LIBRO: Porte d’Italia di Edmondo De Amicis

 

De Amicis Edmondo

EDMONDO DE AMICIS, ALLE PORTE D’ITALIA, TREVES, 1892

Il classico di Edmondo De Amicis “Alle porte d’Italia”, fu pubblicato la prima volta nel 1884.

Il legame tra De Amicis e il pinerolese si consolidò nel corso degli anni: trascorse alcune villeggiature estive prima a Piscina presso Cumiana ( 1879 e 1880 ) e poi a Pinerolo dal 1882 al 1884 nella villa Accusani ( denominata “La Graziosa” ) che si trova sulla collina di San Maurizio, in Viale Gabotto, «un punto particolarmente felice per la sua posizione panoramica ma anche per il ricco patrimonio di memorie storiche che il sito racconta».

De Amicis aveva pensato di intitolare il volume “La città dei Principi d’Acaia”, «un evidente segnale di quanto fosse sensibile al ruolo di Pinerolo nella storia della casa sabauda e dei suoi antichi fasti; fu l’editore a suggerire quello che diventò il titolo del libro, una sorta di definizione geografico-politica, di certo più accattivante e sicuramente più consona al momento».

 

EMANUELE FILIBERTO A PINEROLO

Il signor Giovanni Battista Lombriasco, notaro di Pinerolo, buon cristianaccio, scarso di clienti e di fortuna, ma assestato nei suoi affari, onesto fino alla dabbenaggine, patriotta di cuore, infarinato di latino, e ancora forte e florido benchè scendesse già dalla parte peggiore della sessantina, era tutto glorioso quando si poteva mostrare sul terrazzino del suo piccolo quartiere di piazza San Donato in compagnia di Don Enrique de Benavides, nobile catalano, suo cliente.

E non gli passava nemmeno per il capo che i maligni potessero attribuirgli il matto proposito di convertire il cliente in genero. — “Tanto non lo accecaua la uanità di padre che a tale sposalitio potesse riuolgere sue speranze.„ — Così dice ( e io ci credo ) uno scartafaccio giallognolo, pieno di raspatura di
gallina, col quale un nipote del buon notaro intese di mandare alla posterità un “caso molto mirabile„ seguìto nella sua famiglia; scartafaccio che dormì per più di tre secoli, sotto molte altre carte
mal decifrabili, in mezzo agli atti consolari della città di Pinerolo.

Il nobile Enrique de Benavides, venuto qui da Gerona per la questione intricata d’una eredità lasciatagli da un parente di sua madre, colonnello francese, non si capisce se Mortier o Mornier, del presidio di Pinerolo, aveva affidato l’affare proprio al notaro Lombriasco per la riputazione d’uomo integerrimo di cui
godeva; ma avrebbe potuto attestare alla città intera che un mese e più dopo il primo abboccamento, e quando già s’era stabilita fra loro una certa dimestichezza, il delicato notaro non gli aveva ancora fatto parola della sua famiglia. La relazione era nata per puro accidente.

Un giorno che il Benavides stava ad aspettare nello studio notarile, la señorita Evelina, certa di trovarci suo padre solo, era entrata festosamente, d’un salto, tenendo spiegata davanti a sè una stampa che rappresentava la battaglia di San Quintino, e che le era arrivata allora per le poste, desiderata da
lungo tempo. Visto appena quel signore, aveva fatto l’atto di ritirarsi, vergognandosi e chiedendo scusa; ma era rimasta come inchiodata là dalla maraviglia e dalla gioia quando il signore catalano, letto di sfuggita il titolo vistoso della stampa, aveva detto in tuono di gentile rispetto, e con molta semplicità: — Si occupa della battaglia di San Quintino, señorita ? Io ci sono stato …….

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis nacque in piazza Vittorio Emanuele I, ora intitolata a suo nome, ad Oneglia, prima che fosse accorpata a Porto Maurizio e ad altri 9 comuni nell’unica città di Imperia nel 1923. All’età di due anni, però, la sua famiglia si trasferì in Piemonte, dapprima a Cuneo, dove il piccolo Edmondo studiò alle scuole primarie, quindi a Torino, dove frequentò il collegio Candellero.

