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« LA SEPARAZIONE DEL GIUDI...PERCHÉ NASCE UNO STATO »

UN LIMITE AL RISPARMIO

Post n°1108 pubblicato il 04 Maggio 2025 da rteo1

UN LIMITE AL RISPARMIO

Il Presidente della Commissione europea, in occasione della presentazione al Parlamento U.E. del Piano definito "ReArm Europe" (adesso ridenominato "Readiness 2030", per non angosciare i cittadini), ha detto, tra altro, « Trasformeremo i risparmi privati in investimenti necessari ». Una "minaccia" che certamente si concretizzerà in attività future da parte della U.E. nell'indirizzare gli investimenti privati. Gli italiani hanno già provato l'esperienza (amara, per molti) di vedersi prelevare dai propri conti il famigerato sei per mille dal governo Amato che, nel 1992, nella notte a cavallo tra la domenica e il lunedì mattina, prelevò d'autorità il danaro dai depositi bancari e postali. Sentire, adesso, a distanza di tempo, che anche la Commissione europea (un organo tecnico, burocratico, oligarchico, inviso a molti e non rappresentativo della volontà democratica dei popoli della U.E.) progetta di "utilizzare" i "risparmi privati", peraltro per finalità molto discutibili, ossia spendere 800 miliardi di euro in armamenti e difesa militare per contrastare una ipotetica e fantasiosa aggressione della Russia, fa sorgere non poche perplessità e dubbi circa l'opportunità e l'utilità di accumulare risparmi da parte dei cittadini (ovviamente non tutti, perché di sicuro i circa 10.000.000 di italiani poveri, secondo i dati ISTAT, non se ne curano affatto, come forse gli stessi ignorano anche chi sia la Presidente della Commissione e delle altre istituzioni europee, e non solo). L'episodio induce certamente i benpensanti ("categoria" ormai in via di estinzione, che non è specie protetta. Anzi!), che si sforzano di controllare e dominare l'irrazionalità della psiche col proprio io-cosciente, a chiedersi se sia o meno una follia invocare "più Europa" (come hanno fatto in Piazza del Popolo a Roma alcuni "intellettuali" della "carta stampata" ai quali si sono accodati diversi leaders politici e amministratori locali) senza risolvere prima il problema politico se debba essere una "Unione" di Stati (nella forma degli "Stati Uniti", con a capo il Presidente; e se quest'ultimo debba essere come Trump, Macron, o altro modello monarchico da inventare; oppure il Re, visto che le dinastie dei regnanti sono ancora numerose in Europa) o una "Unione" dei Popoli (la Lega immaginata da I. Kant "Per la pace perpetua"), e, inoltre, se debbano essere direttamente i Popoli, senza "mezzani", come avviene adesso (soltanto i governanti - le istituzioni -), a prendere le decisioni capitali, come quella di dichiarare la guerra, potenziare gli eserciti o inviare armi ad altri Stati. Ad ogni buon conto, stante il detto che "non tutti i mali vengono per nuocere", l'occasione derivante dalla decisione psicotica del "Rearme europe" può diventare comunque propizia per riflettere con maggiore equilibrio sul "risparmio", su che cosa esso sia e se costituisca o meno un valore per la Comunità statale. Ed è proprio questo che ora si farà in questa sede, avviando la ricerca sulla "origine del risparmio" e per poter individuare quali eventuali rimedi bisogna adottare per il "sommo bene" della intera Comunità, ossia per "la vita pacifica e serena dei cittadini". È infatti questo l'obiettivo che si è sempre prefisso ogni consorzio umano, anche se poi la vita in comune, a causa delle dinamiche predatorie insite nella specie umana e negli Stati, spesso fondati sul principio della diseguaglianza sociale per tutelare le diverse categorie burocratiche e professionali (simili ai "clan"), è spesso diventata una dannazione, una schiavizzazione, se non per tutti (i "privilegiati") di certo per molti (i soliti "emarginati"). Il "potere", così, ha quasi sempre determinato l'iniqua distribuzione delle risorse, la violazione della dignità e della libertà, soprattutto del pensiero. Il "potere", perciò, conferito da tutti i consorziati (mediante o meno il c.d. "contratto sociale", secondo Rousseau) alle "istituzioni pubbliche", costituite per essere uno strumento, un mezzo di equità, solidarietà e di giustizia per tutti, si è di frequente trasformato in "fine sovrano", piegando e sottomettendo