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Coronavirus, il virologo Perno: “No agli allarmismi, ma non è come un’influenza”

Post n°4551 pubblicato il 25 Febbraio 2020 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano | 25 Febbraio 2020

Il responsabile del Laboratorio di medicina di Niguarda spiega come funziona il controllo dei nuovi casi sospetti. "Al momento nessun collo di bottiglia, ma le autorità e le aziende produttrici dei kit devono prepararsi a eventuali focolai più ampi". E mette in guardia: "Anche dal mondo scientifico sento sottovalutazioni ed esagerazioni"

La macchina dei test per individuare il coronavirus, o meglio questo tipo di coronavirus detto Covid-19, al momento regge. Nonostante la mancanza di tamponi che, assicurano i vertici della Regione Lombardia e del ministero della Salute, è in via di risoluzione. Ma è possibile che il sistema vada in emergenza se i casi di sospetto contagio dovessero impennarsi? “No, a patto che le autorità e le aziende che producono i kit seguano un percorso razionale. Se domani si scoprissero decine di migliaia di casi sospetti in un focolaio, dobbiamo essere preparati a fronteggiarli”. Carlo Federico Perno è professore ordinario di Microbiologia e virologia dell’Università di Milano e dirige il Dipartimento di medicina di laboratorio dell‘Ospedale Niguarda, impegnato in questi giorni a sfornare responsi sui nuovi casi di contagio. Perno è specializzato proprio nello studio dei Coronavirus, una grande famiglia che, nella versione umana, è responsabile per esempio del comune raffreddore. “Il Covid-19, invece, è di origine animale, coma la Sars e la Mers, e ha fatto il salto di specie. La sua peculiarità – spiega il professore – è che colpisce direttamente i polmoni“. Così è stato necessario approntare un nuovo kit diagnostico che andasse a scovare questa specifica forma del virus: “Le aziende del settore hanno lavorato giorno e notte e oggi abbiamo un test molto affidabile, che continua a essere migliorato”.

Il primo passo, come ormai abbiamo imparato tutti, è il tampone, una sorta di grande cotton fioc che raccoglie il muco nasale e i liquidi polmonari del paziente. Il campione messo in provetta va poi fatto arrivare rapidamente in uno dei centri specializzati, dotati di una macchina per questo tipo di analisi, la stessa che si usa da molti anni per individuare altre patologie, a partire dalla comune influenza. Si chiama “termociclatore” e, in sostanza, riscalda e amplifica il materiale genetico del virus che si sta cercando, attraverso un processo che si chiama reazione a catena delle polimerasi. Materia per addetti ai lavori, ma la buona notizia, dice Perno, è che il termociclatore è un oggetto grande come un forno a microonde, del costo di qualche migliaia di euro secondo il modello, utilizzato in un gran numero di laboratori. “Pensatelo come un lettore cd. L’apparecchio è sempre quello, poi suonerà Battisti o Jovanotti secondo il disco che ci metto dentro. Il disco, nel nostro caso, è il kit specifico per la ricerca del Covid-19”. Ogni singolo kit permette di analizzare diverse decine di campioni.

La macchina può trattare diverse decine di provette contemporaneamente e restituisce i risultati nel giro di qualche ora. “Se il risultato è positivo significa che il paziente è contagiato, anche se non necessariamente malato. I test sono affidabili e di norma si eseguono una volta sola, con un ulteriore controllo sulla correttezza dei parametri impostati nella macchina”. Così funziona il sistema che permette di identificare i casi di contagio da isolare per limitare l’epidemia, e al momento non si vedono colli di bottiglia che lo rallentino in modo significativo. Ma attenzione: se si verificassero aumenti imprevisti di casi sospetti, la soluzione non sarebbe quella di mettere in campo tutti i termociclatori presenti in qualunque laboratorio: “Sarebbe sconsigliabile rivolgersi ai piccoli ospedali o ai centri privati, perché questo tipo di analisi richiede competenze professionali specifiche e livelli elevati di biosicurezza”.

Per questo è necessario attrezzarsi in vista di un’eventuale esplosione di casi e limitare al massimo i rischi di contagio. “Di fronte al Covid-19 sento giudizi inesatti anche dal mondo scientifico”, afferma il professor Perno. “Da un lato c’è chi lo paragona a una banale influenza, ma non lo è affatto, è un’infezione polmonare. Dall’altro c’è chi evoca epidemie catastrofiche come la ‘spagnola’, ma finora sono decedute persone con altre patologie gravi, alcune molto anziane, per i quali non mi sentirei di dire che la causa di morte è davvero il coronavirus. Non abbiamo ancora elementi precisi per prevedere l’andamento dell’epidemia, dobbiamo osservarne l’evoluzione giorno per giorno”.

