Creato da bimbadepoca il 16/03/2005

Il diario di Nancy

Pensieri e storie tra il vero, il verosimile e l'inganno.

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Dilemmi autobiografici

Post n°274 pubblicato il 17 Gennaio 2013 da bimbadepoca
 

Ho avuto l’ingrato compito di scrivere una mia breve biografia. E sono entrata in crisi. Che scrivo?
Cosa ci sarebbe da dire su di me che non sia la solita lista di dati e luoghi? E al contrario posso mai parlare di me stessa usando la terza persona singolare, come se non fossi io, come se fossi un’estranea da osannare??? 
No, non posso farlo anche se così fan tutti, ma io, quando leggo le biografie di questi aspiranti artisti non riesco a trattenere il riso, me li immagino a scrivere di se stessi, a cancellare i termini comuni, ad aggiungere aggettivi qualificativi, a inondare lo scritto di superlativi assoluti, a raccattare nei cassetti della memoria attestati di benemerenza.  
Ho una conoscente che nella sua biografia ha rivelato di essere una giornalista, ma l’unica cosa che abbia mai scritto, in uno sconosciuto quotidiano di provincia, è la lista dei presenti a una serata mondana. Un altro si è proclamato giornalista, credendo in assoluta buona fede che i suoi inopportuni commenti alle notizie sul web, siano da considerarsi articoli a tutti gli effetti. E quelli che si dichiarano free-lance, e tu immagini chissà quali creativi siano, li vedi già armati di macchina fotografica che rischiano la vita in zone di guerra e, invece, scopri con immensa delusione che sono disoccupati o casalinghe disperate.
Per non parlare di quelli che sgranano titoli accademici come fagioli nel piatto. Un’altra mia conoscente ci ha riempito due pagine con i suoi attestati, leggevo e pensavo “ma che davvero”, poi ho ricordato che è diplomata contabile. Che sbaglia i congiuntivi. Che non conosce la storia. Che ha una visione della vita piccola piccola. Che per promuovere il suo romanzo si è fatta fotografare mezza nuda. Che in questi scatti ha pose da contorsionista. Che da quel momento si è affibbiata il titolo di scrittrice e lo brandisce come fosse la spada di Orlando contro tutti i poveri malcapitati che le fanno notare i numerosi errori grammaticali. Muori fellone io sono una scrittrice, i miei non sono errori ma licenze poetiche.



Ecco, io una cosa del genere non la so fare, non mi so vendere, non so scrivere di me in terza persona. Sono più in imbarazzo adesso che sono costretta a scribacchiare queste due righe di descrizione, che il giorno del mio primo appuntamento.
Scusate, forse dovrei spiegarvi i motivi per cui sono obbligata a redigere la biografia di me stessa. Pubblico una storia!!! La mia prima storia!!! Una storiella!!! Una storiellina!!! Quattrocento battute spazi inclusi. Un gioco letterario molto carino nato su quel famoso social network.
Da qualche mese vi partecipo puntualmente ogni settimana, i premi in palio per i vincitori sono sempre diversi, giuro che manco li guardo, partecipo per il gusto di scrivere, d’inventarmi una storia con una trama plausibile in pochissime righe. E non lo so ancora com’è successo, ma una settimana sono stata la vincitrice scelta dalla giuria, e quella settimana il premio in palio era la pubblicazione cartacea in appendice a un romanzo della Todaro editore.

E ora, quindi, mi è richiesta una breve biografia di presentazione da aggiungere al mio lavoro. E sono in crisi.
Le mie amiche mi suggeriscono di scrivere “Nata e, nonostante tutto, i familiari ancora sopravvivono” che potrebbe essere anche carino se non mi ricordasse un necrologio. Un’altra mi consiglia “Sono come sono”, che mi piace tanto ma non vorrei dare l’impressione dell’artista relativista con echi di pirandelliana memoria. C’era pure una poesia di Prévert “Je suis comme je suis”. In mancanza di altisonanti titoli accademici posso citare la conoscenza letteraria come attestato di merito??? 
Invece un altro amico mi ha proposto spiritosamente di allegare un video, che potrebbe essere di gran lunga la soluzione migliore. “Eccomi qui, son io. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. Or che mi conoscete leggete se vi piaccia”. Sì sarebbe carino, potrei pure farlo cantato, sarebbe una cosa originalissima dato che sono stonata come una campana.

 
Il problema comunque resta, cosa scrivo? Sono convinta che alla fine digiterò  direttamente i dati del mio codice fiscale. 

 
 
 

Animals are friends not food

Post n°273 pubblicato il 18 Giugno 2012 da bimbadepoca
 

Da bambina detestavo mangiare la carne, con grande dispiacere di mia madre, convinta sostenitrice del valore proteico di salumi e cotolette.
Niente, non c'era verso, per me la classica fettina in padella equivaleva alla cicuta di Socrate. Per fortuna in casa avevamo un cane, una bastardina nera di nome Kelly, la quale puntualmente a ora di cena si poneva sotto la mia sedia. Spesso mia madre la cacciava fuori dalla cucina trascinandola per la collottola ma Kelly cresciuta tra un branco di bambini scalmanati, appena poteva sgattaiolava nuovamente in cucina mettendo il muso sulle mie gambe.


Le fettine, che secondo mia madre, avrebbero dovuto farmi crescere forte e sana, finivano tra le fauci soddisfatte della mia cagnetta. Certe volte mia madre sapendo della mia avversione per la carne si sedeva proprio di fronte a me per accertarsi che realmente mangiassi, io fingevo di apprezzare la meravigliosa pietanza, impugnavo coltello e forchetta da brava bambina e mettevo il pezzetto di carne in bocca sorridendo. Appena mia madre volgeva lo sguardo altrove sputavo velocemente la carne sul pavimento. Non sempre questa elegante manovra mi riusciva, a volte mia madre non distoglieva lo sguardo quindi mi toccava fingere di masticare per lunghissimi minuti, altre volte ero colta in flagrante e mi beccavo certi schiaffoni che ancora li ricordo. I rimproveri erano all'ordine del giorno, mia madre mi accusava di sciupare un cibo destinato ai re, mi prospettava terribili malattie e in cuor suo non si capacitava di questa figlia contadina, che preferiva le proletarie verdure. Sì, perché ero capace di mangiare decine di panini con i friarielli, ma le salsicce statene certi, finivano a ingozzare Kelly sotto il tavolo. Ho sempre pensato che non sarei sopravvissuta se non avessi avuto un cane.


Una volta mi capitò di veder uccidere un coniglio, credo d'averlo già raccontato tra le pagine di questo diario, accompagnavo mia madre a fare la spesa e quel giorno ci fermammo in macelleria. In quegli anni gli animali da cortile erano macellati sul momento, non esistevano ancora le pallide e asettiche fettine di carne confezionate nelle vaschette di polistirolo, che distrattamente buttate nel carrello. La mia generazione ha vissuto il passaggio dalla società semplice e provinciale all'opulenza del consumismo di massa.
Quella mattina in macelleria c'era una gabbia piena di coniglietti e le massaie se li sceglievano con occhiate da intenditrici. Il macellaio afferrava il prescelto e lo sgozzava con indifferenza, continuando a chiacchierare e a corteggiare le clienti. Io avrò avuto circa sei anni, tiravo mia madre per la manica perché non capivo come nessuno fermasse quella crudeltà, perché tutto continuasse uguale intorno a me. Avevo scelto un coniglietto anch'io e lo guardavo stringersi agli altri e tremare di paura. Non ho mai dimenticato il terrore che gli leggevo negli occhi. Non ricordo altro, forse ho pianto o forse ho avuto gli incubi di notte.
So solo che non ho mai toccato carne di coniglio e che mia madre non ha mai insistito per farmela mangiare, ogni volta che la preparava, per me comprava la mozzarella.


