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Fondi per il Sud, chi li spende davvero?

Post n°4462 pubblicato il 23 Giugno 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 23 Giugno 2019 

A proposito di un emendamento che prevedeva di usare i fondi per il Sud nelle Regioni, il Ministro Barbara Lezzi ha dichiarato: “Questo emendamento, che aveva anche il parere contrario della Ragioneria dello Stato e che non verrà mai votato dai parlamentari del Sud del M5s – ha aggiunto – ha rappresentato un atto di totale scorrettezza. Chiunque lo abbia presentato, Lega o non Lega, dovrà chiedere scusa e dare delle spiegazioni”.

Dal punto di vista dei cittadini, l’idea di spostare sulle Regioni i fondi per il Sud può non essere malvagia, purché queste siano in grado di spenderli, i fondi. E purché siano Regioni del Sud, (come pare fosse scritto nell’emendamento, leggendo il pezzo sul Sole24Ore) visto che di fondi per il Sud si tratta. Invero, disponendo di un ministero per il Sud, ci si aspetta una visione dell’intervento che trascenda le prospettive limitate degli enti locali, in previsione di una visione di sistema e non localistica. Quindi, il processo innescato dall’emendamento, pare quantomeno contraddittorio.

 

E qui, va detto, i tanti eventi precedenti fanno sorgere qualche perplessità, visto che è una vecchia abitudine quella di parlare male, a bocca piena, del Sud spendaccione, usando con una mano i suoi soldi. Ripercorriamo allora, a grandi passi, le consuetudini invalse negli ultimi trent’anni di storia di patria e di spesa di fondi per il Sud. Ricordiamo che i fondi di Sviluppo e Coesione costituiscono uno strumento finanziario con cui si attuano le politiche per la rimozione degli squilibri economici e sociali nel paese, in attuazione dell’art. 119 della nostra Costituzione. Ricordiamo che la Legge di Stabilità per il 2014 (Letta Premier) aveva introdotto il principio di territorialità per i Piani di Sviluppo e Coesione, stabilendo che l’80% della spesa dovesse riguardare le regioni meridionali, proprio per attenuare i divari e realizzare le infrastrutture mancanti. Se quella percentuale è stata fissata, ci sarà una ragione, no? Una ripassata può far bene (qui prendo dati da La questione italiana di Francesco Barbagallo e da La questione meridionale in breve, di Guido Pescosolido). Quando nel 1994-95 Berlusconi e Dini definirono le “aree depresse del territorio nazionale”, beneficiarie dei finanziamenti europei, la Lega (all’epoca Lega Nord), già al Governo del Paese, vi incluse, tramite il proprio ministro, alcune delle aree più ricche e industrializzate d’Europa, in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. E qui la Cassa per il Mezzogiorno era già defunta, si badi bene. Questi interventi, poi, furono anche defiscalizzati. Dei trenta milioni di italiani che dovevano risultare beneficiari dei fondi europei in aree depresse, ben 11,5 erano settentrionali di “ricche aree depresse”.

Nel 2002, ancora, il governo Berlusconi istituì il Fondo per le Aree Sottoutilizzate (Fas), orientato all’unificazione delle risorse aggiuntive nazionali da destinare alle aree depresse. Il Cnel, però, ha valutato in 26 miliardi le risorse Fas dirottate verso impieghi diversi dalle originarie finalità del Fondo, contribuendo a sminuire, nel corso di un decennio, l’efficacia anche di questa misura, inizialmente pensata per le politiche di coesione. Come scrive Guido Pescosolido, la gestione dei fondi strutturali europei nei primi anni Duemila, affidata alle regioni, riuscì “a scrivere una storia di fallimenti a fronte della quale l’efficienza della Cassa (per il Mezzogiorno) rifulge di luce purissima”.