alle proprie esigenze (o a quelle dei pochi), mediante il monopolio della forza fisica e delle armi, sia la volontà generale dei cittadini che il loro benessere individuale e collettivo. Il perseguimento dei "vantaggi economici" personali delle èlites oligarchiche, perciò, oltre all'abuso dell'esercizio del potere pubblico, costituiscono la patologia del vivere in Comune (e la regola politica dei rapporti tra gli Stati che si fonda sulla forza militare, economica e nucleare). Occorre, perciò, individuare il giusto rimedio (il "nulla di troppo", l'antico μηδεν ἄγαν), una appropriata terapia culturale, "psicofarmacologica", se si vuole curare il "cancro" che ciclicamente aggredisce l'organismo umano comunitario e i titolari delle cariche pubbliche. Bisogna, allora, partire dalla "causa", che come al solito la si rinviene risalendo alle origini degli aggregati sociali. Aristotele, nell'opera Politica, ha sostenuto che « I membri della famiglia avevano in comune le stesse cose, tutte; una volta separati, ne ebbero in comune molte, e anche diverse - e di queste ne dovettero fare lo scambio secondo i bisogni, come ancora fanno molti dei popoli barbari, ricorrendo al baratto. Essi infatti scambiano oggetti utili contro oggetti utili ma non vanno al di là di questo [...] Un siffatto scambio non è contro natura e neppure è una forma di crematistica (giacché tendeva a completare l'autosufficienza voluta dalla natura): da questa, però, è sorta logicamente quella. Perché quando l'aiuto cominciò a venire da terre più lontane, mediante l'importazione di ciò di cui avevano bisogno e l'esportazione di ciò di cui avevano abbondanza, s'introdusse di necessità la moneta ». Un ulteriore contributo di pensiero lo fornisce Platone allorché si pone come fine teorico (accademico, ma non solo) quello di costituire uno Stato fin dall'origine. Il suo Stato (la Politeia, trad. come Repubblica) è uno "Stato ideale", caratterizzato dall'etica, in cui primeggia la giustizia, intesa come parametro del "giusto" (sempre inteso in senso "etico"), e il bene dei cittadini. Egli, mediante il confronto dialettico tra Socrate e i suoi interlocutori, mette in evidenza la causa della formazione dello Stato, ossia che "...uno Stato nasce perché nessuno di noi basta a sé stesso, ma ha molti bisogni. (...) Così per un certo bisogno ci si vale dell'aiuto di uno, per un altro di quello di un altro: il gran numero di questi bisogni fa riunire in un'unica sede molte persone che si associano per darsi aiuto, e a questa coabitazione abbiamo dato il nome di stato. (...) Quando dunque uno dà una cosa a un altro, se gliela dà, o da lui la riceve, non lo fa perché crede che sia meglio per sé ? Suvvia, costruiamo a parole uno stato fin dalla sua origine: esso sarà creato, pare, dal nostro bisogno. (...) Ora, il primo e maggiore bisogno è quello di provvedersi il nutrimento per sussistere e vivere. (...) Il secondo quello di provvedersi l'abitazione, il terzo il vestito e simili cose. (...) Ebbene, come potrà bastare lo stato a provvedere a tutto questo ? Non ci dovranno essere agricoltore, muratore e tessitore ? E non vi aggiungeremo pure un calzolaio o qualche altro che con la sua attività soddisfi ai bisogni del corpo ? (...) Ebbene, ciascuna di esse deve prestare l'opera sua per tutta la comunità ? (...) Ciascuno di noi nasce per natura completamente diverso da ciascun altro, con differente disposizione, chi per un dato compito, chi per un altro. (...) Agirà meglio uno che eserciti da solo molte arti o quando da solo ne eserciti una sola ? (...) Al nostro stato occorre...un numero maggiore...di altri agenti destinati a importare e ad esportare le singole merci. Sono questi i commercianti. (...) Ancora: entro lo stato stesso come avverrà lo scambio degli oggetti che ciascuno produce ? (...) mediante vendite ed acquisti. Avremo in conseguenza un mercato e una moneta, simbolo convenzionale per rendere possibile lo scambio. (...) Ad alcuni...questo non basterà. (...) E quel territorio che prima era sufficiente a nutrire i suoi abitanti, da sufficiente sarà diventato piccolo. (...) E non dovremo prenderci una porzione del territorio dei vicini...? (...) E allora...faremo la guerra ? (...) Occorre, dunque,...uno stato...aumentato di un esercito intero che esca a battaglia...".

