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Catullo

Catullo e i Poeti Nuovi

 

Catullo è per noi uno dei più noti rappresentanti della scuola dei neòteroi, poetae novi, ( cioè “poeti nuovi” ), che facevano riferimento ai canoni dell’estetica alessandrina e in particolare al poeta greco Callimaco, creatore di un nuovo stile poetico che si distacca dalla poesia epica di tradizione omerica divenuta a suo parere stancante, ripetitiva e dipendente quasi unicamente dalla quantità ( in riferimento all’abbondanza dei versi di quest’ultima ) piuttosto che dalla qualità. Sia Callimaco che Catullo, infatti, non descrivono le gesta degli antichi eroi o degli dei, ma si concentrano su episodi semplici e quotidiani. Per giunta, i neòteroi si dedicano all’otium letterario piuttosto che alla politica per rendere liete le loro giornate, coltivando il loro amore solo ed esclusivamente alla composizione di versi, tanto che Catullo dichiara nel carme 51: Otium, Catulle, tibi molestum est:/ otio exsultas nimiumque gestis [ L’ozio per te, Catullo, non è buono;/ nell’ozio smani e ti scalmani ]. Talvolta il poeta ostenta il suo disinteresse per i grandi uomini che lo circondavano e che stavano scrivendo la storia: nihil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere [ non m’interessa, Cesare, di andarti a genio ] (carme 93), scrive al futuro conquistatore della Gallia. Da questa matrice callimachea proviene anche il gusto per la poesia breve, erudita e mirante stilisticamente alla perfezione. Si sviluppano, originari dell’alessandrinismo e nati da poeti greci come Callimaco, Teocrito, Asclepiade, Fileta di Cos e Arato, generi quali l’epillio, l’elegia erotico-mitologica e l’epigramma, che più sono apprezzati e ricalcati dai poeti latini.

Poetae novi

Il termine è la traduzione dell’aggettivo greco di grado comparativo νεώτεροι ( neòteroi ), denominazione che implicava desiderio di innovazione, data polemicamente da Cicerone al capitolo 161 dell’Orator che non risparmiò loro anche il nomignolo di cantores Euphorionis ( Tusculanae disputationes III, 45 ) per il gusto ellenizzante e aristocratico che essi possedevano e per il loro atteggiamento da innovatori.
Iniziati all’arte poetica da Partenio di Nicea ed educati idealmente alla scuola di Valerio Catone, dichiararono guerra ai lunghi poemi di imitazione enniana, preferendo gli epilli, i carmina docta, la poesia lirica. Il tono della loro poesia era spesso scherzoso e lieve ed è per questo che i loro componimenti, per quanto sempre raffinati e preziosi nella forma, venivano chiamati παίγνια ( pàignia ) in greco e nugae in latino, tradotto alla lettera “bagatelle”, “sciocchezze”, “cosucce”, “cose di poco conto”. I poetae novi erano legati da reciproca amicizia, vivevano in modo libero e spregiudicato ed erano avversi a Cesare. La loro poesia evitava infatti i grandi temi tradizionali del genere epico e drammatico, non amava trattare argomenti di carattere politico e sociale, ma si volgeva soprattutto alla sfera personale e aveva come tema centrale l’amore. ( Wikipedia )

 

 

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Libri & Letture

 

 

Storia del Partito Comunista di Paolo Spriano

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I cinque volumi della Storia del Partito Comunista Italiano ( 1967-1975 ) è certamente l’opera più celebre di Paolo Spriano. Nel monumentale testo, rifuggendo dai toni giustificazionisti, Spriano affrontò luci e ombre della storia dei comunisti italiani, basandosi sulle dirette fonti d’archivio

Spriano, Paolo. – Storico italiano ( Torino 1925 – Roma 1988 ). Partigiano, nell’immediato dopoguerra s’iscrisse al PCI e fu redattore de l’Unità (1948-64). Prof. dal 1967, insegnò storia contemporanea all’Università di Cagliari e storia dei partiti politici all’Università di Roma La Sapienza

PAOLO SPRIANO, STORIA DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO

I fronti popolari, Stalin, la guerra: il sottotitolo di questo terzo volume dell’opera di Paolo Spriano indica l’orizzonte internazionale in cui si colloca la vicenda storica dei comunisti italiani dal 1935 in avanti. È l’epoca dell’impresa abissina, della guerra civile spagnola, di Monaco, dell’attacco nazista alla Polonia, dello scoppio della conflagrazione generale. E sono gli anni in cui si gettano tutte le premesse della Resistenza e della lotta per la Repubblica (che l’autore esaminerà nel volume conclusivo della sua ricerca).

