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Quantitative easing, il piano della Bce è fallito. Per ripartire occorre dare moneta all’economia reale

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 12 Febbraio 2019 

Qual è il bilancio finale del Quantitative easing? Il Qe appena terminato è stato sufficiente per evitare una nuova crisi dell’eurozona e, per quanto ci riguarda, dell’economia italiana? La risposta è negativa. Il programma di espansione monetaria lanciato dalla Banca centrale europea nel marzo 2015 e terminato alla fine di dicembre 2018 ha creato dal nulla moneta per ben 2600 miliardi di euro: una somma enorme, pari a circa il 20% del Pil dell’eurozona. Questa colossale liquidità è stata immessa a favore delle maggiori banche dell’area euro, con l’obiettivo ufficiale di contrastare le tendenze deflazionistiche e produrre reflazione. Quale il risultato?

La Bce è riuscita a mettere un’enorme pezza per salvare le banche tedesche e francesi afflitte dal peso dei titoli tossici (6800 miliardi) e quelle italiane e spagnole appesantite dai crediti inesigibili (900 miliardi), e per salvare gli Stati in forte difficoltà di bilancio – Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia – o in via di fallimento, come la Grecia. Tuttavia la Banca centrale europea non è riuscita a centrare né l’obiettivo ufficiale del Qe – inflazione stabilmente sotto, ma vicino al 2% – né l’obiettivo strategico: l’eurozona infatti è sempre in crisi e gli indicatori dell’economia sono ancora tutti pericolosamente declinanti.

In Italia la Bce, attraverso la Banca d’Italia, ha comprato titoli di Stato italiani per 363 miliardi di euro, una somma più che doppia rispetto al deficit di bilancio degli anni 2015-2018, che ammontava a soli 152 miliardi di euro. La Bce, imputandoli al bilancio della Banca d’Italia, ha assorbito quindi il doppio delle emissioni nette di nuovo debito pubblico: un impegno notevole che però ha prodotto risultati deludenti.

Il vero risultato positivo è che lo spread è diminuito. Il Qe ha ridotto di gran lunga il costo del debito pubblico nazionale. L’Italia ha risparmiato non meno di 15-20 miliardi all’anno. Denari che sono stati impiegati per erogare beni e servizi e anche per contenere le nuove emissioni, ossia per tenere sotto controllo il deficit. Ma il debito pubblico non è diminuito, nonostante l’avanzo primario di bilancio (da 20 anni lo Stato incassa più di quanto spende e dà il surplus alle banche per pagare gli interessi crescenti sul debito).

È stato mancato anche l’obiettivo della crescita dei prezzi al consumo: il deflatore dei consumi privati è stato dell’1,1% nel 2015, dovrebbe attestarsi alla medesima percentuale nel 2018, mentre per il 2019, il 2020 e 2021 si prevede (troppo ottimisticamente) rispettivamente 1,4%, 2,2% e 1,6%. L’Italia resta in una condizione di deflazione strutturale, derivata dalla forte carenza di domanda domestica e dal modello economico mercantilista basato sull’export e sui bassi salari.

Il problema principale è che nonostante il Qe e l’immissione di liquidità della Bce a favore delle banche, in Italia le banche non hanno aumentato il credito a favore dell’economia reale. Non a caso, secondo i dati del Monthly Outlook dell’Abi, il credito bancario erogato alle società non finanziarie e alle famiglie non solo non è aumentato con il Qe ma è anzi diminuito: è passato dai 1.420 miliardi del marzo 2015 ai 1.329 miliardi del dicembre scorso, con un saldo negativo di 91 miliardi, pari a circa il 5% del Pil. Ma se le banche commerciali private non fanno credito, il governo dovrebbe creare una banca pubblica di sviluppo per fare ripartire l’economia e assorbire il debito pubblico.

Le banche italiane, nel dicembre 2018, detenevano titoli di Stato per 395 miliardi, mentre erano 387 miliardi nel 2015. Questi dati confermano che il sistema bancario italiano non ha venduto i titoli di Stato per ottenere nuova liquidità: le banche italiane hanno preferito tenere in portafoglio i titoli pubblici che consentono di incassare interessi e non consumano capitale di vigilanza. Senza però concedere molto credito all’economia reale.

In conclusione, a parte l’effetto positivo sullo spread e sulla diminuzione degli interessi pagati dallo Stato italiano, il Qe non ha avuto alcun effetto significativo in Italia, né in termini di aumento del credito bancario a favore dell’economia reale né per l’incremento del livello dei prezzi al consumo.

