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In Italia l’economia sommersa vale 119 miliardi, 5 volte la clausola Iva

Post n°4482 pubblicato il 22 Luglio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 22 Luglio 2019, di Mariangela Tessa

 

Ammonta a 119 miliardi di euro l’ammontare del sommerso in Italia, una cifra monstre con cui si potrebbero disinnescare 5 volte gli aumenti dell’Iva previsti per il prossimo anno, ma anche varare una decina di flat tax in stile Lega.

È quanto emerge da uno studio condotto dal Dipartimento Economia impresa e società dell’università della Tuscia, che ha esaminato i dati delle ultime dichiarazioni dei redditi, relative al 2017, e li ha messi a confronto con i consumi delle famiglie nello stesso anno. Esiste, rileva l’indagine, un divario del 17,5% tra il reddito disponibile degli italiani e le loro spese.

In sostanza, spiega lo studio, pur ipotizzando che non sia stato risparmiato nulla da nessuno in Italia nel 2017, si sono spesi 118,8 miliardi in più di quanto è stato dichiarato (e che al massimo poteva essere speso). La ricerca attiene al reddito delle persone fisiche e non riguarda l’Iva e la sua eventuale evasione. Per questo i numeri sono inferiori rispetto agli oltre 200 miliardi di economia sommersa stimati complessivamente dall’Istat.

Guardando alle singole Regioni, al primo posto la percentuale di divario più alta nel sommerso si registra in Campania (29,02%), segue la Calabria (26,77%) e la Sicilia (26,51%); la percentuale più bassa è invece rilevata nelle Marche (1,17%).

Considerando il biennio 2016/2017, il sommerso vale circa 217 miliardi, ed è sempre la Campania al primo posto con la percentuale più alta (24,97%), seguita da Lazio (22,59%) e Molise (22,56%); la percentuale più bassa è invece nelle Marche in cui è negativa (-0,22%): la spesa media complessiva è cioé inferiore al reddito disponibile.

 

 
 
 

Giugno 2019: il piu' caldo di sempre

Post n°4481 pubblicato il 19 Luglio 2019 da ninograg1
 

Fonte: No All'Italia petrolizzata 

 



Lo rivela il NOAA, il National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti.

 

La temperature nel mese di Giugno e' stata di 2 gradi piu' calda della media mondiale di 15.5 gradi Celsius. 

E' il 414-mese che di fila che la temperatura e' piu' alta della media mensile del 20-esimo secolo.

Cioe' se la media del mese di Maggio per il secolo 1900-2000 e' stata X sono 414 mesi che noi la superiamo. 

Si, 34 anni, perche' le temperature sono iniziate ad aumentare a dismisura gia' alla fine del secolo scorso.

Nove dei giugni piu' caldi degli scorsi 140 anni sono stati dal 2010 ad oggi.
Praticamente tutti, ad eccetto che uno.

Le maggiori botte di caldo si sono registrate in Europa, Asia e in Africa. Anche le Hawaii e il golfo del Messico sono state piu' afose del normale. Tutte queste zone sono state piu' calde di sempre.

Le temperature in Francia, Germania, e Spagna sono state anche di 10 gradi piu' alte del normale. In  Francia sono arrivati anche 46 gradi centigradi, mai visti prima.

Anche le temperature del mare sono in aumento, con una media di quasi due gradi in piu' rispetto alla media di 16 gradi centigradi. Siamo al pari con il 2016, l'anno del mare piu' caldo di sempre. 

Secondo il NOAA, il 2019 sara' di certo uno degli anni piu caldi di sempre.

Cosa fare? 

Beh, e' semplicissimo: prendere azioni per fermare le fonti fossili, la ragione primaria di questo disastro; incoraggiare il sequestro di CO2 piantando alberi e foreste e fermando la deforestazione, e controllando le nascite. 

Siamo troppi sul pianeta.
Sara' sempre peggio.

 

 
 
 

5G, i dati parlano chiaro: i timori sono fondati. Siamo sicuri si tratti di progresso?