Non esageriamo con l’allarmismo, conclude Perno, ma ben vengano le restrizioni imposte da governo e regioni: “Sono provvedimenti sgradevoli ma necessari, la priorità è impedire al virus di infettare. Dobbiamo chiudere le stalle prima che i buoi scappino”.

 

 
 
 

Coronavirus......

Post n°4550 pubblicato il 23 Febbraio 2020 da ninograg1
 

23 Febbraio 2020 liberoquotidiano.it

"Poco più di un'influenza?, niente affatto". Per il virologo Roberto Burioni il coronavirus non deve essere preso sotto gamba. Sul suo sito Medical Facts Burioni l'esperto sembra replicare alle parole di Maria Rita Gismondo, direttore del laboratorio di analisi dell'ospedale Sacco di Milano che aveva affermato che l'epidemia cinese non è molto di più di un'influenza. "Attenzione – dice però Burioni - a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate. Leggete i numeri". E ancora: "Il tentare di informare nella maniera più corretta i nostri lettori. Mai allarmismi, ma neanche si possono trattare i cittadini come bambini di 5 anni. Qualcuno, da tempo, ripete una scemenza di dimensioni gigantesche: la malattia causata dal coronavirus sarebbe poco più di un'influenza. Ebbene, questo purtroppo non è vero" chiosa. D'altronde lui stesso settimane fa aveva predetto quello che poi si è avverato: un'emergenza.
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bene, il professor succitato non è né un allarmista né un gombloddisda, né altro: è un infettivologo, ossia è del mestiere e dice cose chiarissime e, da tecnico responsabile qual è, richiama la necessità del non creare inutili allarmismi ma, e qui cade l'asino della disinformazione, nemmeno trattare gli italiani come 'bambini' ossia propinandogli balle non vere... e proprio per questi motivi che credo che bisognerà prima o poi dire la verità: c'è un epidemia in corso che è nata in orientee si sta propagandoa macchia d'olio in giro per il pianeta ed è anche una emergenza da non prendere sottogamba visto che il numero dei contagi sale e non sembra rallentare in mancanza di vaccini e cure valide. Capisco che bisogna dare l'impressione dello 'stare calmi' ma oggi nelle regioni colpite la corsa alle mascherine all'amuchina e alle scorte alimentari c'è stata ugualmente e quindi il panico esiste e ci si deve fare i conti: sopratutto in un paese che negli utlimi decenni ha tagliato enormi quantità di soldi alla ricerca, alla sanità e alla prevenzione.. anzi di prevenzione in generale se ne parla e basta ma di fatti zero: anzi da oltre 30 anni parole e parole ma investimenti manco a parlarne. Ora siamo proprio dove qualcuno temeva arrivassimo e tutti sono a rincorrere l'emergenza ma di programmi e iniziative, oltre al contenimento, nulla di nulla (ad esempio: per coloro che lavorano a contatto con il pubblico perchè non prevredere la fornitura di mascherine con capacità ffp3 fin da ora?) in questo immobilismo il panico dilaga, i prezzi vanno alle stelle (amuchina e mascherine costo un occhio della testa e sono quasi introvabili), i cittadini non sanno a che santo votarsi appesi al filo della speranza che tutto si fermi o almeno rallenti ma, soprattutto, che non tocchi a loro... personalmente credo che se si supera una certa soglia si dovrà, a malincuore, assumere misure draconiane come la sospensione di schengen e la limitazione degli spostamenti come in china.

 
 
 

Brexit: come andrà l’economia britannica nel 2020

Post n°4549 pubblicato il 20 Febbraio 2020 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 31 Gennaio 2020, di Alberto Battaglia

 

Il Regno Unito si appresta a uscire dall’Unione Europea, anche se i legami economici resteranno ancora immutati fino al 31 dicembre del 2020. In che stato di salute si trova il Regno Unito e quali sono le sue prospettive di crescita per quest’anno? Le previsioni delle istituzioni internazionali e della banca centrale britannica possono dare una mano a filtrare il rumore e farsi un’idea più bilanciata della situazione.

L’ultimo dato ufficiale sul Pil britannico, lo ricordiamo, è quello relativo al terzo trimestre dello scorso anno, che ha visto l’economia britannica guadagnare lo 0,3% su base mensile e l’1% su base annua (dopo un dato negativo del secondo trimestre). In attesa di capire come si è concluso il 2019 ecco quali sono gli outlook degli osservatori internazionali e britannici più importanti.