Del resto probabilmente la Bce non poteva fare molto meglio. La Bce è infatti una banca centrale dimezzata: a differenza di tutte le altre banche centrali, in base al suo Statuto deciso a Maastricht non può aiutare gli Stati in difficoltà stampando moneta per monetizzare il loro debito pubblico. Non può intervenire neppure in caso di attacco speculativo. Inoltre ha come compito statutario principale quello di combattere l’inflazione, ma non quello di alimentare lo sviluppo e la piena occupazione. Quindi la Bce ha le mani legate.

Infine c’è un altro problema di fondo: nei sistemi monetari moderni, le banche centrali hanno un potere limitato. Infatti non possono aumentare direttamente la quantità di moneta (e quindi la domanda e l’inflazione) che circola nell’economia reale. Questo potere è invece proprio delle banche commerciali quando fanno credito ed erogano prestiti. Anche se la Bce salva le banche e aumenta le riserve bancarie (nell’eurozona le riserve liquide libere depositate presso la Bce sono pari alla cifra gigantesca di 1,8 triliardi di euro) non è affatto detto che poi le banche commerciali trovino conveniente fare nuovi prestiti a famiglie e imprese, già troppo indebitate in un’economia che non cresce. La Bce può pompare moneta ma “il cavallo ugualmente non beve”.

Se il credito è bloccato, la Bce dovrebbe allora fare helicopter money per fare crescere l’economia, cioè dare moneta direttamente all’economia reale. Basta fare due semplici calcoli: se i 2,6 triliardi del Qe fossero stati distribuiti non alle banche ma ai 340 milioni di abitanti dell’eurozona, allora ogni abitante (neonati compresi) avrebbe percepito circa 160 euro al mese per i 46 mesi del Qe.

Se i soldi fossero stati assegnati direttamente alle famiglie, alle imprese e agli Stati invece che alle banche, la domanda aggregata (consumi, investimenti, spesa pubblica) e l’inflazione si sarebbero riprese subito alla grande e avrebbero trascinato immediatamente al rialzo la produzione e l’occupazione. Ma la Bce ha preferito dare i soldi solo alle banche. Per questo motivo diventa necessario che il governo italiano emetta dei titoli/moneta complementari all’euro, i Titoli di Sconto Fiscale, per rilanciare l’economia e l’occupazione.

Zonaeuro | 12 Febbraio 2019

 

 

 
 
 

Riserve auree e Bankitalia: di chi sono? Tutta la verità

Post n°4389 pubblicato il 14 Febbraio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 14 Febbraio 2019, di Daniele Chicca

Presentando una bozza di legge per chiarire a chi appartengono le riserve auree depositate presso Bankitalia, Claudio Borghi della Lega ha sollevato un polverone. La Stampa sostiene che la misura sia volta a coprire le spese per prevenire lo scatto delle clausole di salvaguardia. Che vorrebbero dire aumento dell’IVA nei prossimi due anni.

A fare discutere è stato anche il tempismo della proposta del presidente della Commissione Bilancio della Camera. L’idea è emersa pochi giorni dopo che la coalizione di governo giallo verde ha attaccato verbalmente i vertici di Consob e Bankitalia, chiedendone l’azzeramento.

Borghi vuole proteggere le riserve auree italiane per precisare a chi appartengono le migliaia di tonnellate di oro gestite dalla Banca d’Italia. Nel testo si specifica che l’oro è dello Stato italiano e non di autorità esterne, ossia della Bce. In realtà come vedremo più avanti, le cose stanno diversamente.

L’iniziativa potrebbe però aprire la strada all’ipotesi di vendere le riserve auree. Progetto di cui aveva discusso più di cinque anni fa Beppe Grillo, confondatore del MoVimento 5 Stelle, sul suo blog. Con l’obiettivo di servirsi del ricavato per per rimettere in carreggiata i conti pubblici.

In fatto di riserve auree, Italia terza potenza al mondo

L’Italia sostiene di avere in mano 2.451,8 tonnellate (metriche) di riserve auree. Se le cifre sono corrette, si tratterebbe della quarta somma più alto dopo la Germania, gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale. Saremmo il paese custode del terzo ammontare di oro al mondo. Al contrario della maggior parte delle nazioni, in cui le riserve auree sono di proprietà dello Stato ma gestite dalla banca centrale, in Italia la banca centrale detiene e custodisce l’oro allo stesso tempo.