Era di famiglia benestante: il padre Francesco (1791-1863), d’origine genovese, copriva mansioni di regio banchiere di sali e tabacchi. La madre, Teresa Busseti, faceva parte dell’alta borghesia. Sia la sua casa ligure (poi diventata sede della Guardia di Finanza) che quella di Cuneo (poi diventata caserma militare “Carlo Emanuele”, ai bastioni di Stura, con vista sul Monviso) furono ampie ed eleganti.

Dal 1877 circa De Amicis si stabilì in Piemonte, viaggiando tra la casa di Torino e quella di Pinerolo (a circa 40 km da Torino), soprattutto durante i mesi estivi, presso l’elegante villa D’Aquiland, chiamata successivamente villa Accusani e quindi denominata La Graziosa (sul viale Gabotto, in quartiere San Maurizio). Qui scrisse Alle porte d’Italia, dedicato alla città e ai territori valligiani circostanti (un esempio per tutti, il capitolo de Le termopili valdesi, ambientato in zona Gheisa ‘dla tana di Angrogna). Nel 1884 la città di Pinerolo gli conferì la cittadinanza onoraria, con tanto di diploma datato 4 aprile.

De Amicis è conosciuto per essere l’autore del romanzo Cuore, uno dei testi più popolari della letteratura mondiale per ragazzi. ( Wikipedia )

 

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LIBRO: Scolpire il Tempo di Andrej Tarkovskij

Tarkovskij

Andrej Tarkovskij: il Grande Regista Russo

Tarkovskij nacque il 4 aprile del 1932 a Zavraž’e, nella oblast’ di Ivanovo, un piccolo villaggio sulle rive del Volga, figlio di Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij (il padre di Arsenij fu principe regnante del Daghestan), poeta, e di Marija Ivanovna Višnjakova Tarkovskaja (1907-1979), donna dal carattere forte e dalla profonda religiosità, a lungo impiegata presso una tipografia.

Enorme per Tarkovskij fu l’importanza del rapporto con i genitori, fatto di amore viscerale per la madre, e di lontananze e incomprensioni col padre, il quale abbandonò la famiglia nel 1935, quando Andrej aveva tre anni, per ritornarvi nel 1945, dopo la guerra. In questa occasione il padre tentò di portare Andrej via con sé, ma la madre glielo impedì.

Nel 1952 Andrej si iscrive all’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze di Mosca ( Moskovskij Institut Vostokovedenija ) e inizia a studiare arabo. Influenzato dalla religiosità della madre, si trova molto a disagio nell’ambiente accademico ateista dei più duri anni dello stalinismo. Nel 1954 abbandonò gli studi e, seguendo il consiglio della madre, andò a lavorare come geologo raccoglitore nella taiga siberiana. Il contatto con la natura durante le lunghe escursioni lo aiutò a ritrovare stimoli e a riconquistare una spiritualità che gli studi avevano minato. Il periodo della taiga siberiana fu oggetto di una sceneggiatura del 1958 che, però, non fu mai trasformata in pellicola: Concentrato ( koncentrat ). Il titolo si riferiva al capo di una spedizione geologica, che aspetta la barca che riporta i “concentrati” dei minerali raccolti dalla spedizione.

Nel 1956 Andrej Tarkovskij ritornò a Mosca e si iscrisse al VGIK ( Scuola Superiore di Cinematografia ), la più prestigiosa scuola di cinema dell’Unione Sovietica. Vi seguì i corsi di Michail Romm, quotato regista del periodo, esponente di quel realismo socialista che andava per la maggiore in quegli anni. Romm, al di là delle sue personali scelte estetiche, si dimostrò un uomo di larghe vedute e, sotto la sua ala, Tarkovskij poté sviluppare le proprie idee, cosa di cui fu riconoscente al maestro, verso il quale ebbe sempre parole di grande stima.

Scolpire il Tempo

” In Scolpire il tempo Tarkovskij raccoglie una riflessione quasi ventennale sulla sua attività cinematografica.

Un cinema di poesia nel senso di poièsis ( creazione, produzione di conoscenza ) in cui l’elemento “Tempo” rappresenta l’essenza, il perno sul quale si fondano le concezioni estetiche a lungo maturate dall’autore e magistralmente concretizzate in tre indiscussi capolavori: Andrej Rublev, Solaris e Stalker.

