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filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

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PERCHÉ NASCE UNO STATO

Post n°1109 pubblicato il 04 Luglio 2025 da rteo1

PERCHÉ NASCE UNO STATO

Perché nasce uno Stato ? Può sembrare una domanda inutile, perché ormai sin dalla nascita si vive tutti "diluiti" nella rete statale e sociale, in un rapporto dinamico, politico, conflittuale, etico, morale, religioso e giuridico; tutti individualmente e collettivamente incasellati in rigidi posizioni e ruoli funzionali differenziati (spesso tramandati di padre in figlio e per generazioni). Eppure porsi la domanda, soprattutto oggi, in cui i mezzi sono scambiati con i fini,  e i simboli, i segni e i simulacri sono identificati e incarnati con l'umana realtà e con la verità ontologica e metafisica, darsi delle risposte non è affatto ozioso, una perdita di tempo, se sono in gioco gli spazi di libertà democratiche e le facoltà (diritti) inalienabili dell'uomo. È del tutto evidente che le Comunità nazionali del terzo millennio stanno attraversando una fase di totale insicurezza. L'"ordine costituito" dalle élites dominanti sulle diseguaglianze e le discriminazioni volge al tramonto, al "disordine". La paura e l'angoscia hanno preso il posto delle più solide certezze escatologiche, e anche rispetto ai principi e valori, che sembravano essersi ormai consolidati, tanto da non essere più messi in discussione. Principi e valori, infatti, come la dignità umana, la Pace, l'autodeterminazione dei popoli, la democrazia, le libertà fondamentali, i diritti umani inalienabili, l'equità e la giustizia distributiva sociale, ecc., erano diventati l'orgoglio dell'Italia, dell'Europa e dell'occidente. Proprio in virtù di tali "principi e valori" risultava possibile e si poteva giustificare la propagandata e ostentata superiorità politica, civile, morale e culturale nei confronti del "resto del mondo" (i "barbari"). Un primato di ruolo guida, di "civiltà", rivendicato e preteso (spesso anche con l'assurdo impiego delle armi) pur essendo gli "occidentali" una minoranza (circa un miliardo di persone, politicamente ineguali, su oltre otto miliardi). Invece è accaduto che all'improvviso si è strappato il "velo dell'ipocrisia" ed è venuta alla luce la verità: i "principi" e i "valori" tanto decantati  erano e sono soltanto di facciata perché nessuno li rispetta né ci crede, in occidente. La guerra nell'Europa dell'est, che gli stolti e faziosi, come orbi accecati dall'odio, vedevano soltanto in termini di "aggressore" e "aggredito", aveva, in realtà, sottostanti, ben altre e diverse cause storiche; e, inoltre, nel conflitto, che poteva essere evitato e comunque risolto ab origine, si erano ingerite le solite potenze imperiali, colonialiste e parassitarie, che avevano trovato utile trarre vantaggi economici e geostrategici con la guerra per procura, anche a rischio di scatenare un conflitto nucleare mondiale. Nel contempo, in Medioriente, si avviava un'operazione di sterminio di un intero popolo senza che si levassero delle proteste politiche da parte degli Stati occidentali (coinvolti con l'invio di armi e risorse, e perciò complici e sodali del genocidio), che così perdevano del tutto agli occhi del "resto del mondo" qualsiasi preteso "primato", rivelando il lato oscuro e profondo della psiche malata, alla spasmodica ricerca di un'overdose di macabro piacere. In tale generale confusione, perdita di equilibrio e di irrazionalità da parte dei leaders a capo degli Stati europei e della U.E. si apriva la corsa al "RearmEU" progettando di spendere - tanto per iniziare - circa 800 miliardi di euro (quasi tutti a debito e in deroga al rapporto deficit/PIL dei bilanci pubblici), senza tener conto delle esigenze dei cittadini di avere migliori servizi sanitari, welfare, istruzione, ricerca scientifica, ecc., e di essere contrari alla guerra; e inoltre si escludeva in modo assoluto qualsiasi possibilità di perseguire un diverso modello di relazioni tra i popoli, fondato anche sulla cooperazione e la "giustizia tra le nazioni" (come sancisce l'art.11 della Costituzione) e