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Post n°4595 pubblicato il 04 Agosto 2020 da ninograg1

il blog va in ferie....

il blogger continua a lavorare.

Buon agosto a tutti

 
 
 

I veri complottisti sono coloro che i complotti li ordiscono. Specie nella finanza

Post n°4594 pubblicato il 26 Luglio 2020 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Paolo Ercolani Zonaeuro - 25 Luglio 2020

 

L’11 dicembre 2010 l’autorevole The New York Times dava conto di un episodio assai significativo: “Il terzo mercoledì di ogni mese, nove membri di un’élite di Wall Street si ritrovano a Midtown Manhattan. Essi condividono un obiettivo comune: proteggere gli interessi delle grandi banche nel vasto mercato dei derivati, uno dei più redditizi e controversi settori della finanza. Essi condividono anche un comune segreto: i dettagli dei loro incontri, come anche le loro identità sono strettamente confidenziali […] In teoria, questo gruppo esiste per salvaguardare l’integrità di un mercato plurimiliardario. In pratica esso difende il dominio delle grandi banche”.

Nello stesso articolo si notava che il dominio delle grandi istituzioni finanziarie non si limitava al solo contesto economico, ma doveva colonizzare quel “potere politico” che in epoca recente aveva svolto (ma ormai perduto) il ruolo di guida e freno dello strapotere finanziario. Non si trattava di un proposito complesso, concludeva l’autorevole giornale, visto che il Congresso (il Parlamento statunitense, nda) è composto da elementi che in teoria dovrebbero svolgere il ruolo di rappresentanti del popolo, ma che spesso “hanno ricevuto dai banchieri ingenti contributi per la campagna elettorale”, e in virtù di ciò sapranno come ricompensare i propri benefattori al momento di promulgare o abolire leggi e regolamenti statali.

Un esempio? La legge Gramm-Leach-Bliley, promulgata il 12 novembre 1999 dopo anni di pressioni da parte dei poteri finanziari e delle banche. Questa legge eliminava la separazione fra banche commerciali (che prestano denaro) e banche di investimento (che curano la vendita di obbligazioni e azioni): ciò consentiva ai funzionari delle banche commerciali, incaricati di gestire i capitali dei comuni cittadini come anche delle piccole e medie imprese, di intraprendere attività rischiose come quelle delle banche di investimento, il cui obiettivo principale consiste nel massimizzare gli introiti di chi già è ricco. Qui erano i germi della crisi economica che ha colpito il mondo nel 2008.

Potrei andare avanti per molto con episodi ed esempi, ma mi fermo qui. Confido che quanto ho scritto serva a prendere atto di alcuni elementi: esiste un potere finanziario che opera nell’ombra e non è invenzione di presunti “complottisti”; questo potere è in grado per varie ragioni di dettare l’agenda politica alla grande maggioranza dei governi democraticamente eletti; sempre lo stesso potere opera con il fine unico e supremo di generare profitto, non importa se ciò avviene sulla pelle di intere popolazioni che si vedono private dei diritti e dei servizi sociali deputati a garantire un’esistenza dignitosa ai propri cittadini.

Per nulla al mondo vorrei inserirmi nella lista dei complottisti, ma quando si parla di finanza oggi dobbiamo prendere atto di un fatto: i veri complottisti sono coloro che i complotti li ordiscono. Un signore di nome George Orwell ci ha anche spiegato, attraverso un romanzo visionario e illuminante (1984), che qualunque potere in grado di ordire trame e complotti si avvale di una “neolingua” utile allo scopo.

La neolingua del nostro tempo, per capirci, è quella che definisce “frugali” paesi come Olanda, Irlanda e Lussemburgo, quando sostengono di voler contenere i fondi con cui provare a far ripartire i paesi più gravemente colpiti dal Covid-19 (come l’Italia). Ciò nello stesso momento in cui i medesimi paesi ottengono la gran parte dei propri introiti relativi alla fiscalità d’impresa grazie all’adozione di regole “accomodanti”: basti pensare che Olanda e Lussemburgo, da soli, ospitano quasi la metà degli “investimenti fantasma” nel mondo, cioè di investimenti apparenti che entrano ed escono dal paese attraverso strutture artificiali, così da eludere la tassazione dei paesi in cui quelle stesse strutture (altrimenti dette: imprese) operano fisicamente.