Le ultime previsioni della Bank of England

L’ultima previsione, in ordine di tempo, è stata fornita il 30 gennaio dalla Banca d’Inghilterra, che ha rivisto al ribasso le sue previsioni sul Pil britannico. Secondo la BoE la crescita del Paese si fermerà allo 0,8% nel 2020, 4 decimali in meno rispetto alla precedente previsione di novembre (+1,2%).
Nel 2021 la Banca d’Inghilterra prevede un recupero al +1,4% e nel 2022 un’accelerazione all’1,7%. Le precedenti previsioni erano più positive, rispettivamente, +1,8% e +2%. Le analisi della BoE si fondano sull’ipotesi che all’inizio del 2021 scatti “un profondo trattato di libero scambio fra Regno Unito e Unione Europea”. I contorni di questo trattato saranno l’oggetto dei negoziati che partiranno subito dopo l’esecuzione della Brexit.

Istituzioni internazionali più ottimiste

Ultima istituzione ad aggiornare le stime è stata il Fondo monetario internazionale, che, in linea con le previsioni pubblicate lo scorso ottobre, ha previsto una crescita dell’1,4% per il Regno Unito nel 2020, un decimale al di sopra della crescita prevista per l’Eurozona. Nel 2021 il ritmo salirebbe all’1,5%.

In precedenza, anche la Commissione europea, nel suo Autumn 2019 economic forecast di novembre, intravedeva una crescita britannica dell’1,4% nel 2020 e nel 2021. Un ritmo di crescita che, per l’anno in corso, risulterebbe superiore di due decimali alla media prevista per l’Eurozona.

Sempre a novembre risalgono anche le previsioni dell’Economic Outlook dell’Ocse, secondo le quali il Regno Unito andrebbe incontro a una crescita dell’1% nel 2020, in linea con quella prevista per l’Eurozona. Un rallentamento di due decimali rispetto alla crescita che l’Ocse prevede per il 2019 dovuta in gran parte a una variazione negativa delle scorte. Nel 2021 l’Ocse stima una crescita britannica dell’1,2%.

 

 
 
 

Coronavirus, se la Cina si ferma le conseguenze sull’economia possono essere positive

Post n°4548 pubblicato il 18 Febbraio 2020 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Società - 16 Febbraio 2020

 

Da settimane si parla solo del coronavirus. A parte la paura di essere contagiati, si temono le conseguenze sugli equilibri economici. Si sa, l’impatto delle epidemie sull’economia mondiale è sempre catastrofico, viene spontaneo pensare che più gente muore più si contrae l’economia. Ma è vero anche il contrario, la scomparsa di milioni di persone può creare nuove opportunità per chi rimane in vita. E’ quello che in effetti è successo con la peste nel 14esimo secolo.

Secondo i dati riportati dalla Chiesa, la peste uccise un terzo della popolazione europea, la percentuale di mortalità si pensa fosse del 75%, quindi altissima. Storici e antropologi sostengono che una tale catastrofe cambiò il sistema economico perché venne a mancare l’abbondanza di lavoro. Chi aveva bisogno di braccianti, ad esempio, li doveva pagare invece di farli diventare servi della gleba perché la domanda di lavoro era inferiore all’offerta. Tutto ciò spinse anche la ricerca tecnologica per massimizzare la produttività della forza lavoro.

Sebbene la peste finì ufficialmente nel 1353 come epidemia continentale, ricomparse in alcune zone dell’Europa fino al 1400, mantenendo la popolazione europea costante, e quindi l’offerta di lavoro bassa. Durante questo secolo di grandi cambiamenti demografici l’economia europea crebbe. I salari dei braccianti, che fino allo scoppio della peste erano stati costretti ad essere servi della gleba si raddoppiarono, i maggiori proventi si tradussero in un miglioramento in tutte le classi basse, mentre la contrazione della popolazione produsse un rapporto ottimale con le terre disponibili.

La migliore distribuzione della ricchezza portò anche ad un aumento della scolarità: nel 1343 l’alfabetizzazione in Europa e nel Medio Oriente era sotto il 5%, nel 1800 in Europa era salita al 50% mentre in Turchia era rimasta invariata.

Sul piano tecnologico in risposta alla catastrofe della peste gli europei migliorarono i sistemi di estrazione delle miniere, quelli di navigazione e introdussero l’aratro pesante trainato non più da un bue ma da un cavallo, che permise un miglior sfruttamento della terra e un’ulteriore aumento della ricchezza.

L’analisi delle conseguenze economico-sociali di lungo periodo della peste ci deve far riflettere sull’impatto di lungo periodo del coronavirus, qualora l’epidemia non venga debellata velocemente, come avvenne con la Sars. Sebbene il coronavirus non possa essere paragonato alla peste, di gran lunga più infettiva e mortale, il ruolo centrale che la Cina svolge nell’economia globalizzata può ampliarne l’impatto e trasformare radicalmente gli equilibri attuali.