non soltanto sull'impiego della forza militare, sullo sfruttamento delle risorse altrui e sul rapporto "servo-padrone". Ormai diversi Stati europei, in particolare quelli con arsenali nucleari (Inghilterra e Francia, alle quali si è aggregata la Germania, che ha deciso di riarmarsi per ridiventare una grande potenza militare, pur memore delle passate tragedie del Terzo Reich) stanno cercando, anche a rischio dell'autodistruzione, un qualunque pretesto (il casus belli) per fare la guerra contro la Russia, da anni individuata come "nemica" nel "concetto strategico" della NATO, pur essendosi dissolti il blocco dell'URSS e il Patto di Varsavia. Ecco, allora, perché è urgente e necessario riflettere sul "perché nasce uno Stato", prima che i Popoli siano mandati al macello mediante decisioni autoritarie, schizofreniche, paranoiche, dei capi di Stato e di governo. Per entrare, però, nel cuore dell'argomento, e per capire se gli attuali ordinamenti statali siano o meno coerenti rispetto alle loro origini remote, è certamente utile fare anche una breve introduzione a carattere generale. Osservando e analizzando le molteplici aggregazioni umane sui diversi territori del globo terrestre si rileva che esse, nel tempo, hanno "creato" molteplici forme di Stato e di governo (e queste ultime, a loro volta, spesso senza conservare più alcun legame reale e sostanziale con le esigenze originarie dei popoli governati, hanno "inventato" altre e diverse istituzioni, anche a livello sovranazionale e internazionale, che hanno "gemmato" una ulteriore infinità di altri piccoli o grandi "leviatani"). Le due estreme forme di governo (fin dall'antichità) sono quella di tipo monarchico (sia nei regni, col Re, che nelle repubbliche, con il Presidente, secondo la distinzione del Machiavelli) e quella detta "democratica", in cui, in teoria (e sempre più solo in teoria), il "potere" di autodeterminarsi e autogovernarsi "appartiene" al Popolo. Tra le due forme estreme si rinvengono varie altre organizzazioni politiche, di tipo "oligarchico", che oscillano tra le due estreme, con formule di tipo "misto", e ciò ben si rende manifesto con le modalità di attribuzione dei poteri fondamentali (legislativo, esecutivo e giudiziario). Relativamente, invece, alla produzione e alla "distribuzione delle risorse" i due modelli economici opposti, che negli ultimi due secoli risultano "legalizzati" (costituzionalizzati) sono: quello "occidentale" di tipo capitalistico che esalta l'individualismo, la proprietà privata, la libera iniziativa economica e il libero mercato (ora messo in dubbio, con i dazi); e, quello "orientale" di tipo "comunista", in cui la Comunità prevale sugli individui (una espressione di questo modello, con le ovvie differenze, è l'antica Polis, ma, soprattutto, le prime comunità cristiane), il capitale è pubblico, la proprietà dei beni è collettiva e l'economia è "pianificata e programmata" (un tentativo di realizzare questo modello economico si rinviene nella passata esperienza dell'ex URSS e ora, in parte, in Cina e in alcuni Stati che tentano di resistere al dominio del capitalismo armato). Anche per l'ambito economico (con prevalenza, in occidente, delle attività finanziarie e speculative, dirette dalle cities di Londra e New York) si rivengono modelli organizzativi ed economici intermedi, come, ad es., il "liberalsocialismo" e il "socialismo cristianodemocratico". Ogni Popolo, a quanto pare, ha trovato la "migliore" (si fa per dire) formula istituzionale ed economica adatta a sé (e gradita alle élites dominanti, sempre presenti e opprimenti, anche nelle "democrazie"). Tutti i predetti modelli, comunque, non durano in eterno ma essi mutano, più o meno gradualmente (salvo cambiamenti traumatici di tipo "rivoluzionario", esterni o interni allo "Stato"), transitando da una forma all'altra. Il vero problema, comunque, sorge quando tutte le istituzioni pubbliche, e in primis lo Stato, da mezzi diventano fini e si dissociano più o meno completamente dalle esigenze della Comunità e dei cittadini. Questa tendenza a quanto pare si sta affermando e consolidando sempre di più in Europa (e in "occidente"), anche a causa