Con un curriculum del genere era inevitabile che diventassi vegetariana. La prima volta ho smesso di mangiare carne nell'agosto del 1990, pochissimi giorni dopo aver chiuso una storia d'amore durata quattro anni. Nonostante fossi giovanissima, facevo il bilancio della mia vita ed era fallimentare, fino a quel momento avevo collezionato solo errori e uomini difettati. Uno dietro l'altro. Dovevo assolutamente cambiare. Un colore di capelli diverso, l'allontanamento di tutti gli amici di cui mi ero circondata fino a quel momento e l'eliminazione della carne dal mio menù.
Sono stata vegetariana per quasi cinque anni e ne avrei da raccontare di aneddoti e pregiudizi, di lavate di capo e di piatti sbattuti a terra. Al sesto mese di gravidanza ho dovuto smettere, non avevo più ferro e le cure mediche non mi facevano effetto.
In questi quindici anni ho mangiucchiato carne, sempre controvoglia, sempre poca. Negli ultimi tempi mangiarla mi costava veramente fatica, ogni volta che ingoiavo un boccone, ripensavo alle vacanze in montagna, alle mucche al pascolo che accarezzavo, agli agnellini morbidi che stringevo al seno, ai maialini rosa che si lasciavano fotografare incuriositi. Mi sentivo un cannibale.

 

Da un anno e mezzo ho smesso nuovamente di mangiare carne, contrariamente alla prima volta, dove mi limitai a eliminare la carne dalla dieta senza fare alcuna modifica, questa volta sono molto attenta a bilanciare quello che mangio. L'idea che molti hanno dei vegetariani è d'individui tristi e infelici, i quali piluccano da soli verdurine scondite. Niente di più falso, da quando sono vegetariana la mia dieta si è arricchita di sapori, odori e colori. Consulto regolarmente siti di ricette, mi lascio tentare dai cibi di altri paesi, interpreto tutto secondo la mia fantasia. La mia cucina è diventata un laboratorio creativo, una fucina d'idee, ogni giorno m'invento un piatto nuovo, utilizzo spezie che prima manco sapevo che esistessero, provo abbinamenti insoliti. Ho coinvolto in questa esperienza tutta la famiglia, anche se ogni tanto mi tocca cucinare la carne altrimenti mio figlio mi denuncia a telefono azzurro per inadempimento dei doveri materni.


Sono consapevole che il mio gesto singolo non salverà gli animali dalla macellazione, vorrei che tutti smettessero di mangiare carne, che tutti non comprassero prodotti cosmetici sperimentati sugli animali, che le persone ritornassero a quella che era l'alimentazione spartana dei nostri nonni. Per questo v'invito a leggere le motivazioni che spingono noi vegetariani a essere come siamo.
Anche se, devo proprio confessarlo, continuo allegramente a mangiare frutti di mare e gamberi. Senza alcuna competenza scientifica ho declassato crostacei e vongole in fondo alla scala evolutiva, li ho inseriti tra gli animali privi di sentimenti e intelletto. Ma ogni volta che guardo Alice nel paese delle meraviglie e le sue ostrichette, un piccolo dubbio mi attraversa la mente e non so se posso considerarmi vegetariana per davvero.

 

 
 
 

Innamorarsi di Antinoo

Post n°272 pubblicato il 23 Maggio 2012 da bimbadepoca
 

Da qualche tempo sto frequentando molto assiduamente un uomo ma prima che cominciate a complimentarvi, felici che anch’io dopo tanto penare abbia trovato il meritato premio, lasciate che vi racconti questa storia.

L’ho conosciuto circa quattro anni fa a una riunione mondana. La maggior parte dei partecipanti era brilla e rideva sguaiatamente di doppi sensi stantii. Qualcun altro cercava di darsi un contegno parlando di vacanze esclusive col tono sussiegoso dei privilegiati. Altri ancora teorizzavano di politica e rivoluzioni e ancora oggi sono seduti sulle stesse poltrone. Lo ammetto mi annoiavo, e non vedevo l’ora di tornarmene a casa, ma poi ho visto quest’uomo seduto su un divano in disparte, non si guardava intorno, non si annoiava, stava lì sereno, semplicemente ascoltava la musica.
Aveva una bellezza particolare, non appariscente ma che si rivelava lentamente, solo osservandolo ti accorgevi che ogni dettaglio del suo viso era perfetto. Mi ricordava la statua di Antinoo, aveva lo stesso profilo, gli stessi riccioli che gli cadevano sugli occhi. Era sensuale in modo inconsapevole.

 

Presi al volo un bicchiere di sherry da un vassoio e mi avvicinai, mi sedetti al suo fianco, lui non si voltò, sembrava che non si fosse accorto della mia presenza, continuava ad ascoltare la musica con espressione rapita.
-Adoro questa canzone- dissi dopo poco, mentendo spudoratamente, perché era la prima volta che l'ascoltavo e manco sapevo chi la cantasse. Senza volerlo avevo toccato il tasto giusto, cominciò a parlarmi di accordi e sinfonie, di gruppi musicali sconosciuti ai comuni mortali, di artisti clandestini che si esibivano per un ristretto cenacolo d’intellettuali idealisti.
Io annuivo, fingevo di comprendere e approvare tutto quello che diceva, ma ogni sua parola mi era incomprensibile. Da vicino mi ero accorta di un’anomalia che sporcava la sua bellezza da statua. Era completamente strabico, e anche se avrei voluto specchiarmi nel cielo trasparente dei suoi occhi, evitavo di guardarlo, per paura che pensasse lo facessi per curiosità.

Probabilmente lui comprese fin dal primo momento che ero un’incompetente in materia musicale, continuò a parlarmi perché, in qualche modo, certi incontri ci sono predestinati. E quando capita lo sai, lo riconosci subito.
E’ cominciata così tra noi, telefonate, messaggi, lunghe mail in cui ci raccontavamo, a poco a poco siamo diventati amici. E abbiamo cominciato a incontrarci regolarmente a casa sua.

