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Messaggi di Febbraio 2018

Dopo la Cina anche Giappone inizia a vendere Bond Usa

Post n°4181 pubblicato il 28 Febbraio 2018 da ninograg1
 

Fonte: WSI 28 febbraio 2018, di Livia Liberatore

 

Nelle ultime tre settimane, gli investitori giapponesi hanno venduto titoli del Tesoro Usa e altre obbligazioni in dollari. A spingere verso questa direzione è la paura che il bilancio dell’amministrazione di Donald Trump e le altre politiche del presidente stiano puntando a un dollaro debole. Gli investitori e il governo del Giappone possiedono oggi quasi 1100 miliardi di dollari in Treasuries Usa ma questa cifra potrebbe risultare ridotta al prossimo conteggio.

Masahiro Kawagishi, Chief Investment Officer di Fixed Head di Nomura Asset Management, ha affermato che lui e il suo team hanno trasferito fondi da attività denominate in dollari a titoli di debito in India, Malesia e altre economie emergenti. Kawagishi sostiene che “un portafoglio centrato sul dollaro non è solido”, considerando che “l’avvento dell’amministrazione Trump sta causando preoccupazioni sul fatto che il dollaro potrebbe non essere più la stessa valuta chiave di prima”.

I dati del Ministero delle Finanze citati dal Wall Street Journal non suddividono le attività per Paese, ma secondo il giornale è una scommessa sicura ritenere che la maggior parte dei 19,6 miliardi di dollari netti di titoli di debito internazionali venduti siano denominati in dollari. Anche il movimento nel cambio USD / JPY e dei Treasuries nelle scorse tre settimane suggerisce questo. L’analisi va oltre e cita altri investitori preoccupati per il budget degli Stati Uniti e il deficit commerciale dell’economia.

Ma secondo il Wsj non esiste una alternativa analoga e la diversificazione al di fuori delle partecipazioni denominate in dollari non potrà andare così lontano. A gennaio 2018, una fonte anonima di Pechino sentita da Bloomberg aveva detto che la Cina stava valutando di rivedere la sua politica di gestione delle riserve valutarie, riducendo l’ammontare dei bond USA detenuti, anche per reagire alla politica dell’amministrazione Trump. Nel rapporto finanziario annuale del 2017 il Tesoro Usa ha dichiarato una perdita di bilancio di 1200 miliardi nell’anno.

 

 
 
 

Tav, non c’erano ragioni per sostenere anni di lavori. Ma allora perché li abbiamo iniziati?

Post n°4180 pubblicato il 27 Febbraio 2018 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano di Antonio Calafati Ambiente & Veleni | 27 febbraio 2018

Della vicenda della Tav in Val di Susa ciò che colpisce è la sua capacità di far perdere ad analisti, giornalisti e politici il filo di un pensare razionale. In una società – e in un tempo – che del calcolo razionale ha fatto il suo ancoraggio, la Tav in Val di Susa è una decisione collettiva che i suoi promotori hanno collocato in uno spazio nel quale la logica e l’evidenza empirica non trovano posto. Chi si oppone alla realizzazione dell’opera ha le sue ragioni e le ha rappresentate con un movimento che ha assunto un rilievo politico forte. Da quando nel 2006 scrissi un piccolo libro sul tema (Dove sono le ragioni del sì? La Tav in Val di Susa nella società della conoscenza, Torino, Seb 27, 2006) il mio interesse maggiore è però andato alle “ragioni del sì”: come argomentano la loro posizione coloro che sono favorevoli all’opera?

Ciò che mi affascina di questa vicenda è come sia possibile che la realizzazione dell’opera sia giustificata con argomentazioni contraddittorie e senza alcun fondamento empirico, con un pensiero che viola ogni elementare principio di razionalità collettiva. Come sia possibile che l’opinione pubblica non si accorga che chi sostiene l’opera non ha ragioni razionali per farlo. Un incantesimo che dura da oltre un decennio, un mistero.

Il crescendo di stupore con il quale ho seguito questa vicenda leggendo nell’autunno del 2005 leggevo i tre maggiori quotidiani italiani (Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa) è diventato a un certo punto rassegnazione. Avevo letto incredulo che gli ingenti costi sociali che l’opera, per consenso unanime, avrebbe comportato nella fase di realizzazione e di attività erano banali “servitù”. Avevo letto sgomento che l’opera bisognava farla perché era “cosa buona e giusta”, perché ci permetteva di non perdere “i mercati dei Balcani”, perché era la “Modernità”, perché non farla “era una fiammeggiante rappresentazione del nostro fermarci ai confini”. Avevo letto che la Valutazione di impatto ambientale era una richiesta di isterici che si interessavano alla sorte degli “scorfani maculati”.

