Creato da Akilleys il 11/06/2006

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Post n°88 pubblicato il 09 Dicembre 2006 da Akilleys
 

La notte era lieve e azzurra quando ritornarono sulla terra. L'ora del coprifuoco per gli ebrei era trascorsa e, nonostante Golda glielo avesse proibito, Erni non potè trattenersi dal seguirla nascostamente a una ventina di metri, lungo le straduzze oscure e deserte del Marais. Il passo metallico d'una pattuglia la costrinse a rifugiarsi in un andito; rintanato anche lui, Erni fu contento di non averla lasciata andar sola incontro alla cattura. Ma la pattuglia passò, e la figuretta claudicante di Golda si lanciò di nuovo nella notte. Giunta al vicolo, con grande stupore di Erni, si voltò, agitò un braccio e scomparve.
Erni ritornò senza incidenti a rue des Ecouffes, chiuse gli occhi e s'addormentò. Svegliandosi, scoprì sul cuscino qualche filo d'erba lasciatovi dalla fidanzata. Li avvolse con cura in un fazzoletto e se li pose in seno, tra pelle e camicia. Poi andò a lavoro e incominciò a far piani per l'avvenire, nel suo cervello i progetti prendevan forma e crollavano uno dopo l'altro. Il lavoro di Erni consisteva nel tendere e inchiodare le pelli di montone grezze che il signor Zwingler, titolare, beato lui, d'una tessera verde, vendeva all'esercito tedesco confezionate in giacchettoni. Con la bocca piena di spilli, tra le mani il martelletto da pellicciaio, Erni lottava contro la tentazione che si sentiva crescere dentro, la tentazione della "piccola felicità degli uomini semplici". La logica vuole, aveva detto la sera prima, che ci arrestino tutti. La logica, gli aveva risposto Golda, vuole che io ti ami e che continui a stare con i miei. La logica? Ma a seguir questa logica, non c'è il rischio, alla lunga, di crepare?... Eppure Golda aveva ragione, fuggire non potevano, potevano soltanto amarsi in margine al comune destino: pochi giorni, poche settimane. "Forse qualche mese, chissà..." esclamò Erni d'un tratto, fuor di sè dalla gioia; i suoi compagni di lavoro si spaventarono.
A mezzogiorno la ragazza non era sul marciapiede di fronte; eppure sapeva quanto costi un minuto d'ansia. I genitori le avevano impedito di uscir di casa? O forse...
Al tocco della mezza, Erni s'avviò lentamente verso il vicolo; gli ultimi cento metri li fece di corsa, ma, giunto all'angolo, si fermò. Passò un'ora, così. Addossato alla casa, Erni cercava di porre freno ai battiti del cuore. Quando alla fine s'avventurò nel vicolo, la portinaia sporse il collo da una specie di oblò, aprì la bocca, la richiuse. Al primo piano, Erni s'aggrappò al corrimano; poi ebbe l'impressione di andar su senza fatica, come trainato da una fune agganciata nel suo ventre, un cordone ombelicale. Bastò che si lasciasse tirare da quell'orribile cosa, e quando si trovò dinanzi alla porticina sprangata col catenaccio, sullo stipite vide segnato il destino degli Engelbaum.
La portinaia lo aspettava al pianterreno. Aveva nel palmo l'armonica di Golda. Era una di quelle portinaie parigine, vestaglia e ricci a cavatappo, che sembra ce l'abbiano con voi, come per colpa vostra fossero state ridotte al confino perpetuo nello sgabbiotto. La prima volta che Erni le aveva rivolto la parola, per chiedere dove stavano gli Engelbaum, lei aveva strappato la testa dall'oblò e rimbeccato, irosa: "Dove sono sempre stati!" Ma oggi, era lì, intimidita, in fondo alla scala, appoggiata al pomo d'ottone, i grigi cernecchi che le penzolavano sulla fronte e sulle guance, come volessero nascondere la sua ingrigita carne di talpa vecchia; e nel cavo del palmo, la piccola armonica di Golda, schiacciata e contorta come fosse stata impugnata da una mano d'acciaio, esprimeva tutto quello che la portinaia aveva da dire. Ma il silenzio di Erni la sconcertò:
"Gliel'avrei voluto dire, un momento fa," spiegò. "Ma questi sono i miei terzi ebrei, adesso preferisco lasciare che la gente vada su. Non sono buona a dirle, le cose, io, nè cattiva come dicono. Ecco."
Inebetito, Erni portò l'armonica alle labbra: ne uscì un sibilo gracile e sgradevole.
"Ci hanno camminato sopra. Lei me l'ha gettata e m'ha detto: il ragazzo, e io ho capito che era lei. Perchè le capisco le cose, io, e uno di quei tali l'ha tirata su per vedere cos'era, forse pensava fosse roba di valore, o forse voleva soltanto vedere cosa fosse... e ci ha messo su il tacco. Poi sono saliti sul camion e... lei sa cosa significa, ah!"
"Non importa," balbettò Erni, "si può ancora riparare."