Immancabili i riferimenti alla poesia giapponese haiku – che costituisce una delle sue principali fonti d’ispirazione – per il modo in cui questa riesce a rendere “l’irripetibilità dell’istante afferrato e fermato che cade dall’eternità”.

L’arte è, nella propria essenza, qualcosa di quasi religioso: una sacra coscienza di un elevato dovere spirituale. L’arte priva di spiritualità reca in se stessa la propria tragedia. Persino la constatazione della mancanza di spiritualità del tempo in cui vive richiede all’artista la più alta e determinata elevatezza spirituale.

L’artista autentico è sempre al servizio dell’immortalità, si sforza di rendere immortale il mondo e l’uomo in questo mondo. L’artista che non tenta di scoprire la verità assoluta, che trascura le finalità globali per quelle particolari, è soltanto una prostituta. ”

Cinematografia

Andrej Tarkovskij nel 1979 gira “Stalker”, tratto da un romanzo di fantascienza, questa volta dei fratelli Strugackij. Nel film si immagina che un misterioso esperimento abbia prodotto la Zona, un’area contaminata, dove le leggi della natura possono essere sovvertite e qualunque desiderio può essere esaudito. Uno scienziato e uno scrittore intraprendono un viaggio guidati da uno “stalker”, un individuo che riesce a muoversi fra i pericoli invisibili della Zona.

Nel 1979 Andrej Tarkovskij si reca in Italia per una co-produzione Rai, ma la sua famiglia viene trattenuta in ostaggio a Mosca. Insieme a Tonino Guerra comincia il progetto per il film “Nostalghia”. Dopo il 1980 il regista non ritorna più in URSS, ma comincia una vita da esule trascorsa fra la Francia e l’Italia. Il comune di Firenze in particolare gli dona un appartamento. Nel 1983 esce “Nostalghia”, prodotto dalla Rai fra molte difficoltà e presentato con successo a Cannes.

Nel 1985 comincia a girare “Sacrificio” ( 1986 ) in Svezia, insieme ai collaboratori abituali dell’amico Ingmar Bergman. È la storia di un uomo, Alexander che vive su un isola con la sua famiglia. Allo scoppio della guerra nucleare l’uomo prega Dio di salvarlo, in cambio darà via tutto quello che ha. Il tempo sembra tornare indietro e Alexander in cambio dà fuoco alla propria casa distruggendo tutto.

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LIBRO: Scritti & Discorsi di Fernando Tambroni

 

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Fernando Tambroni

Il 26 marzo 1960 Fernando Tambroni, che si era messo in luce al VII congresso della DC del 1959 con un discorso “aperturista” nei confronti del centrosinistra, ricevette l’incarico di formare un governo per sostituire quello dimissionario guidato da Antonio Segni. L’obbiettivo politico era quello di superare l’emergenza, attraverso un “governo provvisorio”, in grado di consentire lo svolgimento della XVII Olimpiade a Roma indetta in agosto e di approvare il bilancio dello Stato entro il 31 ottobre 1960, come previsto dalle leggi in materia di contabilità di Stato vigenti all’epoca. L’8 aprile, il governo monocolore democristiano formato da Tambroni ottenne la fiducia della Camera, con una maggioranza di soli tre voti (300 sì e 297 no) e con il determinante appoggio dei deputati missini. La circostanza causò le dimissioni irrevocabili e immediate dei tre ministri appartenenti alla sinistra della DC: Bo, Pastore e Sullo. L’11 aprile, dietro esplicito invito del proprio partito, il governo rassegnò le dimissioni e il presidente Giovanni Gronchi assegnò l’incarico ad Amintore Fanfani. Questi, tuttavia, dovette rinunciare, e Gronchi, anziché cercare una soluzione diversa, invitò Tambroni a presentarsi al Senato per completare la procedura del voto di fiducia. Il 29 aprile, sempre con l’appoggio dei missini e con pochi voti di scarto (128 sì e 110 no), il governo Tambroni ottenne la fiducia del Senato.