Il problema è poi che la Banca d’Italia fa parte dell’Eurosistema e dunque deve sottostare alla Bce. L’Articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, ex Articolo 105 del Trattato EC), stabilisce che le riserve valutarie e auree fanno parte delle riserve di proprietà dell’Area Euro.

Bankitalia possiede fisicamente inoltre 119,4 tonnellate di oro, riserve auree depositate a Palazzo Koch a Roma. Mentre l’altra metà si trova alla Federal Reserve Bank di New York (FRBNY). Un’altra piccola fetta è custodita invece a Londra presso la Banca d’Inghilterra e un’altra ancora a Berna, nei forzieri della Banca Nazionale Svizzera (SNB) per conto della Banca delle Banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements).

Non ci sono tuttavia prove concrete su queste riserve, specialmente per l’oro detenuto all’estero. Su cui non è possibile effettuare verifiche. I 16-20 miliardi di ricavi previsti con la vendita di oro sarebbe la somma ideale per sterilizzare l’incremento dell’IVA l’anno prossimo. Ci vorrebbero infatti 32 miliardi in due anni (20 e 12) per scongiurare l’attivazione delle clausole di salvaguardia.

Oro: la controversia ruota intorno a Borghi e Grillo

Il problema del piano sarebbe che la vendita delle riserve auree è una misura una tantum. Per scongiurare l’aumento dell’IVA serve invece una misura di finanziamento ricorrente nel tempo. Il progetto – anche se fosse veramente fattibile – servirebbe solo a rimandare un problema.

Secondo Grillo permetterebbe di respirare offrendo una copertura extra al bilancio, senza violare i vincoli di bilancio. “Ma soprattutto metterebbe finalmente fine a questa litania sul fatto che non ci sono soldi”.

La proposta di legge di Borghi, presentata per la verità alla Camera per la prima volta il 6 agosto del 2018, va in questa direzione. L’intento è quello di “assicurare chiarezza interpretativa poiché la Banca d’Italia, secondo quanto dispone l’articolo 4, secondo comma, del testo unico, provvede in ordine alla gestione delle riserve ufficiali, nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 31 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”.

L’Italia, pur impegnandosi a rispettare gli obblighi internazionali derivanti da trattati, vuole esplicitare la “permanenza della proprietà delle riserve auree allo Stato italiano“. Vista la natura ibrida assunta dalla Banca d’Italia nel corso degli anni, la proposta di legge di Borghi conclude che “una specificazione su questo punto si rende necessaria”.

Riserve auree: la bozza di legge di Borghi

La bozza del testo, dice Borghi, è solo un’ipotesi al vaglio del governo. La proposta di legge non è ancora stata ufficialmente presentata in parlamento e, anche se fosse, non vuol dire che il governo abbia intenzione di vendere sul serio le riserve auree.

L’intento di Borghi con le sue dichiarazioni ai media è quello di “rassicurare la gente sul fatto che il governo non intende cedere oro” per porre rimedio alle difficoltà riscontrate sul fronte delle finanze pubbliche.

“La mia proposta di legge vuole semplicemente chiarire che le riserve auree appartengono allo Stato, non a qualcun altro”, ha precisato Borghi a Bloomberg. Se ci fossero dubbi sulle nostre intenzioni, si ricordi che c’è un’altra legge che dice che le riserve auree non possono essere vendute senza la maggioranza di due terzi del parlamento“.

Quello che vuole dire Borghi qui, è che servirebbe infatti un ordine per legge costituzionale.

Bankitalia: “le riserve auree sono nostre”


In una guida del 2014, Banca d’Italia spiega che le riserve auree sono di proprietà dell’istituto. “La proprietà delle riserve ufficiali è assegnata per legge alla Banca d’Italia”, si legge nella prima pagina (vedi allegato qui sotto).

La ragione per la quale le riserve auree, costituite prevalentemente da lingotti (95.493) ma anche in parte minore da monete, appartengono a Bankitalia e non allo Stato sono storiche.

Riserve auree: perché appartengono a Bankitalia e non lo Stato

Fino agli Anni ’60 le riserve auree non erano detenute dalla Banca d’Italia bensì da un ente chiamato l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). Autorità fondata nel 1945 il cui compito principale era quello di gestire le riserve valutarie straniere (oro compreso) dell’Italia.

Le operazioni di acquisto di oro condotte negli Anni 50 e 60 sono state fatte dall’UI e non dalla Banca d’Italia. Negli Anni 60, tuttavia, qualcosa è cambiato. Furono effettuati due trasferimenti enormi di oro da UIC a Bankitalia nel 1960 e cinque anni dopo. In totale le due transazioni ammontavano a 1.889 tonnellate metriche.