Proprio in quegli anni, la spesa pubblica per il Sud, in conto capitale, scendeva dal 41% al 32%. Scrive Francesco Barbagallo, “Tra il 2008 e il 2010 le risorse del Fas saranno destinate verso aree non comprese nelle politiche di coesione dirottate verso le tante emergenze prodotte dalla crisi”. Intanto, gli effetti si cumulano e il federalismo fiscale fa sentire il suo peso: già nel 2011 Svimez osservava che, in rapporto al Pil di area, i cittadini meridionali pagano più imposte degli abitanti del Centro-Nord. Le imposte comunali sono aumentate del 151% al Sud, nel resto del Paese dell’82%.

Come faceva osservare Adriano Giannola, tutto ciò comportava aumento della pressione fiscale e una contestuale fornitura di servizi insufficienti. Veniamo, infine, alla Legge di Stabilità 2015: come spiega bene Andrea Del Monaco nel saggio Sud Colonia tedesca – La questione meridionale oggi, Renzi decise di violare tale principio di territorialità, pagando gli sgravi contributivi del Jobs Act su tutto il territorio nazionale, prelevando ben 3,5 miliardi di euro. C’è da restar “depressi”, in effetti.

Economia & Lobby | 23 Giugno 2019

 

 

 
 
 

Svizzera e Norvegia, due modelli destinati a deludere le promesse di Brexit

Post n°4461 pubblicato il 21 Giugno 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 21 Giugno 2019, di Alberto Battaglia

 

Trovare un accordo sulla Brexit si è rivelato, finora, un’impresa impossibile. Ciò è dovuto, in primo luogo, ad una fondamentale incompatibilità fra le promesse dei promotori dell’uscita dall’Ue e gli accordi che sono materialmente praticabili. Infatti, si è palesato con chiarezza che è, ad esempio, impossibile mantenere l’accesso al mercato unico europeo senza accettare la libera circolazione delle persone – una delle libertà che i Brexiteer avrebbero voluto mettere a freno. Allo stesso tempo, riconquistare la libertà nella politica commerciale, non aderendo all’unione doganale, imporrebbe la costituzione di un confine e di una dogana fra la Repubblica d’Irlanda, che resterà nell’Ue, e i vicini del Nord, appartenenti al Regno Unito.

Eppure, altri Paesi europei mantengono rapporti di vicinato più o meno stretti con l’Ue, senza farne parte a pieno titolo. L’agenzia di rating Dbrs ha fatto il punto sugli accordi che regolano le relazioni fra l’Ue e la Norvegia e quelli fra Ue e Svizzera. In nessuno dei due casi, è bene precisarlo subito, le istanze dei Brexiteers sarebbero pienamente accolte. Pur di non diventare uno “stato vassallo” (l’espressione cara al possibile successore di May, Boris Johnson), il Regno Unito potrebbe dunque imboccare la strada di un recesso traumatico, senza accordo.

Dei due modelli, il più facile da replicare in tempi brevi, sarebbe quello norvegese. A differenza della Svizzera, la Norvegia non è solo membro dell’Area di libero scambio europea (Efta), ma anche dell’Area economica europea (Eea). Nei fatti, i norvegesi contribuiscono in misura ridotta al budget europeo e ottengono piena autonomia dalle leggi Ue in materia di gestione della pesca e dell’agricoltura. Inoltre, il Paese scandinavo non è soggetto alla politica di sicurezza comune e, cosa assai importante, può adottare in autonomia la politica commerciale e stringere accordi bilaterali. Per il resto, la Norvegia si potrebbe considerare un membro Ue che accetta in modo automatico le decisioni del blocco relative al mercato unico, senza sedere ai tavoli in cui tali regole vengono scritte. La Norvegia, inoltre, accetta la libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali.