In Italia ne sappiamo qualcosa con la ex Fiat (oggi Fca), ma in generale si tratta di un meccanismo che ci vede perdere il 19% degli introiti fiscali delle imprese, mentre per la Francia si tratta del 24% e per la Germania del 28%. Perché questi paesi tollerano tutto ciò? Forse perché le rispettive classi politiche che li rappresentano in Europa sono in qualche modo finanziate da quelle imprese che turlupinano le rispettive popolazioni?

Molte altre sarebbero le domande, ma una mi sembra imporsi su tutte: al netto dell’apparente successo ottenuto dal governo Conte (e senza neppure pensare al disastro a cui saremmo andati incontro se al governo ci fossero stati complottisti e sovranisti come Salvini e Meloni, tanto estremisti a parole quanto sterili nei fatti), di quale Europa stiamo davvero parlando?

Sì, che Europa è quella che consente di far passare per “frugali” (dal latino frugi: sobrio) quei paesi che in realtà si ubriacano di liquidi finanziari a spese della comunità che paga le tasse nel modo corretto?!

 

 
 
 

Usa, siamo in piena guerra fredda 3D: tornare indietro non si può

Post n°4593 pubblicato il 19 Luglio 2020 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Mondo - 19 Luglio 2020

Gli eventi straordinari cambiano il mondo e spesso non si riesce a stare al loro passo. E’ quello che successe a Winston Churchill alla fine della seconda guerra mondiale, considerato un grandissimo statista in tempo di pace non venne rieletto a guerra finita. Il motivo? Voleva riportare il Regno Unito ai tempi d’oro pre-bellici.

Anche il 78enne Joe Biden, candidato democratico per la presidenza degli Stati Uniti, vuole spostare le lancette del tempo a 12 anni fa, quando era vicepresidente, per cancellare con un colpo di spugna l’amministrazione Trump e la catastrofe del Coronavirus. E’ questa la buccia di banana sulla quale il prossimo novembre il partito democratico americano potrebbe scivolare.

Possibile che nessuno si renda conto delle mutate condizioni geopolitiche mondiali, che non abbia intuito che siamo entrati nella guerra fredda in 3D dove si combatte in digitale e tornare indietro non si può più? Basta menzionare un’impresa, Huawei, al centro della guerra del 5G, un conflitto con ripercussioni enormi sulla tecnologia del futuro, quella del trasporto senza autista. E chi dire degli hacker, i moderni guerrieri eccellenti, le spie digitali che rubano di tutto – dai potenziali vaccini contro il Covid ai profili dei politici e dei volti celebri di Twitter?

Sullo sfondo di questo scenario apparentemente fantascientifico le rassicurazioni di Biden sul ritorno all’alleanza atlantica nata nel dopoguerra e funzionale alla vecchia guerra fredda appaiono fuori tempo più che anacronistiche. Il futuro è arrivato, lo stiamo vivendo e né Biden né il partito democratico che lo sostiene vogliono accettare questa verità. Donald Trump è stato solo strumentale per il cambiamento epocale in atto dall’inizio del secolo, forse il suo modo schizofrenico di fare politica ha accelerato la rottura degli equilibri del passato, ma non è stato certo lui o la sua amministrazione a cambiare il mondo.

La transizione è frutto della globalizzazione, della trasformazione epocale del moderno capitalismo ormai inarrestabile e con la quale bisogna imparare a convivere. Ed ecco i punti chiave, i confini della guerra fredda in 3D.