Umberto Utrillo è un pianista, già soltanto il suo nome è musicale, ti parla d’arte e colori, di poesia e d’assenzio. Passiamo interi pomeriggi al piano, lui suona ed io lo osservo, somigliamo a Schroeder e Lucy, lui compone perso tra le sue note ed io, sospiro.
Quello che suona non è bello, è eccezionale, ogni volta che lui pigia sui tasti, per me il tempo si ferma, chiudo gli occhi e mi manca il respiro, alle sue note provo un senso di malinconico dolore.
I primi tempi ho cercato di sedurlo, come Lucy mi sdraiavo sul pianoforte e tentavo avances alternando goffaggine e ironia.
Intuivo che le sue composizioni erano dichiarazioni d’amore e sapevo pure che non erano per me. Ma lui mi faceva riascoltare passaggi e ottave spiegandomi che ero stata io a suggerirgliele, che anche se non lo sapevo, ero un personaggio molto evocativo. Che lui componeva tantissimo inspirandosi a me, ed io riascoltavo cercando di capire in quale nota ci fosse nascosta una parte di me.
Finché un giorno, dopo due anni in cui ha imparato a fidarsi, l’ha confessato, me l’ha detto per caso, tra una nota, uno sberleffo e un tentativo di seduzione, sì, aveva una relazione stabile da diverso tempo.
E a differenza di tutti gli uomini che avevo conosciuto, non mi ha regalato la solita manfrina della moglie orchessa. No, mi ha parlato di questa persona con toni delicati, con tenerezza struggente e mentre lo faceva il suo viso si è illuminato di uno dei suoi sorrisi di miele.

Abbiamo continuato a vederci, ogni volta che si esibisce in pubblico, gli piace vedermi in prima fila, sembra che abbia bisogno del mio applauso, ogni volta che le luci si spengono e la musica parte, la cascata delle sue note entra in me con lo stesso incanto, la mia emozione rinnovata è la misura della sua bravura e del suo talento. E lui questo cerca.
E quando lo ritrovo nel retroscena, è stanco, scarmigliato e pallido come un convalescente, la musica per lui è dolore e sangue. Mi guarda e i suoi occhi storti mi confondono sempre, perché non so mai se guarda me o il muro.

Parliamo tanto, io più di lui, credo d’avergli raccontato la mia vita in ogni piega, gli ho raccontato di me, dei miei sogni e degli uomini sbagliati, Umberto ha raccolto ogni mia lacrima e mi ha fatto ridere. Mi ha smontato ogni storia e mi ha restituito delle caricature da cabaret al posto dei miei eroi.
-Tu sei una donna con più qualità di quelle che tu stessa credi, mi piace la tua curiosità travolgente e inappagabile, il tuo intuito, la tua voglia di arrivare alla verità, la tua modestia, la tua libertà-
Un’altra volta, invece, mi ha confessato che il mio modo di comportarmi è molto maschile, giuro che se una cosa del genere l’avesse pronunciata qualsiasi altra persona avrebbe ricevuto una capocciata sul muso, ma detta da Umberto so che è un complimento meraviglioso.


Sì, di quest’uomo  mi piace tutto, la malinconia compiaciuta, la timidezza, il suo modo inutile di essere tormentato, anche il suo sguardo strabico, perché è quello che avrei voluto sposare, l’unico per il quale avrei buttato alle ortiche tutti i vantaggi di essere zitella,  invece siamo soltanto amici come vecchie comari, perché Umberto è irrimediabilmente gay. 

 
 
 

Saponi e parole e forse la prigione

Post n°271 pubblicato il 16 Maggio 2012 da bimbadepoca
 

 

Qualche tempo fa ho partecipato a un piccolo concorso letterario, indetto da una famosa marca di saponi. Ogni settimana bisognava raccontare degli stati d'animo femminili in pochissime righe, i racconti più votati dai lettori si aggiudicavano una fornitura di saponi. Ebbene, la vostra Nancy non solo ha partecipato, ma ha anche vinto per tre volte di seguito.
Che fortunata direte voi, in questi tempi di crisi assicurarsi almeno saponi e bagnoschiuma per interi mesi. Errore!!! Quei saponi li ho regalati alle mie amiche come ricompensa per avermi votata, sono stati lo scambio equo che ho pagato per il mio momento di saponosa fama. Immagino che questa cosa non avrei dovuto dirla, non è valido in un concorso all'acqua e sapone ammettere d'aver corrotto i giurati. Sempre meglio che ammettere che quei saponi non li avrei potuti usare perché sono allergica ai prodotti industriali, non mi sembra carina come pubblicità.
Che poi questa famosa marca di saponi ha fatto le cose per bene, a ogni fornitura che ricevevo a casa, dovevo restituire firmato un documento in cui m'impegnavo a non pretendere nulla per gli usi futuri che avrebbero fatto delle mie parole. In realtà non ho idea di cosa possano farsene dei miei quattro vaneggiamenti, esercizi di stile giusto per non dimenticare che una volta avrei voluto fare la scrittrice. Solo che adesso non sono nemmeno sicura di fare un'azione legale nel riportare qui le mie storie, magari per un crimine del genere potrei anche essere giudicata colpevole. Sì vostro onore ho chiesto voti in cambio di sapone. E sì vostro onore ho pubblicato le mie storie pur sapendo che avevano un marchio S.r.l.

 

 

Cosa vi mette di buonumore nelle giornate storte

Tragedie bibliche. Piccoli e grandi drammi. Eppure per noi donne contano solo i problemi del cuore. In passato sfogavo le mie ansie d'amore regalandomi quintali di  impalpabili mutande, trine e merletti come una soubrette. Accumulavo nei cassetti occasioni che non ho vissuto perché ogni volta che mi capitava, avevo indosso il completo spaiato o la pancera.
Oggi quando voglio coccolarmi entro in una pasticceria: cioccolati, bignè, babà e millefoglie, ancora ricordo con lussuria un'intera sacher torte tutta per me.

 

Momenti d'intimità

Ho comprato diverse qualità di tè, ma già quando sono uscita dal negozio, avevo dimenticato il colore, la provenienza e i benefici d'ognuna. Ogni mercoledì, di ritorno dal corso di yoga per ritrovare un equilibrio interiore che non ho mai avuto, ne scelgo uno a caso, lasciandomi ispirare dai nomi voluttuosi come lacche cinesi.
Sbaglio immancabilmente i tempi d'infusione, metto in sottofondo canzoni che non confesserei mai d'ascoltare e sorseggio la mia bevanda sentendomi un perfetto mix tra una geisha, una lady inglese e un'ecologista naif. E dimentico d'abitare in un condominio alveare a Tor Pignattara.

 

Colpo di testa

Sono stanca d'attese e sospiri, non mi saziano i magari e i vorrei, non comprendo le ipocrite regole degli amori part time.
L'opuscolo sbattuto sul naso con l'albergo che sembra un boudoir: due giorni e buttiamo la chiave.  
Partiamo, perché senza follia la nostra relazione non è niente.  E il trito ritornello che ti manco è solo una parola rabberciata. Che diamine, qualche volta mi manca anche nonna Cesira, che aveva ottanta anni e il fiato di cipolle.

 

Momenti divertenti con un'amica

Isola bianca di calce e mare turchese. La prima volta in vacanza con un'amica, l'ostello ci sembrava una reggia e il bagno nel corridoio era l'emblema della libertà conquistata.
Lo usavamo insieme, non esisteva il pudore dei corpi ma solo la voglia smaniosa di condividere ogni momento, ogni pensiero.
Quella sera lei faceva la doccia, io mi truccavo avvolta in un minuscolo asciugamano. Entrò un calabrone della finestra e, stordito dai nostri profumi, si gettò come un kamikaze nella mia direzione.
Scappai urlando nel corridoio, la porta spalancata per offrire agli sguardi una Venere insaponata che ridendo chiamava il mio nome.