Avevo letto – e riportato nel libro – molte altre affermazioni prive di senso logico e valore empirico, affermazioni di commentatori autorevoli che sulla Tav in Val  di Susa si esprimevano come confusi sciamani. E non ho mai capito perché lo hanno fatto. Poi il suggello finale: in un dibattito radiofonico quella che allora era una persona chiave dell’Osservatorio sulla Tav mi contesta dicendo che gli antichi romani tutti questi studi di impatto non li facevano quando decidevano di costruire una strada…

Sono trascorsi molti anni e l’incantesimo non si scioglie. Ora il governo italiano ammette che le previsioni di traffico addotte a sostegno dell’opera – già più volte ri-progettata – sono assurdamente sovrastimate: l’opera sulla  base di queste previsioni non si giustifica. Però, poi aggiunge che l’opera si farà ugualmente. Si inizia un’opera che richiede ingenti risorse economiche, che richiederà anni e anni per essere completata ed entrare in uso sapendo prima di iniziare che nessun calcolo razionale la giustifica? Ma che storia!
Per quanto tempo ancora continuerà l’incantesimo? Che cosa ha questa opera perché l’intenzione di realizzarla sopravviva all’assenza di ragioni per realizzarla? Non è nel potere delle lobby che va cercata la risposta, bensì nei caratteri del dibattito pubblico italiano. Non riusciamo più a mettere a fuoco collettivamente neanche l’assurdità di affermazioni palesemente irragionevoli. Qualche pilastro della nostra democrazia deve aver ceduto.

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Ambiente & Veleni | 27 febbraio 2018


 
 
 

Bollette luce: la vera stangata arriverà nel 2019

Post n°4179 pubblicato il 26 Febbraio 2018 da ninograg1
 

Fonte: WSI 26 febbraio 2018, di Alessandra Caparello

 

ROMA (WSI) –  Negli ultimi giorni non si fa altro che parlare delle bollette dei contribuenti morosi che finiranno per essere pagate da tutti ma un’altra novità è dietro l’angolo e rischia di accendere l'ennesima polemica.

Secondo quanto rende noto il Codacons nel 2019 si attende una vera e propria stangata sulle bollette della luce per la fine del mercato tutelato e il passaggio a quello libero.  L’associazione dei consumatori ha calcolato che quest’anno una famiglia media pagherà 68 euro in più per la luce, facendo lievitare il conto annuale da 467 a 535 euro.

Ma con la fine del mercato a maggior tutela e con conseguente mercato libero, con tanto di prezzi decisi delle compagnie, senza che lo Stato possa metterci il becco, il rischio stangata è assicurato dice il Codacons. Ovviamente, visti certi precedenti delle liberalizzazioni, il timore infatti è che la solita conseguenza sarà quella dell’innalzamento dei prezzi.

Inoltre il salasso specie per chi la seconda casa lo si è già visto. Come previsto dalla riforma decisa dell’Autorità per l’energia, la nuova Arera, dal 1° o gennaio dello scorso anno i non residenti devono pagare circa il 20 euro al mese di base, anche senza consumi. In un anno l’aumento per è possessori di seconde case è arrivato fino a 130 euro. Si possono sempre cercare prezzi più bassi sul mercato ma il risparmio che si riuscirà ad ottenere è però ridotto.

Questo perché i costi fissi pesano in media per la metà dell’importo in bolletta , dunque il risparmio possibile è molto contenuto. Senza contare che la libera concorrenza a volte produce un innalzamento verso l’alto dei prezzi piuttosto che una discesa.

 

 
 
 

Facebook e la (dura) legge europea

Post n°4178 pubblicato il 25 Febbraio 2018 da ninograg1
 

Fonte: Punto Informatico di Alfonso Maruccia


Roma - Se oltreoceano i pentiti del social network pensano a iniziative in grado di liberare i giovani dal disturbo ossessivo-compulsivo degli aggiornamenti di stato e delle chat tra "amici", in Europa le autorità pensano piuttosto a condannare il più esteso business della socialità telematica per il mancato rispetto della privacy e delle leggi locali.

È successo ad esempio in Germania, dove la settimana scorsa una corte ha dato ragione all'associazione dei consumatori Verbraucherzentrale Bundesverband (vzbv) nella sua contesa legale contro Facebook. Motivo del contendere: il mancato consenso dell'utente sulle pratiche di raccolta dei dati.

Per vzbv - e quindi per il giudice che ha dato ragione all'associazione - Facebook non ha fatto abbastanza per informare gli utenti in merito alle opzioni sulla privacy abilitate di default nella app mobile ufficiale, potendo ad esempio tracciare la location dell'utente (comunicandola all'interlocutore nelle chat) senza prima chiedere il consenso informato all'operazione.

Ancora più dura è stata poi la sanzione decisa dalla Corte di Bruxelles, in Belgio, in merito a un caso promosso dalla Commissione sulla privacy del paese: Facebook ha raccolto i dati degli utenti e li ha tracciati (tramite pixel invisibili) in maniera illegale, e ora la corporation statunitense dovrà cancellare tutti i dati sulle abitudini di navigazione dei cittadini belgi.