Post n°4480 pubblicato il 18 Luglio 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Tecnologia - 18 Luglio 2019 Patrizia Gentilini

Contestualmente al dilagare della tecnologia del 5G – l’“intelligenza delle cose” che ci farà “dialogare” anche con i nostri elettrodomestici e ci permetterà di essere sempre connessi e in modo sempre più veloce – sta dilagando anche la richiesta di informazioni sui potenziali rischi a ciò connessi, specie per quanto riguarda la salute umana. Al tema 5G l’Associazione dei medici per l’ambiente da tempo dedica grande attenzione ed è stata aperta una specifica pagina sul nostro sito per raccogliere le tante iniziative in corso nel paese.

Poter disporre di informazioni adeguate è ovviamente il primo passo per scelte consapevoli, ma purtroppo in questo – come in altri casi – le decisioni sono state già prese e ancora una volta, purtroppo, sulla testa delle comunità e di amministratori spesso non adeguatamente informati, ignorando gli avvertimenti alla prudenza che derivano da scienziati internazionali esperti del settore.

Qualche inversione di tendenza tuttavia si registra e un plauso particolare va ai colleghi della Sardegna che hanno imposto una “frenata” alla sperimentazione nell’isola e hanno dedicato un’intera sessione al tema 5G nel recente convegno di Bosa, in memoria dell’indimenticabile amico e collega Vincenzo Migaleddu.

Questa tecnologia è stata lanciata con una vera e propria “sperimentazione” su larga scala gestita in maniera unica dal Mise, effettuata senza il coinvolgimento degli enti istituzionalmente preposti alla tutela ambientale e sanitaria (ad es. ministeri dell’Ambiente e della Salute, Ispra) e senza alcuna valutazione preventiva sui rischi per la salute umana e gli ecosistemi viventi. Mai come in questo caso appaiono profetiche le parole di Lorenzo Tomatis: “Adottare il principio di precauzione e quello di responsabilità significa anche accettare il dovere di informare, impedire l’occultamento di informazioni su possibili rischi, evitare che si consideri l’intera specie umana come un insieme di cavie sulle quali sperimentare tutto quanto è in grado di inventare il progresso tecnologico”.

Credo che innanzitutto si dovrebbe riflettere se, a fronte degli immani problemi che ci troviamo a fronteggiare – dalle crescenti disparità economiche e sociali all’inquinamento degli ecosistemi, al riscaldamento globale con tutte le sue conseguenze – davvero il 5G è il “progresso” che farà bene alle persone e al pianeta, facendoci uscire dal tunnel.

Abbiamo davvero bisogno di sviluppare l’”intelligenza delle cose” quando l’allarme per la perdita di intelligenza nelle persone e soprattutto nei bambini (aumento di danni cognitivi, perdita di punti di Qi, disturbi del comportamento, ritardi nel linguaggio etc.) non è più appannaggio della sola comunità scientifica, ma è ormai sotto gli occhi di tutti?

Le accuse di essere “contro il progresso”, dispensatori di fake news o di ingiustificati allarmismi non ci toccano: i dati scientifici autorevoli e le informazioni che cerchiamo di rendere accessibili a tutti confermano tutte le nostre preoccupazioni. E in questo i medici non sono soli: timori sono infatti anche stati espressi da esperti in altri settori.

Per i meteorologi, ad esempio, la rete 5G potrebbe compromettere gli attuali sistemi di previsione e per gli esperti di sicurezza nazionale e informatica ci sarebbe, oltre che una forte limitazione della privacy, addirittura una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale a causa dei possibili usi fraudolenti di questa nuova e difficilmente controllabile infrastruttura di comunicazioni. Ci sarebbero addirittura timori (si legga questo puntuale e documentato intervento basato su documenti ufficiali del governo inglese) per inadeguati e massivi tagli di alberi che potrebbero ostacolare la propagazione delle onde millimetriche. Ma in questi tempi di cambiamenti climatici, di eventi estremi, di temperature fuori controllo, di città sempre meno vivibili, non sarebbe molto più sensato preservare e piantare nuovi alberi, piuttosto che piantare antenne?

