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COMUNICATO STAMPA I SINDACI DEL MOVIMENTO REFERENDARIO SI RIBELLANO:PRIMA DI METTERE LE MANI IN TASCA AI CITTADINI PER L’IMU, BISOGNA TAGLIARE TUTTI GLI SPRECHI DELLA POLITICA SARDA CAGLIARI 30/04/2012. "I Sindaci referendari di tutta la Sardegna si mettono alla testa della ribellione contro l’idea di fare da esattori dell’IMU, una nuova, odiosa tassa sulle famiglie, mentre la politica sarda fa orecchie da mercante sui referendum del 6 maggio, sperando che il silenzio e la nebbia avvolgano tutti i propri sprechi". Lo sottolinea il Movimnto referendario."I 120 sindaci sardi che aderiscono al Movimento Referendario rivolgono un appello ai partiti, ma anche e soprattutto a tutti i cittadini sardi perché vadano in massa a votare i referendum del 6 maggio, che tagliano gli enti inutili, i privilegi e gli stipendi eccessivi della politica e dei mille centri di sottopotere tentacolare che dalla politica si dipartono. Non si può pensare di mettere le mani in tasca alla gente normale sino a quando non saranno stati tagliati tutti gli sprechi della politica sarda". |
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Post n°826 pubblicato il 08 Aprile 2012 da unamicoincomune
Oggi è Pasqua e Gesù risorge. Gli italiani, di contro, non sono ancora morti ma non se la passano bene. Mario Monti dice che la crisi non morde più e si può guardare con ottimismo al futuro. I sacrifici fatti sono stati necessari per evitare di seguire le orme della Grecia, oltre alla richiesta-diktat di Europa e Mercati. Qui si giunge al punto cardine della mia riflessione. L’insipienza politica e la vessazione dei cittadini trovano riparo in richieste superiori alle quali bisogna follemente rispondere “sì”. L’accondiscendenza massima alle richieste della finzione Europea, con mercati sempre più avidi, ci stanno portando alla rovina. Per i governanti e i loro spalleggiatori, questa è la sola percorribile. Poco importa se le persone arrivano a suicidarsi per problemi economici. Importante è saziare la bulimia di pochi avidi banchieri e burocrati europei. Il presidente nazionale dell’Anci, Graziano Del Rio, ha detto che la sola scelta da fare, davanti al dilemma del rispetto del patto di stabilità e la vita degli imprenditori costretti a subire tale patto, è quella di salvaguardare la vita umana. Sono d’accordo con lui. Anzi, sarebbe bene iniziare a dire no alle folli imposizioni in nome degli equilibri di Europa e Mercati. Il coraggio di riportare al centro dell’azione politica il cittadino è garanzia di futuro. Così come bisogna ritrovare la forza di rovesciare le prospettive, oltrepassando le simboliche colonne d’Ercole denominate “tassazione e pareggio di bilancio”. Una Politica che parta dall’Uomo e che ricrei quelle condizioni di equilibrio, utili per la nascita e la salvaguardia dello Stato. Difendendo i più deboli dai soprusi, garantendo i diritti di imprese e lavoratori. Una Politica che ricrei il rapporto fiduciario tra Cittadino e Stato, che sia esempio per chi crede nelle Istituzioni Statali. Infine, una Politica che non sia parassita, prendendo più di quel che riesce a dare, che non cada dalle nuvole se viene trovata con le mani nella marmellata. I cittadini rigettano questa pseudo-politica. In questi anni abbiamo visto politica mischiata a gossip, urla e netta contrapposizione. Tante rappresentazioni, false. La vera Politica è credibile e costruttiva. Tutto ciò potrebbe sembrare semplicistico, populistico. Se credere in una Politica che metta al centro dell’azione l’uomo con i suoi bisogni è demagogia, sono fiero di essere un demagogo. Ogni cosa è illuminata: buona Pasqua. |
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Post n°825 pubblicato il 22 Marzo 2012 da unamicoincomune