La decisione presa nel maggio 1960 dal Movimento Sociale Italiano di convocare il suo sesto congresso a Genova, città decorata con la Medaglia d’oro della Resistenza da cui era partita l’insurrezione del 25 aprile, fornì l’occasione ai partiti di sinistra di scendere in piazza al fine di mettere in difficoltà il Governo Tambroni. La protesta si fece sentire sempre più forte. Tambroni scelse la linea dura, originando i noti fatti di Genova del 30 giugno 1960, che si estesero rapidamente al resto del paese. Il 7 luglio a Reggio Emilia furono uccisi cinque manifestanti. Alla fine non ci fu altra scelta che impedire il congresso del MSI. I missini votarono conseguentemente contro la legge di bilancio del governo. Tambroni temporeggiò fino al 19 luglio dichiarando di essere in attesa di un accordo tra i partiti ma alla fine dovette dimettersi: gli successe Amintore Fanfani. ( Wikipedia )

LINK: F. TAMBRONI, SCRITTI E DISCORSI, A. PELLICANI ED, 2001

 

 

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La Strage di Piazza Fontana a Milano – LIBRO: Valpreda dice

Piazza Fontana Strage

La Strage di Piazza Fontana a Milano

La strage di piazza Fontana fu conseguenza di un grave attentato terroristico compiuto il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura e che causò 18 morti e 88 feriti. Considerata «la madre di tutte le stragi», il «primo e più dirompente atto terroristico dal dopoguerra», «il momento più incandescente della strategia della tensione» e da alcuni ritenuto l’inizio del periodo passato alla storia in Italia come anni di piombo. Per tanti aspetti si può parlare d’una storia della Repubblica prima e dopo piazza Fontana.

Gli attentati terroristici di quel giorno furono cinque, concentrati in un lasso di tempo di appena 53 minuti, e colpirono contemporaneamente Roma e Milano, le due maggiori città d’Italia. A Roma ci furono tre attentati che provocarono 16 feriti, uno alla Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, uno in piazza Venezia e un altro all’Altare della Patria; a Milano, una seconda bomba venne ritrovata inesplosa in piazza della Scala.

Le indagini vennero orientate inizialmente nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci possibili estremisti; furono fermate per accertamenti circa 80 persone, in particolare alcuni anarchici del Circolo anarchico 22 marzo di Roma ( tra i quali figurava Pietro Valpreda ) e del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano ( tra i quali figurava Giuseppe Pinelli ). Secondo quanto dichiarato da Antonino Allegra, ai tempi responsabile dell’ufficio politico della questura, alla Commissione Stragi, gli arresti erano stati particolarmente numerosi e avevano interessato anche esponenti della destra estrema, con lo scopo di evitare che nei giorni seguenti questi individui, ritenuti a rischio, potessero dare vita a manifestazioni o altre azioni pericolose per l’ordine pubblico.

Da Milano il prefetto Libero Mazza, su segnalazione di Federico Umberto D’Amato, direttore dell’Ufficio affari riservati del Viminale, avvisò il Presidente del Consiglio Mariano Rumor: «L’ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi». Ipotesi che si rivelò un depistaggio attuato proprio dall’Ufficio Affari Riservati.

Valpreda

Nei giorni successivi alla Strage di Piazza Fontana fu additato, con Giuseppe Pinelli ( morto in circostanze non chiarite, precipitando dalla finestra della Questura ), come colpevole a causa della testimonianza del tassista Cornelio Rolandi, che dichiarò di averlo portato col suo taxi in piazza. Valpreda sarebbe sceso con una valigetta e sarebbe tornato sul taxi senza di essa. Furono arrestati anche altri cinque aderenti al Circolo anarchico 22 marzo. Valpreda venne accusato anche dall’ex estremista di destra, poi avvicinatosi agli anarchici, Mario Merlino. L’alibi di Valpreda – era a casa di una prozia, poiché ammalato – non viene creduto.

Valpreda subì un forte linciaggio mediatico dai giornali ( spesso riportando le parole di Rolandi, «è lui!» ), che lo presentarono come «il mostro di piazza Fontana», epiteto apparso sul giornale del PCI l’Unità, che lo descrisse come «un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento»[; sull’Avanti! del PSI venne descritto come esponente di un gruppo anarco-fascista, un «individuo morso dall’odio viscerale e fascistico per ogni forma di democrazia»[3], il giornalista Bruno Vespa, in diretta dal TG1, lo presentò come il «vero» e sicuro colpevole, per Mario Cervi, che fa ricorso anche a stereotipi lombrosiani, «il crimine ha oramai una fisionomia precisa: il criminale ha un volto […] la sua salute è insidiata da un’infermità grave, il morbo di Burger. La menomazione che lo impedisce, lui ballerino, nelle gambe, potrebbe avere contribuito a scatenare una forsennata e irrazionale avversione per l’umanità intera».  …… ( Wikipedia )