 

La vanità punita

No, non era mia intenzione sedurlo, volevo mostrargli la mercanzia che non avrebbe mai comprato. Era soltanto un gioco.
Il cappotto lungo e informe era un uovo di Pasqua, nascondeva la sorpresa di una minigonna inguinale e stivali oltre le ginocchia.
Per la cena scelse il locale più cool del momento, anche il mio capoufficio bigotto aveva fatto la stessa scelta. E non solo, c'era pure il mio ex che sfoggiava con orgoglio un'amica raffinata in tubino nero. Per non sembrare una battona ho mangiato con il cappotto!!!

 

 

 

 
 
 

Quando le parole scelgono per te...

Post n°270 pubblicato il 14 Maggio 2012 da bimbadepoca
 

Avevo dimenticato il piacere peccaminoso d’infilare la moleskine in borsa, tirarla fuori per strada, al supermercato, in fila alla posta, solo per annotare quel pensiero improvviso.
Già, le parole mi hanno ritrovato a tradimento, ho provato a sfuggirgli, mi sono nascosta tra fossati e castelli, ma le parole sono amanti fedeli, lo sanno quando fanno parte del destino e aspettano pazientemente che lo comprendi anche tu.
Sono brave a indurti in tentazione, ti fanno l’occhiolino, ancheggiano come prostitute consumate, provocano e lasciano intravedere meraviglie se ti lasci conquistare. Giuro che ho resistito, ho fatto tutto quello che ho potuto per non farmi corrompere, ma poi negli ultimi tempi i miei stati su face book si facevano sempre più lunghi. Le parole sentivano l’urgenza di dire, ho cercato di tenerle a bada, ho cancellato e omesso, ma quelle accorrevano tutte insieme, si sospingevano a vicenda, volevano essere usate.
Dopo tutto questo tempo erano stufe di stare da parte, avevano storie da raccontare, riflessioni da puntualizzare, paure e rabbia da condividere. Le parole sono farfalle che vogliono volare.


Il mio è un ritorno??? Chissà, magari sono già tornata.
Ho molti frammenti di me sparsi in giro, devo ricollocarli al posto giusto, in questo diario dove è scritta la mia vita. Ho solo un po’ paura di non riuscire a ristabilire i legami che avevo prima, ho paura che un’accoglienza tiepida possa frenare l’entusiasmo che sento.

 
 
 

Figli delle stelle

Post n°269 pubblicato il 19 Agosto 2011 da bimbadepoca
 

 

Non ricordo se vi ho mai parlato del mio interesse per l'ufologia. Sì, avete letto bene, credo negli alieni!!! Non è matematicamente possibile che la Terra sia l'unico pianeta abitato degli interi universi, che cavoli è anche una questione di probabilità statistica.
Sono profondamente convinta che in tempi assai remoti debba essere avvenuto un contatto tra i nostri progenitori e queste civiltà spaziali, mi baso sul principio dell'evemerismo: le prove di questi incontri sono descritte nei miti. Vi prego non storcete il naso, non voglio tenere una noiosa lezione accademica sugli ufo e la mitologia, mi limito all'essenziale, perché immagino già sappiate che in ogni cultura si parla di Dei venuti dal cielo. Non deve essere difficile figurarsi l'incontro tra gli antichi abitanti della Terra e questi uomini che avevano conoscenze sbalorditive, chissà forse l'imput per la nascita della nostra civiltà è cominciato proprio così.
Poi nei secoli a venire qualcuno ha mischiato le carte in tavola e ci ha propinato le religioni con tutte le limitazioni di sorta che ne sono seguite. Ma questa è un'altra storia, ho la pessima abitudine di divagare.

Dicevo che m'interesso d'ufologia, non sono di quelli che passano le notti con il naso per aria nella speranza di vedere un marziano, non sono nemmeno tra quelli che stanno collegati ventiquattro ore al giorno ai canali dei radiotelescopi per captare un fruscio spaziale. Diciamo che l'argomento mi appassiona e spesso curioso tra siti specifici o faccio ricerche seguendo mie teorie strampalate.
Proprio l'altro giorno mi sono imbattuta nel pianeta Nibiru.
Consentitemi una piccola spiegazione per i profani, Nibiru per gli antichi Sumeri era il pianeta da cui provenivano i loro dei: gli Anunnaki.
Molti studiosi della materia ritengono probabile che gli Anunnaki altri non siano che quei primi alieni sbarcati sulla terra da cui apprendemmo la conoscenza.
Il pianeta Nibiru avrebbe un'orbita lunghissima, al tempo dei Sumeri era molto vicino alla Terra, questo avrebbe permesso ai nostri fratelli spaziali di presentarsi per una visita di cortesia, come si fa tra buoni vicini. Non è dato ancora sapere chi offrì il caffè.


Ebbene, mi sento tanto la Carrà a fare quest'annuncio, ma dopo 3600 anni il pianeta Nibiru è di nuovo qui!!! Frenate l'entusiasmo, posate le macchine fotografiche, prima di correre a prepararvi per l'incontro ravvicinato del terzo tipo, dovete sapere ancora alcune cosette, particolari di nessuna importanza, ma è sempre meglio essere preparati in vista di un evento di tal fatta.
Dovete sapere che gli scienziati ufficiali sostengono che, ciò che si sta avvicinando alla nostra orbita, non sia il pianeta Nibiru ma la cometa Elerin.
Peccato, lo so, già sognavate di mettere su face book la vostra foto abbracciati a ET.
Se vi può consolare, vi rivelo cosa dicono gli studiosi catastrofisti, secondo loro l'avvicinarsi alla nostra orbita di un pianeta che ha le dimensioni pari a quattro volte la Terra potrebbe comportare qualche piccolo problema d'attrazione gravitazionale. Sia chiaro nulla di grave, intorno al 25 settembre, il giorno in cui Nibiru entrerà nella nostra orbita, ci potrebbero essere dei terremoti del nono grado Richter, eruzioni vulcaniche in tutto il pianeta, brusco aumento della temperatura con conseguente inondazione di terre emerse, in parole povere il Giappone e la Nuova Zelanda sparirebbero dal mappamondo. Dimenticavo tempeste di fuoco, tornado e uragani sparsi.

Insomma a settembre, oltre alla stangata fiscale, ai licenziamenti iniqui e ai sacrifici imposti alla solita parte della popolazione italica, ci aspetta anche quest'altra spada di Damocle. Indubbiamente un ottimo rientro dalle ferie.

Non so voi ma io, non solo ho deciso di saltare la rata del mutuo e di non pagare i lavori condominiali, ma sto stilando la lista delle cose che vorrei fare prima del 25 settembre:

1)      Entrare in un negozio e fare acquisti come Julia Roberts in Pretty Woman.

2)      Visitare Budapest

3)      Trascorrere un intero week end in un centro benessere a sette stelle.

4)      ..............................................

5)      ............................................

6)      .......................................

7)      ..................................................

8)      ........................................................

Il resto non è dicibile su una pubblica piazza, i desideri di un condannato a morte non devono necessariamente essere casti e puri.