 

 

 
 
 

Cambiamenti climatici, è giusto fare figli con questa minaccia?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 16 Luglio 2019 


Mentre l’Istat certifica la débacle demografica del nostro paese, cui solo l’immigrazione in parte dà risposta, per le giovani donne italiane c’è un altro dubbio che si pone nella scelta, già difficile, di fare o meno un figlio. Come se non bastasse il lavoro precario e sottopagato, come se non bastassero la carenza di asili e l’instabilità dei rapporti, molte di loro ora hanno una nuova, grandissima paura: mettere al mondo un figlio in un mondo dal clima devastato, che sarà sempre più caldo, sempre più arido, dove ci saranno massicce migrazioni e dove la vita sarà certamente più dura. O come minimo, più complessa.

Ammetto che questa paura da qualche tempo, cioè da quando ho iniziato a studiare con colpevole ritardo il tema del cambiamento climatico, ha preso piede nella mia vita. E ha avuto conseguenze molto concrete: non solo ha spazzato via la possibilità di un terzo figlio, ma mi ha anche creato angosce prima sconosciute nei confronti dell’esistenza dei mie due piccoli figli. Da un po’ di tempo ho cominciato a provare grande compassione verso i bambini, anche i più fortunati. Mi si stringe il cuore a pensare che probabilmente dovranno lottare, e tanto, per una vita accettabile, e che tutto quel futuro di prosperità e benessere che gli avevamo prospettato forse si rivelerà falso. Così mi ritrovo anche a dare consigli alle amiche che sono incerte se fare un altro figlio e sono consigli in senso negativo, quando fino a non troppo tempo fa incoraggiavo tutte e lanciarsi nella meravigliosa esperienza della maternità. Ma non sono sola, visto che è nato anche un movimento di giovani donne – #BirthStrike, letteralmente sciopero delle nascite – che si rifiutano di mettere al mondo bambini, visti il futuro che ci prospettano report e istituzioni scientifiche di studio sul clima.

Certo, i figli si sono fatti anche durante la seconda guerra mondiale, e pure tantissimi. E certo, non è evitando di mettere al mondo bambini, almeno non nei paesi demograficamente impoveriti come il nostro, che si risolveranno i nostri problemi. È vero anche che rispetto al surriscaldamento globale la risposta non può essere solo il panico, la depressione, l’annullamento, perché altrimenti, come hanno notato in molti, si smette di fare qualsiasi cosa. L’angoscia climatica porta all’estremo alla fine della speranza, ma la fine della speranza è la fine di tutto. E tuttavia: mentre fino a qualche anno fa potevano dire di non sapere, oggi abbiamo moltissime informazioni e questo ci obbliga ad agire col massimo senso della responsabilità, così come ci obbliga a porci il problema della eventuale sofferenza dei futuri bambini. Non è facile, anzi è triste, fa rabbia, è anche ingiusto – in fondo i nostri padri hanno avuto la possibilità di lavorare, avere pensioni, mettere al mondo figli senza pensare al clima –ma così è.

E dunque, fare o no un figlio ai tempi del riscaldamento globale? Io questo mi sentirei di dire ai futuri genitori. Fate un figlio, ma fatelo con una nuova mentalità. Sapendo, ad esempio, che dovrà affrontare sfide complesse, educatelo in maniera diversa e nuova, senza iper-proteggerlo, senza affogarlo di consumismo, e rendendolo presto sensibile ai temi ambientali. Volendo fare di più, io cercherei anche di capire cosa succederà, a livello climatico, nella mia regione e nel mio paese, prendendo per quanto possibile contromisure. Ad esempio valutando la possibilità di andare a lavorare altrove, dove il clima è più benevolo – e chi se ne importa dell’inverno demografico italiano, il problema non è vostro, ma strutturale – oppure magari cercare di capire se ci sono risorse alternative in famiglia (una casa in montagna o in collina), dove magari passare le estati torride. In ogni caso, l’importante è mantenere un atteggiamento accorto rispetto al tema del riscaldamento globale, restando informati, seguendo gli eventi per non farsi trovare impreparati.