Valpreda dice LIB *D19

 

 

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Libri & Letture

 

 

Libreria Aiace Roma – Libri Rari & Libri da Collezione

Biblioteca-Praga

Perché collezionare libri

I criteri che rendono un libro antico raro e ricercato nel tempo vanno distinti dalla moda rispetto al pregio di lunga durata: “Non esiste una tipologia specifica di libro più ricercato. Sebbene il criterio di rarità sia quello predominante, come tutti i beni di collezionismo anche i libri riflettono delle mode del momento. È sempre affascinante ed istruttivo sfogliare i vecchi cataloghi per confrontare i prezzi dei libri e osservare come siano aumentati o diminuiti a seconda della domanda e della moda; fino a una ventina di anni fa l’enciclopedia Treccani, fasto e prestigio degli studi dei liberi professionisti, costava diversi milioni di lire, oggi non si vende a più di 1.000 euro, questo perché la Treccani è passata di moda e perché la funzione delle enciclopedie in generale è stata sostituita da Internet…

Trent’anni fa le prime edizioni del ‘900 si potevano trovare a buon prezzo nelle bancarelle, come ad esempio la prima edizione dei Canti Orfici di Campana che oggi vale quasi 10.000 euro.

Chi compra libri lo fa principalmente per passione, per investimento o per entrambi: i libri particolarmente rari e ricercati sono sempre stati quelli con valutazioni in crescita, come dimostrano i rialzi in asta provenienti da tutte le parti del mondo.

Naturalmente i migliori investimenti sono quelli di lunga durata, purché tendenzialmente diversificati nelle materie». Nella sezione “Manoscritti e Incunaboli” dell’asta Gonnelli di gennaio uno straordinario Libro D’Ore siciliano pergamenaceo della seconda metà del XV secolo, con numerose miniature, è stato aggiudicato per 21.250 euro. Nella sezione dei “Libri dal XVI al XX secolo” la Encyclopédie méthodique, ou par ordre de matières; par une société de gens de lettres, de savants et d’artistes. Précédée d’un Vocabulaire universel del 1784 – 1817 di Charles-Joseph Panckoucke, una delle più imponenti imprese editoriali dell’Illuminismo, è stata aggiudicata a 20.000 euro contro una base di 9mila. Nella sezione dedicata alla collezione di libri illustrati di letteratura cavalleresca, galante ed erotica del professore ferrarese Vittorio Vigi, il volume “La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso con le figure di Giambatista Piazzetta alla sacra real maestà di Maria Teresa d’Austria” del 1745, è stato aggiudicato a 4.750 euro contro una base di 2.600 euro. ( Fonte: Il Sole 24 Ore )

Vendita: Canti Orfici ed Altre Liriche

 

 

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Il Piacere della Lettura: Proposte

Leggere.1

BiblioTerapia

“Già Aristotele credeva che la letteratura potesse avere un’influenza positiva e curativa sulle persone, e i romani evidenziarono come potesse esserci un legame tra medicina e lettura, ma è stato solo nel 1937 che Menninger iniziò a parlare di libro-terapia nella cura delle malattie mentali.

Con il termine biblioterapia s’intende l’utilizzo di testi letterari, quali romanzi, ma anche saggi, come mezzo per promuovere il benessere psicologico, sociale, culturale, per ampliare la consapevolezza; ma anche come strumento di auto-aiuto attraverso cui assimilare conoscenze per far fronte a situazioni di disagio psicologico, sociale ecc.” ( Tratto da PsychonDesk http://www.psychondesk.it/ )

Nozze per i Bastardi di Pizzofalcone

Una ragazza, nuda, in una grotta che affaccia su una spiaggia appartata della città; l’hanno uccisa con una coltellata al cuore. Un abito da sposa che galleggia sull’acqua. In un febbraio gelido che sembra ricacciare indietro nell’anima i sentimenti, impedendogli di uscire alla luce del sole, Lojacono e i Bastardi si trovano a indagare su un omicidio che non ha alcuna spiegazione evidente. O forse ne ha troppe. Ognuno con il proprio segreto, ognuno con il proprio sogno ben nascosto, i poliziotti di Pizzofalcone ce la metteranno tutta per risolvere il mistero: la ragazza della grotta lo esige. Perché non solo qualcuno le ha tolto il futuro, ma lo ha fatto un attimo prima di un giorno speciale. Quello che doveva essere il piú bello della sua vita. ( Fonte Einaudi )