Il modello svizzero si distingue da quello norvegese per il ben più corposo numero di accordi bilaterali (20 i principali, più ulteriori 100) che regolano le diverse materie della relazione. Essi sono stati raggiunti in un arco di tempo assai lungo, a partire dal 1972 (dall’adesione svizzera all’Efta). “Questi accordi garantiscono l’accesso per le imprese svizzere al mercato unico dell’Ue e disciplinano una serie di settori di cooperazione tra la Svizzera e l’Ue” scrive Dbrs, ricordando fra i passi fondamentali anche l’adesione al trattato di Schengen, nel 2004. Oltre al numero dei trattati, nella sostanza la differenza è che ciascun cambiamento nelle leggi che regolano il mercato unico europeo non viene automaticamente recepito, ma deve essere approvato via referendum. Questo sistema rende i rapporti fra Ue e Svizzera maggiormente “personalizzabili”. E’ stato spesso ribadito, però, che nel caso britannico non sarebbe mai stata concessa una Unione Europea à la carte. “Sebbene l’esclusivo modello della Svizzera con l’Ue offra flessibilità, sta subendo esso stesso dei cambiamenti e potrebbe non essere accettato dall’Ue come opzione per il Regno Unito nella sua forma attuale”, ha precisato l’agenzia di rating. Inoltre, anche se venisse realizzato quest’ultimo modello, il controllo sull’immigrazione dall’Europa resterebbe una promessa disattesa da parte dei promotori del Leave.

 

 
 
 

Bce, svolta di Weidmann mentre si avvicina scadenza del mandato di Draghi: “Il suo piano anti spread era legale”

Post n°4460 pubblicato il 20 Giugno 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 19 Giugno 2019   

Mentre l’economia dell’Eurozona e quella della “locomotiva tedesca” rallentano, il governatore della Bundesbank Jens Weidmann ammette di essersi sbagliato sullo scudo anti spread” concepito da Mario Draghi durante la crisi dei debiti sovrani dei Paesi della moneta unica. In un’intervista concessa all’edizione online del quotidiano tedesco Die Zeit, l'(ex) falco tedesco ricorda che “la Corte europea di giustizia ha preso in esame l’Omt e ha stabilito che è legale” e ammette: “La mia posizione non aveva una base legale. Era dettata dalla preoccupazione che la politica monetaria sarebbe finita nel vortice della politica di bilancio. Naturalmente, una banca centrale deve agire decisivamente nel peggior scenario, ma data la sua indipendenza, non dev’esserci alcun dubbio che agisce all’interno del suo mandato”.

Il tedesco, che per anni si è opposto alla politica accomodante dell’Eurotower e anche al quantitative easing rilanciato ieri da Draghi, era l’unico in seno al board Bce ad essersi sempre detto contrario al programma di acquisto illimitato di titoli di Stato Outright Monetary Transactions (Omt), messo a punto nell’estate 2012 dopo il famoso “whatever it takes” e mai utilizzato. Nel 2013 decine di migliaia di cittadini tedeschi coordinati e politici locali chiesero alla Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe di valutare se l’Omt travalicava il mandato dell’Eurotower. E Weidmann andò addirittura a testimoniare in aula contro il piano, sostenendo che ”non può essere compito della politica monetaria comprare tempo per l’azione sui bilanci”. Tre anni dopo la stessa Corte di Karlsruhe ha stabilito che il piano era compatibile con le regole europee

Weidmann, con questa mossa, ottiene anche di riposizionarsi nel tentativo di spianarsi la strada verso la poltrona di vertice della Bce, che Draghi lascerà a fine ottobre. Il tedesco è uno dei candidati con maggiori chance ma rischia di dover fare i conti con l’ostilità di paesi del Sud Europa.

 

di | 19 Giugno 2019

 
 
 

Berlino, abbiamo un problema – con la crescita

Post n°4459 pubblicato il 18 Giugno 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 17 Giugno 2019, di Alberto Battaglia

 

“La Germania è il grande problema economico dell’Europa, ma nessuno, a parte Washington, osa dirlo”: secondo l’economista Michael Ivanovitch, ex senior economist all’Ocse, il rallentamento della locomotiva d’Europa sarebbe una minaccia superiore rispetto alle tensioni commerciali. “Mario Draghi”, ha scritto Ivanovitch in un commento comparso su Cnbc, dovrebbe preoccuparsi piuttosto “del mercantilismo destabilizzante della Germania”.