Come diceva Leibniz, “la ricchezza è in primo luogo la capacità di una nazione di produrre beni, il principale prodotto di una società sono le persone, e la ricchezza consiste nella disponibilità di un capitale umano di conoscenza e di un’industria manifatturiera in grado di garantire un futuro alla crescita economica”. Garantire il futuro alla crescita economica: ovvero l’esatto contrario di quanto sta accadendo nell’economia attuale. Questo mi porta ad esplicitare, ulteriormente, la mia critica al Patto di stabilità e alla “smania vessatoria” di una certa visione politica. Un campo visivo comune agli schieramenti, regole applicate sempre con lo stesso schema. Fase uno, certa: tasse e imposte; fase due, sempre improbabile, sviluppo e crescita. Da decenni i governanti, prescindendo dall’area politica di riferimento, promettono questi interventi in due fasi che risultano essere perdenti, inutili e perniciosi. La situazione attuale lo conferma. Evidentemente, c’è qualcosa che non va in questo modo di governare la Società degli uomini. Ecco il vero problema da risolvere: “tassare per sviluppare” è un’assurda metodologia di azione. Ritengo sia giunto il momento di agire diversamente, per fasi, certo, ma contestuali. Sviluppo e risanamento dei conti pubblici devono procedere di pari passo. Dirò di più, il primo è condizione essenziale per raggiungere l’obiettivo risanamento. Non c’è risanamento senza crescita economica, il volerlo raggiungere con una sommatoria di nuovi e vecchi balzelli è pura follia. È pur vero che il Comune deve sottostare alle imposizioni calate dall’alto, ma è altrettanto vero che proprio nei momenti di crisi occorre aguzzare l’ingegno, per chi ne è dotato, cercando nuove strade da percorrere. La crisi è la cartina tornasole che ci mostra gli errori fatti a causa di schemi mentali superati e sconfitti dal tempo, maestro di vita. Cercare nuovi percorsi significa trovare nuove formule per gli investimenti: ad esempio il leasing in costruendo che consente di sfuggire al patto di stabilità, per la riduzione dei costi, con un maggior utilizzo delle sponsorizzazioni. Per la gestione della macchina amministrativa, responsabilizzazione e premialità legate ai risultati. Solo con scelte coraggiose e distanti dagli schemi del passato “coloro a cui ora tocca” potranno mantenere la promessa che segue, fatta da loro in campagna elettorale: “Nei prossimi cinque anni ogni giorno almeno un occupato in più; ogni giorno almeno la stabilizzazione per un precario; ogni giorno almeno un’a ltra donna che conquista il lavoro; ogni giorno almeno un giovane che inizi a lavorare”. Sono passati quasi dieci mesi, circa 300 giorni. Non mi sembra che a Cagliari ci siano 300 occupati in più, 300 precari in meno, 300 nuove donne lavoratrici e 300 giovani con una nuova occupazione. Scontato dire che sarebbe stato impossibile conseguire simili risultati radendo al suolo il Poetto, chiudendo i tanti cantieri cittadini e limitandosi ad ascoltare, ascoltare, ascoltare. Un mantra ripetuto dalla maggioranza consiliare fin dal primo giorno di insediamento, che provoca oramai in tanti concittadini un neanche troppo celato senso di nausea misto a vuotezza oggettiva. Qui mi fermo per non tediare il lettore, oltre a permettere al mio critico di incamerare qualche nozione in più. Mi dispiacerebbe e mi preoccuperebbe se dovesse davvero continuare a confondere il buon senso con la demagogia. Pierluigi Mannino Consigliere comunale Patto per Cagliari da Sardegna Quotidiano del 22/03/2012 |
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Post n°824 pubblicato il 15 Marzo 2012 da unamicoincomune
I nodi, con il passare del tempo, stanno sempre più venendo al pettine. Nodi scorsoi, cappi stretti al collo degli amministratori comunali e dei cittadini. Lacci e lacciuoli strettamente collegati tra loro: un solo movimento avventato è sufficiente per far soffocare tutti. A quali nodi mi sto riferendo? Al patto di stabilità e all’equilibrio di bilancio. Il primo, imposto dai burocrati europei nei confronti di una politica non più credibile e affidabile, corre il rischio di diventare il carnefice degli ultimi scampoli di sovranità e autonomia. Facendo un parallelismo quanto mai necessario, invito a ricordare il racconto di quel contadino che voleva far abituare il suo cavallo da tiro a non mangiare. A causa di ristrettezze economiche iniziò a diminuire le razioni di biada. Vedendo che l’animale continuava a compiere il suo dovere pensò che non sarebbe stato grave privarlo totalmente di cibo e acqua. Nonostante il digiuno, il cavallo continuava a compiere il suo dovere. Il contadino era felice e contento del risultato. Tuttavia, dopo qualche giorno il cavallo morì. Il contadino, sorpreso, esclamo: “Guarda un po’, adesso che si era abituato a non mangiare, è morto”. Ecco cos’è il patto di stabilità: un vincolo scellerato che impedisce di spendere i denari che, a voler essere ottimisti, un cittadino o un’amministrazione locale hanno nelle loro tasche. Non importa se l’economia della