A quel punto la funzione principale dell’istituto diventò la gestione delle riserva valutarie e non delle riserve auree. Nel gennaio del 2008 l’UIC cessò di esistere, perché tutti i suoi poteri, compiti e funzioni sono stati trasferiti alla Banca d’Italia. Secondo il vice premier e leader della Lega Matteo Salvini “le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano e di nessun altro”.

Ma le autorità della banca centrale la pensano diversamente. E la legge è dalla loro parte. Sfortunatamente per il governo, i banchieri centrali non vorranno nemmeno affrontare una discussione sulla vendita delle riserve auree. Figuriamoci se accetterano di procedere alla cessione di oro.

Conclusioni

Resta da vedere ora quanto in là oseranno spingersi Borghi e il governo. Forse sarebbe conveniente e potrebbe portare a qualche risultato, se chiedessero e ottenessero un audit indipendente di tutte le riserve auree italiane. Sia le 1.200 tonnellate depositate a Roma sia quelle custodite nei forzieri delle banche estere, principalmente – come visto – a New York.

Nessuno infatti le ha mai viste e se non si prova l’esistenza delle riserve auree non si possono certo vendere. L’oro a New York potrebbe anche non essere più là, per esempio. L’ultima volta che si ha avuto prova delle riserve auree italiano nei forzieri della Fed era il periodo compreso tra il 1974 e il 1978, quando circa 542 tonnellate di oro sono state usate come collaterale per garantire un prestito in dollari Usa concesso dalla Bundesbank tedesca.

Se le autorità italiane vogliono veramente sfruttare le riserve auree, potrebbero anche chiedere un nuovo prestito internazionale simile a quello degli Anni 70. Come allora, l’oro italiano potrebbe essere usato come collaterale. Anche in quel caso, però, bisognerebbe provarne l’esistenza.

Mentre negli Anni 90 e 2000 paesi come Belgio, Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, Canada, Australia e Svizzera vendevano oro, l’Italia non ha ceduto nemmeno un’oncia dei suoi possedimenti.

I lingotti della Banca d’Italia pesano da un minimo di 4,2 chilogrammi a un massimo di 19,7 chilogrammi (Donat SorokinTASS via Getty Images)

 

 
 
 

Nuovo Ordine Mondiale, Carney: “Brexit è il primo test”

Post n°4388 pubblicato il 13 Febbraio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 12 Febbraio 2019, di Daniele Chicca

 

Se affrontata nel modo sbagliato la Brexit potrebbe accelerare la formazione del Nuovo Ordine Mondiale. Ne è convinto Mark Carney, secondo cui l’addio del Regno Unito all’Unione Europea ormai prossimo rappresenta il primo vero banco di prova per le forze occidentali.

Secondo il governatore della Banca d’Inghilterra, il Regno Unito deve evitare di chiudersi nella chioccia protezionista come hanno fatto gli Stati Uniti. L’economia britannica dovrebbe invece favorire una cooperazione internazionale nel commercio, nel nome di un’apertura al libero scambio.

Brexit è un test per capire se è possibile rivedere la globalizzazione in un modo tale da offrire i benefici del libero commercio, allontanando al contempo le paure di un’erosione della democrazia. È il parere espresso da Carney oggi in un intervento a Londra.

Protezionismo o una “nuova era di cooperazione internazionale”

Il governatore di origini canadesi sostiene che le ramificazioni della Brexit si sentiranno in tutto il globo e determineranno quale sarà il Nuovo Ordine Mondiale. Il divorzio voluto dagli inglesi con il voto del giugno di tre annni fa, è l’occasione per mettere in guinzaglio al montante protezionismo. E dare il la a una “nuova era di cooperazione internazionale”.

Il governatore della Bank of England ha citato le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, ma anche tra Usa e Unione Europea. “È possible che le nuove regole saranno sviluppate per creare un’economia globale più resiliente e inclusiva. Allo stesso tempo, c’è il rischio che i paesi chiudano le porte, riducendo la crescita e la prosperità di tutti”.

Le parole di Carney suonano come un appello alle autorità britanniche. La Banca d’Inghilterra da tempo avverte dei rischi a breve termine per l’economia nel caso di una Brexit senza accordo (no deal). Ma oggi all’evento organizzato dal Financial Times il banchiere centrale ha voluto concentrarsi anche sui fattori a lungo raggio temporale.

