE TOSCANO, PINOCCHIO IN VERSI, EUROFORM, 2005

 

 

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Libreria Aiace in via Ojetti 36 Montesacro Talenti – Roma

La libreria Aiace di via Ugo Ojetti 36, Roma, è un punto speciale per i lettori e le lettrici di Roma. Ci potete trovare saggi, romanzi, riviste, raccolte di poesie a prezzi incredibili, perché la caratteristica comune a tutti questi libri è che sono usati. Nessun imbarazzo, quindi: aprendo a caso una pagina o iniziando a divorare il testo non si ha la sensazione di profanare qualcosa di sacro che andrebbe conservato così com’è, bianco, immacolato e senza orecchie laterali. Qualcuno prima di voi ha già letto quel libro e lo ha già arricchito di quella patina antica che lo rende così prezioso.

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