L’orizzonte internazionale determina anche lo sviluppo della lotta all’interno del Paese contro la dittatura fascista. Una delle caratteristiche di questo terzo volume è proprio di mostrare – con una documentazione amplissima – il nesso reale tra il processo unitario dell’antifascismo italiano emigrato nella Francia del fronte popolare e sui campi di battaglia di Guadalajara, di Brunete,
dell’Ebro, e il sorgere in Italia di un «nuovo antifascismo» animato dai giovani.

Si tratta di un movimento generale che ha in sé una dialettica assai complessa: il lettore vedrà che tutti i temi che si porranno nella prospettiva della Resistenza, da quello dell’unità di azione tra socialisti e comunisti a quello della Costituente, dal rapporto tra lotta democratica e lotta socialista a quello con gli alleati occidentali o con l’Urss, già sono anticipati tutti qui: nei dibattiti dei gruppi dirigenti all’estero o nella cattività, nell’iniziativa cospirativa, nella riflessione di Gramsci morente.

Il tema di Stalin, dello stalinismo, emerge in modo non meno centrale. Spriano l’ha sviluppato tenendo a fuoco le sue contraddizioni e i suoi effetti nel quadro di un’Europa percorsa e percossa dal nazismo: ha analizzato novità e limiti del VII congresso dell’Internazionale comunista, ha rievocato i processi di Mosca nella loro allucinante dinamica e nella eco che suscitano presso l’o
pinione pubblica e tra i militanti, fino alle repressioni condotte nelle file dei vari partiti. Ma ha soprattutto individuato nella vita della direzione comunista italiana nel 1937-39, nella sua crisi, il momento della massima contraddizione.

In questo generale dramma, trovano il loro rilievo i protagonisti della vicenda: da Stalin a Trockij, da Togliatti a Rosselli, dai piú noti dirigenti politici (Longo, Nenni, Di Vittorio, Saragat, Grieco) alle migliaia di combattenti garibaldini in Spagna. Il famoso slogan di Rosselli, «Oggi in Spagna domani in Italia», qui riceve un significato nuovo. È la Spagna a svegliare una nuova generazione, a dare significato alle scelte di un Vittorini, di un Giaime Pintor, a provocare i primi pronunciamenti antifascisti di massa nelle periferie operaie delle grandi città del Nord come nelle campagne emiliane. Tutta una storia sinora largamente sconosciuta, narrata attraverso testimonianze
di grande valore: come le lettere inedite di Trockij e di Rosselli, i verbali e le dichiarazioni che chiariscono il «caso Curiel», i dibattiti dei confinati di Ventotene sulla natura della guerra. ( Einaudi )

Partito Comunista Italiano

Il Partito Comunista Italiano ( PCI ) è stato un partito politico italiano di sinistra, nonché il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Venne fondato il 21 gennaio 1921 a Livorno come Partito Comunista d’Italia (PCd’I) – sezione italiana della Internazionale Comunista (denominazione modificata in Partito Comunista Italiano nel 1943)[10] a seguito del biennio rosso e della rivoluzione d’ottobre] per la separazione dell’ala di sinistra del Partito Socialista Italiano guidata da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano.

Dopo che il PCd’I ebbe una storia complessa e travagliata all’interno dell’Internazionale Comunista negli anni venti e trenta il PCI assunse durante la seconda guerra mondiale un ruolo di primo piano a livello nazionale, promuovendo e organizzando con l’apporto determinante dei suoi militanti la Resistenza contro la potenza occupante tedesca e il fascismo repubblicano. Il capo del partito, Palmiro Togliatti, attuò una politica di collaborazione con le forze democratiche cattoliche, liberali e socialiste ed ebbe un’importante influenza nella creazione delle istituzioni della neonata Repubblica Italiana.

Passato all’opposizione nel 1947 dopo la decisione di Alcide De Gasperi di estromettere le sinistre dal governo per collocare l’Italia nel blocco internazionale filo-statunitense, il PCI rimase fedele alle direttive politiche generali dell’Unione Sovietica fino agli anni settanta e ottanta pur sviluppando nel tempo una politica sempre più autonoma e di piena accettazione della democrazia già a partire dalla fine della segreteria Togliatti e soprattutto sotto la guida di Enrico Berlinguer, che promosse il compromesso storico con la Democrazia Cristiana e la collaborazione tra i partiti comunisti occidentali con il cosiddetto eurocomunismo.

Nel 1976 il PCI toccò il suo massimo storico di consenso mentre nel 1984 sull’onda emotiva della morte improvvisa del segretario Berlinguer fu per breve tempo e seppur per pochissimi punti percentuali, il primo partito italiano (questo evento venne definito «effetto Berlinguer»). Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e il crollo dei Paesi comunisti nel 1991 si sciolse su iniziativa del segretario Achille Occhetto dando vita a una nuova formazione politica di stampo socialdemocratico con il Partito Democratico della Sinistra mentre una parte minoritaria contraria alla svolta guidata da Armando Cossutta fondò Rifondazione Comunista. ( Wikipedia )

 

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