A livello politico il mondo ha metabolizzato il nazionalismo spocchioso di Trump, si pensi a paesi come la Polonia o l’Ungheria, ma anche al Regno Unito della Brexit; il mondo ha anche imparato a non fidarsi degli Stati Uniti ed a guardare a Washington non più come un ombrello protettivo ma come una nazione tra molte altre, anche se ancora grande ed importante. In questo contesto Pechino ha smesso di evitare qualsiasi confronto con Washington per paura di pestare i piedi alla superpotenza e ha iniziato a tessere una politica estera in aperta opposizione all’amministrazione Trump, si pensi all’accordo recente con l’Iran.

 

Cosa propone Biden? Un ritorno al passato di Obama, che in politica estera non è stato affatto glorioso, e a quello ancora più remoto dell’amministrazione Clinton. Così l’amministrazione Biden si opporrà all’annessione da parte di Israele del 30% della West Bank, ri-confirmerà gli accordi nucleari del 2015 con l’Iran, che Trump ha abbandonato nel 2018, purché Teheran faccia quanto promesso, e avrà un atteggiamento più scettico nei confronti di Putin. Tutte proposte interessanti ma che serviranno a ben poco per frenare le trasformazioni geopolitiche in atto, per rilanciare il primato degli Stati Uniti o garantire un equilibrio mondiale.

Sul piano economico il mondo ha capito che la dipendenza dal dollaro quale moneta di scambio internazionale è pericolosa perché condiziona il commercio internazionale e i tassi di cambio ai bisogni del tesoro americano. L’Unione Europea ha persino iniziato a studiare meccanismi per sostituire nelle transazioni internazionali il dollaro con l’euro. Biden, lo sappiamo, è ben visto a Wall Street, ciò significa che continuerà la politica monetaria di Trump, pompando liquidità dovunque scarseggi.

Anche in materia di ambiente l’assicurazione che una vittoria di Biden farà tornare Washington tra i sottoscrittori dell’accordo sul clima di Parigi è poca cosa, tutti sanno che per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici ci vuole ben altro.

Morale: con o senza una rielezione di Trump il declino degli Stati Uniti è inarrestabile, come fu per l’Unione Sovietica il viale del tramonto sarà lungo e passerà attraverso cambiamenti epocali, incomprensibili a una classe politica ferma ai tempi d’oro della supremazia americana.

 

 
 
 

Il lavoro nero è diffuso dappertutto, ma tra Nord e Sud ha un peso diverso

Fonte: Il Fatto Quotidiano Lavoce.info

Dal punto di vista dei numeri, la diffusione del lavoro nero non è poi molto diversa tra Nord e Sud. Ma nel Mezzogiorno è probabile che i lavoratori irregolari siano i soli occupati in famiglia, mentre non è così nelle regioni settentrionali

L’occupazione irregolare in Italia: le tendenze

La discussione sulle misure per sostenere le famiglie che la pandemia Covid19 ha privato di ogni reddito da lavoro ha riproposto la questione dell’occupazione irregolare, che era scomparsa dal dibattito pubblico dopo i tentativi di favorirne l’emersione nei primi anni Duemila. Con la chiusura forzata di quasi tutte le attività economiche si è scoperto che il reddito di cittadinanza non sarebbe stato sufficiente a coprire tutte le situazioni di grave disagio causato dalla perdita del lavoro, perché non pochi occupati irregolari non ne avevano fatto domanda, per il timore di subire gravi sanzioni in caso fossero stati scoperti.

L’“invenzione” del reddito di emergenza nel “decreto Rilancio” è stata spiegata soprattutto così. E anche in questa occasione si è detto che le regioni meridionali sarebbero state le più interessate dalla nuova misura.

Ma è proprio vero che l’occupazione non regolare è più diffusa nel Mezzogiorno?

Da oltre 20 anni l’Istat stima nelle statistiche di contabilità nazionale anche gli occupati non regolari, la cui prestazione lavorativa è svolta senza il rispetto della normativa in materia lavoristica, fiscale e contributiva. I criteri di stima sono cambiati più volte, ma pur con qualche approssimazione è possibile delineare le tendenze del tasso di irregolarità dell’occupazione, nel complesso e per grandi settori.