Un segnale di cambiamento è stato richiesto il mese scorso in occasione di un incontro della Confindustria tedesca, la Bundesverband der Deutschen Industrie. Alla presenza della cancelliera Merkel, le imprese “hanno chiesto politiche economiche e finanziarie efficaci per sostenere le pmi” che anche in Germania producono oltre metà del Pil. A frenare questa parte dell’economia tedesca sono elevate tasse sui redditi societari (31%) “costi energetici elevati, infrastrutture digitali inadeguate, mancanza di connessioni in fibra ottica ad alta velocità”.

Ma il vero punto su cui insiste l’economista, è che finora la Germania non ha mai del tutto abbandonato un politica economica fondata sulla forza delle sue esportazioni.

“La Francia e il resto d’Europa – e, per inciso, anche gli Stati Uniti – avrebbero dovuto aspettarsi che la Germania spingesse la propria economia e comprasse più beni e servizi dai suoi principali partner commerciali”, ha scritto Ivanovich, “con un’eccedenza di bilancio dell’1,7% del Pil, un debito pubblico del 60,9% e un’eccedenza commerciale su beni e servizi dell’8% del Pil, la Germania avrebbe dovuto guidare la ripresa economica europea (e globale) stimolando la spesa interna e aprendo i suoi mercati”.

Sarebbe stata la Germania, pertanto, la forza economica in grado di fare quel deficit di cui spesso si parla in Italia, come sostegno alla domanda interna.

“Ma non succederà. Come sempre, la Francia, il resto dell’Europa e gli Stati Uniti pagheranno il conto del risveglio economico tedesco quando le aziende tedesche aumenteranno le loro vendite sui mercati esterni per sopravvivere”.

 

 
 
 

Neoliberismo, Stiglitz: “Per superarlo serve capitalismo progressista che tagli i legami tra potere economico e politica”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 15 Giugno 2019  

Il neoliberismo “è stato un fallimento spettacolare” e “deve essere dichiarato morto e sepolto“, visto che “la crescita economica è inferiore che nel quarto di secolo dopo la Seconda Guerra Mondiale e per la maggior parte è andata a vantaggio di chi è in cima alla scala dei redditi“. Per sostituirlo ci sono tre strade politiche: il nazionalismo di estrema destra, il riformismo di centro sinistra e la sinistra progressista. Solo quest’ultima propone una vera alternativa: un “capitalismo progressista” in cui lo Stato investe dove il mercato non arriva, governa il mercato per impedire che singoli individui possano “arricchirsi sfruttando gli altri ed estraendo ricchezza dalla rendita piuttosto che cercare di crearla” e fa tutto il possibile per “recidere il collegamento tra potere economico e influenza politica“. E’ la tesi dell’economista premio Nobel Joseph Stigltiz, che dettaglia la ricetta in un editoriale per Project Syndicate pubblicato da New York Times e Guardian.

“Il centro sinistra rappresenta il neoliberismo con un volto umano – scrive Stiglitz – Il suo obiettivo è portare nel Ventunesimo secolo le politiche dell’ex presidente Usa Bill Clinton e dell’ex primo ministro britannico Tony Blair, facendo poche e lievi modifiche alle modalità della finanziarizzazione e globalizzazione“. La destra nazionalista dal canto suo “rinnega la globalizzazione, incolpando i migranti e gli stranieri per tutti i problemi. Ma come ha mostrato la presidenza di Donald Trump, non è meno dedita a tagli fiscali per i ricchi, deregulation e riduzione o eliminazione dei programmi sociali“.

Al contrario “quello che io chiamo capitalismo progressista prescrive un’agenda economica radicalmente diversa, basata su quattro priorità”. La prima è “ristabilire un bilanciamento tra i mercati, lo Stato e la società civile. La bassa crescita dell’economia, la crescita delle diseguaglianze, l’instabilità finanziaria e il degrado dell’ambiente sono tutti problemi nati dal mercato, per cui non saranno corretti dal mercato da solo. I governi hanno il dovere di limitare e dar forma ai mercati attraverso una regolamentazione per l’ambiente, per la salute, per l’occupazione. E’ anche compito dello Stato fare ciò che il mercato non può o non vuole fare, come investire nella ricerca di base, nella tecnologia, nell’educazione e nella salute”.