tua città e del tuo Stato cerchi istanti vitali d’aria come una persona in apnea da tanto tempo. Quei soldi non devi spenderli: un diktat che rasenta (o supera?) la follia. Attenzione, il problema è ben più grave. Chi rischia di morire, nel nostro caso, non è un cavallo. Sono i cittadini e l’economia, sotto tutte le sue innumerevoli sfaccettature. Stiamo andando incontro a un simile scenario, inutile nasconderlo. Il nostro Comune dovrà garantire equilibrio di bilancio e rispetto del patto di stabilità: per farlo ha ben pochi strumenti sui quali poter fare affidamento, visto il drastico taglio dei trasferimenti. Nel futuro dei cittadini si stagliano scure nubi quali Imu e Tares. La prima è l’imposta che sostituisce l’Ici, resuscitata per la prima casa. La seconda andrà a sostituire la Tarsu. L’Imu, ovvero l’imposta unica municipale, altro non è che la precedente Ici, adeguatamente rimpinguata da moltiplicatori esagerati che porteranno ad esborsi, da parte dei cittadini, pari al doppio o anche al triplo rispetto al passato. Ancora non si è deliberato in merito alle aliquote da applicare; tutto lascia pensare che si intenda applicare non meno dell’aliquota ordinaria nonostante la mozione, da me presentata, per caldeggiare l’introduzione dell’aliquota agevolata dello 0,2% sulle prime case, un bene che non si dovrebbe mai toccare, neanche di striscio. A breve presenterò la mozione per premiare con un’aliquota agevolata anche gli operatori economici che operano in locali e uffici di loro proprietà. In attesa della Tares, abbiamo avviato l’esame del regolamento Tarsu. Anche qui, memori delle promesse elettorali dell’attuale maggioranza, “Abbiamo in mente una Grande Cagliari, dove non si pagano le tasse comunali più elevate d’Italia e dove l’amministrazione è efficiente e trasparente ”, cercheremo di suggerire equità. A nove mesi esatti dall’insediamento, queste parole, seppur foriere delle migliori intenzioni, potrebbero venire prontamente riposte in un’astratta soffitta polverosa. Anche se sono sicuro che molti elettori non le dimenticheranno facilmente, soprattutto quando sarà il momento di tornare dentro la cabina elettorale per decidere le sorti di Cagliari. da Sardegna Quotidiano del 15/03/2012 |
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Dopo poco più di 100 giorni dall’insediamento nel nuovo governo Monti, i risultati non sembrano positivi. Dal Pil in caduta libera alla crescita della disoccupazione, tra gli italiani serpeggia sempre più la disperazione. Il governo che doveva porre rimedio ai danni derivati da un trentennio di malgoverno, dando valide rassicurazioni all’Unione Europea,appare ben lontano dal poter dire conclusa tale missione. Mario Monti ha imposto cure da cavallo a una cavalla, l’Italia, denutrita e dopata,obbligandola a una dieta sempre più rigida che non porterà alla sua guarigione.La cura suggerita dall’UE ha come unico obbiettivo soddisfare le richieste del binomio franco–tedesco e delle istituzioni finanziarie. Al netto della situazione, a queste nazioni poco importa chi è sulla tolda di comando di una nave in balia di onde sempre più alte e minacciose. Il malessere aumenta, le prime avvisaglie si sono viste nella Patria di Omero, dove il Popolo affamato inizia a sollevare la testa, contestando i sacrifici richiesti. Richieste eccessive, incentrate solo sulla rigidità dei numeri imposti da banchieri e governanti. I Popoli non sono altro che la sommatoria di numeri e ciò che conta sono i dati economici e i risultati di gestione, nient’altro. In questa concezione è racchiuso il futuro fallimento dell’idea europea. I Popoli iniziano a vedere l’Europa con estrema diffidenza, guardando quasi con odio le sue Istituzioni. Il vecchio continente è visto come un nemico, un fatto normale vista la volontà di costruire non un’Europa dei Popoli ma delle Banche e della Finanza, di squali pronti a sbranare chiunque possa ostacolare il sogno della sovranità finanziaria. Siamo di fronte al fallimento della Politica, oggi di basso profilo, che non ha saputo porsi come giudice ed arbitro sovrano dei mercati, succube dei potentati economici e che si piega a tutti i loro voleri.E’ questo che vogliamo? E’ questo il compito assegnato ai Monti, ai Papademos,alle Merkel e ai Sarkozy di turno? Tornando all’italico suolo e al triste periodo che attraversano i suoi abitanti, in bilico tra Celentano e le sortite-spettacolo di