LINK a eBAY: Nozze. Per i Bastardi di Pizzofalcone – De Giovanni Maurizio, 2019

 

 

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Catullo

Catullo e i Poeti Nuovi

 

Catullo è per noi uno dei più noti rappresentanti della scuola dei neòteroi, poetae novi, ( cioè “poeti nuovi” ), che facevano riferimento ai canoni dell’estetica alessandrina e in particolare al poeta greco Callimaco, creatore di un nuovo stile poetico che si distacca dalla poesia epica di tradizione omerica divenuta a suo parere stancante, ripetitiva e dipendente quasi unicamente dalla quantità ( in riferimento all’abbondanza dei versi di quest’ultima ) piuttosto che dalla qualità. Sia Callimaco che Catullo, infatti, non descrivono le gesta degli antichi eroi o degli dei, ma si concentrano su episodi semplici e quotidiani. Per giunta, i neòteroi si dedicano all’otium letterario piuttosto che alla politica per rendere liete le loro giornate, coltivando il loro amore solo ed esclusivamente alla composizione di versi, tanto che Catullo dichiara nel carme 51: Otium, Catulle, tibi molestum est:/ otio exsultas nimiumque gestis [ L’ozio per te, Catullo, non è buono;/ nell’ozio smani e ti scalmani ]. Talvolta il poeta ostenta il suo disinteresse per i grandi uomini che lo circondavano e che stavano scrivendo la storia: nihil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere [ non m’interessa, Cesare, di andarti a genio ] (carme 93), scrive al futuro conquistatore della Gallia. Da questa matrice callimachea proviene anche il gusto per la poesia breve, erudita e mirante stilisticamente alla perfezione. Si sviluppano, originari dell’alessandrinismo e nati da poeti greci come Callimaco, Teocrito, Asclepiade, Fileta di Cos e Arato, generi quali l’epillio, l’elegia erotico-mitologica e l’epigramma, che più sono apprezzati e ricalcati dai poeti latini.

Poetae novi

Il termine è la traduzione dell’aggettivo greco di grado comparativo νεώτεροι ( neòteroi ), denominazione che implicava desiderio di innovazione, data polemicamente da Cicerone al capitolo 161 dell’Orator che non risparmiò loro anche il nomignolo di cantores Euphorionis ( Tusculanae disputationes III, 45 ) per il gusto ellenizzante e aristocratico che essi possedevano e per il loro atteggiamento da innovatori.
Iniziati all’arte poetica da Partenio di Nicea ed educati idealmente alla scuola di Valerio Catone, dichiararono guerra ai lunghi poemi di imitazione enniana, preferendo gli epilli, i carmina docta, la poesia lirica. Il tono della loro poesia era spesso scherzoso e lieve ed è per questo che i loro componimenti, per quanto sempre raffinati e preziosi nella forma, venivano chiamati παίγνια ( pàignia ) in greco e nugae in latino, tradotto alla lettera “bagatelle”, “sciocchezze”, “cosucce”, “cose di poco conto”. I poetae novi erano legati da reciproca amicizia, vivevano in modo libero e spregiudicato ed erano avversi a Cesare. La loro poesia evitava infatti i grandi temi tradizionali del genere epico e drammatico, non amava trattare argomenti di carattere politico e sociale, ma si volgeva soprattutto alla sfera personale e aveva come tema centrale l’amore. ( Wikipedia )

LINK a eBAY: CATULLO E I “POETI NUOVI” – UTET – CLASSICI LATINI – 1951

 

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Libri & Letture

 

 

 

Libri Rari & Perduti nel Tempo: Proposte di Lettura

Biblioteca Alessandria Egitto

I dieci libri antichi andati perduti

Enciclopedie, testi sacri, scienza e opere letterarie: sono molti i testi antichi andati perduti nel corso della Storia e che oggi nessuno ha più modo di leggere.
Interessante l’articolo a firma di Giuliana Rotondi pubblicato nel 2018 su Focus ( https://www.focus.it/cultura/storia/la-top-ten-dei-libri-antichi-perduti )