La Cina è una fonte essenziale di approvvigionamento per diversi settori produttivi, basta menzionare l’industria elettronica e quella automobilistica. Nella prima Pechino è ormai leader con al suo attivo il 30% delle esportazioni globali, pari a cinque volte il fatturato della Germania. Ma anche nell’industria automobilistica la Cina è leader per quanto riguarda le componenti.

La dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi può mettere in ginocchio interi settori, come quello automobilistico, adesso che queste si sono fermate. La Fiat Chrysler si trova già in una situazione critica, mentre all’inizio di febbraio la Hyundai ha dovuto chiudere le fabbriche nella Corea del Sud e la Volkswagen ha posposto la riapertura di quelle in Cina fino alla settimana prossima.

A livello globale i numeri sono ancora più preoccupanti: la Cina importa l’11 per cento del volume totale delle esportazioni, il 2,7% in più di 20 anni fa. Un cambiamento di un paio di punti percentuali nel consumo cinese ha quindi un impatto enorme sulla domanda globale.

Una riflessione da fare a questo punto è la seguente: la peste ridisegnò il sistema economico-sociale del vecchio continente perché uccise un terzo della popolazione, il coronavirus potrebbe avere un impatto simile senza mietere altrettante vittime, semplicemente attraverso il contenimento dell’epidemia, e cioè la quarantena imposta in gran parte della Cina che blocca le catene di approvvigionamento mondiali.

Non importa se il numero dei morti sarà inferiore a quello della grande influenza del 1917, la cosiddetta Spagnola, che fece fuori 40 milioni di persone: ciò che conta è la caduta della produzione e della domanda cinese prodotta dalle norme per prevenire il contagio.

 

 
 
 

Usa, le mail trafugate a George Soros finiscono online: “È architetto di ogni colpo di Stato degli ultimi 25 anni”

Post n°4547 pubblicato il 16 Febbraio 2020 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano | 17 Agosto 2016

Dc Leaks pubblica i file rubati dai database della Open Society Foundation dell'imprenditore ungherese americano: "A causa sua e dei suoi burattini gli Stati Uniti sono considerati come una sanguisuga e non un faro di libertà e democrazia"

Ci sono i dossier sulle elezioni Europee del 2014 ma anche quelli sul voto nei singoli Stati, i fascicoli sui finanziamenti elargiti alle organizzazioni non governative di tutto il mondo e persino i rapporti sul dibattito politico in Italia ai tempi della crisi dell’Ucraina. Sono solo alcuni dei documenti rubati dai database della Open Society Foundation di George Soros. Appena pochi giorni fa Bloomberg aveva raccontato che, oltre ad aver violato i server del partito Democratico, avrebbero anche trafugato le mail dell’imprenditore americano.

E adesso Dc Leaks ha varato dcleaks.com, un portale interamente dedicato ai documenti trafugati dalle caselle mail del magnate statunitense. Nove categorieUsa, Europa, Eurasia, Asia, America Latina, Africa, World bank, President’s office, Souk – migliaia di documenti consultabili online o da scaricare in pdf.

Dentro c’è un po’ di tutto: commenti sulle elezioni nei Paesi di mezzo mondo, rapporti sui “somali nelle città europee” e sul bilancio di previsione statunitense, ma anche dossier sulla crisi tra Russia e Ucraina con una serie di allegati che spiegano la posizione dei vari stati Europei sulla vicenda.

In homepage, poi, c’è un post che spiega il motivo della pubblicazione dei file. “George Soros – scrivono gli hacker –  è un magnate ungherese- americano, investitore , filantropo, attivista politico e autore che, di origine ebraica. Guida più di 50 fondazioni sia globali che regionali. È considerato l’architetto di ogni rivoluzione e colpo di Stato di tutto il mondo negli ultimi 25 anni . A causa sua e dei suoi burattini gli Stati Uniti sono considerati come una sanguisuga e non un faro di libertà e democrazia. I suoi servi hanno succhiato sangue a milioni e milioni di persone solo per farlo arricchire sempre di più. Soros è un oligarca che sponsorizza il partito Democratico, Hillary Clinton, centinaia di uomini politici di tutto il mondo. Questo sito è stato progettato per permettere a chiunque di visionare dall’interno l’Open Society Foundation di George Soros  e le organizzazioni correlate. Vi presentiamo i piani di lavoro , le strategie , le priorità e le altre attività di Soros. Questi documenti fanno luce su uno dei network più influenti che opera in tutto il mondo”.

 
 
 
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