Nuovo Ordine Mondiale ma positivo

Il suo intervento sullo stato di salute dell’economia è scandito da toni più ottimisti rispetto agli ultimi alert lanciati. Secondo lui la Brexit è l’occasione di plasmare un Nuovo Ordine Mondiale “positivo”, che affronti una volta per tutte i problemi alimentati da una globalizzazione senza freni.

“Sotto molti aspetti, la Brexit è il primo vero banco di prova di un nuovo ordine mondiale e potrebbe rilevarsi un’opportunità per ampliare i benefici dell’apertura, aumentando le responsabilità delle autorità democratiche” nei confronti dei cittadini.

“La Brexit potrebbe portare a una nuova forma di cooperazione internazionale e di commercio transfrontaliero costruito sulla base di un equilibrio migliore tra autorità locali e sovranazionali”. In questo senso, la Brexit potrebbe avere un impatto sull’outlook non solo a breve termine ma anche lungo.

 

 
 
 

Abruzzo, non si può dire che l’Italia è di destra. È che in Italia c’è solo la destra

Post n°4387 pubblicato il 12 Febbraio 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 11 Febbraio 2019 

 

L’Abruzzo è solo molto parzialmente indicativo, con questa astensione ancora meno. Però si vede che il centrodestra ha un risultato importante, ma in linea con gli anni berlusconiani, con la differenza interna per cui la Lega cresce prendendo tanti voti agli alleati (perfino a Fratelli d’Italia che esprimeva il candidato).

Pd e 5s calano (molto più i 5s, perché il risultato del Pd va letto sommando almeno due liste) e per ora sembrano non preoccuparsi di una destra a trazione estrema destra nazionalista e continuano a beccarsi come i capponi di Renzo (ho detto RenzO), ognun godendo delle disgrazie dell’altro. Servirebbe una grande maturazione politica di Pd e 5s, di cui per ora non si vede neanche una premessa.

Da rifiutare ogni lettura idealista/essenzialista tipo “l’Italia è un Paese di destra”. La verità è che in Italia la destra è adulta, mentre le altre forze oscillano tra infanzia, adolescenza e senescenza. La destra sa scomporsi, ricomporsi, adeguarsi ai momenti. Come unica reale ideologia ha la protezione della “roba”: dai migranti, dall’Europa, dalle innovazioni. Chi ha paura di perdere qualcosa (tutti noi) o vede la speranza di guadagnare altro, di avanzare altrove, di reinventarsi, di innovare, di scommettere sul futuro, oppure (se non vede nulla di tutto questo) vota a difesa di quello, tanto o poco, che ha.

Tutti quelli contro la destra sanno indicare i settori sociali da far avanzare (ad esempio con una nuova progressività fiscale)? Sanno indicare i settori cognitivi da rafforzare per creare sviluppo? Sanno delineare strategie moderne, libere e innovative di lavoro? Se non fai questo poi non puoi dire che l’Italia è di destra, è che in Italia c’è solo la destra.

Politica | 11 Febbraio 2019

 

 

 
 
 

Allarme FMI: governi si preparino a “tempesta economica”

Post n°4386 pubblicato il 11 Febbraio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 11 Febbraio 2019, di Mariangela Tessa

 

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha avvertito i governi di prepararsi a una possibile tempesta economica. “Vediamo un’economia che sta crescendo più lentamente di quanto avevamo previsto”, ha detto il direttore del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde ieri da Dubai, in occasione dell’apertura del World Government Summit. Il mese scorso, il FMI ha abbassato le sue previsioni di crescita economica globale per quest’anno dal 3,7 al 3,5 per cento.

I rischi intravisti includono “tensioni commerciali e aumenti tariffari, inasprimento finanziario, incertezza legata alla Brexit e gli effetti del rallentamento dell’economia cinese”.

Le dichiarazioni arrivano due giorni dopo l’allarme lanciato sui paesi esportatori di petrolio che, secondo Lagarde, non si sono completamente ripresi dal drammatico shock del prezzo del petrolio del 2014.

“Il calo delle entrate ha coinciso con un’impennata del debito del debito pubblico, passato dal 13% del PIL nel 2013 al 33% nel 2018.ha detto Christine Lagarde, amministratore delegato del Fondo monetario internazionale.

Lagarde ha detto che l’incertezza nelle prospettive di crescita per gli esportatori di petrolio riflette anche i movimenti da parte dei paesi a spostarsi rapidamente verso le energie rinnovabili nei nuovi decenni, in linea con il patto di Parigi sui cambiamenti climatici.

 

 
 
 
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