Dal raffronto del pensiero dei due sommi filosofi si trae, anzitutto, che l'ampliamento dello Stato (associazione di più persone che coabitano per darsi aiuto) se avviene per soddisfare "eccessivi bisogni" rende inevitabile la guerra con gli altri Stati confinanti (e non solo, perché oltre alla "guerra di aggressione" esiste anche la "guerra di spedizione"). Gli stessi illuminati pensatori hanno altresì individuato la "moneta" come strumento dei rapporti economici della Comunità ma essa non era altro che, come dice Platone, il "simbolo convenzionale per rendere possibile lo scambio" dei beni. Nel tempo, però, e soprattutto in quello contemporaneo, la moneta, da "simbolo", mezzo, è diventata fine, tanto che oggi non soltanto costituisce il parametro del valore di tutti i beni economici (e anche dei beni immateriali, e persino metro di valutazione sociale del singolo uomo e del relativo "merito") ma anche "bene in sé" (e viene negoziata con altre monete sulla base del tasso di cambio che dipende dal rapporto di "forza" politico-militare-economico-finanziario dei singoli Stati emittenti, riconoscendo, di fatto, supremazia alla moneta dello Stato egemone, con relativo "signoraggio"). Sarebbe necessario, invece, emettere un'unica "moneta universale" a livello di ONU condivisa e garantita da tutti gli Stati mondiali. Dalla "moneta" è scaturito il "risparmio" che, per definizione, è "la rinuncia a consumare una parte del reddito netto". In altri termini, per fare un es., il lavoratore che percepisce una retribuzione per l'attività svolta non spende l'intera somma ricevuta (e tassata alla fonte) dal datore di lavoro. Tale somma non spesa in acquisto immediato di beni costituisce il "risparmio". Da questo, però, scaturiscono degli effetti nell'ambito produttivo, socio-economico e politico. La prima conseguenza è, ovviamente, che una parte dei beni prodotti dalle aziende non viene venduta sul mercato, pertanto l'imprenditore dovrà ridurre la produzione e il numero dei lavoratoti, col licenziamento. Nel lungo periodo, poi, l'accumulo del risparmio viene, per buona parte, investito ("messo a frutto") mediante istituti e operatori creditizi e finanziari e, così, produce delle "rendite parassitarie". In Italia, dai seguenti dati dell'ISTAT e della Banca d'Italia resi ufficiali alla fine del 2023, risulta che la ricchezza netta delle famiglie è pari a 11.286 miliardi di euro. In tale ricchezza rientrano anche le abitazioni valutate in circa 5.547 mld di euro (le unità abitative censite in Italia nel 2021 sono 35.271.829). La ricchezza degli italiani, però, include anche le "attività finanziarie", distinte in 1.577 mld di euro in Biglietti e depositi, 430 mld di euro in Titoli, 1.656 mld di euro in Azioni e altre partecipazioni, 721 mld di euro in Quote di Fondi comuni e 1.089 mld di euro in Riserve assicurative e garanzie standard. Ma come è distribuita la ricchezza in Italia ? Sempre dai suddetti dati risulta che il 10 %  detiene il 52 % (di cui il 40% è nelle mani del 5% dei "super ricchi") mentre la restante parte è detenuta dal 50% della popolazione, con oltre 6 milioni di cittadini (circa 2 milioni di famiglie) che vivono in povertà assoluta (per effetto della regola "predatoria" posta a fondamento della legislazione, sia nazionale che sovranazionale). A fronte di tale "risparmio privato" si rileva che a novembre 2024 il Debito pubblico italiano ha superato la soglia dei 3.000 mld di euro (3.005,2) e gli interessi hanno raggiunto la cifra di circa 100 mld annui (il patrimonio immobiliare dello Stato italiano ha un valore complessivo di 62,5 mld di euro). Adesso, questa situazione patrimoniale statale, già sull'orlo del default, è destinata a peggiorare perché si dovranno aggiungere le ulteriore spese per il riarmo e "Difesa comune" volute dalla U.E., nonché l'incremento al 2%  (e  oltre) del PIL delle spese per la NATO, che si aggiungeranno a quelle già a bilancio per la Difesa nazionale; inoltre, potrà esserci una significativa contrazione delle esportazioni e, quindi, delle produzioni, a causa della politica americana dei dazi che si sono resi necessari per mettere in equilibrio la "bilancia commerciale" (e dei "pagamenti") degli USA, rendendo manifesto che anche gli scambi tra Stati devono rispettare la suddetta regola del "nulla di troppo" (così come i cittadini non devono vivere al di sopra delle loro possibilità con l'indebitamento individuale o dello Stato). Da quanto detto emerge che si sta generando una spirale psicotica collettiva che sospinta dall'angoscia generale (in parte alimentata dagli interessi bancari e industriali dei produttori di armi e dalla storica pulsione coloniale e imperiale di alcuni Stati) ha infettato e contagiato l'intera "classe politica" e dirigente europea nonché una buona parte dei cittadini che vedono la guerra come l'unica soluzione per risolvere i propri conflitti interiori e quelli verso l'esterno da sé, immaginandosi e inventandosi "nemici" contro cui combattere, come ben spiegato dallo psicoanalista F. Fornari. Resta comunque evidente che l'indebitamento esorbitante dello Stato (soprattutto se avviene per alimentare il lusso e i vizi) è privo di ragionevolezza e non può ritenersi "garantito" dalla ricchezza posseduta dai privati. È vero che lo Stato deve poter intervenire per dare impulso all'economia, quando questa ne abbia bisogno (secondo la nota teoria di Keynes) ma il debito non deve mai costituire una costante del bilancio pubblico né tantomeno deve lievitare tanto da mettere in pericolo la tenuta dei conti dello Stato. E comunque è impensabile che si possa arrivare ad avere uno squilibrio tanto eccessivo, come è quello attuale, tra il patrimonio statale e la ricchezza nelle "mani" dei privati, peraltro non equamente distribuita tra tutti i cittadini (con circa 10 milioni di poveri), come invece dovrebbe essere, secondo i principi di eguaglianza democratica, giustizia sociale e solidarietà. Ciò doverosamente sottolineato, va richiamata, ora, anche la disciplina del risparmio nell'ordinamento italiano. La norma costituzionale relativa al risparmio è l'art.47 che, al comma 1, sancisce: « La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito », mentre, al comma 2, dispone che la Repubblica « Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese » (il Trattato sull'Unione europea del 29/07/1992 ha vietato, inoltre, all'articolo 73B, comma1. "tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché tra Stati membri e paesi terzi").