dell'istituzione di entità sovranazionali di stampo "oligarchico", burocratico e autoritario, tanto che ormai gli stati agiscono più per tutelare gli interessi economico-finanziari dei grandi gruppi industriali anziché soddisfare le esigenze dei cittadini, molti dei quali non riescono più a risolvere i propri problemi quotidiani di sopravvivenza. È perciò giunto, come già detto, il tempo di chiedersi perché nasce lo Stato (che, va ricordato, non preesiste né sopravvive al Popolo). Ma come prendere l'abbrivio ? Come già fatto in precedenti elaborati, anche stavolta si reputa utile ricercare, anzitutto, il classico "arkè" (ἀρχή), che ben si può rinvenire, anche stavolta, ne "La Repubblica" di Platone: «...uno Stato nasce perché nessuno di noi basta a sé stesso, ma ha molti bisogni. (...) Così per un certo bisogno ci si vale dell'aiuto di uno, per un altro di quello di un altro: il gran numero di questi bisogni fa riunire in un'unica sede molte persone che si associano per darsi aiuto, e a questa coabitazione abbiamo dato il nome di stato. (...) Ora, il primo e maggiore bisogno è quello di provvedersi il nutrimento per sussistere e vivere. (...) Il secondo quello di provvedersi l'abitazione, il terzo il vestito e simili cose. (...) Ciascuno di noi nasce per natura completamente diverso da ciascun altro, con differente disposizione, chi per un dato compito, chi per un altro. (...) Al nostro stato occorre...un numero maggiore...di altri agenti destinati a importare e ad esportare le singole merci. (...) Ad alcuni...questo non basterà. (...) E quel territorio che prima era sufficiente a nutrire i suoi abitanti, da sufficiente sarà diventato piccolo. (...) E non dovremo prenderci una porzione del territorio dei vicini...? (...) E allora...faremo la guerra ? (...) Occorre, dunque,...uno stato...aumentato di un esercito intero che esca a battaglia...». Anche Aristotele ha fornito un valido contributo nell'opera Politica ove afferma: « Poiché vediamo che ogni stato (polis) è una comunità e ogni comunità si costituisce in vista di un bene...è evidente che tutte tendano a un bene, e particolarmente al bene più importante tra tutti quella che è di tutte la più importante e tutte le altre comprende: questa è il cosiddetto "stato" e cioè la comunità statale. (...) La comunità che si costituisce per la vita quotidiana secondo natura è la famiglia... mentre la prima comunità che risulta da più famiglie in vista di bisogni non quotidiani è il villaggio. (...) La comunità che risulta di più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai...il limite dell'autosufficienza completa...»; inoltre, lo stesso filosofo ha sostenuto che « Nella prima forma di comunità, e cioè la famiglia, è evidente che lo scambio non ha alcuna funzione: esso sorge quando la comunità è più numerosa. I membri della famiglia avevano in comune le stesse cose, tutte; ». Nel De Re Publica, invece, Cicerone, dà una diversa definizione, che si potrebbe definire di tipo "formale, istituzionale": «...la Repubblica è la cosa del popolo, e popolo non è ogni unione di uomini raggruppati a caso come un gregge, ma l'unione di una moltitudine stretta in società dal comune sentimento del diritto e dalla condivisione dell'utile collettivo (...) Dunque queste aggregazioni di uomini... prima di tutto stabilirono la loro sede in un luogo fissato per la comune dimora; e dopo averla resa sicura grazie a difese naturali e ad opere di loro mano, chiamano villaggio o città quel complesso di abitazioni, segnato da edifici destinati al culto e spazi comuni. Dunque ogni popolo (...), ogni comunità di cittadini, che è l'organizzazione politica che il popolo si è data, ogni Repubblica che... è la cosa del popolo, deve essere retta da un Consiglio perché si mantenga stabile nel tempo. E tale Consiglio prima di tutto deve sempre ricondurre le sue decisioni a quella causa che ha dato origine alla comunità politica ». Nei tempi più recenti, inoltre, dal punto di vista antropologico, ma soprattutto sociologico, Max Weber ha così definito lo Stato: « un gruppo di potere organizzato a carattere istituzionale che ha riservato a sé il monopolio dell'uso della forza fisica ».