Befera e soci, non resta molto da dire se non rivolgere un pietoso invito a correggere la rotta. Forse siamo ancora in tempo. Si può uscire da questo stato di crisi riportando equilibrio in un sistema troppo instabile, tornando all'economia reale e lasciando inascoltati i richiami delle sirene finanziarie e bancarie. Le banche hanno un ruolo centrale per superare questo pessimo periodo, lo stesso Governatore della Banca d'Italia ha rivolto loro l'invito a riversare nel tessuto economico quel fiume di denaro a basso costo prestato loro dalla Bce. Capitali necessari per sostenere le imprese, in forte crisi di liquidità, oltre a far ripartire l'economia puntando alla crescita del Pil, unico via per creare lavoro e garantire maggiori entrate allo Stato, scongiurando così conseguenze nefaste. Restando in recessione, il leviatano italico sentirà sempre piu' i morsi della fame: accecato da essa potrebbe compiere passi falsi, fare scelte deleterie e insulse causando ancor di piu' malcontento e rabbia. Scelte che, ovviamente, verrebbero giustificate con il solito richiamo all'Europa e alla necessita di doverle fornire delle risposte. Già, l'Europa: un coperchio buono per ogni pentola che assomiglia sempre piu' all'eternit, elemento pericoloso che arricchisce pochi, uccidendo i piu' lentamente e in maniera subdola. Prima o poi i nodi vengono al pettine esi viene chiamati a rispondere delle scelte fatte e del male causato. Così, tra20 anni, forse, l’Europa tutta potrebbe essere chiamata a rispondere dei danni causati dai suoi intransigenti europeisti, in complicità con i loro sodali.Chissà se lo scorrere del tempo, almeno in questo caso, sarà galantuomo. da Sardegna Quotidiano del 24 Febbraio 2012 |
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Post n°822 pubblicato il 02 Febbraio 2012 da unamicoincomune
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Il Governo Monti, il venerato o venerabile Governo tecnico, minaccia le italiche lobby e si appresta a varare le, temute o auspicate in base ai diversi punti di vista, liberalizzazioni che tanto mancano all'economia del Paese. Un assaggio e' già arrivato, la liberalizzazione degli orari delle attività commerciali,ed ha già scatenato un mare di polemiche e acuito la contrapposizione tra commercianti e consumatori, tra commercianti del piccolo commercio e quelli che tanto piccoli non sono e che spadroneggiano grazie alle proprie disponibilità economiche. Ma siamo davvero sicuri che siano questi gli interventi di cui necessita il Paese? Siamo sicuri che sia questo che vuole la omnipervasiva Europa? Qualcuno afferma che la liberalizzazione degli orari sia necessaria per avvicinare la nostra rete distributiva a quella degli altri Paesi europei ma basta fare un giro nella rete, google aiuta molto, per vedere che in Europa non ci sono Paesi che applicano l'orario eterno, i nostri orari sono già abbastanza in linea e per quanto riguarda le aperture domenicali l'Italia va ben oltre. In Germania, la tanto decantata Germania, la domenica aprono solo le panetterie e le pasticcerie. In Spagna la chiusura domenicale e' la norma anche se, come da noi, l'apertura e' consentita ed utilizzata in periodi determinati e per occasioni particolari. In Francia, salve eccezioni locali (località e zone turistiche) di norma le attività commerciali chiudono la domenica e il lunedì mattina. A Praga, invece, l'apertura domenicale e' insolita mentre ad Amsterdam la domenica si apre per ben 4 ore nel primo pomeriggio. Insomma, alla luce di quanto detto si può ragionevolmente credere che l'Italia non necessiti di un'ulteriore ampliamento degli orari d'apertura delle attività commerciali e che il Governo bene farebbe ad orientare i propri interventi verso altri lidi. Le liberalizzazioni necessarie sono quelle che portano vantaggi a tutti e non solo ad una parte. Energia elettrica, gas e acqua riguardano tutti gli italiani ed e' notorio il fatto che i costi relativi per gli italiani sono elevati e, probabilmente, ben al di sopra della media europea. E ancora, lo sa il Signor Monti che in Sardegna il costo del gas in bombola supera di un buon 35/40 % quello praticato nella penisola? Ancora, il Governo potrebbe interessarsi delle distonie del mercato del lavoro, potrebbe spiegarci come mai a parità di funzioni si verifichino casi di notevoli difformità di trattamento economico, pensate al caso dei commessi del Parlamento