 

 

 
 
 

Diario delle vacanze, parte prima

Post n°268 pubblicato il 08 Agosto 2011 da bimbadepoca
 

 

Da quando la storia d'amore, tra Isabella e il professore universitario, è finita, la vita sentimentale della mia amica è diventata molto instabile.
Conclusa la parentesi con il rockettaro trentenne, è arrivato il turno di un parrucchiere, poi di un investigatore privato e per finire di un arredatore d'interni con la puzza sotto il naso. Da qualche mese ha una cotta adolescenziale per un istruttore di latino americano, ogni sera frequenta i suoi corsi di ballo, si è comprata dozzine di abiti sinuosi per le lezioni, ma finora non è riuscita a fare breccia nel cuore del piacente ballerino.
Nel nostro circolo del ramino si vocifera che il tizio sia omosessuale, Eugenia e Laura l'hanno conosciuto, gli atteggiamenti palesemente effeminati hanno fatto da biglietto da visita. Isabella però si rifiuta di dar credito a questa versione, per lei il ballerino è solo gentile e educato, siamo noi altre che abbiamo avuto sempre a che fare con i camionisti. Anzi secondo lei il ballerino sarebbe l'incarnazione della virilità, il dio Priapo cacciato dall'Olimpo.

All'incirca un mese fa, Isabella mi ha telefonato per propormi d'andare in vacanza con lei. Quindici giorni seguendo il percorso della Romantische Strasse in Germania. Unico neo il viaggio era stato organizzato dalla scuola di latino americano, per cui i nostri compagni d'avventura sarebbero stati i ballerini e gli aspiranti tali.
- Guarda Isabella non avrei avuto alcun dubbio se si fosse trattato di un viaggio organizzato da un circolo culturale, ma dei ballerini di merengue, mi spieghi che cavolo c'entrano con la Germania??? Dovevate andare a Cuba, a Santo Domingo, ai Caraibi. -
- Infatti, inizialmente è proprio lì che dovevamo andare ma poi l'agenzia di viaggi ha organizzato per noi quest'itinerario, non chiedermi il motivo, non lo conosco. Probabilmente questa meta è più conveniente o forse si sono lasciati infinocchiare dalla ragazza dell'agenzia di viaggi. In tutta sincerità Nancy, per me Cuba o Germania non cambia nulla, vorrei solo passare quindici giorni con lui-

Avrei voluto spiegarle che Cuba e Germania non sono propriamente la stessa cosa, che esistono differenze sostanziali tra queste due nazioni, ma poi ho ricordato di quante volte negli anni avevo chiesto a Francesco Liguori di trascorrere un week end con me, qualsiasi destinazione sarebbe stata perfetta, in sua compagnia avrei trovato paradisiaca anche Scampia.
Ho sorriso e immediatamente mi sono sentita solidale con la mia amica, in quella sorellanza tra donne che è fatta anche di grossolani errori di valutazione sugli uomini e desiderio di sognare l'amore nonostante tutto.
Intanto Isabella continuava la sua opera di persuasione - Ti prego Nancy, ci sono ancora molti posti liberi, se quelli che hanno dato la loro adesione non riescono a trovare altri compagni di viaggio, rischia di saltare tutto -
- Ma scusa organizzate un viaggio senza i viaggiatori??? - ero perplessa, le premesse non erano delle migliori, un cambio di meta per inspiegabili motivi, ballerini di salsa spediti a ballare lo jodel tirolese e per finire la mancanza stessa dei suddetti ballerini.


- Nancy lo sai come siamo fatti noi napoletani, abbiamo l'acqua di mare nel dna, gli altri quando hanno saputo che non saremo più andati a Santo Domingo hanno dato forfait. Alla Germania hanno preferito la solita villeggiatura nelle case di Ischia e Palinuro, il villaggio turistico o la crociera. Tu sei l'unica napoletana di mia conoscenza che preferisce le montagne-

- Veramente la Romantische Strasse non è una meta montana-
- Un particolare irrilevante, si tratta comunque di un posto lontanissimo dal mare - ha replicato lei con una logica indiscutibile - Ti prego Nancy, è un'occasione unica per stare quindici giorni insieme con lui-
- Ti capisco benissimo mia cara, ma proprio non sopporto l'idea di un viaggio organizzato. Non ci riesco, io e i gruppi di scout siamo incompatibili-
- Nancy ma mica penserai che partiamo con i viaggi delle pentole??? - ha ribattuto la mia amica un po' piccata, la tentazione di dirle che avrei preferito partire con i pensionati e assistere alla dimostrazione di pentole, trapunte e materassi è stata forte. A confronto con i ballerini di lambada anche le associazioni parrocchiali di Valeria, mia cognata, diventavano auspicabili. Almeno la litania delle preghiere mi conciliava il sonno, invece, la musica raccapricciante che avrebbe accompagnato il lungo viaggio verso la Germania, con tutti quei versi ammiccanti, insopportabili come battute da osteria " el meneaito, el meneaito, el meneaito, aiii aiii aiii", " mueve la colita, mamita rica, mueve la colita", al solo pensiero avevo già i conati di vomito.
- Isabella mi dispiace ma proprio non posso, chiedilo a Laura, a Mavì, ad Anna oppure a Eugenia- il mio tono risoluto non lasciava spazio alle repliche, o almeno così credevo.
- Dai Nancy, sai benissimo anche tu che da quando i figli sono diventati grandi le loro case sono porti di mare. Non domandano mai se i genitori hanno dei progetti, si presentano con amici, fidanzati, e con i pargoletti da piazzare ai nonni. Ieri sera ho fatto un giro di telefonate e ho scoperto che Eugenia aveva a cena i consuoceri, Laura faceva da babysitter alle nipotine e Mavì preparava gli spaghetti di mezzanotte per gli amici del figlio. Che palle!!! In estate uno dovrebbe oziare in santa pace, non far parte di una tribù con obblighi e doveri-

Non avevo mai guardato alle famiglie da questo particolare punto di vista. Ci sono stati periodi della mia vita in cui la condizione di single mi è apparsa insopportabile, anni in cui ho desiderato un figlio con tutta me stessa, giorni in cui maledivo la mia sorte e passavo le serate a piangere sul divano, mentre le mie amiche vivevano la maternità come una continua scoperta che le cambiava profondamente.
Oggi sono una persona serena e realizzata, ho qualche piccolo rimpianto come tutti e ansie smisurate verso il futuro, come tutti. Non ho obblighi verso nessuno, non ho doveri, se decidessi di oziare tutto il giorno, potrei farlo senza sentirmi in colpa. Posso mangiare quello che mi pare, girare nuda per casa, mettermi le dita nel naso, stendermi sul pavimento pensando al nulla. Sono libera!!!
Non devo preparare suntuose cene per impressionare i futuri consuoceri, non devo lavorare gratis come babysitter, a mezzanotte non devo spignattare in cucina. Posso partire quando voglio perché il mio tempo appartiene soltanto a me.
E c'era un altro aspetto che non avevo mai considerato, da sempre in estate, mi trasferivo nella casa di mio fratello all'Elba. I primi tempi ero la zia premurosa che aiutava la giovane cognata con i bambini, luglio era il mese di mia competenza, a giugno c'era con lei la sorella e in agosto la madre. Poi i miei nipoti sono cresciuti ma io ho continuato ad andarci, per abitudine. Oggigiorno la casa all'Elba è continuamente piena di gente, gruppi d'amici dei miei nipoti, i vari figli dei fratelli di mia cognata, colleghi di Armando con relativo parentado, nutrite rappresentanze delle associazioni cattoliche di cui Valeria è membro attivo e fervente. Un caos indescrivibile, molto vivace e informale, ma metti caso un giorno Armando e Valeria volessero rimanere nudi a letto tutto il giorno, per fare l'amore tra le briciole dei panini e i semi d'anguria, non potrebbero farlo.
Oddio, immaginare mia cognata Valeria scatenarsi ignuda tra semi di anguria è un'immagine quasi blasfema, bigotta com'è non credo che abbia mai avuto di questi pensieri impuri, ma è anche vero che se mai ne avesse avuto sarebbe stato impossibile realizzarli, perché da sempre la casa delle vacanze rigurgita di estranei.