Il "risparmio", come si ricava dalle innanzi richiamate disposizioni costituzionali, è sia incoraggiato che tutelato dalla Repubblica e, quello popolare, è favorito per l'accesso alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese. È stata, pertanto, una scelta politica del Costituente del 1946. Non mancano, tuttavia, nella storia delle civiltà anche discipline diverse (ad es., Licurgo, noto legislatore di Sparta, come narra Plutarco nelle "Vite parallele", per scoraggiare il risparmio aveva fatto coniare la moneta in voluminosi e pesanti pezzi di ferro spurio). Si tratta, perciò, soltanto di scelte legislative, condizionate, più o meno intensamente, dalle oligarchie politiche presenti nella Comunità statale. E più tali disposizioni giuridiche si allontanano dal principio aristotelico secondo cui «I membri della famiglia avevano in comune le stesse cose, tutte» e più la "democrazia", ove essa è proclamata, diventa soltanto uno slogan vuoto di contenuto, priva di valori e di senso concreto. Il "risparmio", perciò, ammesso che lo si voglia ancora "incoraggiare e tutelare" (col rischio di vederselo sequestrare o confiscare  dal "potere politico" in caso di guerra) deve però avere un limite, un tetto, insuperabile in termini di valore economico, e la moneta deve ritornare ad essere un mezzo di scambio, ripristinando il giusto rapporto tra beni esistenti in commercio e moneta circolante. Diversamente, sarebbe meglio ritornare al baratto che, come evidenziava Aristotele, consente lo scambio di "oggetti utili contro oggetti utili", per favorire uno Stato virtuoso e impedire che si crei e si perpetui uno Stato del vizio, del lusso, dell'edonismo, col potere nelle mani delle oligarchie bancarie, finanziarie e tecnocratiche, oltre alle rendite parassitarie.

Al "risparmio", perciò, dovrebbe estendersi il principio stabilito nella stessa Costituzione al co.2, dell'art.42, ove è sancito che « La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti", nonché, al co.4, che dispone: « La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima  e testamentaria e i diritti  dello Stato sulle eredità ».

Occorre, perciò, limitare l'accumulo del risparmio e distribuire l'intera ricchezza prodotta, anche con l'obiettivo di  debellare il fenomeno sociale dei "poveri assoluti", che sono la prova del fallimento etico, morale e religioso, oltre che giuridico, della Comunità e delle istituzioni, anche europee; e ricordarsi sempre che « uno Stato nasce perché nessuno di noi basta a sé stesso ma ha molti bisogni  » e che « il gran numero di questi bisogni fa riunire in un'unica sede molte persone che si associano per darsi aiuto, e a questa coabitazione abbiamo dato il nome di stato ». Lo Stato, perciò, è una "coabitazione" e non uno strumento di esclusione e sopraffazione.

 
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