e dei loro omologhi nei Consigli regionali e dei meno gratificati parigrado nei consigli comunali. C'e' sicuramente tanto da modificare per rendere piu' facile la vita agli italiani ma non sembra che si stia facendo granché se non interventi senza alcun senso e non fondamentali. Interventi che, favorendo paradossalmente la concentrazione nelle mani di chi ha maggior disponibilita' economica, andrebbero a minare le ragioni della nascita ed esistenza stessa dello Stato: la difesa del piu' debole e il riequilibrio delle diverse posizioni. Gia', lo Stato nasce per superare l'eterna situazione di conflitto tra gli esseri umani, una situazione di conflitto che vedeva il debole soccombere davanti al piu' forte, trionfo dell'arroganza e della prepotenza. Le situazioni conflittuali sono sempre latenti e pronte ad esplodere se non ci sono le regole necessarie a contenerle e reprimerle. Quando le regole vengono minate in nome di un finto progresso, nell' interesse del piu' potente economicamente, si ritorna allo stato di natura dove il piu' debole e' destinato a soccombere. E'questo che vuole Signor Monti? Mi auguro di no! Da Sardegna Quotidiano del 18/01/2012 |
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Post n°819 pubblicato il 12 Gennaio 2012 da unamicoincomune
No alla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali imposta dal governo in città e provincia. I presidenti di Confcommercio e Confesercenti temono un tracollo delle migliaia d’attività tradizionali, a favore dei centri della grande distribuzione. Tale eventualità porterebbe al fallimento di molte piccole attività, impossibilitate ad assumere altro personale per le ore in più. Tutte preoccupazioni emerse ieri, nel corso di un incontro a tema con la commissione comunale per lo Sviluppo Economico e Turistico. «I piccoli esercizi hanno anche una valenza sociale, il rischio è una polarizzazione verso i grandi centri commerciali a discapito delle rivendite sotto casa», afferma il direttore provinciale di ConfCommercio, Giuseppe Scura «l’impianto normativo regionale ha tra i principi cardine quello di creare un equilibrio tra le varie realtà produttive». Pareri simili, oltre ad una precisa richiesta, sono quelli di Roberto Bolognese, presidente provinciale Confesercenti: «Ho timore che questa possa essere la pietra tombale per tanti commercianti di vicinato. Cagliari è la seconda città italiana dopo Roma a vivere di terziario. Chiedo che sia bloccata la norma per un consulto da parte della Regione, il Comune si faccia interprete di tale istanza, come già accaduto in altre regioni italiane». In seguito a queste dichiarazioni, Pierluigi Mannino, membro della commissione comunale, ha proposto di lavorare ad una mozione da presentare al sindaco «perché s’interessi del problema e si metta in contatto con la Regione». D’accordo con l’idea della mozione anche il vice presidente Paolo Casu «anche se», sostiene «mi allarma il silenzio di Luigi Crisponi, assessore regionale al Turismo, che si è limitato a dire che non si può continuare così e che avrebbe impugnato il decreto sulle liberalizzazioni. Detto da lui è un valore vuoto, sono solo proclami». Alla fine, il presidente della commissione comunale Sviluppo Economico e Turistico, Raimondo Perra, accoglie la richiesta: «Stileremo la mozione in tempi brevi, in modo che Zedda possa investire la Regione di questo problema. Spetta a quest’ultima legiferare in materia, non certo al governo nazionale». Paolo Rapeanu Sardegna Quotidiano Si lavora alla mozione per impegnare Sindaco e Consiglio al fine di ottenere dalla Regione l'impugnazione della norma in questione. Una norma che, se applicata, potrebbe decretare la chiusura delle piccole attività e la morte dei centri storici e dei luoghi vocati, tradizionalmente, al commercio. Simili "liberalizzazioni" non fanno altro che favorire la concentrazione nelle mani di chi ha più risorse economiche, nelle mani dei grandi gruppi e dei produttori. Produttori che da anni si stanno impossessando della distribuzione. Vogliamo un futuro da liberi imprenditori o da sempre meno liberi dipendenti? Monti ripensaci! |
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Post n°818 pubblicato il 06 Gennaio 2012 da unamicoincomune