E' stata proprio la consapevolezza di privare i miei familiari della libertà a farmi decidere per la Germania.
- D'accordo Isabella, vengo con te!!! -
- Fantastico Nancy, domattina passo a prenderti per fare shopping. Il colore irrinunciabile per quest'estate è il bianco ma in Germania bisogna vestirsi a strati, t'insegno come coordinare canottiere di pizzo, golfini di cotone grezzo e impermeabili laccati senza sembrare una bomboniera da sposa. E poi conosco un negozio che vende abiti da ballo divino-
Ma questa è un'altra storia che vi racconterò la prossima volta.

 

 

 

 
 
 

Voglio andare a vivere lontano...

Post n°267 pubblicato il 07 Febbraio 2011 da bimbadepoca
 

Da ieri mattina ho la cistite, è la seconda volta in vita mia che provo questa meravigliosa sensazione, mi era già successo una decina d'anni fa, quando ancora vivevo a Parigi. Che c'importa direte voi, e ci avreste pure ragione, ma io devo raccontarvi una storia e quindi questo dettaglio è molto importante.


Dieci anni fa, durante la notte mi svegliai con quest'impellente bisogno di fare la pipì, inutile che vi spieghi nei particolari il dolore e il bruciore che si prova. Non sapendo cosa mi stava succedendo, ne ero anche spaventata, ma credevo che alla fine quell'orribile sensazione passasse da sola, Invece dopo aver, stoicamente, sopportato per un paio d'ore, mi trovai costretta a svegliare mio marito alle prime luci dell'alba. Era domenica.
Lui telefonò immediatamente alla guardia medica, spiegò i miei sintomi e tempo dieci minuti, arrivò un dottore a casa nostra. Un medico gentile e competente, che dopo avermi visitata, mi fece un'iniezione calmante. Ci spiegò che avrei dovuto fare un urino coltura e in base ai risultati avrei dovuto prendere un antibiotico specifico.
Dal suo telefono cellulare chiamò il laboratorio analisi. Cinque minuti dopo arrivò un'altra dottoressa per il prelievo, se possibile ancora più gentile e premurosa del primo.
Nel frattempo il calmante fece effetto e riuscì anche a riposare un po'. Meno di un'ora dopo telefonò il primo medico che aveva già avuto il risultato dal laboratorio analisi, chiedendo a mio marito se poteva passare a ritirare la ricetta oppure doveva mandarci qualcuno con il medicinale. Quando mio marito andò a prendere la ricetta ebbero pure la premura di annotargli su un foglietto l'indirizzo della farmacia di turno. Alle nove di quella domenica mattina avevo già preso l'antibiotico, specifico per il mio caso, e non avevo più alcun dolore.
Feci la cura così come mi era stata prescritta e sono stata bene, senza avere mai più ricadute.


Fino a ieri. Quando domenica mattina mi sono svegliata con i sintomi inequivocabili di una cistite, come dieci anni prima ho cercato di sopportare il più possibile il dolore, ho svegliato mio marito soltanto verso le otto. Stessa scena, lui ha telefonato alla guardia medica, e si è sentito rispondere d'andare in farmacia e farsi dare un farmaco generico per la cistite. Tanto ne esistono dozzine di varianti e l'uno valeva l'altro.
Ho preso questa pastiglia, scelta a caso dal farmacista, ma senza risultati apprezzabili, il dolore si è solo leggermente attenuato. Però in cambio mi è venuto un mal di stomaco lancinante, talmente forte che ho dimenticato d'avere la cistite. Certo nel foglietto illustrativo era evidenziato che in alcuni casi poteva dare origine a nausea e vomito, ma voi cosa avreste fatto al mio posto???
Mio marito vendendomi contorcere dal dolore, voleva portarmi alla guardia medica, ma ricordandomi che l'ultima volta che c'ero stata, una banale congiuntivite era stata scambiata per una lesione oculare, non so secondo quali criteri magici, ho preferito evitare.
Ho declinato anche l'invito a recarmi al pronto soccorso, ben sapendo che per una semplice cistite avrei avuto il codice verde pallido e mi sarebbero toccate minimo un paio d'ore di sala d'attesa.
Ho sopportato il dolore per tutto il giorno.


Poi stamattina sono andata dal mio medico curante. Essendo lunedì c'era una lunga coda di pazienti. Ho aspettato pazientemente, finché è arrivato un informatore sanitario, che come sapete hanno la precedenza sui malcapitati pazienti. A quel punto, vincendo la timidezza, ho chiesto se gentilmente potevo entrare prima. Il dolore era insopportabile, dovevo fare la pipì ed ero rossa per la vergogna di confessare che stavo male.
Ovviamente mi hanno fatto entrare, anche se qualcuno mi ha guardato di malo modo probabilmente non credendo all'autenticità del mio malessere. Il mio medico, senza visitarmi e in modo alquanto affettato, mi ha prescritto un altro farmaco generico, ho chiesto se non era il caso che facessi un urino coltura e mi ha risposto che facendomi la richiesta in quel momento sarei riuscita a fare le analisi solo il giorno dopo, normalmente per avere la risposta ci vogliono tre giorni lavorativi e non potevamo aspettare così a lungo. Magari, se proprio volevo, le analisi avrei potuto farle la prossima settimana. Notare come il plurale è diventato singolare nel giro di una sola frase.
Mi ha detto di prendere il medicinale la sera prima d'andare a letto, ho spiegato che proprio non riuscivo più a sopportare il dolore, ma mi ha risposto che avrei dovuto resistere fino a sera. In pratica sono quasi trentacinque ore che ho la cistite e non so più cosa fare!!!


Adesso è chiaro perché voglio andare a vivere all'estero??? E non me ne importa nulla della pizza, della cucina, del sole e del clima del nostro paese, se mancano totalmente i diritti fondamentali dei cittadini.

 
 
 

Questa sera si recita a soggetto

Post n°266 pubblicato il 22 Novembre 2010 da bimbadepoca
 

Da ragazza avevo un talento particolare, riuscivo a farmi raccontare qualsiasi cosa volessi . Questa caratteristica opportunamente abbinata alla naturale arte dell'improvvisazione, era un cocktail micidiale che mi valeva la popolarità tra le amiche. Ero ricercata per estorcere la confessione firmata di assoluta fedeltà ai loro fidanzati.

Personalmente non avrei mai voluto sapere se il mio delizioso capo fosse agghindato da stravaganti protuberanze, e in cuor mio lo ammetto un po' commiseravo chi era preda da gelosie devastanti, mi prestavo al gioco unicamente perché mi divertiva testare il mio talento.