Come mostra la figura 1, la percentuale di occupazione irregolare dal 1995 al 2017 presenta un leggero andamento a U, con un brusco calo dal 2001 al 2003, dovuto alla più grande sanatoria degli immigrati irregolari, e una ripresa dal 2009 negli anni della grande recessione. Sia pure in modi e tempi diversi, anche i tassi di irregolarità dei quattro grandi settori presentano un andamento simile. Ma la ripresa del lavoro nero non ha suscitato grande attenzione, benché l’Italia sia, con Spagna e Grecia, il paese dell’Europa occidentale con il tasso di irregolarità di gran lunga più alto.

Dal tasso di irregolarità al tasso di occupazione irregolare

Il tasso di irregolarità, cioè la percentuale di occupazione non regolare sul totale, è utilizzato dall’Istat anche per rilevare le differenze territoriali. Come mostra la figura 2, il tasso di irregolarità per il 2017, ultimo anno disponibile, varia da valori pari o inferiori al 10% per cinque regioni settentrionali su sei, sino a valori pari o superiori al 15% per tutte le regioni meridionali, con una punta intorno al 20% per Calabria e Sicilia. Alle differenze territoriali nel tasso di disoccupazione, le più ampie tra i paesi europei, sembra si aggiungano forti differenze nella consistenza del lavoro non regolare.

..... il resto di seguito a questo link sul fatto Quotidiano

 
 
 

Fauci lancia l’allarme: “Coronavirus è mutato ed è più contagioso”

Post n°4591 pubblicato il 07 Luglio 2020 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. Alessandra Caparello

 

Mentre negli Stati Uniti si registrano in appena 24 ore circa 40mila nuovi casi di contagio da coronavirus, il consulente sanitario della Casa Bianca Anthony Fauci lancia l’allarme. Il virus può essere già mutato e diventato più contagioso.

La ricerca è in corso per confermare la possibile mutazione e le sue implicazioni, ha detto Fauci, aggiungendo che “c’è una piccola controversia al riguardo”. I virus mutano naturalmente e gli scienziati hanno già detto di aver osservato mutazioni minori nel coronavirus che non hanno influito sulla sua capacità di diffondersi o di causare il progredirsi della malattia in modo significativo.

Coronavirus: mutazione in corso?

La possibile mutazione che Fauci ha citato è stata riportata dagli ispettori del Los Alamos National Laboratory in un articolo pubblicato dalla rivista Cell e anche i virologi della Scripps Research in Florida hanno scritto sulla mutazione il mese scorso, dicendo che “migliora la trasmissione virale”. Non è chiaro quando la mutazione possa essersi verificata ma sottolinea Fauci “i dati mostrano che c’è una singola mutazione che rende il virus in grado di replicarsi meglio e forse di avere un alto carico virale”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il suo team di ricercatori globali hanno osservato più di 60.000 diverse sequenze genetiche del coronavirus raccolte da campioni prelevati in tutto il mondo.
Tutti i virus si evolvono, o mutano, nel corso della loro vita. I virus RNA come il coronavirus mutano più rapidamente di alcuni altri virus, ha detto il mese scorso i funzionari dell’OMS ai giornalisti, perché a differenza del DNA umano, i virus RNA non hanno un “controllo naturale degli errori”, il che significa che il codice del virus non può correggersi da solo.

I nuovi casi negli USA sono aumentati in 40 dei 50 stati americani, ma 25 mila dei 55mila nuovi casi di contagio sono concentrati in quattro stati: Arizona, California, Florida e Texas. L’amministrazione Trump continua a sostenere che l’alto numero di casi sia dovuto al gran numero di test effettuati,  ma ora le parole del virologo Fauci gettano nuove ombre sulla pandemia.

 

 
 
 
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