Saldi o non saldi, questo e' il dilemma. E'arrivato il primo dei due appuntamenti annuali con le vendite di fine stagione ed iniziano le solite tiritere tipiche del periodo. Il paradosso iniziale sta proprio nel nome dato a questo tipo di vendite che non rispecchiano certo l'andamento stagionale visto che tali vendite iniziano nel pieno della stagione, del rigore invernale e dell'afa estiva. Una follia, una follia nata dalle esigenze di chi? Dei commercianti? Non credo visto che questi avrebbero interesse a vendere a prezzo pieno, gratificando i clienti con trattamenti di favore utili ad appagare non solo le tasche ma anche i sentimenti e l'amore proprio. E allora? Chi ha interesse a tale tipo di vendita? Ben quattro mesi su dodici dedicati ai ribassi, senza contare i mesi concessi per le vendite promozionali. In totale, insomma, ben 9 mesi su dodici di possibili vendite a prezzi ribassati e soli tre mesi di vendita a prezzo pieno. Chi si avvantaggia di tutto ciò?ovviamente i produttori e i grandi gruppi commerciali che puntano piu' sulle vendite di quantità che sulla qualità. Insomma, la dura legge dei numeri domina la scena e chi ci perde? Il piccolo commercio, le imprese familiari e tutto il mondo ad esse collegato. Per non parlare poi delle conseguenze negative per le città, i piccoli paesi e i relativi centri storico commerciali. Un primo colpo al sistema economico locale era stato dato dall'ampliamento del tempo destinato alle vendite di fine stagione negli anni 80, poi un secondo colpo arrivo' dalla liberalizzazione delle licenze voluto da Bersani ed ora un terzo, nefasto, colpo arriva dalla liberalizzazione degli orari delle attività commerciali. Chi si avvantaggia di ciò? Sempre i piu' forti, i grandi gruppi che possono permettersi un maggior numero di dipendenti, pedine nella scacchiera del mercato globale e selvaggio. Siamo sicuri che la strada intrapresa sia quella giusta? E che fine faranno i rapporti interpersonali? La famiglia e, di conseguenza, la stessa società? Fare impresa e' lecito, giusto ed encomiabile ma non bisogna perdere di vista l'aspetto umano del lavoro. Non si vive di solo profitto, anzi, al giorno d'oggi di profitto e consumismo si muore. Forse e' arrivato il momento di riflettere e di riportare al centro dell'attenzione l'essere umano e il suo fondamentale ed essenziale nucleo sociale, la famiglia e gli affetti. Questa e' la vera sfida e, forse, la chiave di volta per il successo della politica e la sopravvivenza della società degli uomini. Buona riflessione. |
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AL VERO GABBIANO JONATHAN
La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.Ma a sue spese scoprì che, a pensarla in quel modo, non è facile poi trovare amici, fra gli altri uccelli.
SE
"Se" Se saprai conservare la testa, quando intorno a te tutti perderanno la loro, e te ne incolperanno; Se crederai in te stesso, quando tutti dubiteranno, ma saprai intendere il loro dubbio; Se saprai aspettare, senza stancarti dell'attesa, ed essere calunniato senza calunniare o essere odiato senza dar sfogo all'odio e, non apparire troppo bello, ne parlare troppo saggio; Se saprai sognare, e non rendere i sogni tuoi padroni; se saprai pensare, e non fare dei pensieri il tuo fine; se saprai incontrare il Trionfo e il Disastro, e trattare questi due impostori nello stesso modo; Se saprai sopportare di sentire quello che hai detto di giusto falsato dai ribaldi per farne trappola ai creduli o vedere le cose per cui hai dato la vita, spezzate e curvarti e ricostruirle con utensili logorati; Se saprai fare un mucchio di tutte le vicende e rischiarlo in un giro di testa e croce; E perdere e ricominciare da capo e non fiatar verbo sulle tue perdite; Se saprai forzare il tuo cuore e i nervi e i tendini per aiutare il tuo volere, anche quando essi sono consumati; e così resistere quando non c'è più nulla in te tranne che la volontà che dice loro: "reggete!" Se saprai parlare con le folle e mantenere le tue virtù e passeggiare con i Re e non perdere la semplicità; Se ne nemici, ne prediletti amici avranno il potere di offenderti, se tutti gli uomini conteranno ma nessuno conterà troppo; se saprai riempire il minuto che non perdona, coprendo una distanza che valga i sessanta secondi; Tuo sarà il mondo e tutto ciò che contiene e, ciò che conta, sarai un uomo,figlio! Rudyard Kipling
EINAUDI
"Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l'orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi." - Luigi Einaudi
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