Finché a una mia amica, notevolmente paranoica, non venne in mente che l'eventuale confessione del fidanzato era inattendibile, per sapere la verità bisogna interrogarne il migliore amico. E mi pregò ripetutamente di mettere all'opera il mio talento con codesto sconosciuto. La sua incessante richiesta fu estenuante a tal punto che fui costretta a cedere. Lei aveva studiato il piano nei minimi dettagli.
- Lo telefoni e ti fingi innamorata di lui- mi suggeriva - Vedrai non si tirerà indietro, ti chiederà un appuntamento e lo fai parlare. Come sai fare tu-
A me, in verità, non sembrava un'impresa tanto facile, come potevo fingermi innamorata di uno che manco conoscevo??? E poi in che modo sarei riuscita a farmi raccontare le avventure erotiche del suo migliore amico??? E come potevo telefonare a uno così di punto in bianco, e dirgli "Ciao, tu non mi conosci ma ti amo"???



La mia amica aveva già composto il numero, convinta d'avermi comunicato informazioni dettagliate: il nome, l'indirizzo e la descrizione sommaria del suo aspetto fisico.
Lui rispose e lei mi passò il ricevitore esortandomi con un gesto a fornirle prova del mio eccezionale talento.
- Raimondo sei tu??? -
- Sì, chi parla??? -
- Ecco, in realtà non so da dove cominciare. Tu non mi conosci, ti vedo quando vado a casa di mia zia. Abitate nello stesso parco, tu sei amico di mio cugino. E' stato lui a darmi il tuo numero, ma ti prego non chiedermi il suo nome, ho giurato su quanto avessi di più caro al mondo che non te l'avrei mai detto- il mio imbarazzo, era reale, la storia che andavo inventando abbastanza credibile.
Gli ho confessato che ero cotta di lui, che non facevo altro che passargli sotto il naso, mentre lui s'intratteneva con altri amici nel giardino del suo condominio.
- Ed io ti guardo??? - mi chiese incuriosito
- No-
- Ah!!! - compresi dalla sua esclamazione delusa d'aver dato una pessima risposta. Ma la curiosità prevalse sul raziocinio, forse stimolato anche dal mio dolce tono di voce.
- Come ti chiami???-
- Nancy- mi beccai una gomitata nel fianco, la mia amica mi faceva gesti concitati, aveva paura che mettessi a repentaglio il suo brillante piano rivelando il mio vero nome.
- E dove abiti???-
- A Monte ... didio- stavo per confessare che abitavo a Montesanto, ma una gomitata più forte della prima mi convinse spontaneamente a indicare un altro quartiere.


Come previsto Raimondo mi fissò un appuntamento per il giorno successivo. Non sapevo proprio come avrei fatto a riconoscerlo, quanto più, da quel che gli avevo raccontato (maledetta la mia esuberante fantasia), lo sognavo ogni notte. Non potevo permettermi di sbagliare e avvicinarmi ad un'altra persona. Ancora una volta venne in aiuto la mia provvidenziale amica, propose di passare davanti al luogo dell'appuntamento in autobus per mostrarmi la nostra vittima.
Ci sistemammo davanti al finestrino più largo, sul retro dell'autobus, nel momento che gli passammo davanti lei mi costrinse, sotto gli occhi di decine di sbigottiti passeggeri, ad appiattarmi sul pavimento per non farci scoprire, se lui l'avesse riconosciuta addio confessione. Ovviamente non lo vidi.
Seppi però che indossava una maglietta blu e aveva una moto. Quando scendemmo alla fermata successiva lei, si raccomandò - Non dimenticarti di chiedergli se Marco mi tradisce-. Come se tutta quella messa in scena avesse un altro scopo!!!


Raimondo fu ben lieto di fare la mia conoscenza, forse dalla pessima risposta che gli avevo dato, si aspettava un altro genere di ragazza. Invece quel pomeriggio, vuoi perché mi ero preparata proprio bene, vuoi per la bellezza sfrontata dei vent'anni, Raimondo rimase letteralmente senza parole.
Decidemmo di fare un giro in moto e ci fermammo da qualche parte a bere qualcosa, ricordo solo che io parlavo a ruota libera, per evitare che potesse farmi domande imbarazzanti sulla mia cotta. So raccontare storie magnifiche ma sono sempre stata incapace di mentire.
Ricordo che parlammo di libri, letteratura e poi c'infervorammo a discutere del principe di Sansevero. Lui pareva sempre più ammirato.
- Quando hai chiamato ieri, mi ero fatto un'altra opinione di te. Credevo che fossi completamente scema-
Perché era da persona veramente intelligente uscire con un perfetto sconosciuto per cercare di sapere se il fidanzato dell'amica la tradiva.


Al momento opportuno, con molta nonchalance, tirai fuori il discorso che mi stava a cuore. Nel frattempo c'eravamo spostati di posto, e quella che doveva essere un breve incontro si trasformò in una serata in pizzeria.
- Uno come te, sai quante donne avrà- e nel dire questa frase bugiarda, dovetti avvicinarmi pericolosamente a lui, per evitare che mi guardasse negli occhi - Ogni sera una diversa -
- La sera esco con un mio amico-
Terno!!!
- E chissà che danni andate a fare tu e il tuo amico- gli sussurravo all'orecchio. Normalmente il mio talento non arrivava a questi eccessi, ma in quella missione disperata dovevo necessariamente imboccare la scorciatoia più ovvia.
- Assolutamente no, il mio amico è fidanzato ed è fedelissimo alla sua ragazza-
Tombola!!!
- E tu non sei un tipo fedele??? - non mi rispose perché provò a baciarmi. Giustificai la mia freddezza con la scusa che ero emozionata, che avevo tanto sospirato quel momento da non riuscire a viverlo pienamente. Mi credette.


Mi riaccompagnò a casa verso l'una di notte, a un certo punto mi resi conto che prendeva una strada che non era la mia. Montedidio !!! Cribbio, avevo dimenticato di avergli detto che abitavo a Montedidio.
- Qual è il tuo palazzo??? -
-Lasciami pure qua- e indicai un punto qualsiasi, giacché abitavo da tutt'altra parte.
-Assolutamente no, a quest'ora, con tutti i malintenzionati che ci sono in giro, ti lascio davanti al portone di casa-
- No, i miei potrebbero vederti e farmi storie-
- Non credo sarebbero più contenti se tu rientrassi da sola-
-Lasciami qui, questo è un quartiere tranquillo, non corro rischi -
Fermò la moto poco convinto e cercò di baciarmi, lo scansai farfugliando che mio padre avrebbe potuto vederci.
- Aspetto qui finché non entri-
Ma proprio a me, doveva capitare d'uscire con un gentiluomo d'altri tempi.
-Mi chiami domani??? - Annuii, chissà se avrà mai chiesto di me ai suoi amici del condominio, chissà quanti di loro saranno stati costretti a presentargli le cugine.