1. I LIBRI SIBILLINI: erano una raccolta di responsi oracolari delle Sibille, le sacerdotesse degli dei ( soprattutto di Apollo ). I testi, scritti in greco e conservati nel tempio di Giove Capitolino, sul Campidoglio, erano custoditi da un collegio di sacerdoti e per nove secoli vennero considerati l’unico riferimento da consultare nel momento del bisogno, durante ogni crisi politica. Bruciarono in un incendio del tempio, nell’83 a.C. Si tentò di ricostruirli per ordine dell’imperatore Augusto, ma anche queste copie non ebbero fortuna: nel V secolo furono distrutte, pare per ordine del vandalo Stilicone che temeva potessero finire nelle mani dei visigoti. A noi sono giunti solo alcuni frammenti di pochi versi.

2. LE POESIE DI SAFFO: nel VI secolo a.C. la poetessa greca Saffo compose oltre diecimila versi. Gli studiosi della biblioteca di Alessandria raccolsero le sue opere in otto o forse nove libri. Di questa produzione ci è rimasto ben poco, appena pochi frammenti. L’unico componimento che ci è giunto per intero è L’inno ad Afrodite, una lirica dedicata all’amore.

3. L’ACHILLEIS DI ESCHILO: è una trilogia del drammaturgo greco Eschilo ( V secolo a.C. ). L’Achilleis riproponeva la guerra di Troia sotto forma di tre tragedie: i Mirmidoni, le Nereidi e i Frigi. Di queste tre opere teatrali esistono oggi solo pochi frammenti, anche se gli storici, partendo dalle citazioni di altri autori, sono riusciti a ricostruire il loro contenuto complessivo con ragionevole certezza.

4. I CODICI MAYA: sono libri della cultura precolombiana Maya, scritti fin dal IX secolo in geroglifici su stoffa di corteccia mesoamericana, una particolare “carta” utilizzata in quelle regioni. I libri erano molti, ma oggi ne sopravvivono meno di cinque: tutti gli altri vennero bruciati dai conquistatores nel Cinquecento.

5. I PAÑCHATANTRA: era una raccolta di antiche favole indiane in prosa o in versi, diffusa già nel 100 a.C. Non sappiamo quando fu scritta, perché l’opera originale è andata perduta: a noi sono giunte solo traduzioni e rifacimenti spesso molto differenti tra loro.

6. L’AVESTA: del libro sacro dell’antica religione zoroastriana della Persia sopravvive solo una collezione di frammenti, circa un quarto del testo originale. Gli ultimi manoscritti completi potrebbero essere bruciati quando Alessandro Magno conquistò Persepoli, nel 330 a.C.

7. IL SESTO CLASSICO DI CONFUCIO: un corpus di libri attribuito a Confucio che ancora oggi è considerato fondamentale nella letteratura classica cinese. Ci sono pervenuti i “Cinque Classici”, dedicati alla poesia, alla retorica, ai riti antichi, alla storia e alla divinazione. Il sesto libro, quello sulla musica, potrebbe essere scomparso nel III secolo a.C.

8. L’ENCICLOPEDIA YONGLE: fu commissionata dall’imperatore Yongle, della dinastia cinese Ming, nel 1403. Il progetto era enorme: per realizzarlo vi lavorarono 2.000 studiosi che scrissero 8.000 testi raccontando la storia cinese dai tempi antichi fino agli inizi della dinastia Ming. Ne uscirono 11.000 volumi su argomenti che spaziavano dall’agricoltura all’arte, alla teologia e alle scienze naturali. Molti volumi bruciarono nella Ribellione popolare cinese dei Boxer ( 1901 ): a noi è arrivato solo il 3% dell’opera.

9. I TRATTATI DI ALHAZEN: matematico medievale, astronomo e fisico, Alhazen scrisse un trattato di ottica ed elaborò un metodo scientifico che influenzò molti pensatori europei dei secoli successivi. Ancora oggi è considerato il padre dell’ottica moderna. I suoi studi contribuirono a mettere in discussione le vecchie teorie sulla natura e la diffusione delle immagini visive. Fino a quel momento infatti si riteneva che la luce fosse un’elaborazione soggettiva e relativa della psiche umana.

