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ALDA MERINI
E tutti noi costretti dentro
le ombre del vino
non abbiamo parole nè potere
per invogliare altri avventori.
Siamo osti senza domande
riceviamo tutti
solo che abbiano un cuore.
Siamo poeti fatti di vesti pesanti
e intime calure di bosco,
siamo contadini che portano
la terra a Venere
siamo usurai pieni di croci
siamo conventi che non hanno sangue
siamo una fede senza profeti
ma siamo poeti.
Soli come le bestie
buttati per ogni fango
senza una casa libera
nè un sasso per sentimento

















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l'odio di Giulia
Post n°786 pubblicato il 27 Luglio 2009 da alexisdg10
Avevo sette anni quando la mia maestra Giulia convocò mia madre a scuola, nell’ora di ricevimento. Giulia era un nome che mi piaceva moltissimo ma che si adattava malissimo alla mia maestra. Lei era una donna severa, arcigna, triste, una donna a cui i bambini non piacevano per niente. Mia madre andò dalla parrucchiera la mattina presto, prima di andare a scuola dalla maestra Giulia. Prese mezza giornata di permesso dalla famiglia di Marina S e andò dalla Jose la mattina presto, a farsi i capelli. La Signora dove mia madre era a servizio storse il naso quando mia madre le chiese il permesso di assentarsi quella mattina, ma mia madre le promise che quella sera si sarebbe fermata fino alle 10 per recuperare il tempo perduto. La maestra, dopo aver dato un’occhiata a mia madre e dopo averla sentita parlare le disse che capiva perché io fossi così indietro . Ero un bambino stupido, disse la maestra Giulia a mia madre, un bambino che non sapeva l’italiano, che sbagliava continuamente i verbi, un bambino goffo, tutto gambe e ossa, un bambino lento e un po’ tardo. La maestra le disse che ero sempre disordinato, tutto stropicciato, mal messo, trascurato e povero. Disse proprio così la mia maestra: suo figlio è un bambino povero. Si vede troppo che siete poveri, le disse, troppo si vede. Mia madre pianse a lungo quella mattina e pianse anche i giorni che vennero dopo. Studiavo i verbi di notte per essere meno ignorante. Studiavo sotto le coperte della brandina dove dormivo in cucina, vicino ai fornelli. Cercavo di imitare l’accento dei miei compagni torinesi, di perdere la mia parlata veneta, cercavo di chiudere le vocali più che potevo e di evitare la cantilena del mio dialetto. Non ci riuscivo. Giulia diceva che le personalità perdenti sono negative per se stesse ma soprattutto per gli altri. Quando mi laureai in Filosofia, il giorno dopo, la incontrai in un negozio e non mi trattenni dal dirglielo. Mi guardò senza riconoscermi e scosse la testa. Le dissi il mio nome e le ricordai la classe e l’anno. Di colpo i suoi lineamenti si fecero duri, gli occhi le diventarono come fessure, mi guardò in faccia e mi disse con enorme disprezzo: “ quello veneto, il bambino veneto, quello tonto!” Mi fece piangere un’altra volta, a ventiquattro anni. La vidi ancora una quindicina di anni dopo, vecchia, zoppicante, dura, rigida sulle gambe legnose. Venne ad una conferenza dove parlavo della guerra in Palestina, un’incontro organizzato dal Corriere della Sera, al quale avevo venduto alcune foto, quando ero ancora un free lance e non lavoravo ancora per il quotidiano spagnolo. Mi sorrise con un sorriso amaro e acido. La presi per un braccio e la accompagnai alla porta, chiedendo agli addetti di buttarla fuori di lì. Ovviamente nessuno fece niente, nessuno osava cacciare via una donna così avanti con gli anni. Lei se ne andò da sola, algida, altera, cattiva come sempre. Qualche anno dopo mi chiamò Marina S. per dirmi che la maestra Giulia era morta e che gli ex allievi avrebbero mandato un mazzo di fiori. Andai al funerale di quella donna, per pena, per tenerezza, per odio, per il furore che mi infiammava dentro. Il carro funebre procedeva nel grande cimitero, con quattro gatti che lo seguivano. Né Marina S., né Roberto, né Mario, i preferiti della maestra Giulia, né tutti i figli degli architetti e degli ingegneri avevano trovato un attimo di tempo per venire al funerale di Giulia. C’eravamo solo io e Giustino, il calabrese piccolo e nero che lei puniva perché portava la pizza unta a scuola, quello con il colletto del grembiule stropicciato come il mio, quello con la madre analfabeta e il padre operaio. Quando organizzarono la mia prima mostra di foto di guerra , sotto la foto del cartellone si poteva leggere una dedica in caratteri piccolissimi: “ A Giulia, per tutto l’odio che non è mai riuscita a trasmettermi”. Spero che i vermi ti abbiamo consumato, Giulia. |
REGOLE DEL BLOG
Questo blog è nato come luogo di svago, come luogo di scambio di opinioni e di idee, come luogo di confronto, un posto dove ascoltare un pò di musica e leggere qualcosa . Magari, a volte, qualcosa di stimolante e persino d' interessante.