Tutto questo non è per niente facile. Avere un figlio significa abbandonarsi, non pensare troppo, lasciare la ragione per un attimo dando spazio alle emozioni del corpo. Il tema del cambiamento climatico invece produce emozioni negative, di angoscia, il contrario appunto di quanto ci servirebbe per partorire ed essere sereni coi nostri bambini. Insomma è una sfida difficile, anzi difficilissima. Trovare un equilibrio psicologico tra realtà e passione, tra desiderio e concretezza dei dati. Cercare di guardare le cose come stanno, ma senza scoraggiarsi e cadere in depressione. Essere vigili, ma al tempo stesso non perdere la possibilità di inseguire i propri sogni.

Come comporre questo puzzle io non lo so per niente, anche io ogni giorno provo a risolverlo con fatica. So solo però che oggi, alle giovani donne e ai giovani uomini, è richiesto un doppio coraggio. Forse, confrontarsi su questo tema, non restare isolati, parlare con altre persone nella stessa condizione aiuta. Anche, magari, a trovare soluzioni condivise, che potrebbero diventare nuovi modi di vivere insieme, più sostenibili, meno individualisti, meno consumisti, più “poveri”, ma non necessariamente meno felici. Anche per gli stessi bambini.

Ambiente & Veleni | 16 Luglio 2019

 

 
 
 

FT, Ponte Morandi: “Atlantia sapeva dei problemi di sicurezza dieci anni prima del crollo”

Post n°4478 pubblicato il 16 Luglio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 16 Luglio 2019, di Alessandra Caparello

 

Dieci anni prima del disastro avvenuto il 14 agosto 2018 che ha causato la morte di 43 persone e l’evacuazione di altre migliaia, erano evidenti i segni di insicurezza sul Ponte Morandi a Genova. A rivelarlo oggi il Financial Times che fa riferimento ad un rapporto commissionato da Atlantia e arrivato sul tavolo del consiglio di amministrazione della società nel novembre scorso.

Nel documento, a detta del quotidiano economico della City che ha preso visione delle 87 pagine, sarebbero indicate le urgenzi maggiori da risolvere, con una scala con un punteggio da 10 a 70. Inoltre sarebbe stato identificato almeno un problema con un grado di rischio pari a 60, quello identificato fin dal 2011 sui tiranti che all’epoca, dieci anni fa, era oggetto di ulteriori approfondimenti.

Secondo le fonti citate dal FT, un mese dopo la tragedia consumata il 14 agosto del 2018, il comitato per il controllo dei rischi di Atlantia aveva chiesto il rapporto per determinare eventuali responsabilità nella manutenzione del ponte. Secondo fonti vicine al cda, scrive il FT, “la presentazione del rapporto era stata affrettata, senza abbastanza tempo per elaborare i risultati del documento di 87 pagine”. Il rapporto non è stato reso pubblico e le fonti hanno espresso dubbi proprio sulla decisione di non rendere pubblico il documento. La risposta della holding Atlantia è stata raccolta da Repubblica:

L’audit citato dal Financial Times non ha evidenziato alcun problema di sicurezza del Ponte Morandi, come erroneamente riportato nell’articolo di Donato Mancini sul sito,”ma al contrario ha certificato il pieno rispetto degli obblighi di manutenzione previsti dalla Convenzione. Il documento fu elaborato dalla Direzione Internal Audit di Atlantia, con il supporto tecnico qualificato di tre soggetti esterni indipendenti e di standing internazionale in ambito legale e tecnico-ingegneristico. Scopo dell’audit svolto da Atlantia era quello di effettuare una verifica circa il rispetto degli obblighi manutentivi convenzionali da parte della società controllata Autostrade per l’Italia dall’inizio della Convenzione fino al 2018″.

 

 
 
 
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