Queste non erano le domande che mi ponevo in quel momento, avevo il problema di trovare un portone aperto nel quale fingere d'infilarmi, e cosa ben più grave, dovevo tornare a casa.
Finsi di citofonare e mi rannicchiai contro il portone di un palazzo a debita distanza da lui, non oso immaginare cosa avrebbe potuto pensare se fosse passato lì davanti.
Io attesi un po' e poi cominciai a camminare su e giù per la strada deserta, pensando a come fare per tornare a casa.
Non ero molto lontano dal mio quartiere ma, a quell'ora di notte, equivaleva a follia pura tentare di tornare a piedi, l'unica soluzione possibile era prendere un taxi però non avevo soldi in borsa. Avrei potuto chiedere al taxista d'accompagnarmi gratis, era un metodo che avevo già sperimentato e qualche volta funzionava, oppure al momento di pagare fingere di aver smarrito il portafogli, anche questo metodo era già stato sperimentato con successo. Oppure potevo raccontare direttamente d'essere stata derubata, avrei potuto inscenare due lacrimucce e qualche singhiozzo, nessun uomo avrebbe potuto resistere a una siffatta scena strappalacrime, soprattutto se a interpretarla, era una giovane donzella in minigonna.
Questa recita mancava al mio repertorio e anche se non avevo voglia di recitare due ruoli diversi nella stessa sera mi avviai allegramente verso il posteggio dei taxi.

 
 
 

Barbie ballerina

Post n°265 pubblicato il 27 Settembre 2010 da bimbadepoca
 

Ho raccontato a mia figlia che da piccola avevo una Skipper, la sorellina minore di Barbie, alla quale bastava roteare il braccio per farle crescere i seni. E poi la Barbie ballerina, articolo determinativo singolare, aveva una coroncina in testa e le scarpette da danza, inutile aggiungere che era la mia preferita.

 Ricordo ancora il giorno in cui mia madre ed io entrammo in un negozio di giocattoli per comprarla, in quegli anni i giochi erano di esclusiva competenza della befana. Babbo Natale era ancora un'usanza nordica, lontana. Ai compleanni bastava una torta fatta in casa ed era festa se, invece, del solito ciambellone la mamma farciva il dolce con la Nutella. Agli onomastici ti dicevano auguri e ti bastava, e quando portavi a casa una pagella con tutti dieci, nessuno ti diceva niente.

Sì, dimenticavo, mia nonna ogni mattina ci portava "la bella cosa", ma si trattava di un dolcetto o di un pacchetto di figurine.

Avere un giocattolo era un evento del tutto eccezionale, infatti, la mia bella Barbie ballerina mi fu regalata per ripagarmi di un pomeriggio all'ospedale. Era l'inverno del 1975, avevo appena compiuto otto anni, mentre tornavo a casa ebbi la splendida idea di salire gli scalini saltandoli. Un balzo a piedi uniti, un gradino dopo l'altro, dopo le prime rampe di scale il gioco era già diventato troppo facile.
Decisi di rendere il gioco più impegnativo, con un balzo avrei saltato due scalini insieme ma presto diventò facile anche salire in questo modo, dovevo aumentare ulteriormente la difficoltà. Tre scalini per volta.

Devo premettere che non avevo le mani libere, questo particolare è molto importante, in quegli anni era normale che una bambina tanto piccola fosse impiegata a fare delle semplici commissioni. Ogni pomeriggio avevo il compito d'uscire a comprare qualcosa, perché mia madre era sempre troppo impegnata con i miei numerosi fratelli, tutti più piccoli di me.
Non ricordo cosa comprai quel giorno, ricordo solo che saltando tre gradini, fu proprio a causa di quelle buste che persi l'equilibrio. E non ebbi la prontezza di lasciarle per attutire la rovinosa caduta con le mani.
Caddi con la faccia a terra, la lingua mi si mozzò tra i denti e i due incisivi superiori si spezzarono, non senti nessun dolore, mi rialzai come se nulla fosse successo. Poi notai il sangue sullo scalino di marmo bianco, lo notai prima ancora di sentirne in bocca il sapore caldo. Toccai il labbro e mi ritrovai le mani insanguinate. A quel punto urlai chiamando la mamma.

In quegli anni era consuetudine accorrere alle urla di un bambino, gli usci delle porte si spalancarono e ne uscirono donne scarmigliate che vedendomi si portarono le mani al volto invocando i santi.
Mia madre arrivò ed era pallida e muta, solo oggi che sono madre a mia volta posso immaginare il suo stato d'animo.
Alcune donne ci seguirono in casa, davano consigli, mi fecero sciacquare la bocca nella speranza vana d'arrestare tutto quel sangue. Fu subito chiaro che c'era bisogno di un dottore, mi tamponarono la bocca con degli asciugamani, mia madre e una vicina mi accompagnarono a piedi in ospedale.

Al pronto soccorso non esistevano ancora codici rossi, gialli, verdi o arcobaleno, per cui fui immediatamente visitata e subito preparata per essere ricucita.
Ricordo che arrivò un infermiere con un divaricatore e quest'oggetto mi sembrò un terribile strumento di tortura, ne fui spaventata a morte e cominciai a piangere disperata. Per fortuna un dottore spiegò che non era possibile usare il divaricatore perché avevo un dente rotto e l'altro penzoloni.
Ricordo ancora il mio ingenuo sollievo quando l'oggetto fu portato via, poi ho solo immagini sfocate di tante persone che mi tenevano ferma, perché in quegli anni non esisteva anestesia per i tessuti molli.

Mia madre restò terribilmente scossa dal dolore che avevo provato, oggi so che fu come se l'avesse sentito sulla sua pelle, decise quindi di risarcirmi accompagnandomi in un negozio di giocattoli e regalarmi la Barbie più bella.

Ho raccontato quest'episodio a mia figlia, incredula che alla sua età avessi solo due Barbie, insieme abbiamo cercato in rete la mia Barbie ballerina.
L'ho riconosciuta subito, compagna di tanti giochi, prima interprete delle storie che la mia fantasia metteva in scena, ed era ancora bellissima come la ricordavo.
Mia figlia, invece, l'ha trovata brutta. E' corsa in camera sua prendendo a caso alcune Barbie, ne possiede di tutte le fogge con vestiti per ogni occasione, voleva convincermi che le sue fossero più belle mettendole a confronto.

A mio avviso non sono confrontabili, la mia Barbie ballerina ha un faccino pulito, un'espressione dolce. Le sue sono truccatissime e hanno tutte un'espressione aggressiva, sono così diverse che al loro cospetto la mia Barbie sembra scialba, anche se è senz'alcun dubbio più bella.
Purtroppo ho scoperto che nemmeno le nostre infanzie sono confrontabili, ma non perché oggi i nostri figli hanno più giocattoli, molte più occasioni per riceverne e vivono sotto una campana di vetro. No, non è quello, è solo che i nostri figli ricevono i valori sbagliati imballati con tinte vivaci. E questa cosa non mi piace. Nemmeno un po'.

 

 
 
 
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LA TRAMA DI QUESTO BLOG:

" E quello che lei mi disse
fu in idioma del mondo,
con grammatica e storia.

 

Così vero
che sembrava menzogna."
(Pedro Salinas)

 

Sa sedurre la carne la parola,
prepara il gesto,
produce destini.

(Patrizia Valduga)

 

 "Altri menino vanto delle parole che hanno scritto: il mio orgoglio sta in quelle che ho letto"
(J.L. Borges)

 

"Quello che ora diamo per scontato, un tempo fu solo immaginato"

(William Blake)