E non necessariamente perchè lo scrivo io.
Un luogo dove poter interagire liberamente. Tutti possono entrare, leggere e commentare purchè si esprima un 'opinione senza offendere chi la pensa diversamente. La libertà di ognuno di noi cessa nel momento in cui lede quella di un altro. La maggior parte delle foto e degli scritti in questo blog sono miei, ma alcuni sono anche tratti dal web. Dove possibile sono citati gli autori e le fonti. Se per disattenzione o perchè non disponibili, accadesse che in qualche modo qualcuno di sentisse leso, può tranquillamente scrivermi e la foto o il post verranno rimossi. In questo blog è lecito parlare di tutto. Ed è lecito dissentire. Come è pure lecito e auspicabile costruire. Il dissenso è legittimo quando è finalizzato alla costruzione e non alla mera distruzione fine a se stessa. Nessun commento sarà mai rimosso o censurato.
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PER I VOSTRI VIAGGI CONSAPEVOLI
Non dorme nessuno nel cielo. Nessuno, nessuno.
Non dorme nessuno.
I bambini della luna fiutano e aggirano le loro capanne.
Verranno le iguane vive a mordere gli uomini che non sognano
e colui che fugge col cuore spezzato troverà alle cantonate
l'incredibile coccodrillo tranquillo sotto la tenera protesta degli astri.
Non dorme nessuno nel mondo. Nessuno, nessuno.
Non dorme nessuno.
C'è un morto nel cimitero più lontano
che si lamenta da tre anni
perché ha un paesaggio secco nel ginocchio;
e il fanciullo che hanno seppellito stamane piangeva tanto
che fu necessario chiamare i cani per farlo tacere
Non è sogno la vita. All'erta! All'erta! All'erta!
Precipitiamo dalle scale per mangiare la terra bagnata
o saliamo al margine della neve con il coro delle dalie morte.
Ma non c'è oblio né sonno:
carne viva. I baci legano le bocche
in un groviglio di vene recenti
e, a chi gli duole, il suo dolore gli dorrà senza tregua
e, chi teme la morte, se la porterà sulle spalle.
Un giorno
i cavalli vivranno nelle taverne
e le formiche infuriate
aggrediranno i cieli gialli che si rifugiano negli occhi delle vacche.
Un altro giorno
vedremo la resurrezione delle farfalle dissecate
e andando in un paesaggio di spugne grigie e di navi mute
vedremo brillare il nostro anello e scaturire farfalle dalla nostra lingua.
All'erta! All'erta! All'erta!
Quelli macchiati ancora di fanghiglia e acquazzone,
quel ragazzo che piange perché non sa l'invenzione del ponte
o quel morto cui rimane soltanto la testa e una scarpa,
bisogna portarli al muro dove stanno in attesa iguane e serpenti,
dove aspetta la dentatura dell'orso,
dove aspetta la mano mummificata del bambino
e la pelle del cammello s'arriccia con un violento brivido azzurro.
Non dorme nessuno nel cielo. Nessuno, nessuno.
Non dorme nessuno.
Ma se qualcuno chiude gli occhi,
frustatelo, figli miei, frustatelo!
Permanga un panorama di occhi aperti
e amare piaghe accese.
Non dorme nessuno nel mondo. Nessuno, nessuno.
Ve l'ho detto.
Non dorme nessuno.
Ma se qualcuno nella notte ha troppo musco alle tempie,
aprite le botole affinché veda sotto la luna
i bicchieri falsi, il veleno e il teschio dei teatri.
Federico Garcia Lorca
sul comodino ( ma anche per terra e sotto il letto)



FOTO
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Inviato da: cassetta2
il 09/08/2023 alle 10:38
Inviato da: emilytorn82
il 28/12/2016 alle 19:30
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il 14/02/2015 alle 14:07
Inviato da: magdalene57
il 17/06/2014 alle 09:04
Inviato da: AngelaUrgese2012
il 26/04/2014 alle 22:53