L'alternativa, per il social network, è vedersi comminata una multa da €250.000 al giorno fino a un massimo di €100 milioni. Inutile dirlo, la sentenza è stata accolta con "disappunto" da Facebook mentre il Segretario di Stato Philippe De Backer ha salutato la decisione dei giudici come "una vittoria per la privacy" senza se e senza ma.

Alfonso Maruccia

 
 
 

Jean Claude Juncker è stato lucidissimo. Ecco cosa ci aspetta dopo il voto

Post n°4177 pubblicato il 23 Febbraio 2018 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Elezioni Politiche 2018 | 23 febbraio 2018

Di fronte alle dichiarazioni di Jean Claude Juncker qualche commentatore ha sostenuto che erano estemporanee e che hanno spaventato i mercati. In qualche modo Juncker si confermerebbe come un eurocrate con qualche vizietto etilico che ogni tanto fa dichiarazioni improvvide da cui poi torna indietro.

Io penso al contrario che Juncker sia stato lucidissimo e che le sue dichiarazioni straccino il velo delle menzogne che i principali partiti spargono a piene mani nella campagna elettorale.

L’obiettivo di Juncker mi pare molto evidente: preparare i mercati ad aggredire l’Italia il giorno dopo le elezioni, far salire lo spread sui titoli di Stato e porre le condizioni per un governo di unità nazionale. L’Unione Europea, infatti, vuole applicare il fiscal compact – votato da centro destra e centro sinistra 4 anni fa – e quindi obbligare il governo italiano a recuperare 50 miliardi l’anno attraverso stangate o privatizzazioni. L’unico modo per praticare questa guerra contro il popolo italiano è quella di terrorizzare il popolo italiano in modo da annichilirlo e quindi di avere un governo di unità nazionale, in cui i maggiori partiti siano coinvolti. Perché nella migliore tradizione mafiosa, il lavoro sporco si fa “tutti assieme”.

Juncker non ha spaventato i mercati ma ha detto ai mercati – cioè ai banchieri e agli speculatori che fanno parte della classe dominante come Juncker – che dopo il 5 possono e devono cominciare a speculare sull’Italia e parimenti ha indicato la strada in cui l’Italia si dovrà incamminare: un devastante processo di privatizzazione che è – per quegli stessi banchieri e speculatori – una ghiottissima occasione per spolpare una volta di più il bel paese.

Da questo punto di vista le lamentele dei principali partiti politici sono pura ipocrisia perché condividono con Juncker l’obiettivo di applicare il fiscal compact, sia pure con varianti diverse. Al centro destra e al centro sinistra – di cui giova ricordare che fanno parte Lega e LeU, che hanno votato il pareggio di bilancio in Costituzione e che non chiedono di toglierlo – si è aggiunto anche il Movimento 5 Stelle che su questi temi ha cambiato radicalmente posizione. Mentre i 5 stelle di Beppe Grillo erano per fare il referendum sull’euro, i 5 Stelle di Di Maio propongono nel loro programma di tagliare il debito pubblico di 40 punti in 10 anni. Visto che il fiscal compact prevede il taglio di 70 punti di debito in 20 anni, chiunque può facilmente capire che i 5 Stelle propongono di applicare una versione peggiorata del fiscal compact (in cambio di una maggiore possibilità di manovra sul deficit). Si capisce perché Di Maio è stato accolto bene dalla City….

Parimenti è evidente che da Forza Italia al Pd, dai 5 stelle a Liberi e Uguali, tutti sono concordi sul fatto che – se necessario – occorrerà dar vita ad un governo del Presidente che guidi la transizione. La disponibilità ad un governo di unità nazionale – i cui pesi relativi e i cui partecipanti saranno definiti dalle elezioni – ma il cui obiettivo già definito è l’applicazione del fiscal compact, non solo è chiara, ma è anche condivisa da queste liste. Non sto dicendo che sono uguali: sto dicendo che sono le ali di destra, di centro e di sinistra dello schieramento disposto ad applicare i trattati europei così come sono.

Le dichiarazioni di Juncker non rappresentano quindi il biascicare dell’ubriaco: sono il primo segnale di una aggressione speculativa sull’Italia che determinando un clima di emergenza – Monti docet – porrà la “necessità” di “unire le forze responsabili” per “dare un governo la paese” evitando il default.

Questa è cosa ci aspetta dopo le elezioni: ovviamente i terminali italiani di questa operazione non ne parlano nemmeno sotto tortura: sono troppo impegnati a far promesse che non manterranno. Questo spiega anche perché la lista Potere al popolo sia stata così pesantemente oscurata: al popolo italiano non far sapere che oltre ai liberisti e ai fascisti esiste anche una sinistra antiliberista che propone un’alternativa concreta.

Perché i soldi ci sono, bisogna prenderli a chi ne ha troppi, invece di continuare a strangolare coloro che non ne hanno più e spingerli alla guerra tra i poveri.  Il voto a Potere al Popolo non solo è utile, è necessario!

Elezioni Politiche 2018 | 23 febbraio 2018
 
 
 

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