Come ben si trae da quanto precede "uno Stato nasce perché nessuno...basta a sé stesso". Le persone, pertanto, si associano per darsi aiuto reciproco, per soddisfare i loro bisogni. Il primo bisogno è certamente il nutrimento per sussistere e vivere, poi quello dell'abitazione, ecc. C'è, pertanto, un ordine di precedenza, di importanza, delle esigenze da soddisfare da parte dello Stato per il bene della Comunità e tale "ordine" non può essere rovesciato, ribaltato, eluso, oppure negato ponendo lo Stato, che è strumento, come fine (se ciò accadesse - e spesso succede - sarebbe una follia perché sarebbe inutile avere una "casa d'oro" mentre il popolo muore di fame). E anche le esigenze necessarie (il nutrimento, l'abitazione, ecc., vanno sempre garantiti a tutti, nessuno escluso, come era all'origine nelle famiglie, e lo Stato deve debellare la povertà assoluta perché solo tale risultato può "rendere orgogliosi" di appartenere a una Comunità) non possono essere sostituite da quelle voluttuarie, inutili, superflue (Socrate distingue lo Stato senza vizi, virtuoso, rispetto a quello del lusso, degenerato, allorquando, preoccupato, prevedeva che « Ad alcuni...[il nutrimento] non basterà... E (così) non dovremo prenderci una porzione del territorio dei vicini...? ... E allora...faremo la guerra ? ». A questo riguardo giova sottolineare che la scelta del Costituente italiano è stata chiara: l'art.11 ha fissato il principio fondamentale e inderogabile che "L'Italia ripudia la guerra", prescrivendo, però, ai cittadini, in virtù dell'art.52 della Costituzione, la "Difesa della Patria". La "Difesa", pertanto, e non "l'Offesa", né l'aggressione o il colonialismo, né l'imperialismo o la guerra di conquista, è stata sancita dalla vigente Carta. Una scelta politica che fu ragionata e da ritenersi, ormai, irreversibile affinché non si ripetano le tragedie che funestarono gli italiani durante la dittatura del fascismo e la seconda guerra mondiale, le cui conseguenze ancora si rilevano dalla "sovranità limitata" imposta all'Italia dalle potenze vincitrici (i cc.dd. "alleati") nelle scelte dei governi, nella politica estera e militare. Pertanto, nessun Trattato può essere sottoscritto dal Governo italiano in violazione della citata norma costituzionale, e se stipulato non può vincolare i cittadini. Ne deriva, perciò, che anche l'Alleanza NATO (da rivedere) dev'essere intesa esclusivamente nel solo senso "difensivo" (in caso di aggressione di uno Stato membro). Nello stesso senso va intesa l'U.E., che non può prevalere in materia militare (né svolgere alcuna politica estera di espansione imperiale), sulla Carta costituzionale italiana perché è quest'ultima che racchiude in sé il "Patto originario del Popolo". Lo Stato, quindi, nasce soltanto per il "bene" della propria Comunità e il "bene assoluto" è quello di tutelare ad ogni costo la vita dei cittadini evitando di immolarli per sottomettere altri popoli e conquistare con la guerra altro territorio, per le esigenze dello Stato dei vizi (occorrerà perciò tendere all'autosufficienza economica e non vivere al di sopra delle proprie possibilità, cumulando debiti). Lo Stato è lo strumento politico della Comunità pertanto non può mai agire contro la stessa Comunità, impiegando la forza (armata) che ha ricevuto in "monopolio" (per la difesa e non per l'offesa dei cittadini). Tutte le decisioni di governo, perciò, devono sempre riferirsi alla causa originaria della Comunità statale. Purtroppo sta spesso accadendo che le istituzioni occidentali (viziate dai difetti degli uomini, che le incarnano, e da legislazioni subdolamente emergenziali ed eccezionali) stiano assumendo comportamenti autoritari e aggressivi sia all'interno che all'esterno dei propri territori. Le guerre, così, continuano ad essere lo strumento prescelto, e parlare di pace è diventato un tabù. E così negli Stati anziché mettere al centro le attività produttive di beni necessari si dà ampio spazio alle "economie di guerra" che destinano agli armamenti la maggior parte delle risorse pubbliche, sottraendole ad altri settori vitali, come la sanità, il welfare, l'istruzione, la ricerca, lo sviluppo e il progresso. Ormai la follia è collettiva e si sta correndo verso il disastro, anche nucleare. La domanda, perciò, del "Perché nasce uno Stato", anche per poter verificare se esso, da strumento, si sia trasformato in "altro", rispetto a ciò che dovrebbe essere, se la dovranno porre tutti i cittadini. Bisognerà necessariamente risalire alle origini della sua nascita, per avere il parametro a cui fare riferimento, e in particolare al principio originario che "I membri della famiglia avevano in comune le stesse cose, tutte" e che tali famiglie si sono associate per darsi reciproco aiuto. Da ciò ne dovrebbe derivare che nessun cittadino, che faccia parte della Comunità, potrà essere privato del "nutrimento per sussistere e vivere" e che ognuno dovrà avere una propria abitazione (dignitosa). E la relativa domanda non può che essere la seguente: Ci sono, oggi, nella Nostra Comunità statale le predette condizioni originarie di vita associata ? Se si, Bene ! Se no, allora se ne dovrà dedurre che  lo Stato si è allontanato dalla causa originaria della sua nascita e sta andando nella direzione di "servitore" degli interessi delle èlites oligarchiche e non della Comunità dei cittadini che si sono associati per darsi reciproco aiuto. 

 
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