[...]

Era ridicolo il nome di Drancy sul frontone di quella stazioncina della periferia parigina; con le banchine scoperte, l'orologio patriarcale su cui il tempo pareva trascorrere in punta di piedi, alla francese, e la fretta anonima dei viaggiatori, quell'uomo col berretto che ritirava i biglietti senza neanche degnarli d'una occhiata, appoggiato alla staccionata che si affacciava sull'intera città accarezzata dallo smorto sole dell'Ile de France, niente indicava, neppure agli occhi di chi sapeva, l'esistenza del campo di concentramento che solo a nominarlo riempiva di terrore i bambini ebrei, più d'ogni altra evocazione diabolica.
Erni provò ancora una volta l'impressione che aveva avuto spesso durante la sua vita: di stupore, di scoramento dinanzi allo straordinario potere che ha l'uomo di creare la sofferenza con niente, o quasi. Il cielo sopra i tetti di Drancy non era meno dolce, meno puro, meno intessuto di promesse di quello che aveva visto, in riva alla Schlosse, fiorire un inferno infantile; non meno sereno delle nuvole che sogguardavano dall'alto l'annientamento del 429° reggimento di fanteria straniero; la ritirata, l'inverecondia della disperazione di Erni. L'indomani del bombardamento al fosforo degli aerei americani, la città di Saint-Nazaire, distrutta per tre quarti a sentire i giornali, si ridestò sotto un cielo di seta. Le cose non partecipavano all'agitazione degli uomini. Drancy nascondeva in sè un ascesso, donde spurgava un'incredibile quantità di sofferenze: ma niente lo lasciava trapelare, nè la città, nè il cielo. Erni prese per dove gli aveva indicato il bigliettario, camminò un pezzo, vide profilarsi una massa di cemento che pareva signoreggiare sopra le tettoie intorno, infilò una strada male asfaltata e d'un tratto si trovò di fronte l'enorme caseggiato doppio, che pareva sorto bell'e fatto dall'ampia distesa degli orti e dei terreni da costruzione in mezzo ai quali s'ergeva simile ad una fortezza di bronzo. Un ciclista che gli veniva dietro lo superò al passo, pedalando ben in mezzo tra la muraglia irta di fili di ferro spinato, da una parte, e, dall'altra, le basse casupole che fronteggiavano il campo di concentramento; nel passare, il ciclista salutò con un rapido cenno di mano il picchetto di gendarmi ritti dinanzi il portone, o per meglio dire alla porticina di legno d'acero, e piegando a sinistra frenò lungo il marciapiede, entrò fischiettando in una osteria lì presso; aveva guance rosse di sole ed occhi lucidi di sete, di vita. L'ombra del filo spinato sfiorava la linea del marciapiede.
Erni si piantò davanti ai due gendarmi di sentinella, e disse:
"Vorrei essere ammesso al campo, per favore. Sono ebreo."
poi si sistemò sotto il braccio il fagotto degli Anziani di Zemyock e fece un inchino.
"Dì, hai sentito?" disse il primo gendarme indicando la stella di Erni, "è ebreo. Consequenzialmente, io allora sono un gendarme."
"Le visite sono proibite," disse l'altro in tono secco e ufficiale.
"Ma se lei ha un pacco da lasciare, faremo in modo..."
Strizzò l'occhio, greve, rivolto al primo gendarme, che battè sulla spalla di Erni berciando. "Lei può entrare, se vuole: ma uscire! Oh!"
Erni aspettò che le risate si spegnessero.
"Proprio così," disse, e la sua voce era piena di deferenza: "proprio, voglio entrare, e so che non si esce."

dall' "Ultimo dei giusti", di Andrè Schwarz-Bart


"... pieno di aggettivi..." 
Ovvero dedicato alla solita parola, quella che talvolta non trovo. immagine  Ah... che desperassiòn de tosato! immagine

 
 
 
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