La seconda priorità è “riconoscere che la ‘ricchezza delle nazioni’ è il risultato della ricerca scientifica e dell’organizzazione sociale che permette a grandi gruppi di persone di lavorare insieme per il bene comune”. Il mercato “può ancora avere un ruolo cruciale nel facilitare la cooperazione sociale, ma soltanto se governato da un sistema di regole e di controlli democratici. Se non è così, gli individui possono arricchirsi sfruttando gli altri ed estraendo ricchezza dalla rendita piuttosto che cercare di crearla. Molti dei ricchi di oggi hanno scelto la strada dello sfruttamento per arrivare dove sono, aiutati dalle politiche di Trump che hanno incoraggiato la ricerca della rendita distruggendo le fonti sottostanti di creazione di ricchezza. Il capitalismo progressista punta a fare precisamente l’opposto”. Come predicano il candidato socialista democratico alle elezioni presidenziali del 2020 Bernie Sanders e la deputata dem Alexandria Ocasio Cortez.

Questo porta alla terza priorità: “Affrontare il crescente problema del potere di mercato concentrato. Sfruttando vantaggi informativi, comprando potenziali competitor e creando barriere all’entrata, imprese dominanti sono in grado di mettere in atto uno sfruttamento della rendita su larga scala a detrimento di tutti gli altri. La crescita del potere di mercato delle imprese, in combinazione con il declino del potere contrattuale dei lavoratori spiega molto della forte crescita delle diseguaglianze e della bassa crescita dell’economia. Fino a che il governo non svolge un ruolo più ampio di quello che consigliano i neoliberisti, questi problemi non potranno che peggiorare, grazie all’avanzamento della robotizzazione e dell’intelligenza artificiale”.

Infine, il quarto punto nell’agenda progressista è “recidere il collegamento tra potere economico e influenza politica che vanno a braccetto specialmente dove, come in America, ricchi facoltosi o aziende possono spendere senza limiti nelle elezioni. Mentre gli Stati Uniti stanno diventando il paese dell’‘un dollaro un voto’, probabilmente il sistema dei pesi e contrappesi non può reggere: nulla riuscirà a vincolare il potere della ricchezza. Questo non è solo un problema morale e politico: le economie con meno ineguaglianze performano meglio. Le riforme del capitalismo progressista devono dunque iniziare a limitare l’influenza dei soldi in politica”.

La conclusione di Stiglitz è che “non c’è una pallottola magica che permetta di rimediare ai danni causati dalla ricetta neoliberista degli ultimi decenni. Ma un’agenda completa su questo linee può fare molto. Molto dipenderà dalla determinazione dei riformatori nel combattere problemi quali l’eccessivo potere di mercato e l’ineguaglianza delle classi sociali, e se sarà superiore alla risolutezza del settore privato nel crearli. Un’agenda completa deve puntare sull’educazione, la ricerca e le altre vere fonti di ricchezza. Deve proteggere l’ambiente e combattere il cambiamento climatico con la stessa vigilanza della Green New Dealers negli Stati Uniti e della Extinction Rebellion nel Regno Unito. E deve prevedere programmi pubblici che assicurino che a nessun cittadino vengono negati i requisiti base di una vita decente. Questi includono sicurezza economica, accesso al lavoro e a un reddito minimo, salute e un alloggio adeguato, una pensione e la qualità dell’istruzione per i figli. Le alternative offerte dai nazionalisti e dai neoliberali garantiscono maggiore stagnazione, ineguaglianza, degrado ambientale, conflittualità politica che potenzialmente conducono a un esito che non vogliamo nemmeno immaginare”.

di | 15 Giugno 2019

 
 
 
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