10. I LIBRI PERDUTI DELLA BIBBIA: La Bibbia che conosciamo noi è una versione parziale dei testi originari, accettata dalla gerarchia ecclesiastica. Sarebbero però esistiti anche diversi libri oggi mancanti a cui le Sacre Scritture fanno riferimento, come il Libro delle Battaglie di Jahvé citato nel Libro dei numeri o il Libro delle Cronache dei Re di Israele, di cui non si ha più alcuna traccia.

I libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. “L’ombra del vento” Carlos Ruiz Zafòn
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Luigi Santucci: il principale narratore milanese del secondo Novecento

Milano Anni 60

Luigi Santucci, scrittore, poeta e commediografo. È ritenuto dalla critica il principale narratore milanese della seconda metà del Novecento

 

In occasione del centenario della nascita di Luigi Santucci si è tenuto a Milano il convegno “Il testimone della gioia. Luigi Santucci e il ministero della parola”.

Casa Manzoni, Teatro Franco Parenti e l’Università Cattolica hanno ospitato una serie di dibattiti con ospiti del mondo accademico e non solo per ricordare lo scrittore lombardo, vincitore del prestigioso “Premio Campiello” con “Orfeo in paradiso” e autore anche di opere di poesia, teatro e saggistica.

Santucci nasce a Milano l’11 novembre 1918 che coincide con l’armistizio tra Impero tedesco e le potenze Alleate segnando la fine della Grande Guerra. Consegue la maturità classica nel 1937 per poi laurearsi nel 1941 in Lettere Moderne all’ Università del Sacro Cuore.

Cattolico ma non clericale, “testimone della gioia secondo la lezione del Consiglio Vaticano II”, si era opposto al regime fascista, unendosi alle formazioni partigiane in Val Cannobina.

Dopo vent’anni di insegnamento si dedica completamente all’attività letteraria con opere di successo di critica e pubblico: “Il velocifero”, il libro più famoso è del 1963.

L’ ambiente milanese e i luoghi manzoniani fanno spesso da sfondo alle sue narrazioni. Una lapide del Famedio nel Cimitero Monumentale lo annovera tra i più illustri cittadini.

Esordì nel 1942 con il saggio “Limiti e ragioni della letteratura infantile”. Nel 1946 pubblicò “Misteri gaudiosi” (quasi una dichiarazione di poetica), cui seguirono il romanzo “In Australia con mio nonno” (1947) e i racconti “Lo zio prete” (1951), opere in cui si precisa la sua religiosità serena percorsa da un vivace humour. La sua opera più nota è il romanzo “Il velocifero” (1965), storia d’ambiente milanese che fa rivivere figure, oggetti, interni domestici tra fine ’800 e primo ’900. Interessante, dopo “Orfeo in paradiso” (Premio Campiello 1967), “Non sparate sui narcisi” (1971), “Come se” (1973), soprattutto “Il Mandragolo” (1979), in cui l’angoscia della morte viene esorcizzata in chiave fantastico-grottesca e l’impasto fra sostrato dialettale e lingua colta raggiunge efficaci esiti stilistici. Tra le altre sue opere: “Fuga dall’Egitto” (1991); “Manoscritto da Itaca” (1991); “Il cuore dell’inverno” (1992); “Nell’orto dell’esistenza” (1996).

“Sintetizzo in una formula, in un’espressione il mio essere stato scrittore, credo che sarebbe questa: che scrivo per lodare … Io ho lodato, ho cercato di applaudire, di risuscitare nella lode, quante più cose ho potuto … La lode, sì, come messaggio, come linguaggio, se non per salvare il mondo (per guarirlo ci vuole altro!), per aiutarlo, perché recuperi una qualche stima, una qualche fiducia in se stesso; perché esca dall’autodisprezzo, dalla disperazione, e ritrovi l’amabilità … Perché senza un certo entusiasmo nei nostri confronti è poi quasi impossibile amare gli altri, si va a rischio al contrario d’infiltrare negli altri i nostri squilibri, il nostro scetticismo o addirittura pessimismo sull’umanità … E tutto quello che ho avuto l’ho davvero goduto, grazie penso alla mia natura di poeta, l’ho goduto (questo è molto importante) con consapevolezza.”

 

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